Intervista immaginaria sul tema dei diritti umani e i diritti dei bambini della classe I A San Calogero
INTERVISTA A SUOR CAROLINA IAVAZZO
Il 6 marzo, “Giornata dei Giusti dell’Umanità”, abbiamo avuto il piacere di avere come ospite, nella nostra scuola, Suor Carolina Iavazzo, collaboratrice a Palermo, di Padre Pino Puglisi e continuatrice, in Calabria, nella Locride, della sua opera.
Noi ragazzi abbiamo approfittato per rivolgerle alcune domande.
D. Quando don Pino Puglisi ha visto avvicinarsi i suoi assassini, ha detto sorridendo: “Vi aspettavo”. Anche Lei si aspettava che la mafia l’avrebbe ucciso?
R. Padre Pino Puglisi, già da alcuni mesi, subiva minacce e intimidazioni, ma lui cercava sempre di dissimulare la verità per non far preoccupare le persone che gli stavano vicino; perciò, quando sono venuti ad avvisarci della sua morte ho pensato ad un malore, non che potesse essere stato ucciso.
D. Lei, durante un’intervista, dando testimonianza su come ha appreso la notizia della morte di don Puglisi e cercando di esprimere l’indicibile dolore provato, ha aggiunto che quella sera, nella più profonda disperazione, si è rivolta a Dio chiedendogli, “Mio Dio dove eri mentre uccidevano un innocente? Perché non sei intervenuto?”. Come è riuscita a trovare una risposta a queste domande?
R. È stato un momento tremendo, dover accettare che un uomo così buono che si adoperava per far vivere meglio le persone del suo quartiere fosse stato ucciso. Ma è stato proprio l’aiuto di Dio che mi ha dato la forza di accettare il dolore e di andare avanti e di proseguire il cammino intrapreso insieme a don Pino Puglisi.
D. In un quartiere così difficile come Brancaccio, in un territorio dove, all’indomani della strage di Capaci, i ragazzini gridavano per le strade “Abbiamo vinto! Viva la mafia!”, come è riuscito don Puglisi a costruire un rapporto privilegiato con bambini e ragazzi e soprattutto come riusciva a convincerli ad andare in Chiesa?
R. Don Pino pensava prima di tutto a far star bene i ragazzi, ad abituarli ad avere rispetto di sé e degli altri, a farli studiare; infatti, la criminalità vuole mantenere i ragazzi senza istruzione, perché così sono facilmente manipolabili. Don Pino diceva che bisognava preoccuparsi prima della moralità e dell’umanità delle persone e poi, su questa base, si potrà lavorare per la spiritualità.
D. A distanza di trent’anni dalla morte di don Puglisi, quali sono stati i cambiamenti avvenuti tra i ragazzi di Brancaccio?
R. Sicuramente tante cose sono cambiate, prima di tutto è stata istituita la Scuola Secondaria, che era un grande desiderio di don Pino; inoltre, i suoi collaboratori hanno proseguito la sua opera in favore dei ragazzi in difficoltà.
D. Suor Carolina, il fatto di venire in Calabria è stata una sua scelta, oppure una decisione dei suoi superiori? Lei con quale animo ha vissuto quel momento, sapendo che in Calabria avrebbe trovato una situazione simile a quella di Palermo?
R. Dopo la morte di Don Pino, sono stata invitata a trasferirmi in Calabria da Mons. Luigi Bregantini, allora vescovo di Locri, che avevo conosciuto precedentemente. Ci ho pensato un po’ e poi ho deciso di accettare, anche se ero consapevole della realtà che avrei trovato. Volevo continuare ad impegnarmi per aiutare tanti ragazzi che, in Calabria, come a Palermo, pagavano le conseguenze delle scelte sbagliate degli adulti.
D. Come fa a non aver paura della mafia dopo quanto successo a don Pino Puglisi? Cosa l’ha spinta ad andare avanti nonostante la consapevolezza dei rischi a cui va incontro ogni giorno?
R. L’aver conosciuto padre Pino Puglisi mi ha cambiato la vita, nessun incontro avviene per caso! Il sentimento della paura è umano; io sono consapevole che se non avessero arrestato gli assassini di don Pino, la prossima vittima sarei stata io. Ma nonostante questo mi sento serena perché sento Padre Puglisi al mio fianco.
D. Quanti “figli del vento” ha incontrato, conosciuto e aiutato nella sua vita! Mario, Roberto, Loredana, Lucrezia… l’elenco potrebbe continuare. Sono tanti volti, tante le storie, tanto è il desiderio di riscatto e di libertà. Renderli liberi era il sogno di Don Puglisi che lei ha condiviso. Si è mai sentita sola in tutto questo?
R. Ho cercato di seguire l’esempio di don Puglisi e di continuare a dedicarmi ai ragazzi che anche qui in Calabria vivono situazioni di degrado e povertà culturale, ma nonostante le difficoltà non mi sono sentita sola perché ho sempre percepito la vicinanza di Dio che mi ha dato la forza proseguire nel mio cammino.
D. Avvicinandoci alla storia di don Puglisi e cercando di cogliere il significato profondo della sua meravigliosa opera al servizio degli altri, qual è il suo insegnamento più prezioso?
R . Il suo insegnamento più prezioso è di non perdere mai la speranza, di credere sempre nella possibilità di fare qualcosa per cambiare la realtà. Non dobbiamo pensare a don Pino come ad un prete antimafia, don Pino era semplicemente un prete, non era anti qualcosa, era un prete al servizio, di Dio e degli altri. Inoltre, non dobbiamo considerarlo un eroe: perché, questo ci dà l’alibi per non impegnarci, visto che noi non siamo “eroi”. Don Pino era uno come noi. Se ce l’ha fatta lui, anche noi possiamo e dobbiamo farcela, ricordando le sue parole: “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”!
D. Qual è il messaggio che lei, Suor Carolina, vorrebbe lasciare a noi ragazzi?
R. Il messaggio che posso consegnarvi è che nella vita bisogna fare la scelta di seguire sempre il Bene. La cosa peggiore che si possa fare è quella di non scegliere da che parte stare, pensare che non si possa intervenire su quanto accade intorno a noi; invece, ciascuno di noi può fare la differenza con il proprio comportamento. Nella vita non c’è la strada bianca, del Bene, la strada nera del Male, ma c’è anche la strada grigia di coloro che restano indifferenti di fronte agli altri e ai problemi: questa è la strada peggiore perché ci porta ad una vita senza scopo.
Gli alunni della Scuola Secondaria di Rombiolo e di San Calogero