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RISVEGLI
Per una pedagogia del desiderio
(Didattica efficace)
Abstract
La didattica efficace: il sogno di ogni insegnante! Ma deve rimanere un sogno, un’aspirazione, oppure ci potrebbe essere qualcosa in grado di attivare la didattica, di renderla efficace? Vedremo insieme quali potrebbero essere gli ingredienti magici utili a risvegliare alunni sonnolenti, annichiliti nel torpore del lungo iter scolastico. Analizzeremo insieme come proporre i nuovi argomenti in modo che possano essere recepiti, interiorizzati, trasformati, personalizzati in un arricchimento reciproco docente/discente, in quello che si definisce apprendere ad apprendere.
AWAKENINGS
Effective teaching
Effective teaching: the dream of every teacher! But should it remain a dream, an aspiration, or could there be something capable of activating teaching, directing it effectively? We will see together what might be the magic ingredients useful to watch sleepy pupils, annihilated in the torpor of the long school process. We will analyze together how to propose new topics so that they can be received, internalized, transformed, personalized in mutual enrichment teacher/learner, in what we call learning to learn.
Ogni insegnante, sicuramente, si sarà interrogato su come interessare i propri alunni, su come poter trasmettere l’amore per la disciplina che insegna, su come tener viva la partecipazione durante le lezioni, su come, insomma risvegliare la curiosità per la conoscenza. Ritengo che ogni educatore sia un coltivatore di mondi possibili, mondi che vengono scoperti insieme ai compagni di per-corso, ma che vengono poi esplorati da ognuno a seconda delle proprie caratteristiche individuali e familiari e del proprio vissuto.
Mi viene in mente la scena del film “Risvegli” nella quale il medico si accorge che uno dei suoi pazienti si risveglia dallo stato catatonico in cui versava da anni, grazie a medicinali sperimentali che gli ha somministrato.
Il medico gioisce insieme al suo paziente di questo risveglio e il suo volto raggiante esprime molto bene i suoi sentimenti: è come se il medico stesso provasse una vaga forma di spaesamento commosso che, nello stesso momento prova il suo paziente.
Questa scena del film sintetizza molto bene quello che dovrebbe vivere ogni docente accanto ai propri alunni nel percorso di scoperta del sapere.
Per far sì che questo percorso sia davvero motivante, sia per il docente che per il discente, e risvegli gli animi, la prima cosa da fare è interrogarsi su chi abbiamo di fronte, o per meglio dire, chi sono coloro che interagiscono con noi: qual è la loro età, il contesto in cui vivono, la familiarità o meno che hanno con l’argomento che si vuole proporre, il loro vissuto, le loro aspettative…insomma dobbiamo saperci mettere in ascolto, pronti ad accogliere.
L’interesse ha una funzione energetica per l’apprendimento: l’allievo che prova interesse per un argomento si pone obiettivi di padronanza…e di regola resiste meglio alle eventualità, quali la noia e la stanchezza, che possono influire negativamente sull’apprendimento…La stimolazione dell’interesse per un argomento comporta la focalizzazione dell’attenzione, un incremento dell’attività cognitiva e la ricerca di nuove informazioni sull’argomento…Nella motivazione dell’allievo si intrecciano elementi diversi:…la capacità di autoregolarsi (usare la volontà, saper chiedere aiuto, resistere alle distrazioni, ecc.), il grado di coinvolgimento nelle diverse attività, il modo di porsi di fronte agli obiettivi di apprendimento…Si parla di motivazione distribuita proprio per mettere in rilievo il fatto che la motivazione è nel contesto di apprendimento più che le singole persone…è a scuola che l’allievo impara a dare significato alle proprie esperienze di apprendimento, a mettersi in gioco nelle attività che richiedono impegno e abilità, a valutare realisticamente le proprie capacità, a ridimensionare obiettivi o strategie quando deve fare i conti con l’insuccesso, a spendere le risorse a disposizione –tempo, energie, interessi – in modo produttivo[2].
Ci deve sempre essere, da parte del docente, l’attenzione del vasaio nel modellare la creta. Per poter rendere duttile l’oggetto della creazione, il vasaio deve aggiungere acqua, deve sporcarsi le mani, deve imprimere il sigillo, si deve lasciar interpellare, stuzzicare dall’oggetto stesso in un’osmosi dinamica che si modelli e rimodelli continuamente senza lasciare lo spazio per l’essiccatura che renderebbe l’oggetto finito e pronto all’uso. In pedagogia non ci dovrebbe essere mai lo spazio per la stasi, per la completezza, per l’essiccazione… ma bisognerebbe proprio ricercare continuamente il modellamento e il rimodellamento, per affinare, plasmare ed essere riplasmati. Tutto questo deve essere il respiro di cui si deve nutrire l’educatore per poter trasmettere la vita, per respirare insieme ai propri alunni.
L’educatore quindi ha un ruolo fondamentale! Possiamo paragonarlo anche ad una pianta rampicante. La pianta madre, prima di lanciare i suoi rami alla ricerca di nuovi appoggi, si rafforza, ispessisce il suo tronco e, pur rimanendo duttile ed elastica, si avvolge su sé stessa e aumenta di dimensione cercando un appoggio stabile. Nel tempo cominciano a spuntare nuovi germogli laterali che sono molto sottili, quasi in balìa del vento e delle tempeste. Essi protendono i loro tentacoli alla ricerca spasmodica di un nuovo appiglio. A volte vagano nel nulla, ma sono loro che vanno in esplorazione, che si protendono allungandosi a dismisura sempre più fragili e sempre più sottili. La pianta madre li avvolge tutt’intorno per proteggere, sostenere, rafforzare, indirizzare…e quando ciò è avvenuto ecco spuntare un nuovo germoglio assetato di un altro appiglio e quella che era la pianta giovane si intreccia con la pianta madre per sostenere la sorella appena nata ed essere compartecipe del nuovo sito di destinazione che raggiungerà…e così senza fine crescendo a dismisura.
L’educatore è la pianta madre che vede i suoi allievi proiettarsi nel futuro inconsapevoli del dove e del come, carichi della loro incoscienza, seppur esili e fragili, ma pieni di energia vitale, di foglie verdi, di linfa e offre loro un supporto che diventa interscambio generativo di altre scoperte. C’è un dinamismo che non costringe ma sorregge, riceve, ma non si stanca di esplorare, sperimentare, proporre. È una sorta di patto nel quale l’uno ha bisogno dell’altro, l’uno non può esistere senza l’altro e questo mutuo soccorso più è scambievole e più si autoalimenta e genera nuova vita.
Quindi possiamo sostenere che uno degli ingredienti magici per una didattica efficace sia proprio la relazione con le persone con cui mi sto coinvolgendo nell’avventura educativa. La relazione parte dalla conoscenza, dall’approfondimento dei bisogni dell’altro, delle sue attese, delle sue curiosità che si intrecciano, inevitabilmente, con quelle dell’educatore.
Questa conoscenza avviene in vari modi. Sicuramente il tempo favorisce questa sinapsi. Ma sappiamo che il mero scorrere del tempo, senza l’intervento attivo di chi lo vive, non modifica i fatti: vivere accanto a delle persone per molti anni non ci concede di conoscerle a fondo. La conoscenza si attiva se voglio conoscere, interessarmi, sapere, se cerco, (e trovo) degli indizi che mi facciano aprire delle finestre sull’altro e all’altro, che mi facciano scoprire nuovi orizzonti…insomma torna di fondamentale importanza la relazione, educare con il cuore, o meglio educare cuore a cuore, ricordandoci che siamo tutti diversi gli uni dagli altri e che la ricchezza sta proprio nella diversità.
L’educazione interculturale diventa possibile attraverso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Non si può conseguire l’educazione interculturale se non vi è un’educazione del cuore per accogliere l’altro, il diverso, il distante, lo straniero. Bisogna intendere l’educazione interculturale come l’educazione di tutti alla diversità. Non riguarda la diversità di qualcuno, ma la diversità che c’è in tutti noi. L’educazione interculturale ci può aiutare a considerare la diversità come ricchezza, non come minaccia. Attraverso questo percorso ci è più facile considerare la classe come una comunità di volti, ognuno dei quali ha una storia da narrare, un progetto da vivere, un sogno da realizzare. L’essenza dell’etica si può sintetizzare come “presenza dell’altro dentro di noi”. Riconoscerlo come essere umano come noi, che ha gli stessi bisogni, diritti, che ama e soffre come noi, che ha bisogno di aiuto per crescere sereno, proprio come noi. Il senso di responsabilità verso il suo volto, riconosciuto analogo al nostro, sviluppa in noi il rispetto, l’accettazione, l’accoglienza e la responsabilità. Ci aiuta a considerarlo non come oggetto, mezzo o strumento, ma come persona[3].
Un altro ingrediente miracoloso, legato al precedente, è l’attivazione cognitiva. Essa va calibrata sugli alunni e adeguata in base alle loro esperienze pregresse: più conosco gli alunni e meglio posso cucire abiti didattici su misura per ognuno di loro.
Attivazione cognitiva. Con questo termine si intende il recupero e l’utilizzo da parte dello studente delle proprie risorse cognitive allo scopo di assegnare significato alle nuove informazioni che egli esperisce in un percorso di apprendimento. (Andre, 1997; Merrill, 2002)…Le risorse cognitive pregresse, anche quando presenti, devono essere “attivate” opportunamente per poter partecipare proficuamente al processo di costruzione di nuove risorse: in mancanza di attività di apprendimento in grado di attivarle queste saranno presenti ma inerti, ossia non entreranno in gioco nel processo…Come sottolineato, l’attivazione cognitiva è strettamente legata ad un’elaborazione profonda delle informazioni esperite da parte dello studente…In particolare si può dimostrare che prove di valutazione proposte prima di iniziare un percorso didattico possono essere preziosi strumenti di attivazione cognitiva, volti a portare gli allievi nella condizione migliore sia per far emergere e rimodellare conoscenze, abilità/capacità, atteggiamenti, credenze attuali sia per costruire la base cognitiva su cui fondarne ulteriori[4].
L’Attivazione cognitiva deve necessariamente agganciarsi alle conoscenze pregresse dell’alunno e deve considerare l’aspetto relazione, emotivo, cognitivo precedente e in corso di formazione. È importante quindi curare l’inizio di ogni incontro educativo cercando di stabilire un contatto con i nostri interlocutori offrendo una pietanza appetibile per gli occhi, per il cuore e per la mente, un qualcosa insomma che risvegli la voglia di sapere, che faccia venir fame di conoscenze, che scuota dal torpore.
Possiamo immaginare che l'attivazione iniziale è data da processi automatici operanti al di là di quelli semantici, l'attivazione del significato appropriato invece, avviene tramite procedimenti semantici. Come se vi fosse un'attivazione indifferenziata che attiva tutti i significati, ma in cui solo quelli che già sono preattivati dal contesto, dalle altre parole, rimangono attivi. Le attivazioni che non hanno senso decadono perché esse non vengono a formare un quadro d'unione che corrisponda ad un'esperienza, vissuta, immaginata, comunque reale in senso lato[5].
Una modalità per approfondire le preconoscenze dell’alunno su determinati argomenti è l’intervista clinica.
L’intervista clinica si riferisce quindi alla sua funzione di stimolare gli alunni a esprimere i propri pensieri su determinati concetti o argomenti, consentendo al docente intervistatore di tracciare il quadro di riferimento cognitivo dei soggetti esaminati…Appare evidente che gli apprendimenti meccanici hanno una validità formativa nettamente inferiore agli altri. Al riguardo esiste un’ampia documentazione scientifica che evidenzia l’inconsistenza degli apprendimenti non connessi al bagaglio cognitivo del discente, principio che non vale soltanto per gli alunni di scuola primaria o secondaria di primo grado, ma anche per gli studenti universitari e le persone adulte… In altre parole bisogna evitare che le conoscenze promosse sui banchi di scuola si giustappongano a quelle possedute dal soggetto creando di fatto una sorta di informazione parallela non fruibile sul piano cognitivo dall’ alunno[6].
Parola d’ordine: “Mettersi in gioco”! Non è pensabile proporre un risveglio nella didattica se non è il docente stesso che cerca di scoprire nuove sponde.
L’annunciatore deve essere uno che ha veduto, udito, contemplato, toccato con mano ciò che annuncia agli altri o almeno si sforza di farlo. Uno che prima di avere le parole sulle labbra, ce le ha nel cuore, che parla per esperienza…Paolo VI diceva: “Ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo”[7].
Il docente deve addrizzare le antenne per percepire il pur minimo sussulto degli alunni, deve essere pronto a mettersi nei panni dell’altro e a non rimanere passivo alle provocazioni. Per percepire i pur deboli segnali di risveglio, bisogna anche passare attraverso domande o atteggiamenti provocatori degli alunni. Ciò ci permette di entrare nel vivo dell’attivazione cognitiva, ci fornisce lo spunto per parlare, ascoltare, accogliere, accompagnare. Bisogna insomma utilizzare tutta la creatività di cui disponiamo per intessere questa rete fatta di fili sottili che servono a cucire la trama di relazioni significative con gli alunni.
Il mistero della creatività è un problema trascendentale che la psicologia non può risolvere: anche la personalità creativa è un enigma. Si può semmai tentare di descrivere questo enigma e riconoscere nella creatività la combinazione straordinaria di varie abilità, di una forte spinta motivazionale che coinvolge pensieri e sentimenti, di un ambiente di studio che incoraggia e valorizza, di occasioni che concorrono favorevolmente[8].
Nella didattica efficace è fondamentale utilizzare e far ruotare, tutti i canali comunicativi, in modo da permettere ad ognuno di poter rispondere in modo più conforme a ciò che prova e sente in maniera profonda e nello stesso tempo aiuta a riconoscere il proprio stile comunicativo. Colui che privilegia il canale visivo sarà più portato a rispondere a stimoli procurati da immagini, forme e colori, chi invece privilegia il canale uditivo risponderà meglio ai suoni e ai rumori, così come anche il gusto, l’olfatto e il tatto potranno essere attivati evocando situazioni che risveglino questi sensi. Insomma si deve ricercare l’Opera d’Arte Totale, cioè quel filo invisibile che lega tutte le arti in un unico grande capolavoro.
La comunicazione non verbale caratteristica della musica, delle immagini e dell’espressione corporea, è il terreno fertile nel quale nasce la comunicazione verbale. La parola è linguaggio, in quanto tale scaturisce nella e dalla comunicazione interpersonale. La parola è prima accolta, dal corpo vibrante in ascolto, poi prodotta, dallo stesso corpo vibrante della sua voce e delle sue emozioni. Il passaggio dalla parola detta a quella scritta e letta è un evento insito nell’uomo che si realizza con naturalità in un contesto di opportunità comunicativa attraverso anche gli altri linguaggi[9].
Per introdurre un argomento che voglio condividere con i miei alunni, posso scegliere di partire da un quadro, da una foto, da un filmato, posso raccontare una breve storia, leggere una poesia, ricordare un tramonto, far disegnare, modellare, scolpire, costruire…posso utilizzare delle presentazioni multimediali o siti web nei quali gli alunni interagiscono tramite devices (www.mentimeter.com, Kahoot!, www.edmodo.it).
La musica viene spesso usata come stimolo per raccontare delle storie, per inventare dal nulla. Si ascolta un brano musicale…e questo evoca dei ricordi, delle immagini, risveglia in noi stati d’animo, aiuta a far emergere quello che è già dentro: sensazioni, emozioni, cose viste o fatte. Dalla musica nasce il racconto, la figurazione del gesto di ciò che abbiamo immaginato, ricordato, sognato. È necessario però…giocarci sopra…attraversarla…per far musica si può utilizzare di tutto e allora perché non muoversi sul rumore di qualche oggetto o sui suoni che ci suggeriscono le parole di un testo[10]?
Gli organizzatori anticipati sono altri alleati nella didattica efficace e creano quella routine che dà sicurezza e prevedibilità. Sono anche un valido supporto per l’approfondimento successivo, aiutano nella schematizzazione e sono facilmente condivisibili.
L’organizzatore anticipato — detto comunemente anche organizzatore di contenuto o di concetti, mappa o rete — viene definito dalla letteratura come rappresentazione visiva della conoscenza, ossia un modo di strutturare l’informazione, o di organizzare gli aspetti importanti di un concetto o di un argomento in uno schema che utilizza le definizioni… Infine, gli organizzatori anticipati forniscono rappresentazioni concrete per strutturare idee astratte e aiutare gli studenti a vedere la gerarchia o la sequenza dei concetti. Gli organizzatori anticipati sono stati sviluppati sulla base della teoria di Ausubel dell’apprendimento verbale significativo, secondo cui, quando gli studenti incontrano materiale riguardo al quale hanno poche conoscenze pregresse, il loro apprendimento migliora se hanno un metodo strutturato e chiaro per organizzare le informazioni… per un uso realmente efficace di questo strumento, la ricerca e la pratica hanno individuato tre principi generali, che sono: 1. la coerenza 2. la continuità 3. la creatività[11].
Ritengo anche che l’uso di metafore, di segni e simboli possa essere un valido aiuto nella didattica efficace. La metafora consente quasi di entrare dalla porta laterale, in punta di piedi, senza far troppo rumore, in modo da permettere alle emozioni che viviamo, di adeguarsi alla situazione, di vestire pian piano i panni personali che inizialmente indossa il personaggio o la cosa della metafora. È uno schiudersi ad una nuova vita, come il guscio di un uovo che viene picchiettato dal nascituro dall’interno. Prima picchietta timidamente, poi con più insistenza per affacciarsi alla vita vera e godere in pieno di tutte le meraviglie che sono intorno e a disposizione in forma gratuita.
I segni e i simboli inoltre ci guidano, ci indirizzano, ci forniscono l’opportunità di osare e richiamano alla memoria eventi trascorsi, sui quali costruiamo nuove architetture.
La fantasia che impiega analogie e metafore, che produce paradossi e controsensi, che si compiace dell’allusivo e del vago non deve venir conculcata per principio. Anche perché essa costituisce una miniera preziosa di possibili stimoli a ristrutturare creativamente reti concettuali che si rivelino insufficienti come intelaiature interpretative della realtà[12].
Non mi resta che augurarvi: “Buona attivazione!”
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Per una panoramica sull’articolo vai al seguente link: https://spark.adobe.com/page/tJFEwbWjlHj8v/
Per contagiarti con le emozioni: ascolta la canzone di Fiorella Mannoia: In viaggio https://youtu.be/mYp0_up28zg (ciò che ogni insegnate augura ai propri alunni), e guarda uno stralcio del film Risvegli https://youtu.be/X756Z06om0c
[2] P. Romei, Guarire dal mal di scuola. Motivazione e costruzione di senso nella scuola dell’autonomia, pp. 85-86, 1999 Firenze, La Nuova Italia, Docente, Scrittore
[3] M. Polito, Educare il cuore, 2012 La Meridiana, p.82, Psicologo, Psicoterapeuta, Pedagogista
[4] R. Trinchero Articolo: Apprendimento esperienziale ed attivazione cognitiva: il CAE Guidato, “in Difficoltà di apprendimento” pp. 1,4, Erickson, 2000, Docente di Pedagogia Sperimentale Università di Torino
[5] P. Formentini, Laboratorio di poesia: Rapidamente le parole vanno lente, 2005 pietroformentini@fastwebnet.it, Reggio Emilia, consultato il 30 maggio 2020, Poeta
[6] P. Sacchelli, La conversazione clinica in classe per l’analisi delle conoscenze precedenti degli alunni, p.19, “in Difficoltà di apprendimento”, Erickson, 1998, Docente ricercatore nell’ambito delle difficoltà di apprendimento
[7] R. Cantalamessa, L’anima di ogni sacerdozio, 2010 Le Ancore, pp.66-67 Sacerdote, Scrittore
[8] A. Spadaro, A che cosa serve la letteratura, 2002 “in Rivista La Civiltà Cattolica”, p. 15, Giornalista, teologo, direttore della rivista
[9] G. Cremaschi Trovesi, M. Verdina, Dal suono al segno, 2000 Edizioni Junior S.r.l., p .112, Presidente dell’APMM (Associazione Pedagogia Musicale e Musicoterapia) e della F.I.M. (Federazione Italiana Musicoterapeuti), Illustratore
[10]P. Calvetti, N. Ramorino, Lo spazio fantastico. Mimo e danza come gioco, Emme Edizioni, pp.31-32, Scrittrice, ideatrice e fondatrice del Centro Teatro Attivo nel 1980.
[11]Brad W. Baxendell, Gli organizzatori anticipati: rappresentazioni visive delle idee chiave Norfolk Public Schools, Virginia Vol. 8, n. 4, aprile 2003, pp. 476-477, “in Difficoltà di apprendimento”, Erickson, 2003
[12] L. Calonghi, Valutare, 1983 De Agostini, pp.191-192, Studioso, scrittore
Bibliografia
Brad Baxendell W., Gli organizzatori anticipati: rappresentazioni visive delle idee chiave “in Difficoltà di apprendimento”, Erickson, 2003
Calonghi L., Valutare, De Agostini, 1983
Calvetti P., Ramorino N., Lo spazio fantastico. Mimo e danza come gioco, Emme Edizioni, 1980
Cantalamessa R., L’anima di ogni sacerdozio, Le Ancore, 2010
Cremaschi Trovesi G., Verdina M., Dal suono al segno, Edizioni Junior S.r.l, 2000
Polito M., Educare il cuore, La Meridiana, 2012
Romei P., Guarire dal mal di scuola. Motivazione e costruzione di senso nella scuola dell’autonomia, La Nuova Italia, Firenze ,1999
Sacchelli P., La conversazione clinica in classe per l’analisi delle conoscenze precedenti degli alunni, “in Difficoltà di apprendimento”, Trento, Erickson, 1998
Spadaro A., A che cosa serve la letteratura, “in Rivista La Civiltà Cattolica”, 2000
Trinchero R. Apprendimento esperienziale ed attivazione cognitiva: il CAE Guidato, “in Difficoltà di apprendimento” Erickson
Sitografia
Formentini P., Laboratorio di poesia: Rapidamente le parole vanno lente, 2005 pietroformentini@fastwebnet.it, Reggio Emilia, consultato il 30 maggio 2020
Sulle ali del COVID-19
di
Clara Sardella
Abstract
La pandemia ha sconvolto l’universo e ha gettato gli abitanti della Terra nella paura e nell’angoscia. Le famiglie si sono ritrovate a dover fare i conti con una nuova gestione della quotidianità, hanno dovuto ristrutturare la propria esistenza a partire dai rapporti interpersonali, si sono imbattute nella paura e nell’incertezza. La paura, che inizialmente è stata il punto di partenza per la paralisi e la stasi, potrebbe diventare il trampolino di lancio per nuove avventure, per nuovi orizzonti, per nuove conoscenze. L’invito allora è quello di usare le stesse armi del virus: il contagio, la resistenza, la mutazione per un cambiamento, cavalcando sulle ali di questo mostro sgraziato e digrignate che è il COVID-19, affinché si veda finalmente spuntare una nuova alba.
Parole chiave: Pandemia, contagio, resistenza, mutazione, paura
Abstract
The pandemic shook the universe and plunged the inhabitants of the Earth einto fear and anguish. The families found themselves having to deal with a new management of everyday life, they have had to restructure their existence starting from interpersonal relationships, they have come across fear and uncertainty. Fear, which was initially the starting point for paralysis and standstill, could become the springboard for new adventures, new horizons, for new experiences. The invitation then is to use the same weapons of the virus: contagion, resistance, mutation that allows for a change, riding on the wings of this disgraceful and snarling monster that is theCOVID-19, so that a new dawn will finally appear.
Keywords: Pandemic, contagion, resistance, mutation, fear.
La pandemia si è presentata come uno tsunami urlante capace di spazzare tutto e tutti in un piccolissimo istante. Le famiglie si sono ritrovate travolte da un vento impetuoso che ha rovesciato certezze, agi, infallibilità, privilegi, credenze e memorie e ha seminato morte e angoscia, instabilità e sconforto…una tempesta di malattia fisica ma anche emotiva, relazionale, psicologica, spirituale, un contagio di virus e di paure amplificati dai media e dalla consapevolezza che tutto ciò che si stava vivendo era tremendamente reale e aveva colpito tutto il mondo, tutte le famiglie, nessuno escluso.
Non era un sogno, uno stupido incubo dal quale potersi risvegliare al mattino affannati ma con la gioia di averlo lasciato alle spalle allo spuntare dell’alba. Quest’alba tardava ad arrivare ed allora si faceva strada prepotentemente la convinzione della cruda realtà: non era un sogno! Toccando i volti, si potevano ancora percepire sulla pelle i brandelli di vento di quel virus sconosciuto…negli occhi immagini di bare, corpi avvolti in lenzuola, respiratori, mascherine, letti di ospedale, anziani soli, bambini con lo sguardo smarrito, genitori incapaci di dare risposte, scuole chiuse, città deserte, abbracci negati, guanti monouso, odore acre di disinfettante, vaccini ipotizzati, decreti inventati di notte…
Una notte senza alba, una notte senza speranza! La normalità di una vita familiare stravolta da una clausura forzata, dove anche respirare sembrava un lusso. Impossibilità di andare al lavoro, di frequentare la scuola, di giocare, di divertirsi, di viaggiare, di uscire con gli amici, di visitare parenti.
La paura aveva messo i sigilli: nulla era più concesso, nulla era più da progettare, nulla era più ipotizzabile…la paura aveva messo i sigilli e il nulla avanzava!
Ma non si può imbrigliare l’immaginazione, lo spirito dell’uomo non può essere intrappolato nelle quattro mura, non si può mettere la museruola all’anelito di vita che scalpita e sommuove la ricerca di senso, di benessere, di appagamento.
Il vento continuava a soffiare, ma ora era un vento leggero, quasi una brezza che diceva: “Fermati e ascolta! Ascolta la voce della paura, guardala negli occhi! Dalla devastazione può nascere qualcosa di buono, dalla privazione si possono scoprire i veri valori della vita, dal desiderio si costruisce la speranza!”.
Fermarsi…sostare nella paura, o meglio interrogarsi: “So-stare (riesco a stare) nella paura?” perché dalla paura può scaturire l’apprendimento e dall’apprendimento la crescita e solo crescendo si rimane vivi e si riprende a camminare.
La paura paralizza e affonda il nostro essere soffocandolo nelle sabbie mobili dell’incertezza e dello sgomento, oppure…ci spinge a guardare oltre, a trovare nuove strategie, a scoprire nuovi talenti, a raggiungere altre sponde per inventare e coltivare altri mondi possibili, assetati di sapere.
La scoperta di poter progredire nell’apprendimento, di poter tracciare nuovi sentieri, di poter costruire nuovi rapporti, anche con chi hai affianco da sempre, arriva inattesa, timida, quasi sospettosa, ma ha una forza dirompente che è difficile da arginare…è inarrestabile…è contagiosa! Sì, contagiosa come lo stesso virus che ha causato il terrore, la paura, la morte. È una lotta stessa tra la paura del virus, la paura di ammalarsi, di contagiarsi e la paura di sconfiggere la paura, come se ci fosse una sorta di rassegnazione che va perpetrata per rispettare l’inesorabilità di un destino perverso che vuole il mondo soggiogato al nulla, vuole la disgregazione delle famiglie.
E allora perché non salire su questo mostro sgraziato digrignante e beffardo, cavalcare sulle ali del Covid-19 e utilizzare le sue stesse armi: il contagio, la resistenza, la mutazione?
Perché non credere nella forza del contagio di amore, di riconoscenza, di abnegazione, di ascolto, di accoglienza, di pazienza verso sé stessi e le persone che sono sul nostro percorso di vita, affinché i rapporti umani possano essere più veri e duraturi?
Perché non cercare la resistenza nel vivere una vita vera, basata sul presente, godendosi l’istante preciso senza la ricerca affannosa di un futuro migliore o nel ripianto riposto in un passato che non potrà più essere?
Perché non capire di esser capaci di mutazione, cambiamento nella crescita, nell’adattamento alle situazioni contingenti che ci fanno scoprire di essere diversi, vedette di nuovi orizzonti, combattenti agguerriti provvisti di nuove armi forgiate per l’occasione e pronte ad essere affilate per le nuove sfide?
NONANDRÀTUTTOBENE se il guerriero che è in noi non sguaina la spada e combatte per un mondo migliore.
NONANDRÀTUTTOBENE se non viviamo intensamente la vita assaporando ogni istante.
NONANDRÀTUTTOBENE se la paura ci blocca e non ci permette di crescere.
L’uomo non è pronto al nulla, non si rassegna al nulla! Lo spirito di sopravvivenza è più forte di ogni virus, è più forte di ogni contagio.
E allora usiamo lo stupore dei bambini, il loro cieco affidamento alla Vita, ma anche la determinazione del maratoneta nel raggiungere il traguardo nonostante le fatiche, gli imprevisti, gli ostacoli…usiamo la perseveranza del vasaio che modella e rimodella la creta finché il prodotto finale non risulta gradevole agli occhi e al tatto pronto per l’essiccatura finale.
L’essiccatura finale potrebbe non avvenire mai e dobbiamo essere disposti a sporcarci ancora le mani, ad aggiungere acqua e ad impastare e re-impastare la nostra creta all’infinito.
«Dobbiamo continuare a sperare, dobbiamo riuscire a intravedere nuovi deboli segnali di speranza che emergono, ancora disturbati e debolissimi...li possiamo già vedere in chi non sta aspettando immobile la speranza, ma le va incontro, come chi cammina verso oriente per anticipare l'aurora.» (L. Bruni, La ferita dell’altro: economia e relazioni umane)
Alziamoci dunque e incamminiamoci solerti verso oriente!
Riferimenti Bibliografici
Bruni L. (2007), La ferita dell’altro: economia e relazioni umane, Il Margine, Trento.
Ricomincio dal Noi
Abstract
In questo resoconto di esperienze e riflessioni, si vuole mettere in evidenza come il valore della coppia, per la costruzione della famiglia e della società sia fondamentale soprattutto in questo tempo di pandemia in cui sembra non esserci certezza, speranza e progettualità. La pandemia ha fortemente messo in crisi la società da un punto di vista economico, sociale e psicologico. La nostra proposta è quella di ricominciare dal Noi, dalla coppia, per costruire una famiglia che sia in grado di puntellare la società traballante con dei pilastri ben fondati. Il viaggio all’interno della coppia deve prevedere accoglienza, ascolto, rispetto, perdono e purificazione della memoria. È un modellamento continuo di scoperta e riscoperta dei propri doni, è un darsi continuamente all’Altro.
Parole chiave Pandemia; Accoglienza; Ascolto; Purificazione della memoria.
1. Introduzione
La pandemia ha azzerato le nostre certezze, la nostra routine, ci ha spiazzati e costretti a reinventare nuovi modi comunicativi con i non congiunti, nuovi scenari affettivi con i conviventi, nuovi modi di essere e di relazionarci con tutti. La paura, che inizialmente ci aveva imbrigliato in una paralisi congelata di immobilità fisica, psicologica e relazionale, ci ha dato la spinta ad osare, ad andare oltre, a superare gli ostacoli con determinazione e creatività.
“Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale”. (A. Baricco, Seta, 1996)
Vogliamo prenderci cura della nostra vita, vogliamo, come il giardiniere premuroso, coltivare e zappettare il nostro terreno in modo che possa ancora produrre frutto insieme alle persone che amiamo di più. Vogliamo fare un viaggio…il nostro viaggio!
“– Cioè, se ti sto dicendo che parto, parto... e poi me ne vaco, Rafe’, nun ce’a faccio cchiù! Cioè, chello che è stato è stato, basta! Ricomincio da tre! – Da zero! – Eh? – Da zero! Ricominci da zero! – Ricomincio da... cioè, tre cose me so’ riuscite dint’ a vita, pecché aggia perdere pure chelle, che aggia ricomincia’ da zero?! Da tre!” (Dialogo dal film: Ricomincio da tre, Troisi)
Interroghiamoci: “Trovo tre cose per cui sono fiero di aver vissuto e che non voglio assolutamente sprecare, buttare al vento? Riesco a ricominciare da tre?” Ognuno avrà la propria risposta.
La nostra proposta educativa è di ricominciare, dopo il lockdown, non da zero, ma dal Noi! Dove per Noi si intende soprattutto il rapporto di coppia e, qualora ci fossero figli, dal rapporto in famiglia, per poi intessere rapporti interpersonali duraturi e profondi con le persone che ci circondano e che vengono in contatto con noi quotidianamente: parenti, amici, colleghi di lavoro e di scuola, conoscenti…con l’Altro insomma, per ridisegnare confini fisici, tempi e spazi affettivi.
In questo scritto metteremo in luce soprattutto la coppia, tenendo bene in mente però che da essa scaturisce la famiglia. L’approfondimento del rapporto genitori-figli richiederebbe però uno spazio specifico, che non può essere preso in considerazione in queste pagine.
“Fragili e impauriti da ogni contatto, ci siamo dovuti chiudere in casa. L’effetto è tanto inatteso quanto dirompente: le relazioni si mostrano nella loro nuda verità. Gli spazi stretti e il tempo largo provocano inevitabili attriti e scontri, eppure solo quando diventiamo trasparenti riscopriamo la qualità delle nostre relazioni […] Possiamo imparare di nuovo a ‘maneggiare con cura’ la fragilità degli altri: il virus è letale anche per l’individualismo che quotidianamente ci avvelena”. (A. D’Avenia, Ultimo banco 16 marzo 2020, Fragile: maneggiare con cura, Corriere della Sera)
Partire da ciò che ci è mancato di più in questi mesi e fare tesoro degli insegnamenti che la vita ci impone: non si deve sprecare tempo in litigi futili, o in prevaricazioni o arrivismo, ma bisogna cercare di rendere i rapporti interpersonali unici e veritieri. Vogliamo partire dal Noi, dalla coppia, in modo che le nuove modalità relazionali all’interno della famiglia, possano espandersi nella società per sopperire, in qualche modo, al distanziamento sociale, agli abbracci negati, al contatto fisico annullato, ai sorrisi celati…vogliamo sperimentare un’altra vicinanza più di parole e di atteggiamenti, di sguardi profondi, di sincerità nella relazione…vogliamo provare la nostalgia dell’altro, soprattutto in un futuro che si presenta incerto e spaventoso. E allora perché non fare scorta, nella coppia e in famiglia, della vicinanza fisica, del corpo e mente che si donano, dei sorrisi e della premura per l’altro?
“La carestia di felicità, dovuta alla carenza di comunità e di incontri profondi con gli altri, è sempre più severa, e con essa sempre più profondi e radicali diventano la nostra nostalgia e il desiderio dell'Altro”. (L. Bruni, La ferita dell'Altro. Economia e relazioni Umane, 2020)
Riteniamo che costruire il rapporto di coppia sia fondamentale per la società tutta, in modo che i figli possano respirare una nuova aria, possano nutrirsi di un clima di serenità, possano schermarsi dagli attacchi esterni di virus di varia natura sia biologica che psicologica. Ai figli si trasmette il patrimonio genetico, ma sappiamo benissimo che insieme ad esso vengono veicolati tutti quegli aspetti ambientali, relazionali, psicologici ed emotivi che i genitori vivono. Ne sono una prova i figli adottivi e in affidamento, che spesso nel contatto quotidiano con le nuove figure parentali, assumono atteggiamenti, stili di vita, modi di parlare e di percepire la realtà, molto simili ai loro caregivers fino ad arrivare, in alcuni casi, alla somiglianza fisica con i nuovi genitori. È un appartenere così forte che crea unità, complicità, identificazione, riconoscimento.
Proviamo a sanificare l’ambiente familiare ricercando rapporti più profondi e sinceri in modo da diffondere il benessere anche al di fuori del nucleo familiare, proviamo ad investire sulla coppia per far sì che il seme dirompente possa germogliare.
Il virus dilagante ha obbligato, in molti casi, ad una convivenza forzata all’interno delle quattro mura e, al di là del lockdown, lo smart working o la cassa integrazione hanno aumentato e perpetrato questa vicinanza prolungata nel tempo all’interno delle famiglie. Vogliamo rivalutare la qualità del tempo dedicato all’altro e riscoprire e vivere i nostri valori e partire da questo dato di fatto per costruire il senso del Noi che possa essere rispettoso, paziente e accogliente nei confronti del Sé e dell’Altro. La convivenza così risulterà più responsabile e significativa.
Quindi il primo passo da fare…è fermarsi! Sembra un paradosso ma non lo è. Prima di ogni percorso bisogna chiarirsi le idee sulla destinazione da raggiungere, consultare la mappa, cercare la via più adatta alle proprie capacità, scegliere il compagno (i compagni) di percorso, attrezzarsi per affrontare il viaggio, selezionare cosa mettere nello zaino.
Il fermarsi prima di partire è un chiarirsi le idee, è riflettere, è scegliere, è ponderare…è un viaggiare con la mente e con il cuore prima ancora di incamminarsi per i sentieri della vita. Ci si deve incoraggiare a vicenda a guardarsi dentro, ad ascoltare la musica interiore, a gustare l'incontro, a fiutare la strada, a toccare il cuore ... a immergersi nel mondo naturale in tutti i sensi... con tutti i sensi.
Questa fase istruttoria, si potrebbe paragonare al lavoro del carpentiere che, prima di lastricare una via con pezzi di porfido, si siede, prende le misure, controlla la piantina, prepara il terreno, ipotizza, sceglie con cura i pezzi da assemblare cercando gli incastri opportuni con meno spreco di materiale possibile e, dove necessario scalpella, smussa, livella, rialza, in modo che, al termine del lavoro, la strada sia praticabile e raggiunga lo scopo di congiungere due punti lontani.
Ricominciare dal Noi è azzerare le distanze, è trovare nuove vie, è formare una cosa nuova, un essere nuovo che si chiama Noi. È fare cose ordinarie nella straordinaria follia di modellare e rimodellarsi.
“Non sono sicuro di averti dentro di me, né di essere dentro di te, e neppure di possederti. E in ogni caso, non è al possesso che aspiro. Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama Noi”. (Frase tratta dal film: I ponti di Madison County)
2. Accoglienza di Sé e dell’Altro
Come nella metafora del giardiniere, i partner devono arare il proprio terreno di coppia, concimarlo, seminarlo, annaffiarlo, proteggerlo dalle intemperie o dalla calura, sradicare le erbacce che inevitabilmente si andranno ad innestare, potare, raccogliere i frutti…e ricominciare il ciclo…Alcune volte i partner potranno specializzarsi in una di queste azioni, altre volte si alterneranno, altre ancora avranno la pazienza e l’umiltà di affidarsi all’altro, di farsi portare in braccio, quando le forze verranno a mancare.
Siamo disponibili a piantare il seme del Noi? A lavorare questa zolla? Guardiamo quindi l’Altro con occhi nuovi e avventuriamoci in questa terra di conquista.
Proust afferma: “Il vero viaggio della scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nel vedere con occhi nuovi”.
Educhiamo lo sguardo e lasciamo che la nostra mente e il nostro cuore sussultino nello stupore del viaggio stesso, nella meraviglia del nuovo incontro. Incontro con il nuovo Me e il nuovo Te. Incontro fatto di tenerezza e di attesa, di speranza e di sconvolgimento, di pazienza e di fremito.
Il primo indizio di questa meravigliosa caccia al tesoro potrebbe essere l’accoglienza:
· “accogliere significa rispettare la diversità dell’altro;
· quando una persona si sente rispettata capisce di valere;
· chi capisce di valere impara a volersi bene, e a voler bene agli altri” [2].
L’accoglienza quindi produce un duplice effetto: su di noi e sull’altro: mi specchio in quello che l’altro vede in me e specchiandomi mi ri-conosco e ti ri-conosco.
“Conoscere meglio noi stessi ci aiuta a scoprire gli altri mentre conoscere l’altro può significare conoscere una parte di sé sconosciuta (segreta) e ritrovare il ‘diverso’ che è in ognuno di noi” [3].
Accogliere significa prima di tutto prendersi cura di sé, fare spazio, lasciare un’apertura nella quale l’altro possa entrare. Significa liberare la propria mente e il proprio cuore da pregiudizi, stereotipie, atteggiamenti pietrificati che non lasciano spazio alla creatività e all’inatteso, significa lasciare insediare l’altro perché non si senta straniero. Sono disponibile a creare un vuoto perché l’altro lo possa abitare e insieme generare il Noi?
“Il prendersi cura di sé emerge nell’ascolto di sé e dell’altro, due dimensioni comunque inscindibili (non si può ascoltare se non ci si ascolta). L’altro, inteso come interlocutore attivo, entra nella nostra storia, ci chiede aggiustamenti, riorganizzazioni, spiegazioni che certamente non daremmo se fossimo da soli con noi stessi. Ripercorrere la propria vita o le proprie emozioni consente ad ogni persona di cogliere alcune sfaccettature della propria personalità, alcune schegge delle proprie storie, errori, successi e insegnamenti che la vita ha sicuramente portato.
Si tratta di avere rispetto delle proprie contraddizioni, non negandole ma prendendole in carico, dialogando con esse, ricercando anche i lati non visti o occultati, perché anch’esse fanno parte di noi e vanno inserite nel caleidoscopio di emozioni della nostra vita. Si tratta di ritrovare alcuni tratti più ‘umani’ che a volte sono coperti o mascherati dalla durezza della vita, imparando a intravedere - nel recupero del buono e del cattivo – quelle parti sane che si trovano in ciascuna persona” [4].
Accogliere significa occuparsi dell’altro nelle piccole e grandi cose, significa premura, condivisione, interesse. È un movimento che si fa insieme scoprendo l’altro e lasciandosi scoprire, quasi una forma di seduzione psicologica nella quale si assapora il gusto del diverso in una ricerca di unione e separazione, in un fondersi e affermarsi, in un perdersi e ritrovarsi.
L’accoglienza si instaura nella quotidianità e prosegue gradualmente insieme al progredire della persona. Ognuno di noi cambia, evolve, e la coppia si deve adeguare a questo cambiamento continuo, a questo divenire, in modo da generare continuamente il Noi. Il Noi quindi non è statico, ma dinamico, cangiante, inafferrabile…la spinta propulsiva dipende sia dall’individuo singolarmente, che dall’individuo in coppia: ognuno deve fare la propria parte ed essere disponibile al modellamento. Fondamentale allora è la capacità di ascolto.
L’ascolto è una carezza, è creare uno spazio in modo che l’altro vi si possa tuffare dentro e depositare ciò che più gli sta a cuore, ciò che arde nel suo intimo e che sarebbe insopportabile se nessuno l’accogliesse, se il proprio partner non lo custodisse. È una complicità di intenti e di scoperte, di progetti e di ricordi, di pensieri e di parole.
Prima di tutto si deve ascoltare il proprio cuore, si deve dare voce alle proprie emozioni, a queste forze dirompenti all’interno di ciascuno di noi che condizionano la mente, il corpo e il modo di essere di ognuno. Dare ascolto, lasciar fluire questo magma incandescente cercando di incanalarlo verso qualcosa che dia risposte, che faccia reagire, che procuri benessere, che sveli la gioia, che ci trovi…pronti al viaggio.
L’ascolto è fatto di parole e sentimenti, di emozioni e aspettative, di corpi che si raccontano, di situazioni che emergono, di silenzi che riempiono i vuoti, di atteggiamenti che urlano la propria presenza, di sguardi che cercano rifugio dalle intemperie della vita. L’ascolto è la chiave dell’accoglienza, è cambiare punto di vista, è lasciare che l’altro mi raggiuga per toccare il mio punto più segreto, per poter danzare con me!
2. 1. La timidezza delle chiome
Possiamo imparare molto dalla natura! Osserviamo e prendiamo spunto dagli alberi. L’accoglienza potrebbe essere anche paragonata alla timidezza delle chiome, come amano definirla alcuni botanici, parlando degli alberi. Definito ‘timidezza delle chiome’ dal botanico francese Francis Hallé nel 1938, questo fenomeno non riguarda tutte le specie. “Di solito gli alberi sono tutt’altro che timidi e intrecciano le loro chiome liberamente. Esemplari di altre famiglie invece, come le Fagaceae, le Pinaceae e le Mirtaceae, sono molto riservati e non gradiscono alcun intreccio. Le piante sono quindi in grado di comunicare tra loro: esistono specie competitive, collaborative e… timide. Interagiscono toccandosi attraverso le radici, oppure con la parte aerea, o assumendo particolari posizioni nei confronti delle loro vicine. La comunicazione del mondo vegetale è una realtà da scoprire” [5].
La pianta cresce là dove riceve più luce e le chiome vanno alla ricerca spasmodica di essa protendendovisi con tutte le loro forze. Non si cresce all’ombra dell’altro. Per questo dobbiamo riscoprire la timidezza della comunicazione di coppia che ci fa essere rispettosi dell’altro, ma allo stesso tempo ci dona quella forza vitale a realizzare in pieno le nostre aspettative, i nostri sogni, a cercare la nostra luce, senza invadere il campo dell’altro. Le radici restano ben salde e si intrecciano scambiandosi nutrimento, acqua, informazioni, si sostengono e cercano insieme nuovi spazi vitali e terra buona che porti frutto. Le chiome si espandono nell’infinito, pennellando di verde il proprio cielo. E così ognuno vive la propria storia intrecciata a quella dell’altro sé che ha accanto, ma respira, si espande, ricerca, sperimenta. Rimane sullo sfondo e conserva il proprio ruolo; si nutre dell’altro e si erge fiero sul suo tronco; vive i propri spazi e rispetta la libertà dell’altro.
Con la poesia di Alda Merini “In cima ad un violino”, lasciamoci cullare da questo respiro che scorre tra le chiome della nostra coppia:
“In cima ad un violino
ci sta forse un respiro
che nessuno raccoglie
perché è un senso d’amore.
Tu suoni per il vento e viaggi
dove la pace sussurra tra le piante
tutta una nostalgia”.
(da “Clinica dell’abbandono” – Einaudi 2004)
2. 2. Il colore dei bisogni
Ogni bisogno ha il proprio colore, le proprie sfumature, le proprie caratteristiche. Nella coppia i colori si mescolano, interagiscono, interpellano l’altro…Ognuno dovrebbe avere ben definite e scolpite nella propria vita le linee dei bisogni (come rappresentato visivamente nella piramide dei bisogni di Maslow: alla base fisiologia, e poi a salire: sicurezza, appartenenza, stima, fino ad arrivare, nella punta della piramide, all’autorealizzazione). Compito di ogni componente la coppia è anche quello di aiutarsi nell’identificazione dei propri bisogni fino all’autorealizzazione personale. La piramide dei bisogni nella coppia, nel punto di incontro con il partner, cambia colore: cioè il bisogno viene percepito come un nuovo colore sfumato (dato dalla contiguità con l’altro), che è diverso dall’originale ma ne conserva l’essenza, non perde la propria peculiarità e le proprie caratteristiche. Il colore del bisogno di coppia si trasforma proprio dall’incontro e crea qualcosa di nuovo ed unico: il bisogno del Noi. Non si può essere una coppia monocolore.
Ci si accoglie nella disponibilità al cambiamento e alla trasformazione reciproci e quindi all’autorealizzazione di coppia. Nell’ascolto dei bisogni dell’altro ci si apre alla fiducia e la fiducia è generativa e schiude al dono per l’altro. I partner devono imparare a donarsi, a darsi per-dono l’uno all’altro: sono un dono l’uno per l’altro.
“‘Che cos’è il perdono?’ Chiesero al Maestro. Lui sorrise, prese un sasso, lo posò davanti ai suoi allievi e disse: ‘Un violento lo userebbe come arma per fare del male a qualcuno. Un costruttore ne farebbe un mattone su cui edificare una cattedrale. Per un viandante stanco sarebbe una sedia per il suo riposo. L’artista ne scolpirebbe il ritratto della sua musa. Il distratto ci inciamperebbe. Un bimbo ne farebbe un gioco. In tutti i casi la differenza non la fa il sasso ma l’uomo. Con il perdono, l’uomo sceglie di trasformare i sassi della sua vita in amore’ concluse il Maestro. Il Perdono guarisce la nostra vita, riflettiamoci e agiamo su noi stessi”. (Racconto Sufi)[6]
3. La purificazione della memoria
Ogni coppia ha le proprie ferite, grandi o piccole, che se non curate, possono incrinare fortemente la stabilità della relazione. La purificazione della memoria significa ripercorrere in coppia i momenti di crisi personali o di coppia e cercare di osservarli con distacco, senza giudicare, ponendosi dal punto di vista dell’altro, perdonando e chiedendo il perdono, in modo che i sentimenti negativi legati a quella ferita possano trasformarsi. Non si tratta di indugiare sugli accadimenti negativi della coppia, rimuginando e alimentando il rancore, la vendetta, l’odio, il senso di frustrazione e di sofferenza legati a quel ricordo, ma proprio al contrario, di lasciarli andare, alleggerirli, per essere padroni di sé stessi, liberi di ricominciare. Deve essere un’occasione per cambiare rotta, per convertirsi, per trarre insegnamento per il futuro; è una testimonianza di amore nell’umiltà nella quale si rigenera stima, fiducia e apprezzamento reciproci.
“Siamo strutturati in modo che il nostro organismo abbia una memoria capace di riconoscere il dolore subito, perché il dolore va ricordato così da evitare ciò che ci può nuocere in futuro” [7].
Quindi purificazione della memoria non vuol dire dimenticare, archiviare, nascondere…ma significa permettere che quella ferita diventi una feritoia attraverso cui può uscire una nuova luce. Le ferite, le crepe, rimarranno, ma saranno assemblate con l’oro dell’amore, diventeranno un preziosissimo vaso Kintsugi: le cicatrici d’oro!
“Il ‘dovere di memoria’ incalza il dovere di conversione e di riconciliazione. È un richiamo coraggioso ed esigente a costruire il futuro a partire dal tempo presente: né fuga all’indietro, né fuga in avanti” [8].
Partire dai nostri errori, riconoscerli, affrontarli senza colpevolizzarsi, ci fa andare oltre, ci fa spalancare porte nuove, sempre se abbiamo l’accortezza di usare la chiave giusta e di usarla con delicatezza e rispetto.
La purificazione della memoria ci aiuta a mantenere vivo il filo del desiderio tra ciò che ognuno di noi è stato e ciò che vuole divenire, tra ciò che la coppia era e ciò che sarà, tende a far ampliare il desiderio dell’altro in un rammendo continuo che crea una meravigliosa coperta patchwork fatta di colori sgargianti, una coperta che ci ripara dalle nostre stesse paure. Non si tratta di rassegnazione, ma di scoperta, non pura illusione che tutto possa cambiare improvvisamente, come per magia, ma realtà di edificazione, concretezza nelle azioni e veridicità nei rapporti.
“La memoria della paura attraversa addirittura le generazioni. Un esperimento, ad esempio, ha messo in evidenza che topoline gravide, esposte a stress persistente durante la gestazione, sviluppano vere e proprie sindromi ansiosodepressive da attivazione cronica dell’asse ipotalamoipofisario e trasmettono queste ‘memorie epigenetiche’ ai loro discendenti per tre generazioni (anche in assenza di esperienze negative dirette). Così come quello dei topi, anche il nostro sistema è organizzato per memorizzare tutti gli stimoli che possono essere pericolosi per noi e per i nostri figli, in modo che possiamo difendercene. E come i topi anche gli esseri umani trasmettono queste memorie epigenetiche ai loro discendenti: forse gli studi più impressionanti in questo ambito concernono i sopravvissuti di Auschwitz e i loro figli e nipoti” [9].
Questo lavoro di purificazione deve essere reciproco: ricevere e donare, prendere e lasciare, arricchirsi e spogliarsi. Come l’onda del mare che frangendosi sulla sabbia si allunga e srotola i suoi tesori sul bagnasciuga, poi li risucchia in un vortice spumeggiante avviluppando il tutto a sé…e di nuovo si sdraia e abbandona…cede e raccoglie…in un moto infinito di pace e trasformazione.
“Tutti noi quando arriviamo in riva al mare o in cima a una montagna inspiriamo forte, vogliamo trasformare in respiro, nostro, la bellezza là fuori. Il nostro corpo vuole essere ‘in-spirato’, ricevere lo ‘spirito’ che dà Vita”. (A. D’Avenia Ultimo banco 12 ottobre 2020, Respirare meglio, Corriere della Sera)
La purificazione della memoria non ha solo benefici immediati spendibili nel presente ma getta un ponte per le future generazioni, è un unguento preventivo che lenisce dolori in attesa. E allora è il caso di lottare! Lasciamoci in-spirare da un verso della canzone di Fiorella Mannoia Combattente:
“È una regola che vale in tutto l'universo
Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso
E anche se la paura fa tremare
Non ho mai smesso di lottare”.
3.1. L’errore alleato insostituibile
L’errore deve essere un nostro alleato. Non perché abbiamo il gusto, il desiderio di sbagliare e di compiacerci di questo, ma perché dall’errore possiamo ripartire per modificare, forgiare, potare ciò che ha inquinato la nostra esistenza; dall’errore possiamo trarre insegnamenti. L’errore ci fa comprendere i nostri limiti e ci permette di superarli con creatività e determinazione. Ci fa stare all’erta.
L’errore può derivare da distrazione, inesperienza, non conoscenza e per porre rimedio a questo, bisogna scoprirne la natura, soppesarlo, affrontarlo, osservarlo con distacco.
L’errore crea vergogna: non ci accettiamo per quello che siamo, non accettiamo di aver sbagliato, non accettiamo la caduta e quindi tendiamo a nascondere l’errore anche a noi stessi, minimizzando l’accaduto. In questo modo non permettiamo però all’errore di svolgere la sua funzione: quella di pungolatore di miglioramenti.
Bisogna avere il coraggio di smascherarsi: togliere la maschera. La maschera dell’ipocrisia nei confronti soprattutto di noi stessi; dobbiamo affrontare con coraggio le nostre mancanze, abbandonando il senso di colpa che ne consegue. Non dobbiamo trovare false giustificazioni o pietismi, attribuendo magari la colpa a fattori esterni o ad altri. Dobbiamo archiviare l’idea che l’errore sia un fallimento e rivalutarlo come un processo di crescita nella normalità.
È noto a tutti l’aneddoto dell’intervista di un giornalista con Thomas Edison, durante una conferenza stampa, quando questi gli chiese: ‘Dica, Mr. Edison, come si è sentito a fallire duemila volte nel fare una lampadina?’, lui rispose: ‘Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecentonovantanove modi su come non va fatta una lampadina’.
L’errore fa nascere un nuovo pensiero e deve diventare la chiave per trovare la modalità giusta per costruire la propria vita, una modalità sperimentata, certificata, DOC.
Alcuni errori possono essere pericolosi, irreversibili, altri possono nuocere pesantemente al benessere di sé e dell’altro, oppure possono essere lievi mancanze che non incidono radicalmente sulla nostra vita e su quella degli altri. In ogni caso gli errori si accompagnano a sofferenza e dolore. Ma il malessere che ne deriva è proprio la spinta al superamento dell’errore stesso. Il dolore ci fa rendere conto che quella determinata azione, pensiero o parola ci ha destabilizzato, ha incrinato la nostra integrità, quella dell’altro, della nostra coppia, ci ha messo in crisi e quindi bisogna agire, ribaltare la situazione, cambiare rotta, convertirsi.
Non si deve rinunciare alla fatica di riflettere, di scavare, di individuare ciò che di marcio va sradicato, ma anche ciò che di bello ci appartiene, ci caratterizza, ci scolpisce, per poter far germogliare il fiore del sorriso, dell’apprezzamento, della serenità.
4. Conclusioni
In queste riflessioni si è cercato di mettere in luce quanta potenzialità c’è in ogni coppia che è capace di tessere la trama, intrecciando i propri fili con quelli dell’altro che ha accanto, con la persona che ama. A volte il tessuto che ne scaturisce è bellissimo, elegante e confortevole, gradevole al tatto e alla vista. Può essere arricchito di pietre splendenti, fili d’oro e ricami preziosi; altre volte invece è solo un canovaccio sdrucito, logoro, consumato che ha bisogno di un rinforzo per poter continuare a svolgere la sua funzione. Altre ancora è talmente malridotto che si creano lacerazioni: i fili dell’ordito si allontanano e c’è bisogno di un rammendo, di ricucire con pazienza i fili verticali con quelli orizzontali…in ogni caso l’essere umano continua a tessere rapporti con l’altro in una ricerca di perfezione.
“Vorrei un mondo perfetto come un chiodo!” (nda. Espressione di Rayan, mio nipote di quattro anni, che adora i chiodi e tutta l’attrezzatura per costruire)
Buon percorso!
Bibliografia
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D’Avenia A., Ultimo banco, (2020) Fragile: maneggiare con cura (16 marzo), e Respirare meglio (12 ottobre), Corriere della Sera
De Leo G., Patrizi P., (1999) Trattare con adolescenti devianti, Carocci, p. 146
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Mancuso S. e Viola A., (2013) Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, Giunti Editore
Mannoia F., (2016) Combattente
Merini A., (2004) In cima ad un violino da “Clinica dell’abbandono” – Einaudi
Moschini M., (2008) Educare lo sguardo, Erickson, p.21 e p. 24
[1]Pedagogista, Vice-presidente ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani) Lazio-Abruzzo, Docente di Pedagogia Generale alla Facoltà di Psicomotricità AISFI di Roma, Moglie e madre di due figlie adottate e due figli in affidamento, nonna di quattro nipoti. Artista, già insegnante nella scuola secondaria di 1° grado.
[2] M. Moschini, Educare lo sguardo, Erickson, 2008, p.24
[3] Ibidem, p.21
[4] G. De Leo, P. Patrizi, Trattare con adolescenti devianti, Carocci, 1999, p. 146
[5] S. Mancuso e A. Viola, Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, 2013, Giunti Editore
[6] Findglocal (http://www.findglocal.com/IT/Verona/173782112744271/Pragmatica)
[7] D. Lucangeli Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, Erickson, p. 17
[8]Card. Etchegaray: Il Significato Della “Purificazione Della Memoria”, (https://www.agensir.it/quotidiano/2000/3/7/card-etchegaray-il-significato-della-purificazione-della-memoria/), 2000
[9] D. Lucangeli Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, Erickson, p. 17