di Sira Di Eleonora
L'essere umano ha sempre avuto il desiderio di potere e di prevaricare sull'altro, che è sempre stato visto come una minaccia o una fonte di sconfitta e mai come un'opportunità. L'uomo è l'unico animale che nel corso della storia si è comportato come una macchina progettata per distruggere ciò che ostacola il suo cammino, credendo che il modo più efficace per risolvere i problemi fosse la violenza. E’ stata glorificata la guerra ritenuta “sola igiene del mondo”. Ma la guerra limita qualunque forma di libertà sia da parte di chi la fa e sia da chi la subisce, e viene eliminato anche il diritto alla pace: quello che permette al popolo di vivere in piena serenità e sicurezza.
Storicamente la parola pace era ritenuta esclusivamente il risultato di una lunga mediazione tra uomini di governo, un “accordo”. Il primo vero passo in avanti nella definizione di pace come valore universale viene compiuto soltanto alla fine della Prima guerra mondiale quando durante la conferenza di pace di Parigi del 1919 si tenta di superare i confini nazionali e arrivare a una più stretta collaborazione tra stati, per allontanare lo spettro della guerra, attraverso la Società delle Nazioni.
Successivamente dopo la Seconda Guerra Mondiale nasce l'ONU che per la prima volta afferma a livello internazionale il diritto di tutti gli uomini “a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati”. La pace nella nostra Costituzione è sancita nell'articolo 11 che si proclama solennemente con “il ripudio della guerra come strumento di offesa” e afferma che “l'Italia consente in condizioni di parità con altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”.
La pace è sancita anche nella Dichiarazione Universale dei diritti umani: un documento che, per la prima volta nella storia dell’umanità, riguardava tutte le persone del mondo senza distinzioni.
Malgrado la pace sia un diritto ormai affermato e rispettato incondizionatamente da chiunque, il mondo contemporaneo sembra trovarsi in un assetto di guerra perpetua assolutamente incapace di muoversi verso una dimensione di convivenza pacifica tra i popoli. E’ in particolar modo ciò che sta accadendo tra la Russia e l'Ucraina, ma che in realtà va a coinvolgere gran parte del pianeta con conseguenze economiche a dir poco disastrose. Oggi la pace mondiale è messa a dura prova. Forse è arrivato il momento di prendere coscienza del fatto che in una guerra non ci sono né vincitori né vinti come afferma Bertolt Brecht nella sua poesia ‘La guerra che verrà’. Con parole semplici, ma scelte con accuratezza, riesce a far capire che la guerra non porta a nulla perché in egual modo gli sconfitti e i vincitori patiscono la fame, perché entrambi devono fare i conti con la miseria della distruzione.
L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo per arrivare alla pace, molti questo passo importante lo definiscono un'utopia, una cosa quasi impossibile da raggiungere. E’ difficile, sì, ma se capiamo tutti indistintamente che la guerra è sempre ingiusta, avremo cominciato a porre le basi per un mondo dove possa regnare la pace.
di Camilla Delle Vedove, Edoardo Erasmo, Devid Shehaj, Eleonora Di Muzio.
Centinaia sono i feriti e le vittime, molti dei quali civili, da quando è iniziata l'invasione russa in Ucraina. Ormai gli sfollati sono milioni e il bilancio potrebbe ancora crescere se non ci sarà un cessate il fuoco da parte di Putin. Il dittatore infatti, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio ha dato l’ordine di attacco, autorizzando “un’operazione speciale” in Ucraina per “smilitarizzare il paese”. I motivi che hanno scatenato questo conflitto sono molteplici ed hanno radici storiche. La situazione iniziò a cambiare quando l’Ucraina uscì, nel 1991, dall’ex Unione Sovietica. Ma per spiegare la crisi di oggi bisogna arrivare al 2014 quando, dopo le numerose proteste, venne cacciato il presidente filorusso Viktor Yanukovich. Al suo posto venne eletto Petro Poroshenko, molto più vicino all'Occidente e non apprezzato da Mosca. Dopo il fallimento delle trattative diplomatiche nel 2014, nel 2015 Russia ed Ucraina firmarono gli Accordi di Minsk II, che sancivano il cessate il fuoco e il ritiro delle armi da parte di entrambe le parti, mai attuati del tutto. Da allora le tensioni non sono mai state sopite ma nulla faceva presagire lo scoppio di un conflitto così violento. Dall’inizio dello scontro ci sono stati circa 23.000 morti, più di 1900 feriti, oltre 10 milioni di profughi e 1736 città distrutte. E la NATO? L’Ucraina punta ad entrare nell’organizzazione già da tempo, ma a causa delle guerre che la tormentano da anni, questo non è stato possibile. Tuttavia, la NATO si sta interessando al conflitto imponendo pesanti sanzioni economiche alla Russia che hanno portato ad una svalutazione quasi totale del Rublo russo. Al momento, l’unico gesto di solidarietà da parte di alcuni stati è quello di rifornire l’Ucraina di armi e organizzare corridoi umanitari per salvare i civili.
La situazione che stiamo vivendo oggi è in netto contrasto con ciò che sancisce l’Agenda 2030 e in particolare con l’obbiettivo 16 (pace, giustizia, trasparenza), secondo il quale guerre, ingiustizie e corruzione delle istituzioni causano gravi difficoltà e sofferenze a milioni di persone. Tutto questo deve cambiare perché, come afferma l'Agenda 2030, non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né pace senza sviluppo sostenibile. Purtroppo questo obiettivo è ancora lontano dall'essere raggiunto: solo nel 2019 si sono combattuti in tutto il mondo 41 conflitti, più o meno grandi, che hanno provocato decine di migliaia di morti tra soldati e civili.
Le guerre si combattono:
> per motivi territoriali, cioè per il controllo di regioni che due o più Stati rivendicano come proprie.
> per il possesso di risorse naturali come il petrolio, i minerali presenti nel sottosuolo e l'acqua:
> per motivi politici, etnici o religiosi, che portano spesso allo scoppio di guerre civili, cioè guerre in cui si affrontano non due o più Stati con i loro eserciti "regolari", ma gruppi diversi che vivono all'interno di uno stesso Stato (per esempio etnie rivali).
Ovviamente nelle zone conflittuali si manifestano una serie di eventi negativi dovuti alla guerra dal punto di vista sia sociale che ecosostenibile:
> I bambini soldato. Ragazzini e ragazzine di meno di 15 anni che vengono rapiti da gruppi armati e costretti a combattere. Si stima che siano circa 250.000 i bambini soldato nel mondo.
> Commercio di esseri umani. Persone vendute proprio come se fossero cose, per la maggior parte donne e bambini e migranti. Il traffico di esseri umani è un crimine internazionale, combattuto sia dalle forze dell'ordine dei singoli Paesi sia dalle organizzazioni intergovernative; la principale attiva in questo campo è l'Interpol.
> La corruzione. Interessa alcuni Paesi di tutto il mondo e pesa su tutta la collettività, perché le inefficienze e le ingiustizie che provoca sottraggono risorse ai bisogni e allo sviluppo della società. Si calcola che la corruzione e l'evasione fiscale costano ai Paesi in via di sviluppo più di 1000 miliardi di euro all'anno, una somma enorme che, se ben usata, potrebbe mettere fine alla povertà di chi abita in questi Paesi.
Queste ed altre sono le ragioni per le quali la pace dovrebbe regnare sovrana in tutto il modo per garantire un futuro sostenibile e duraturo per le generazioni a venire.
In Ucraina la situazione non fa altro che peggiorare. I feriti, i morti e i bombardamenti aumentano giorno dopo giorno. La popolazione è disperata. I russi sembrano non mollare ma la resistenza ucraina non cede. Il 2030 è imminente, ma gli obiettivi da raggiungere sono ancora tanti.
di Martina Di Febo, Chiara Di Sabatino, Tommaso D'Andreagiovanni, Cristian Iosi
Sconvolgenti sono i numeri pubblicati in una delle ultime ricerche sull'alfabetismo nel mondo. Nei Paesi sviluppati esiste l’obbligo scolastico, e quindi i bambini e le bambine possono e devono frequentare la scuola fino a una certa età. Vi sono Paesi però in cui questo diritto/dovere non è garantito, per vari motivi: povertà, mancanza di infrastrutture, guerre. Per l'ONU è fondamentale promuovere questo diritto perché solo con un’istruzione di qualità le persone possono migliorare le loro condizioni di vita e trovare soluzione per il futuro del Pianeta. Vi sono Paesi dove chi non sa né leggere né scrivere è più del 70% della popolazione. Tra questi all'ottavo posto troviamo l'Etiopia: con soltanto il 38% della popolazione alfabetizzata. L’Etiopia è posta nella regione Nord Est dell’Africa, nota come Corno d'Africa. Si trova tra il tropico del cancro e l'equatore ed è in gran parte occupato da montagne e altopiani. L’Etiopia è un paese rurale poco urbanizzato. La popolazione è molto giovane e vive nella povertà assoluta in villaggi di campagna. Queste condizioni si legano con l’analfabetizzazione. Le valutazioni PASEC hanno mostrato risultati molto scarsi per gli alunni alla fine della scuola primaria: meno del 30% ha un livello minimo di competenze per continuare la propria istruzione. In conclusione, la situazione del rendimento scolastico è variabile, fragile e insufficiente.
Tutto il contrario di quello che dovrebbe essere l’obiettivo 4 dell’Agenda 2030. Esso consiste nell’avere un’istruzione di qualità, cioè garantire a tutti i bambini e ragazzi un’istruzione di base libera, riducendo l’analfabetismo tra gli adulti e aumentando la presenza nel mondo di insegnanti qualificati.
Quest'obiettivo è importante perché in molti paesi come l’Etiopia, il diritto all’istruzione è negato. Inoltre nella maggior parte dei Paesi l’obbligo scolastico non esiste e laddove presente i bambini vanno comunque a lavorare perché sfruttati, oppure i ragazzi non possono andare a scuola perché le loro famiglie sono povere e sono prive dei mezzi economici per far studiare i propri figli. Attualmente però anche in Italia e nei Paesi economicamente sviluppati, ci sono dei problemi con l’istruzione, che riguardano:
- le infrastrutture: sono tanti gli edifici inadatti e fatiscenti privi del materiale necessario.
-scarsità dei finanziamenti
-scarsa preparazione e basso numero di insegnanti: spesso capita di trovare un insegnante che ha seguito un percorso di formazione non adeguato. Il più delle volte invece diventa impossibile lavorare nelle cosiddette ‘classi pollaio’.
di Ludovica Ciavattella, Sira Di Eleonora, Gianluca Di Michele, Samuele De Palma
‘Parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (compresa l’abolizione dei matrimoni forzati e precoci), uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione’. E’ quanto recita l’obiettivo 5 dell’Agenda 2030, ma oggi è davvero così ovunque?
Fin da epoche remote, in molte società del mondo, le donne hanno vissuto in posizione di inferiorità rispetto agli uomini. Nascere femmine significava partire in svantaggio senza mai poter raggiungere una vera indipendenza e senza potersi realizzare pienamente come persona.
Rispetto al passato, la situazione delle donne è cambiata, ma solo in alcune parti del mondo: in molti Paesi, e non solo quelli in via di sviluppo, le donne tutt’ora non hanno gli stessi diritti degli uomini. Questo dipende soprattutto dalle tradizioni culturali. Molte società sono ancora legate a una cultura patriarcale cioè fondata sull’autorità del genere maschile come ad esempio l’Afghanistan.
C'è stato un tempo in cui le donne a Kabul andavano all'Università, si truccavano e vestivano alla moda occidentale. Quando potevano indossare la minigonna, quando potevano ancora camminare liberamente per strada. Prima di diventare oggetti nelle mani del marito-padrone, le donne afghane diventavano medici o ingegneri. Forse si trattava di una minoranza, di donne di città, ben diverse da quelle cresciute nei piccoli villaggi di montagna sotto l’egida del capo tribù, ma era comunque possibile farlo. Studiare, lavorare, vivere, oggi tutto questo sembra un miraggio.
Difatti, anche se l’Afghanistan non è mai stato un paese idilliaco ed egualitario, ha avuto tempi migliori prima del controllo dei talebani. Non tutti sanno che negli anni ’70, per esempio, il Paese asiatico era la destinazione hippie per eccellenza e che approvò perfino il suffragio femminile prima degli Stati Uniti.
Safia Tarzi: la stilista che stravolse il gusto femminile a Kabul:
Prima dell’arrivo dei talebani, le donne potevano vestirsi come volevano senza timore di essere punite o diffamate, potevano votare e potevano anche studiare nei college e nelle università. Potevano anche essere famose come Safia Tarzi, una stilista innovativa nella libera Kabul che aprì la sua bottega proprio nella sua città e si fece conoscere per la sua capacità di mescolare innovazione e tradizione. Riprese il caratterizzante turbante e lo adattò ad abiti tipicamente occidentali. Il gusto femminile era cambiato e già nel 1961 più di un terzo delle donne portava minigonne colorate e occhialoni. Non riuscendo ad ignorare questo flusso culturale, Tarzì fece del colore un’altra caratteristica della sua linea.
Oggi l'Afghanistan è un paese sull'orlo del fallimento in cui l'economia si è ridotta in sei mesi del 40 per cento. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato il mese scorso che l'Afghanistan è "appeso a un filo": milioni di persone soffrono la fame, l'istruzione e i servizi sociali sono in condizioni disastrose, e la mancanza di liquidità, con le code davanti alle banche per ritirare contanti, limita anche la capacità delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie di raggiungere le persone in difficoltà.
L’avvento dei talebani è una seria minaccia per la popolazione femminile in Afghanistan. Divieti e proibizioni minano i diritti conquistati negli anni. Negli ultimi mesi i media hanno infatti riportato le proibizioni che hanno colpito la popolazione femminile in Afghanistan, limitazioni che rischiano di impattare sui diritti acquisiti, dopo anni di battaglie per ottenerli. Le donne sono scese in strada per protestare contro il divieto di frequentare scuole e università, in difesa del diritto all’istruzione.
Una donna afghana oggi non può lavorare fuori casa (ad eccezione di alcune donne medico e infermiere) e nemmeno fare altre attività se non accompagnata da un mahram (un parente stretto, come ad esempio il padre, il fratello o il marito).
È poi proibito trattare con negozianti uomini, essere visitate da dottori maschi o studiare in scuole, università o altre istituzioni educative.
Ma non è finita qui. Le limitazioni comprendono normali attività come andare in bicicletta o in moto, portare tacchi alti, poter presenziare a trasmissioni radio e tv.
Inoltre è vietato praticare sport, indossare vestiti colorati, (anzi, è obbligatorio il burqa, pena violenze e frustate), usare cosmetici, ridere ad alta voce.
Ora esistono bus per sole donne e non ci sono bagni pubblici femminili e per le donne che hanno relazioni fuori dal matrimonio vi è la lapidazione pubblica.
Quello che è venuto completamente a mancare è il concetto di libertà di espressione e di essere semplicemente se stesse. Le donne afghane, oggi, sono costrette a ridimensionare ogni espressione di sé sotto il controllo costante degli uomini e a scegliere per la propria vita in base a ciò che, per legge, si può o non si può fare.
Il 18 agosto il Consiglio dell’Unione ha pubblicato una dichiarazione congiunta a firma di tutti i paesi occidentali, nella quale ribadisce l’importanza di tenere alta l’attenzione sui diritti delle donne afghane, invocando protezione da parte di quanti ricoprono posizioni di potere nel Paese riconquistato dai talebani. “Le donne e le ragazze afghane, come tutti i cittadini afghani, hanno il diritto di vivere in sicurezza e dignità. Si dovrebbe prevenire qualsiasi forma di discriminazione e abuso. In seno alla comunità internazionale siamo pronti a prestare loro assistenza sotto forma di aiuti umanitari e sostegno, così da garantire che la loro voce possa essere ascoltata”.
Il fatto che le donne siano state considerate inferiori ha portato a privarle di moltissime cose: della libertà di decidere cosa indossare o come trascorrere il tempo, a quella di votare, di scegliere con chi condividere la propria vita, di fare il lavoro che desiderano. Nei Paesi dove ancora oggi la legge stabilisce questa inferiorità, esse sono soggette alla volontà delle famiglie e considerate proprietà degli uomini. In Afghanistan è diffusa la pratica di fare indossare alle donne il burqa. Questa usanza non è né antica né prevista dal Corano, il libro sacro della religione islamica: si tratta invece di un’interpretazione estremista, introdotta dal regime dei Talebani negli anni ‘80 del Novecento. La questione delle donne afghane, e di tutte quelle donne in tutto il mondo soggette alla legge islamica, sarà il banco di prova sul quale verificare la serietà delle intenzioni della comunità internazionale nella lotta al conseguimento dell’obiettivo 5 dell’Agenda Onu 2030 sulla parità di genere.
di Giada Albani, Alice de Sanctis, Emanuele Desiderato, Ginevra di Muzio
Povertà, prostituzione, traffico di armi e di droga fanno da padroni nelle favelas brasiliane. Si conta che qui vivano oltre 11 milioni di persone senza acqua corrente, elettricità, fogne. Le favelas sono nate come necessità di trovare un alloggio per tutte quelle persone che dalle campagne si trasferivano in città. Oggi, in queste baraccopoli abusive prosperano violenza e malesseri diffusi e la piaga della povertà e della disoccupazione non si riesce ad arginare. Gli abitanti delle favelas, letteralmente, non esistono: molti di loro non hanno un documento d’identità e neanche un indirizzo. In questi luoghi manca la legge dello Stato e l’unica legge ammissibile è quella dei narcotrafficanti che si contendono il controllo della zona e cercano di imporre le proprie regole alla popolazione. Dall’altra parte c’è la polizia che per far rispettare l’ordine non risparmia pestaggi e arresti sommari. Neanche i bambini purtroppo sono esentati da tutto questo. Le favelas sono una conseguenza della distribuzione ineguale della ricchezza del Paese e della mancanza di politiche a sostegno della popolazione più povera.
Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nelle favelas si consumano oltre i 160 omicidi al giorno. Aria di cambiamento ha cominciato a spirare nel 2019, quando è divenuto governatore di Rio de Janeiro, Wilson Witzel che ha fin da subito pensato a qualche soluzione per controllare ed eventualmente eliminare la criminalità delle favelas.
Nel 2050, secondo le recenti stime, circa il 70% della popolazione mondiale vivrà in città. Gli insediamenti urbani, però, oggi hanno un pesante impatto ambientale: dovranno invece diventare luoghi in armonia con la natura, in grado di garantire una vita sana e benessere a tutti. Le città dovranno diventare inclusive, in grado di assicurare a tutti alloggi sicuri. Particolare attenzione è rivolta ai quartieri poveri come quelli delle favelas. La conferenza su Ambiente e Sviluppo (UNCED), tenutasi a Rio de Janeiro tra il 3 ed il 14 giugno 1992, rappresenta una tappa fondamentale per la promozione di modelli di sviluppo sostenibile a livello mondiale. L'obiettivo principale dei 183 paesi che vi hanno partecipato era quello di instaurare una nuova cooperazione tra gli Stati.
La Dichiarazione di Rio ha posto attenzione sul legame tra protezione ambientale e sviluppo, sulla necessità di eliminare la povertà e di cercare di soddisfare le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, sull'urgenza di trovare alternative ai modelli di produzione e consumo non sostenibili, di promuovere un sistema economico internazionale che sia di supporto allo sviluppo sostenibile.
Tuttavia la Conferenza Rio si è rivelata fallimentare sotto molti aspetti: le favelas ne sono la concreta dimostrazione.
di Alice De Sanctis
Quante volte abbiamo sentito dire che la presenza di stranieri è la principale causa di malessere in un determinato Paese. La convivenza tra popoli risulta così difficile perché la nostra società si basa su pregiudizi e stereotipi. Spesso le problematiche vengono scaricate sugli immigrati e drammatizzate proprio a causa dell’idea stereotipata che le persone hanno sugli stranieri. Tali pregiudizi sfociano nel razzismo. La migrazione è un fenomeno naturale. Circa centomila anni fa il primo essere umano ha lasciato l’Africa iniziando a colonizzare tutto il mondo. Da quel momento la storia dell’umanità è una storia di continue migrazioni.
I principali paesi d’origine dei migranti sono Marocco, Siria, Iran, Pakistan, Iraq, Bangladesh ed Egitto, ma molti vengono anche dall’Africa. La maggior parte dei migranti vive negli Stati Uniti (42,8%) seguiti da Russia (12,3%) e Germania (10,8%). I paesi del Golfo ospitano la maggior percentuale di migranti, circa il 35% della loro popolazione. Le circostanze che spingono le persone ad emigrare sono soprattutto povertà, guerra e spesso disastri ambientali. Ma i migranti viaggiano anche in cerca di nuove opportunità economiche e per ottenere libertà politica. Secondo l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) il numero dei rifugiati nel mondo supera i venti milioni. Se si contano anche i richiedenti asilo e gli sfollati interni, si ammonta ad un totale di settanta milioni di persone costrette a fuggire.
Sono oltre quindici milioni le persone che tra il 1988 e il 2010 hanno perso la vita nel Mediterraneo.
Le migrazioni hanno sempre avuto un grosso impatto sullo sviluppo umano, nonostante ciò sono viste come un problema. Non vengono mai considerati gli aspetti positivi che apportano. Quando un immigrato riesce ad integrarsi ed è accettato dai residenti, arricchisce il paese che l’ha accolto. Infatti gli immigrati contribuiscono allo sviluppo economico nei paesi di origine, incrementano la popolazione, salvaguardano il sistema pensionistico, contribuiscono allo sviluppo culturale nei paesi di destinazione. Ormai il lavoro degli stranieri è una risorsa indispensabile, soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’assistenza domestica per molti paesi, tra cui l’Italia. Come disse Albert Einstein “È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.