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Nel corso degli anni ho attivato numerosi progetti volti all'inclusione e al ben-Essere dell'alunno.
Di seguito ne riporto alcuni.
Progetto Accoglienza
“Ci sono anch’io”
Descrizione del progetto
Il progetto è nato dalla volontà di avanzare una proposta educativa che tenga conto delle esigenze degli alunni nella scuola media. E’ rivolto, in particolare, agli alunni delle prime classi in entrata, per facilitare il loro inserimento in un ambiente nuovo che potrebbe essere fonte di preoccupazione e di ansia, ponendo molta attenzione all’ascolto attivo e alla facilitazione di rapporti interpersonali veri e profondi, per costituire il gruppo-classe.
Il confronto dei propri vissuti con quelli degli altri attraverso l’utilizzo di tutti i canali comunicativi sia verbali che non verbali, dovrebbe migliorare la stima reciproca e intessere quelle relazioni durature capaci di influenzare la motivazione e l’apprendimento. L’intervento prevede la presenza dell’insegnante di lettere per tutte le ore in compresenza con la funzione strumentale di servizio agli studenti.
Il laboratorio, sempre tenendo ben visibile il progetto educativo-didattico, vuole essere uno spunto per incoraggiare gli alunni a mettersi in gioco, a collaborare con gli insegnanti in un’autoconoscenza che va svelando il proprio mistero anche allo stesso analizzatore e può far emergere anche delle doti inaspettate. Il laboratorio può avere un forte potenziale educativo di condivisione e può concorrere alla formazione integrale della persona.
“Corpo e mente…ringraziano!”, è lo slogan che caratterizza il progetto
Finalità
Avviare dinamiche relazionali positive nella scoperta delle proprie e altrui potenzialità
Obiettivi
· Collaborare con i compagni
· Capire le emozioni
· Ascoltare gli altri attivamente
· Esprimere i sentimenti
· Controllarsi
· Sentirsi più accettato
· Essere più sicuro
· Avere un opinione migliore
· Sperimentare sensazioni nuove
Struttura del progetto
L’intervento è articolato in 5 incontri di quattro ore l’uno all’inizio dell’anno (nella prima settimana di scuola) e si effettua in orario curricolare. Nella prima settimana gli alunni lavoreranno quindi solo con due insegnanti (questo per favorire anche il graduale passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie).
Ogni giornata sarà dedicata ad un tema particolare e ad ogni tema corrisponderà un segno che verrà consegnato ad ogni alunno e sarà il testimone prezioso di quanto si è sperimentato quel giorno richiamando alla memoria ciò che si va scoprendo. Alcune attività specifiche avranno il compito di sperimentare il tema proposto. Gli animatori si preoccuperanno sempre di far intervenire tutti gli alunni stimolandoli in maniera dolce ma decisa, per sottolineare che l’apporto di tutti è fondamentale. Si alterneranno momenti di riflessione individuale a momenti di condivisione, momenti in cui si privilegia la comunicazione verbale e altri in cui si lascia spazio a tutti gli altri linguaggi.
Si deve porre sempre l’attenzione sulla finalità di quanto si va sperimentando coinvolgendo attivamente gli alunni. Molto importante è l’ambientazione (la scenografia, che andrà preparata con cura e in anticipo).
Predisporre musiche adatte, o immagini sullo schermo, o poesie da leggere può aiutare a creare quel clima di complicità, di mistero e di magia.
TEMA FUOCO, ACQUA, ARIA, TERRA, INCHIOSTRO, CIOTOLA/PIANTINA,
SEGNO PERLA/FUOCO, BICCHIERE/FIUME,LENZUOLO, LIBRO
ATTIVITA’CIRCLE-TIME/MIMO, DIAPOMONTAGGIO, ESPRESSIONE CORPOREA, BRAINSTORMING
DIARIO DI BORDO
Anche l’attenzione al clima è fondamentale: un clima di serietà, di impegno, ma anche di gioco costruttivo…di sperimentazione di un qualcosa di importante per sé e per gli altri. Alla fine di ogni incontro sarà stilato un diario di bordo individuale (libro prezioso da lasciare ai posteri che ognuno costruirà secondo la propria creatività, una sorta di scatola nera).
I temi proposti richiamano gli elementi fondamentali della Vita ai quali si aggiunge l’inchiostro, (o per meglio dire la tastiera o la pen drive) elemento fondamentale della vita scolastica. Ci sarà un continuo richiamo agli elementi naturali paragonati alle metafore nella vita scolastica:
Attorno a un fuoco, ricostruito in interno con una luce intermittente, veli colorati, ciocchi e quant’altro l’immaginazione e la creatività possono ispirare, ci si riunisce in cerchio e si comincia la narrazione della propria vita: episodi che si vogliono condividere, fatti significativi, ricordi…ognuno ha una propria perla da narrare e da consegnare all’altro in segno di fiducia.
Ricostruito l’ambiente dell’acqua con un fiume di stoffa, si consegna un bicchiere con dell’acqua ad ogni alunno e si invitano i ragazzi a riflettere sul senso dell’acqua in natura e di quale acqua ha bisogno la nostra mente per essere viva, poi, dopo la discussione, si invita ognuno a versare la propria acqua nel fiume perché non ristagni e perda la vita e mescolandosi con l’acqua degli altri aumenti di volume (si metterà un catino nascosta che accoglierà l’acqua). Nel diapomontaggio si aiuteranno i ragazzi a ricercare le metafore cognitive di acqua viva.
Sotto un lenzuolo con una musica di sottofondo si inviteranno i ragazzi a muoversi liberamente per sperimentare l’aria che ci circonda, il nostro respiro respira con gli altri…per sperimentare la collaborazione, l’aiuto, il supporto dell'altro.
Si consegna una ciotola con della terra per ogni alunno, poi ognuno deve deporla in vaso grande dove sarà collocata una piantina vera che verrà annaffiata con l’acqua conservata nel catino dell’esperienza
del fiume. Si potrà improvvisare una danza dell’aria per simulare la vita nascente.
L’ultimo giorno con il tema dell’inchiostro si pone l’accento sul diario di bordo, sul libro della vita e della conoscenza che può essere scritto e riscritto purché lo si voglia e purché lo si faccia insieme.
Tutto ciò che è suggerito mediante i simboli colpisce ed infiamma il cuore molto più vivamente di quanto potrebbe fare la verità stessa, se ci fosse presentata senza i misteriosi rivestimenti delle immagini…La nostra sensibilità è tarda ad infiammarsi finché resta legata alle realtà puramente concrete, ma se viene orientata verso simboli tratti dal mondo corporeo e di là trasportata sul piano di realtà spirituali significate da tali simboli, essa acquista vivacità, già dal solo fatto di questo passaggio, e si infiamma maggiormente come una torcia in movimento. (Agostino, Ep. 55, 11, 21)
Strumenti di verifica
· Osservazione diretta nelle varie fasi di lavoro
· Riflessioni scritte degli alunni sull’esperienza
· Confronto con i compagni, dibattito
· Questionari
· Griglie di rilevazione predisposte
· Diario di bordo
La Diversità come risorsa
Oggi sono con voi in una veste diversa dal solito: sono qui con voi in qualità di pedagogista, proprio per riflettere insieme sulla DIVERSITÀ.
Voi non siete i cittadini del domani ma voi siete chiamati ad essere cittadini nell’OGGI.
Cosa significa essere cittadini? Che cosa c’entra il nostro ruolo nel mondo con l’essere qui a scuola oggi?
(Riflessione su come è importante nella quotidianità (e già fin dall’adolescenza), tessere quei comportamenti di rispetto, apertura, comprensione, abnegazione con il prossimo -cioè le persone più vicine a noi- con la speranza/certezza che le cose possano cambiare anche grazie al MIO intervento personale, che, se ha il potere di contagiare gli altri, diventa una forza dirompente in grado di cambiare il mondo. Maturare vuol dire prendersi delle responsabilità non solo per se stessi ma anche per chi mi sta intorno -il mio comportamento influenza il comportamento dell’altro-
Accento su
SPERANZA (ASPIRAZIONE AD ALTI IDEALI)
IMPEGNO PERSONALE
NON CONFORMISMO
Vi ho portato questi occhiali (occhiali di cartoncino senza lenti con occhi finti disegnati)per riflettere insieme: indossandoli non si vede nulla, allora che occhiali sono?
Vogliamo porci nella situazione di cambiare ottica: indossiamo altri occhiali, proviamo ad azzerare tutto ciò che fino ad ora abbiamo sperimentato, saputo, capito… e proviamo ad osservare da un punto di vista differente.
Si potrebbe pensare ad una vera PEDAGOGIA DELLA DIFFERENZA che si esprime non certo in prediche e indottrinamenti, né con tecniche di persuasione più o meno sofisticate, ma anzitutto sperimentando quotidianamente la realtà come una "comunità di diversi", che non emargina chi non è "uguale" o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.
Mettersi nei panni dell’altro, guardare con i suoi occhi, sperimentare la convivialità della differenza (che vuol dire gioia, condivisione, con ciò che non ci appartiene, non ci è familiare), lasciarsi attraversare dai cosiddetti: SPIAZZAMENTI E CONTROSPIAZZAMENTI.
Mi viene in mente Robin Williams nel film L’attimo fuggente: nei panni del professore, sale sulla cattedra per guardare le cose da angolazioni diverse e invita tutti gli alunni a farlo, salendo sui banchi.
Non vi dico di salire sui banchi, ma in piedi sulle sedie sì. (Si invitano gli alunni a salire sulle sedie e ad osservare il mondo dall’alto, da un’altra angolazione).
Per fare questo abbiamo compiuto un’azione volontaria di spostamento, ora proviamo, uscendo dalla metafora, a decentrarci (a spostare l’attenzione da noi stessi), per capire meglio l’altro, gli altri.
“Il suo problema, potrebbe essere anche il mio problema e capendo l’altro, comprendo meglio me stesso; aiuto l’altro, aiutandomi”.
Sento però ancora muri, resistenze a voler gettare un ponte sul “diverso”.
Vorrei condividere con voi questo pensiero del sociologo Enrico Cheli, egli scrive:
La distanza che mi separa dall’altro, la sua differenza ed unicità è un percorso percorribile solo da quel sentimento che non si ritrae davanti alla vertigine che l’abisso dell’altro significa, anzi fa da ponte invisibile, un ponte che non viola la “sacralità” della differenza. Farsi prossimo di qualcuno significa allora accettare questo scarto non sempre affascinante, spesso scomodo, altre irritante, ma sempre provocante.
Facciamo oggi lo sforzo di COSTRUIRE QUESTO PONTE, di provare ad accogliere il diverso.
Di fronte alla diversità c’è sempre ambivalenza: timore e attrazione, fuga e curiosità, sgomento e seduzione.
Innanzi tutto essere diversi, significa “scostarsi da, allontanarsi da” quindi un’azione di separazione rispetto a “qualcosa‟. L’attenzione a questo punto si sposta su quel “qualcosa‟ dal quale ci scostiamo e ci allontaniamo. Il punto di riferimento siamo noi, i nostri valori le nostre credenze.
(Un nero in una comunità di bianchi è il diverso. Se si trova un bianco in una comunità di neri avviene l’opposto)
Se qualcuno avesse una gamba di meno (o una diversità evidente), non andremmo a dirgli: “Non zoppicare”, oppure: “Sei una lumaca perché non cammini più veloce”, ma sicuramente saremmo più comprensivi e forse lo aiuteremmo a camminare offrendogli il nostro braccio. Per le diversità meno evidenti il problema si fa più complicato perché a volte la nostra pazienza viene meno di fronte ad atteggiamenti provocatori, fastidiosi, petulanti, imbarazzanti…
Analizziamo insieme quali possono essere le cause che provocano questi comportamenti che tanto ci disturbano:
· Problema di relazione: non riesce ad instaurare un rapporto amicale sereno perché si percepisce diverso.
· Mancanza di autostima: non riesce a concentrarsi, si stanca facilmente, non comprende a fondo concetti astratti, quindi non riuscendo in ambito scolastico si percepisce incompetente in ogni ambito
· Ruolo di vittima provocatoria* (Gatto di Cenerentola): cerca di attirare l’attenzione pur di avere un ruolo
*Le cosiddette vittime provocatorie hanno comportamenti irritanti, crescendo possono consolidarsi nel ruolo di vittima in quanto si rendono conto di poter trarne dei vantaggi: mettendo in atto sottili strategie possono far sentire in colpa, ottenere attenzione o stimolare pietà. Si tratta di false vittime che riescono a farsi compatire e a ottenere simpatia quando in realtà la reazione aggressiva dell’altro non è che il risultato delle loro manovre.
Cosa possiamo fare per scardinare questa situazione che si va sempre più cristallizzando e che rinforza la percezione che non ci sia più nulla da fare, che ormai “tutte le carte sono state giocate”?
Come posso sperimentare nell’OGGI il mio essere cittadino nel mondo, nel mio mondo?
Cassetta del “pronto soccorso”:
(mostrare agli alunni uno scrigno contenente gli oggetti elencati e per ognuno dare una spiegazione con grande solennità)
Pinze: Usare gentilezza e comprensione. Ciò non vuol dire subire o permettere all’altro di compiere azioni negative nei nostri confronti, ma opporre un no deciso ad esse e con tono pacato spiegare le ragioni del nostro dissenso che condanna l’azione e non la persona, mettendo in risalto le nostre emozioni. Non rispondere all’aggressione con altra aggressione (verbale o fisica).
Permesso: «Chiedere permesso significa saper entrare con cortesia nella vita degli altri. Non è facile, a volte si usano maniere pesanti, come gli scarponi da montagna. L’amicizia vera non si impone con durezza e aggressività».
Grazie: la gratitudine è un sentimento importante. «Nella vita è importante tenere viva la coscienza che l’altra persona è importante. Dirsi grazie a vicenda rafforza l’unione».
Scusa: «Nella vita facciamo tanti errori e siamo portati ad accusare gli altri e a giustificare noi stessi: questo istinto è all’origine di tanti disastri. Impariamo a riconoscere i nostri errori e a chiedere scusa.
Ago e filo: Cercare si ricucire gli “strappi di relazione”
· offrendo il proprio aiuto in momenti di difficoltà scolastica
· coinvolgendo in momenti di gioco
· facendo una telefonata o mandando un sms
· cercando un interesse comune da condividere
Post-it : per lasciare un promemoria a se stessi o agli altri, per non dimenticare l’impegno che mi sono preso a costruire un PONTE affinché tutti possano essere “cittadini” migliori a partire da me.
Il nostro slogan potrebbe essere: Ricomincio da ME!
Affrontare la morte
Approccio centrato sugli aspetti costruttivi
Si chiarisce ai bambini che si lavorerà per metafore.
(Breve spiegazione su cos’è una metafora)
Attività :“La favola”
Classe: prima scuola secondaria di 1° grado
Materie: Italiano, religione, arte, scienze motorie, musica
Tecniche didattiche:
· circle-time
· brainstorming
· risonanza
· drammatizzazione
· espressione corporea
· ricerca digitale
· small-learning
Strumenti:
· scrigno prezioso contenente i seguenti simboli che verranno estratti dallo scrigno con grande solennità uno alla volta in base al momento in cui si presenta il tema da affrontare:
o una tartaruga nel guscio e poi con le zampette e la testa fuori dal guscio, (riferimento alla fiaba che si leggerà)
o un sasso (assenza di vita)
o una chiave di violino ritagliata su cartoncino gommato (per concentrarsi sulla “sinfonia dei ricordi”, con quale “chiave” aprire?)
o post-it (per “fissare” la risonanza delle frasi evocative del video di Benigni)
o immagine di un fiore che spunta sull’asfalto durante una tempesta (anche nelle avversità può nascere qualcosa di bello. Come scriveva il beato Vladimir Ghika: “Le ferite devono diventare feritoie attraverso le quali passa la Luce”).
· materiale per disegnare
· fotocopia della favola: “La tartarughina che non voleva uscire dal guscio”
· LIM con connessione ad internet per la visione dei seguenti filmati e immagini
Temi correlati:
· la “sinfonia dei ricordi” che ci fa superare i momenti tristi
· dal “deserto dell’anima” può nascere un fiore
· voler “rimanere nel guscio” quando si prova un grande dolore
· chiedere o dare aiuto per “uscire dal guscio”
· la Vita e la morte
Spazi:
· aula, palestra o altro luogo ampio per potersi muovere
Durata: 6 ore totali
Scaletta degli incontri:
1° Incontro due ore:
· Lettura espressiva della favola da parte dell’insegnante: “La tartarughina che non voleva uscire dal guscio” (riportata in allegato)
· Visione filmato “Pioggia sul mare 3D – AUDIRE”: https://youtu.be/8tczxE_aE9s
· (Fuori dalla metafora: le preoccupazioni, la morte, i dolori, le malattie, le avversità della vita)
· Discussione in circle- time: “la mia sinfonia di ricordi”, “la mia tempesta”
· Presentazione dell’immagine del fiore e brainstorming
· Visione filmato di Benigni “Inno alla Vita” : https://youtu.be/amq9_jwFNFs
· Risonanza, distribuzione di post-it per “fissare” le emozioni
· Abbraccio finale con l’invito per ognuno ad “uscire dal guscio”
2° incontro due ore
· Feedback in circle-time dell’incontro precedente mettendo al centro del cerchio i fogli della favola, la tartaruga con le zampette e la testa fuori dal guscio, la chiave di violino, l’immagine del fiore nato sull’asfalto.
· Uso della drammatizzazione per rielaborare la favola inserendo dialoghi improvvisati dal gruppo classe, tenendo conto di quanto emerso nel circle-time.
Ogni bambino sceglie autonomamente quale ruolo vuole interpretare, come muoversi, cosa dire e come agire. Se ci sono più “tartarughine” o più Leoni criniera d’oro, si ripete la drammatizzazione più volte anche utilizzando soluzioni di differenti finali.
(un”mantello” e una “corona” indicheranno rispettivamente il guscio della tartaruga e il leone)
· Discussione in circle-time su quanto sperimentato nella drammatizzazione.
· Proporre di esprimere in forma scritta o con immagini quanto emerso. Raccogliere gli elaborati.
· Per casa: cercare poesie, lettere, brani, canzoni, musiche su quanto hanno prodotto (se digitale portarlo su una penna USB).
3° incontro due ore
· Feedback in circle-time dell’incontro precedente mettendo al centro gli elaborati dei bambini ed ascoltando quanto hanno trovato (di digitale o cartaceo) sull’argomento.
· Produzione a coppie (small-learning) di poesie o canzoni utilizzando anche il materiale trovato.
· Esposizione al gruppo.
Messaggio:
Non vogliamo essere dei sassi, ma degli esseri viventi che “hanno ancora tante cose da fare nel bosco” come abbiamo ascoltato nella fiaba. Vogliamo che dal nostro dolore filtri una luce nuova, per vedere le cose con occhi splendenti, vogliamo che il nostro fiore spunti tra le rocce.
Invitare i bambini a trarre una conclusione da quanto sperimentato negli incontri.
Alla fine si invitano tutti i bambini e gli insegnanti ad abbracciarsi gli uni con gli altri.
Allegato
La tartarughina che non voleva più uscire dal guscio
Quando nel bosco delle Sette Querce arrivava la pioggia, tutti gli animali si rifugiavano nelle loro tane ad aspettare che finisse, guardando l’acqua che scendeva dal cielo, si posava sulle foglie e poi scivolava sul terreno per dar da bere alle radici delle piante. Quando poi la pioggia cessava, tutto il bosco faceva festa e usciva ad ammirare il lucido delle foglie e dei sassi che brillavano al sole.
Fu così che un giorno, dopo una pioggia, alcuni cuccioli del bosco se ne andavano a spasso in mezzo ai cespugli e facevano a gara per trovare il sasso più bello e brillante. Ma mentre discutevano per decidere quale fosse il più splendente ecco che si sentì una voce dietro a un cespuglio che diceva: «II mio è il più bello di tutti, ha tante piccole macchie sopra».
Gli altri cuccioli si avvicinarono e videro questa piccola pietra che sporgeva dalla terra, ma si resero subito conto che era un po’ strana. Provarono a toccarla col muso ed ecco che la pietra fece un piccolo balzo, piccolissimo, poi tornò ferma come prima. Riprovarono con le zampette e anche stavolta ci fu. un balzo quasi impercettibile, poi di nuovo il silenzio come prima. Allora, incuriositi, i cucciali andarono a chiamare Papà scoiattolo che abitava da quelle parti e lo portarono sul posto.
«Siete proprio dei cuccioli che devono ancora vedere tante cose» disse Papà scoiattolo con l’aria un po’ divertita. «Questa non è una pietra, è una piccola tartaruga, ma è proprio molto, molto piccola. Chissà dov’è la sua mamma, provate a cercarla!». E i cuccioli si sparpagliarono per il bosco, ma della mamma tartaruga non trovarono nessuna traccia. Era proprio sparita, non c’era più, era come se la piccola tartaruga fosse comparsa da sola, dal nulla e per quante ricerche potessero fare anche gli adulti, di mamma tartaruga non si trovò traccia.
«Ma perché di questa tartarughina non si vedono né la testa, né le zampe?» chiese un piccolo.
«Forse l’avete spaventata e si è nascosta bene nel suo guscio, ma aspettate un po’ e vedrete che uscirà.»
E invece, aspetta e aspetta, dal guscio non uscì proprio niente e i cuccioli erano sempre più incuriositi.
Fu così che fecero un carrettino di foglie e di frasche, ci misero sopra la tartaruga che era piccolissima e lo tirarono fino allo spiazzo delle Sette Querce. Quando finalmente questo strano corteo arrivò, si avvicinarono tutti incuriositi, ma la tartaruga non accennava a mettere fuori la testa dal guscio; ormai aveva deciso di fare il sasso e sasso continuava a essere.
«Vieni a vedere che cosa abbiamo trovato, Leone Criniera d’Oro» dissero i cuccioli, e il vecchio leone si avvicinò a vedere. «Perché non esce dal suo guscio?» insistettero i piccoli.
«Vediamo un po’» riflette pensieroso il leone. «Che cosa potrebbe fare la tartarughina se mettesse la testa fuori dal guscio?»
«Potrebbe fare tantissime cose» ribatterono i cuccioli sempre più stupiti. «Potrebbe camminare, andare in giro per il bosco, cercarsi da mangiare, dei compagni con cui giocare e tante altre cose ancora».
«Eh, già, è proprio così. Allora forse questa tartarughina in questo momento non ha voglia né di camminare, né di andare in giro per il bosco, né di cercarsi da mangiare o di giocare».
«Ma se un cucciolo non mangia, muore» disse spaventato un piccolo ghiro a cui la madre doveva sempre raccontare le storie per farlo mangiare.
«Ma allora la tartarughina morrà?» chiese con gli occhi sgranati un passero che si dondolava su un ramo.
«Non lo sappiamo» rispose il leone. «Forse la tartarughina vuole solo fare come se non fosse viva.»
«Ma perché?» chiesero tre o quattro vocine tutte insieme.
«Questo lo dobbiamo scoprire noi» rispose il leone. «A te, per esempio, anatroccolo Geronimo, quand’è che non piacerebbe essere vivo?»
«Mah…» ribatté l’anatroccolo colto alla sprovvista «non so, perché a me spiacerebbe non fare più tutte le cose che so fare, però, forse, la cosa che mi spiacerebbe di più sarebbe che morissero la mia mamma o il mio papa e allora forse per un po’ mi passerebbe la voglia di giocare».
«Io invece avrei proprio bisogno di giocare tutto il giorno, continuamente, per non pensarci» disse una piccola puzzola grattandosi la testa.
«A me passerebbe la voglia di giocare se nessuno mi volesse più bene» continuò un riccio appallottolandosi tutto per difendersi con le sue spine.
«E a me se avessi sempre qualcuno che mi comandasse di fare questo o quello, continuamente, come se io fossi un orsetto di peluche e non uno vero» disse con un sospiro un piccolo orso che ogni tanto era un po’ in crisi.
«A me passerebbe la voglia di giocare se fossi solo al mondo» sospirò un pettirosso che si dondolava su un giunco.
«Ma allora forse è per questo che la tartarughina non vuole più mettere la testa fuori dal guscio!» sbottò un cerbiatto tutto soddisfatto di aver forse capito il perché «Vuol dire che si sente proprio sola al mondo!»
«Un momento» intervenne Lupetto «ma la tartarughina ha perduto davvero la sua mamma, se nessuno di noi è riuscito a trovarla. Forse è per questo che non vuole più né camminare, né giocare».
«Anche questo è molto probabile» intervenne Criniera d’Oro «che cosa può essere successo alla mamma della tartarughina?»
«Non lo sappiamo; forse è partita.» «O forse è stata catturata.» «O forse è morta», sospirò Orsetto, in mezzo a tutte le altre voci.
«Dev’essere sicuramente morta, oppure è stata catturata, perché altrimenti una mamma non abbandona il proprio cucciolo» ribatté un altro. «Però noi vogliamo che Tartarughina viva e allora potremmo fare un bel girotondo intorno a lei e metterci a cantare tutti insieme per svegliarla».
«Oppure potremmo portarla in una delle nostre tane per farla sentire al sicuro.» «Però potremmo anche farle una tana tutta per sé, così si sentirebbe più sicura che nella tana di un altro.» «Sì, però dovremmo fargliela vicino a una delle nostre tane, altrimenti si sentirebbe ancora sola.» «Oppure potremmo far finta che la sua mamma sia ancora viva e che debba tornare da un momento all’altro» insistette un altro cucciolo a cui non piaceva proprio l’idea che una persona non tornasse più.
«Tutte queste cose si potrebbero fare tranquillamente» ribatté Leone Criniera d’Oro. «Il problema è ora di scegliere quelle che possono aiutare di più Tartarughina a mettere la testa fuori dal guscio e a tornare a camminare, a giocare e a mangiare. Cominciamo dall’ultima proposta: se le dicessimo che la sua mamma non è morta, ma che tornerà da un momento all’altro, voi pensate che questo la aiuterà ?»
«Certamente!» ribatté convinto il piccolo daino che aveva fatto la proposta, sorpresissimo del fatto che a qualcuno potesse venire in mente un pensiero diverso dal suo.
«Ma che cosa succederà quando Tartarughina passerà un giorno dopo l’altro ad aspettare una mamma che non tornerà più?» chiese Orsetto che, quando era più piccolo, aveva aspettato ancora per tanto tempo il suo nonno dopo che era morto.
«Secondo me» ribatté una formica che aveva ascoltato attentamente «sarà ancora più infelice di prima perché penserà che gli altri le hanno detto una bugia e che quindi non ci si può proprio più fidare di nessuno e così si sentirà ancora più disperata e sola al mondo.»
«È vero» soggiunse un merlo saltellando sull’erba fresca. «Secondo me la soluzione non è quella di dire a Tartarughina che la sua mamma non è morta, ma dirle esattamente come stanno le cose.»
«Ma tu pensi che non si dispererà se glielo diciamo?» insistette il piccolo daino che non riusciva a darsi pace su questo punto.
«Certo che si dispererà» intervenne Criniera d’Oro «ma è giusto che un cucciolo pianga e si disperi se resta solo perché la sua mamma non c’è più. Quello che non è giusto è che non voglia più vivere, perché un cucciolo ha tutta una vita davanti a sé per diventare grande e per trasmettere ad altri cucciali la vita che la sua mamma ha trasmesso a lui.»
Adesso le cose erano un po’ più chiare di prima. L’idea di fare come la piccola tartaruga che si era ritirata nel suo guscio per non fare più tutte le cose che a loro piacevano tanto, ai cucciali del bosco proprio non andava. Che senso aveva essere vivi se uno non poteva né camminare, né giocare, né mangiare, perché qualcosa nella sua testa gli impediva di aver voglia di farlo? Fu così che i cuccioli decisero che non si sarebbero dati pace finché la tartarughina non avesse messo fuori dal guscio la testa e le zampe.
Il parere che prevalse fu quello di tenerla alla Scuola dello Spiazzo, che era il posto giusto per imparare a uscire dal proprio guscio.
E così, per un’altra settimana, la tartarughina rimase lì, giorno e notte. Di giorno sentiva tanto chiasso e molta allegria intorno a lei, poi le arrivavano da lontano le voci degli anziani che raccontavano le storie del Bosco dei Sette Querce nei tempi passati e, anche se faceva finta di non sentirle, quelle parole a poco a poco si fermavano nella sua testa. Quando poi tramontava il sole e calava la notte, la tartarughina si accorse che veniva tutta ricoperta con un bel tetto di frasche che la proteggeva e che ogni sera c’erano un adulto e un cucciolo che si fermavano a dormire vicino a lei, in una tana provvisoria, per farle compagnia. E dopo che questo avvenne per una settimana intera, ecco che un bel giorno si rese conto che le sue zampette avevano voglia di uscire e che la sua testa aveva nostalgia dell’aria fresca del bosco.
Fu il piccolo daino che per primo si accorse che le zampette di Tartarughina si muovevano, e corse subito a chiamare tutti gli altri. Quando i cuccioli arrivarono, lei era lì con le zampe e la testa che le spuntavano timidamente dal guscio, pronte a tornare dentro. Invece i cuccioli erano così felici che le fecero tantissime feste, perché questa era anche una loro vittoria e la piccola tartarughina scoprì di essere di nuovo contenta come da molto tempo non le succedeva più.
Quella sera la lezione alla Scuola dello Spiazzo fu dedicata a Tartarughina che aveva deciso di tornare a camminare e a giocare. Cuccioli e anziani si diedero da fare e le prepararono una bella tana proprio vicino alla Scuola dello Spiazzo, non lontano da quella di Criniera d’Oro, cosicché lei sapeva di avere un amico vicino per i momenti in cui si fosse sentita sola o piena di paura.
E così a poco a poco anche il nuovo piccolo entrò a far parte della Scuola e quando furono passati tre inverni, tre primavere, tre estati e tre autunni, anche per Tartarughina si celebrò la festa d’addio allo Spiazzo perché ormai era diventata grande e aveva tanti amici e tante cose da fare e da costruire nel bosco.
[1] Come il batacchio della campana, che oscillando e battendo contro il metallo produce una vibrazione e tale suono perdura fino a che il batacchio oscilla dalla parte opposta, così le nostre emozioni devono, attraverso le parole, far vibrare nel cuore e nella mente dell’Altro qualcosa che lo stimoli a rispondere, creando un’armonia unica di “rintocchi emotivi”.
Comprensione del testo metacognitivo - La flessibilità nella comprensione
“ C’è una relazione intima tra narrazione e rapporto con la realtà, un continuo e implacabile corpo a corpo con se stessi; qualcosa in cui impegnare tutta la propria personalità…Necessità urgente, battagliera e indifesa insieme, di narrare, per dare a ciò che si vive un senso, quello della storia narrata, nella speranza che illumini la storia personale.”[1]
“E’ decisivo nell’approccio al testo che esso sia vissuto. Non c’è esperienza senza vita. Perché un testo venga vissuto è necessario che stimoli, susciti affetti, emozioni, repulsioni. La parola, specie quella poetica, è veicolo di emozioni: occorre che il docente renda possibile la comunicazione tra il testo e il lettore, guidando la percezione emotiva, l’empatia autore-lettore.”[2]
Destinatari: alunni di classe seconda di una scuola secondaria di 1° grado ad indirizzo musicale
Modalità esecutive
La lettura del testo sarà effettuata più volte con energiser differenti a seconda dello scopo che ci si vuole prefiggere per permettere agli alunni di cogliere il concetto di flessibilità nella comprensione di un testo.
Le nuove informazioni acquisite si integreranno con quelle preesistenti in maniera personale e dinamica.
Il ragazzo si dovrà interrogare sul contenuto e sullo scopo della lettura, creando delle aspettative e delle ipotesi che verificherà o rovescerà in una continua creazione personale e di gruppo.
L’alunno si interrogherà sui personaggi, i loro nomi, i ruoli all’interno della narrazione.
L’aspetto stimolante, interattivo e variegato (con l’utilizzo dei cinque canali comunicativi) partendo da competenze generali verificate (è una classe ad indirizzo musicale in cui ognuno suona un strumento), porterà gli alunni ad impegnarsi senza temere il fallimento. L’errore sarà considerato invece, parte normale e prevedibile del processo di apprendimento e fonte di ispirazione per percorsi successivi.
Il confronto con gli altri arricchirà le proprie competenze e conoscenze. La riflessione su ciò che si è vissuto, in itinere e alla fine del percorso, aiuterà a rinsaldare il legame con il testo scritto stimolando il piacere nella lettura. Il questionario finale di gruppo permetterà un feedback su quanto appreso senza ansia da prestazione e permetterà all’insegnante di ricavare informazioni utili per definire l’expertise del gruppo classe in modo da progettare nuovi percorsi metacognitivi nella lettura.
Si faranno riflettere gli alunni sul fatto che il modo in cui si è analizzato il testo è per creare l’impalcatura di un modello partendo da ciò che si era immaginato di costruire per poi arricchire di dettagli e particolari sempre più minuziosi e personali in modo da avere un prodotto finito da utilizzare e riutilizzare accorpando e scomponendo i vari “pezzi” in modo originale e creativo.
Nell’esempio riportato la flessibilità è stata intesa come gradualità nella comprensione. Ma ci potrebbe essere una flessibilità metacognitiva diversa a seconda degli scopi che il lettore vuole raggiungere. L’ordine dell’approccio (visivamente schematizzato con il “brogliaccio sovrapposto” dove di volta in volta vengono appuntate le frasi significative di “scoperta” del gruppo, scritte in modo che possano leggersi dalla prima all’ultima stratificazione), può essere cambiato a piacimento. (vedi foto allegate)
Primo incontro
Esplicitare agli alunni che si lavorerà sulla flessibilità nella gradualità di comprensione di un testo (mostrare il brogliaccio sovrapposto[3], in modo da avere un segno visibile di ciò che si vuole costruire con gli alunni come se fosse un taccuino degli appunti visibile a tutti)
o Pre-testo (Stimolare le conoscenze preesistenti, la curiosità, la capacità di anticipazione)
Introdurre gli alunni al testo che si andrà ad esaminare leggendo solo il titolo: “La chitarra magica”.
Brainstorming sulle aspettative riassumendo alla lavagna in modo schematico “Le aspettative del gruppo”, riportandole poi sul lucido N°1.
o Silent-book (Inizio della decodifica. Anche chi avesse difficoltà di comprensione scritto/orale potrebbe intrecciare la propria storia con quella del brano) Lucido N°2
Visione di un diatape (precedentemente preparato) che “racconti” la storia attraverso le immagini (ancora il testo non è stato letto) con una musica di chitarra in sottofondo. Gli alunni per ogni diapositiva devono raccontare il loro: “C’era una volta…”(raccogliere le frasi di ognuno registrandole o trascrivendole in modo da formare successivamente un racconto di gruppo)
o Lettura espressiva (comprensione globale del testo) Lucido N°3
L’insegnate legge con la musica di sottofondo utilizzata per il diatape (la musica serve ad agganciare il vissuto personale di ogni alunno con quello del testo). Nella discussione di gruppo si porrà l’accento sui nomi dei personaggi, sulle loro caratteristiche psicofisiche, sul colpo di scena che spiazza attraverso la lapidaria frase: “difetto di fabbricazione”.
Per casa: disegnare le scene per creare un silent-book di classe sulla base del racconto scaturito dalle esperienze di ognuno.
Secondo incontro
Lettura del “racconto di gruppo” scaturito dall’esercizio del silent book con musica di sottofondo e mostra dei disegni effettuati dagli alunni. Stimolare le riflessioni personali per raccordare con l’incontro precedente.
o Musica Maestro! (conoscenza dei vari autori citati nel testo) Lucido N°4
Si suddividono gli alunni per gruppi e si invitano a cercare in rete brani musicali degli autori citati. Durante la rilettura del testo da parte dell’insegnante, al momento che si nominano gli autori far partire la musica relativa al testo citato.
o Ascoltiamoci (interiorizzazione del testo) Lucido N° 5
Gli alunni rileggono il testo inserendo la voce narrante, i vari personaggi e i suoni di chitarra al momento opportuno.
o Drammatizzazione (sperimentazione del testo con i cinque sensi) Lucido N°6
Il teso non viene letto ma interpretato liberamente dai vari personaggi che si propongono con dialoghi spontanei, mimo delle azioni, improvvisazioni musicali. Il finale potrebbe anche essere diverso dal testo: “Quale difetto di fabbrica inventiamo? Quale conclusione? “.
Si potrebbe chiudere il secondo incontro (visto che è una classe ad indirizzo musicale) con una musica d’insieme sul pezzo: “Satisfaction” per rovesciare il finale come nel caso del testo: “La chitarra magica” e quindi poter gridare: “Noi ci siamo riusciti ad avere soddisfazione nella lettura!”.
Tempi
4 ore curriculari compresenza di lettere, scienze motorie, insegnate di strumento suddivisi in lezioni di due ore più l’esercitazione a casa di costruzione del silent book e 1 ora per la restituzione finale dei risultati del questionario.
Luoghi
Aula grande
Strumenti
LIM, tablet individuali, strumenti musicali, fogli lucidi, pennarelli indelebili
Obiettivi generali (più di apprendimento che di prestazione) estrarre significati metacognitivi dal testo:
· incremento dell’intelligenza attraverso
o padronanza di determinate competenze e conoscenze
o impegno
o motivazione all’apprendimento intrinseca, orientata al piacere di accrescere le proprie competenze e conoscenze
· decodifica
· comprensione
· riflessione sul testo
· riflessione sulla propria esperienza personale
Obiettivi specifici:
Area della metacognizione:
· Flessibilità nella gradualità (adattare il processo di lettura alle richieste differenti del compito in base agli scopi che ci si è prefissati ricercando una complessità crescente).
Autovalutazione in itinere durante i vari momenti ascoltandosi ed ascoltando gli altri, riflettendo e commentando su quanto si va costruendo insieme.
Questionario https://www.survio.com/survey/d/Y2C6X6F9T1S8R5M6A come feedback personale, di gruppo e per l’insegnante.
[1] Spadaro A., “Applicare i sensi “Bombacarta” e l’immaginazione spirituale”, 2001 Rivista “La Civiltà Cattolica”
[2] Spadaro A., “A che cosa serve la letteratura? “, 2002 Rivista “La Civiltà Cattolica”, p. 21
[3] Vedi foto allegate
L'Etichetta
Occorrente:
· Due confezioni dei succo d’arancia una piena e l’altra vuota incartata con carta da regalo
· Bicchieri
· Post-it
· Ciotola di vetro
· Accendino
L’etichetta, per quanto riguarda gli oggetti, le cose, gli alimenti, non è negativa, anzi ci aiuta ad orientarci, a capire, a conoscere meglio ciò di cui ci stiamo occupando.
Quando si va a fare la spesa è fondamentale leggere l’etichetta per vedere i componenti del prodotto, per vedere se ci sono eccedenze di coloranti, conservanti o prodotti ai quali possiamo essere allergici…
L’etichetta (degli alimenti) è formata da una parte descrittiva (obbligatoria per legge) e da una parte figurativa (l’immagine, la forma e la grandezza del contenitore, la confezione…).
Mostrare una confezione di succo d’arancia (quella vuota incartata nella carta da regalo)
Vi ho portato questa confezione di un prodotto alimentare che io uso normalmente, l’ho incartato per nascondere quello che c’è sotto…ma proviamo ad indovinare. Chi usa normalmente questo prodotto, come me, potrà riconoscerlo facilmente, altri potranno essere fuorviati dalla forma, dalla grandezza…
Sottolineare come è importante non fermarsi alla prima impressione.
Scartare l’involucro e mostrare la foto impressa: ci sono arance:
Il succo è una spremuta al 100%? Come facciamo a saperlo? Basta l’immagine?
L’immagine può essere ingannevole.
Leggo l’etichetta e lì trovo le percentuali di ogni elemento che compone quel succo di arancia.
Ci basta per conoscere quel succo d’arancia? No, devo assaggiarlo, gustarlo, per vedere se mi piace veramente, se è veramente il succo che io stavo cercando per il mio palato.
A questo punto faccio assaggiare ad ognuno il succo d’arancia di una confezione piena che ho portato.
Che c’entra questo discorso con il percorso che noi stiamo facendo?
A nessuno piace essere “etichettato”, cioè avere un marchio indelebile che mette in risalto i difetti, o, peggio, ne inventa dei presunti per screditare la persona e farla sentire inferiore.
Spesso si danno delle etichette molto brutte al compagno: offese, turpiloqui, bestemmie, nomignoli…senza pensare che questo può creare forti disagi nell’altro che non si sente considerato nel suo essere Persona unica e irripetibile, ma si sente “oggetto” di scherno e di derisione.
Come posso “assaggiare”, “gustare” i compagni, per conoscerli meglio, per non affibbiar loro etichette che potrebbero creare una cristallizzazione dei ruoli e offendere la sua dignità?
Proposte concrete di impegno
Ora distribuiamo dei post-it
Ognuno scrive sopra il post-it l’etichetta con la quale non vuole più essere nominato, la mette sul cuore (se vuole la comunica ad alta voce agli altri, se non vuole la copre con la mano), poi la straccia e la mette nella ciotola, dopo sarà bruciata insieme alle etichette di tutti.
Con questo gesto simbolico, ognuno prende il proprio impegno a non offendere l’altro ma a cercare in lui ciò che di meraviglioso ha.
Role-play con inversione di ruoli
Vorrei raccontare un’esperienza laboratoriale eseguita in una classe di prima media in presenza di G., un ragazzo con Disturbo Oppositivo Provocatorio e F. un ragazzo portatore di handicap.
Nel mese di maggio si è effettuato, con la classe di G., il role-play con inversione di ruoli.
Erano presenti l’insegnante di lettere, l’insegnante di sostegno, l’assistente educativo comunale e la pedagogista.
Gli alunni e gli operatori si sono disposti in cerchio all’interno del quale è avvenuta la “rappresentazione”.
Si è specificato che alcuni avrebbero agito attivamente, mentre altri avrebbero osservato le azioni che si andavano svolgendo concentrandosi sul linguaggio verbale, para verbale e gestuale.
La pedagogista ha avviato il gioco con un segnale convenuto e concluso allo stesso modo. Al termine ognuno doveva tornare al proprio posto e sedersi in cerchio, uscendo dal ruolo rappresentato.
L’area di rappresentazione era circoscritta all’interno del cerchio (spazio sacro).
La situazione da rappresentare è stata suggerita dai ragazzi: una lezione di religione all’interno di una giornata scolastica, nella quale uno o più alunni creavano molta confusione e l’insegnante non riusciva a spiegare; il collaboratore scolastico entrava per consegnare una circolare da dettare e questo creava ancora più agitazione.
Alcuni avevano il ruolo di cercare di calmare i compagni, altri li aizzavano ad assumere un comportamento sempre più agitato. Altri alunni interpretavano il ruolo di insegnanti di altre materie che venivano in soccorso dell’insegnate di religione ed infine veniva chiamato il dirigente scolastico come ultima risorsa. (Situazione quasi reale accaduta qualche giorno prima).
G. ha interpretato l’insegnante di religione
L’insegnante di sostegno ha interpretato G.
L’assistente educativo comunale ha interpretato l’alunno che cercava di calmare chi faceva confusione
Altri alunni hanno interpretato: il dirigente, il collaboratore scolastico, l’insegnante di lettere, l’insegnante di matematica, l’insegnante di inglese.
Nel Cooling off (ovvero la fase dell'uscita dai ruoli assunti per il “ritorno” nel gruppo) si sono poste domande per verificare sensazioni e percezioni rilevate nell'interpretazione dei vari personaggi, quali le difficoltà e le emozioni provate.
Si è convenuto che tutti i ruoli sono stati interpretati in modo quasi rispondente alla realtà:
L’ Insegnante di lettere parlava con calma e in modo dolce
L’ Insegnante di inglese urlava la stessa frase in modo isterico
L’ Insegnante di matematica era impotente e infastidito
L’ Insegnante di religione in preda ad una rabbia quasi fisica
Il Dirigente autorevole ma per niente incisivo
Il Collaboratore scolastico provava compassione per gli insegnanti ma non interveniva con gli alunni
Il 1° Bambino agitato si è sentito sempre più autorizzato a comportamenti eccessivi, come se la sua agitazione avesse un crescendo perché non veniva bloccato
Il 2° Bambino agitato ha “rubato la scena” al 1° inventando un repertorio ancora più complesso e articolato (urla, sedie rovesciate, vocalizzi, fischi, atteggiamenti provocatori…)
Il 3° Bambino si ispirava al 2° e lo emulava
Il Bambino che doveva calmare gli alunni più agitati si è sentito isolato e in pericolo.
Gli osservatori sono intervenuti commentando che le espressioni verbali, para verbali e gestuali erano state adeguate alla situazione e rispondenti al ruolo interpretato.
G. nel ruolo dell’insegnante di religione, ha affermato durante la rappresentazione: “Qui non funziona niente, almeno il Preside potreste ascoltarlo!”.
Nel cooling-off ha affermato di essersi sentito molto arrabbiato, impotente e scoraggiato.
Le emozioni emerse sono state soprattutto (anche da parte degli osservatori): rabbia, impotenza, solitudine, frustrazione, umiliazione, tristezza, fastidio, enfasi, inadeguatezza, disturbo, complicità, per quanto riguarda l’aspetto negativo. Per quanto concerne l’aspetto positivo: gioia, libertà, enfasi, complicità (affermate soprattutto dal 2° bambino confusionario che ha però ammesso di provare anche solitudine e senso di colpa) .
Come possiamo notare l’enfasi e la complicità sono state citate sia come emozioni positive che negative.
Nel debriefing i ragazzi hanno capito perfettamente che si voleva far sperimentare loro cosa provano gli insegnanti quando non riescono a calmare la classe, cosa provano gli alunni agitati se non riescono ad essere calmati, cosa provano gli alunni tranquilli quando devono assistere impotenti al “repertorio” di confusione di alcuni.
Mettersi nei panni dell’Altro aiuta a capire e a capirsi, aiuta a modificare dei comportamenti che potrebbero cristallizzarsi sia da parte degli insegnanti che degli alunni, aiuta a stare meglio e a creare un clima positivo.
Si è chiesto poi agli alunni come avrebbero voluto che un insegnante si fosse comportato con loro nel caso che la loro condotta non fosse stata adeguata e conforme alle regole scolastiche.
Si è invitato il 2° bambino a mettere in scena di nuovo il ruolo dell’alunno agitato, confusionario e provocatorio e questa volta G. doveva interpretare il professore che tentava di calmarlo.
G. è entrato talmente nella parte, che il ragazzo che interpretava il bambino agitato è rimasto spiazzato dal suo agire e dalle sue parole, e ha smesso di urlare e agitarsi spontaneamente (non era stato concordato).
G. ha usato un tono di voce sommesso, in contrapposizione alle urla, si è avvicinato e guardando l’altro negli occhi e accarezzandolo sulla testa e poi sul braccio, ha usato espressioni molto dolci continuando a sorridere e ad incoraggiarlo. Ha mostrato di avere fiducia in una reazione positiva. Ha evidenziato fermezza e dolcezza insieme senza scoraggiamento o paura.
Anche F. ha eseguito il role-play suggerito interpretando l’insegnante di inglese non più isterico come aveva fatto nel gioco precedente, ma molto dolce e deciso.
Alla conclusione del laboratorio si sono invitati i ragazzi a trovare un’emozione condivisa che avrebbero voluto coltivare nella classe per migliorare il clima relazionale.
È emersa la SERENITA’ nella quale hanno scorto anche gioia, libertà e condivisione.
L’insegnante di lettere ha proposto quindi, in modo simbolico, di portare in classe una piantina, da annaffiare e coltivare ogni giorno per ricordarci di questo impegno preso da parte degli insegnanti e degli alunni di costruire un clima di serenità.
G. ha proposto dare un nome alla piantina: “SERENA”.
“Mi ascolto…ti ascolto”
Viaggio alla scoperta della natura e delle nostre “voci di dentro”
Che cos’è un diapomontaggio
Un diapomontaggio è una sequenza di diapositive disposte in un ordine prestabilito per comunicare un messaggio di forte impatto emotivo con una musica di sottofondo e delle didascalie che accompagnano le immagini lette dal vivo o registrate in modo da formare un filmato riproducibile. Nel nostro lavoro le immagini sono state scelte successivamente alla scrittura creativa e sono state montate con il programma Movie Maker per dare movimento alle foto fisse.
Descrizione del progetto
Il progetto è nato dall’esigenza sperimentare le nostre emozioni e di condividerle con gli altri, partendo dall’osservazione dei fenomeni naturali per immergerci con tutto il nostro essere in sensazioni, sentimenti, stati d’animo, immaginazione e creatività, traducendo poi in immagini, suoni, rumori, parole e musica il nostro vissuto interiore.
Il linguaggio multimediale proposto non si presenta come un codice unitario e strutturato, ma come un insieme eterogeneo e flessibile di manifestazioni espressive:, un insieme di codici (forti e deboli), alcuni appartenenti anche ad altri mezzi espressivi (come la musica, la lingua non verbale nei dialoghi, i rumori, le scritte nelle didascalie), ai quali se ne possono aggiungere altri come le immagini fisse e in movimento (ciò che Metz chiama discorso di immagini), e le “voci fuori campo”, che servono a sottolineare particolari stati emotivi o a dare forza ad espressioni verbali. Insomma il diapomontaggio può essere un medium pluricodico che veicola testi di immagini composti da una complessa trama di relazioni tra codici specifici (la recitazione) e non specifici (tutti gli altri linguaggi artistici). Aspirazione, insomma, all’Opera d’arte totale, all’arte monumentale di Kandinsky in cui danza, poesia, musica, teatro, pittura si fondono e compenetrano in un’ “improvvisazione” che deve cogliere di sorpresa sia i “produttori” che i “fruitori” dell’opera d’arte stessa.
L’idea era quella di riflettere con gli alunni per cercare di scoprire insieme che il nostro essere Persona ci configura come entità in cui Spirito, Anima e Corpo si fondono e si modellano reciprocamente e che questa ricchezza di cui siamo portatori ci aiuta a vivere in maniera piena la Vita affrontando le piccole grandi sfide giornaliere con dignità e coraggio.
L’intervento, (oltre all’attività in aula di discussione e condivisione, di produzione scritta individuale e di gruppo, in palestra di espressione corporea e mimo), prevede la produzione di un diapomontaggio.
Il prodotto ipertestuale realizzato dagli alunni, non solo è motivante, ma consente allo studente di acquisire le conoscenze abitandole dall’interno: costruire mappe provvisorie, arricchirle di link, perfezionarle,… gli consente di toccare quasi con mano, il naturale processo di costruzione delle conoscenze.
Il laboratorio, sempre tenendo ben visibile il progetto didattico, vuole essere un gioco, una meravigliosa avventura che coinvolge l’essere in un tutto armonico.
Si ritiene che un laboratorio di “linguaggi” possa avere un forte potenziale educativo di condivisione e possa concorrere alla formazione integrale della persona proprio perché coinvolge tutto l’essere teso alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi orizzonti.
La multimedialità sperimentata sia come fruitori che come produttori, consente di esercitare l’apprendimento collaborativo, basato sul confronto, la condivisione e la rivalutazione delle esperienze reciproche in un arricchimento interpersonale positivo.
Attraverso la multimedialità si riscopre il ruolo delle emozioni nell’apprendimento, l’importanza di affiancare le immagini alla produzione verbale e si percepisce l’influenza delle rappresentazioni mentali visive sui processi cognitivi.
Alunni di prima media
Obiettivi
• Stimolare l’intelligenza emotiva
• Stimolare la gestione delle emozioni come risorsa e benessere (promozione dell’agio)
• Riconoscere e gestire le proprie emozioni
• Riconoscere le emozioni degli altri (empatia)
• Creare un clima di serenità e di reciproco rispetto
• Imparare a discutere insieme, ad esprimere le proprie opinioni ad alta voce, a riassumere ciò che è stato detto, ad ascoltare e a chiedere l’ascolto.
• Favorire la conoscenza reciproca, la comunicazione e la cooperazione tra tutti i membri del gruppo classe (alunno-alunno e alunno-insegnante)
• Aumentare la vicinanza emotiva e risolvere i conflitti, attraverso l’analisi dei problemi e trovando insieme le possibili soluzioni, evitando così la necessità di interventi autoritari da parte degli insegnanti.
Struttura del progetto
L’intervento è articolato in 8 incontri di un’ora (quattro ore a settimana), per un totale di due settimane a partire dal secondo quadrimestre e si effettua in orario curricolare in compresenza tra l’insegnante di lettere e l’insegnante di scienze motorie, suddividendo la classe in sottogruppi di 3 o 4 alunni per ogni gruppo.
Tecniche utilizzate
• Brainstorming
• Circle-time
• Espressione corporea
• Psicodramma con scambio dei ruoli
• Produzione diapomontaggio
Risultati
La classe è stata una prima per un totale di 26 alunni con la presenza di un’alunna non vedente. La totalità degli alunni si è dichiarata entusiasta del lavoro svolto e molti hanno prodotto materiale originale e creativo. Gli alunni sono stati coinvolti da un punto di vista emotivo ed esperienziale e si sono sentiti protagonisti del loro sapere. Essi stessi hanno dato voce alle loro emozioni, ai loro sentimenti, al loro bisogno di identità e di integrazione nel gruppo.
Gli alunni hanno imparato:
• A lavorare in équipe
• A sviluppare la capacità d’ascolto
• A riflettere sulle proprie emozioni
• A produrre diapomontaggi
• Ad utilizzare programmi di montaggio
• A scrivere in maniera poetica
• A recitare
Punti critici
Gli alunni hanno mostrato molto entusiasmo nella parte iniziale del progetto proprio per l’aspetto innovativo e coinvolgente, anche se ancora c’è da lavorare molto sulla puntualità delle consegne del materiale e sulla sintesi. Il lavoro in équipe è stato invece molto soddisfacente.
Il tempo a disposizione per la sperimentazione non era sufficiente e si sono utilizzate molte ore sia a casa che a scuola non previste.
Strumenti di verifica
• Osservazione diretta nelle varie fasi di lavoro
• Riflessioni scritte degli alunni sull’esperienza
• Confronto con i compagni, dibattito
• Questionari
• Diario di bordo
Testimonianze
Dopo l’esperienza del progetto “Mi ascolto,…ti ascolto”, gli alunni hanno espresso le proprie emozioni descrivendo nei dettagli le varie fasi del progetto.
L’occasione per l’avvio della realizzazione del progetto ci è stata offerta dalla caduta della neve a Roma mentre eravamo in classe. Noi ragazzi non l’avevamo mai vista nella nostra città! Abbiamo potuto riflettere quindi sulle emozioni provate e le abbiamo appuntate sui nostri quaderni. Poi abbiamo letto i nostri pensieri e li abbiamo trascritti in un pensiero di gruppo. Un altro giorno abbiamo ascoltato una registrazione che riproduceva i suoni della natura durante una giornata di pioggia e anche lì abbiamo scritto le nostre impressioni.
In teatro abbiamo riprodotto i suoni della natura accompagnando i versi onomatopeici da noi inventati con dei movimenti liberi nello spazio.
Abbiamo immaginato poi di essere sotto un cielo stellato (con delle lenzuola azzurre e le stelle disegnate): noi ci muovevamo sotto i teli e ascoltavamo il “silenzio interiore” riflettendo insieme in circle-time sulle nostre sensazioni. In classe ci siamo sbizzarriti nella produzione delle nostre “voci di dentro”.
Le proff. ci hanno chiesto poi di rispondere alla domanda: Se io fossi…. Molti hanno scelto l’aquila perché trasmette un senso di pace e di potenza.
Siamo quindi passati alla composizione poetica sul concetto di pace, poi abbiamo cercato delle immagini da abbinare alle nostre produzioni scritte ed abbiamo registrato le nostre voci mentre leggevamo le poesie.
Con il programma movie maker abbiamo fatto un’unica registrazione ed il risultato è stato una composizione (diapomontaggio) molto emozionante che abbiamo fatto vedere ai nostri genitori. Queste sono alcune delle nostre produzioni:
Se io fossi un pittore scriverei la mia vita su una bianca tela, la riempirei di morbide linee colorate che rispecchino la mia anima come un arcobaleno nel cielo senza inizio né fine.
Se io fossi l’acqua scioglierei e trascinerei via tutti i mali del mondo come fossero macchie d’inchiostro.
Se io fossi una volpe sarei nel bosco, correrei verso la cascata più nascosta e mi av-volgerei nell’acqua dorata.
Se io fossi un pesce esplorerei i profondi abissi del mare; nuoterei nell’acqua senza timore. Le navi con la mia coda sfiorerei e per lidi incantati nuoterei.
Se io fossi un’aquila volerei libera sopra le nubi, sfiorandole con le mie ali che si aprono lente nel cielo.
Se io fossi un uccello viaggerei nel mondo senza fermarmi in alto in cerca di nuvole dove riposarmi.
Se io fossi una farfalla volerei libera verso la stella più luminosa.
Se io fossi un’aquila spiccherei il volo e come un aereo taglierei il cielo lasciando la mia scia.
Se io fossi la luna abbraccerei la Terra per proteggerla dall’universo buio e per consolarla nella notte. Con lei giocherei a girotondo e illuminerei i sogni di tutti.
La pace è un cielo aperto, un mare limpido, è un prato fiorito dove i bambini giocano liberi come farfalle di mille colori.
È una magia multicolore fondata sull’amore. E i bambini di ogni etnia vogliono che sempre ci sia.
La pace è una giornata di sole passata con gli amici. È mettersi la sera sotto le coperte. È galleggiare sull’acqua cullati dalle onde del mare, questa è la pace, essere liberi è pace.
È armonia nel cuore, è libertà interiore, è una colomba che vola libera e sbatte serena le sue bianche ali.
Perché la pace è un sentimento libero, è un pensiero spensierato, è un bambino felice che dice: “Mi piace, mi piace”, questa è la pace!
È vivere in pace con se stessi, essere leggeri dentro, puri nell’anima e nella mente.
La pace è un mondo dove tutto è reale e niente è illusione. In pace si parla in silenzio, si comunica con le emozioni. Perché per me la pace è silenzio. La pace è libertà di spiccare il volo nel cielo limpido con la mente. È un sogno in una notte di luna piena quando si è avvolti da un sonno dove non si dorme. (Quest’ultima frase è stata scritta dall’alunna non vedente).
Un’alunna ha utilizzato le tecniche apprese nella scrittura creativa componendo il racconto che si riporta di seguito ed ha vinto un premio dedicato alla scrittura narrativa per ragazzi. È stato pubblicato in una raccolta intitolata “Scarpe Cotte”. Sicuramente in queste poche righe, lo spirito di osservazione, l’aspetto emotivo e la scrittura creativa sono emerse con forza considerando la giovane età dell’alunna.
La mimosa del mio giardino
Era una fresca giornata di marzo, il primo giorno di sole dopo un lungo periodo di pioggia. Mi alzai e andai a fare colazione, quando mi accorsi che la mia famiglia era già in piedi e pronta per iniziare una nuova giornata. Guardai la tavola: era arricchita con molte decorazioni floreali e al centro c’erano un mazzetto di fiori di campo e un ramoscello di mimosa. Chiesi a mia madre, stupita, dove avesse raccolto quel ramoscello e lei mi rispose :”Nell’albero di mimosa che è giù in cortile!” Albero di mimosa! Mi affacciai dalla finestra e oltre all’aria fresca, al cielo limpido e al prato fiorito, vidi un grandissimo albero di mimosa, giallo come il sole, che illuminò i miei occhi. La mia felicità era alle stelle. Non vedevo l’ora di scendere e arrivare in cortile per raccogliere anch’io un ramoscello di mimosa. Arrivata davanti all’albero, respirai una boccata d’aria e subito staccai un ramoscello. Lo osservai meglio: era di un colore oro giallo che faceva aumentare la mia felicità. Così lo portai in camera mia, lo misi in un vasetto e lo guardai per ore e ore. Era come se ogni volta che lo guardavo mi si illuminasse il cuore e, come se non bastasse, emanava un profumo dolce e delicato… era meraviglioso. Arrivati all’ora di pranzare dovevo apparecchiare la tavola e così al centro misi due ramoscelli di mimosa raccolti dall’albero, così che oltre a donare felicità a me potessero farlo anche con la mia famiglia. Il pomeriggio giocai nel bellissimo prato fiorito sotto il cortile, rotolandomi e sorridendo alla natura, ringraziandola di quella giornata magnifica piena di felicità e armonia che cercavo da molto tempo. (Sara).