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Mi racconto…ti racconto
L’importanza di raccontarsi per instaurare un legame profondo con chi interagisce con noi, e di come ciò sia fondamentale nella fase dell’accoglienza nella scuola, è un punto basilare del mio percorso.
Ora siamo nella fase dell’accoglienza, della vostra accoglienza di lettori alle mie parole e vorrei instaurare con voi un rapporto di complicità e di stima. Quindi…Ricomincio da Me.
L’amore per la lettura è nato in me già dalla prima infanzia. Ricordo con tenerezza quando, accoccolata sulle ginocchia di mio padre, sprofondavo il corpo nelle sue calde braccia, mentre egli tenendo un libro tra le mani leggeva per me e mia sorella fiabe o avventure di un mondo incantato. Tutti i personaggi del racconto con lui prendevano vita, balzando fuori dal libro e danzando attorno per tutta la stanza. Era lui, mio padre, che con il suo tono di voce, con l’espressione del viso e del corpo, con le pause, le intensità del suono delle sue parole, modellava quegli esseri strani, mirabolanti creature fantastiche che popolavano la mia immaginazione. Con lui ho iniziato il viaggio di scoperta, di creatività e di stupore che ha caratterizzato la mia vita. Da lui ho imparato l’amore per il diverso, il fantastico, l’ineffabile…il comunicare con l’altro con il cuore in uno scambio di emozioni condivise.
Con le mie figlie ho cercato di ricreare la magia di quei momenti stupendi, leggendo anch’io a mia volta per loro storie incantate e ricercando quell’incanto particolare che solo l’infanzia ti può concedere. Il mio bambino interiore è rispuntato fuori pazzerello e birichino per giocare e divertirsi ancora. Da mamma, oltre a leggere fiabe alle mie figlie, ho stuzzicato la loro creatività inventando, con burattini improvvisati, costruiti insieme, delle animazioni teatrali, dipingendo insieme le scenografie del teatrino, ballando e rotolandoci a terra in una “libera interpretazione del testo”. Ho cercato, insomma, di giocare con loro le emozioni della fantasia.
Da insegnante ho riproposto nella scuola questo laboratorio di vita perché ritengo sia importante iniziare i bambini allo stupore. Per quattro anni ho operato nel sostegno di alunni portatori di handicap che mi hanno dato un enorme stimolo a progredire nella mia intuizione di lavorare sulle emozioni di cui i bambini sono assetati e ricchi interiormente. Con loro ho attivato laboratori di espressione corporea, drammatizzazioni, pittura espressiva, collages, mimo…
Naturalmente la mia passione è stata supportata da corsi di aggiornamento e perfezionamento: corsi di pittura, di dizione e recitazione, di canto, di danza moderna. Sono stata assistente tecnico di ginnastica ritmico-sportiva per dieci anni insegnando a livello agonistico alla categoria juniores. Anche nel mio tempo libero mi dedico all’espressività nelle varie arti: ho fatto parte di una compagnia teatrale “Insieme per caso” che mette in scena delle commedie il cui ricavato va in beneficenza; dipingo, ho anche esposto alcuni miei quadri in manifestazioni "collettive" (se vuoi vedere alcune delle mie opere www.premioceleste.it clara sardella) ho praticato danza moderna per molti anni, scrivo poesie e fiabe (Puch il guerriero è stata pubblicata sulla rivista “Appunti di viaggio” nel 2000).
A chi mi chiede: “Quanto ti manca per andare in pensione?” Rispondo: “Pensione? Ma se non ho ancora deciso cosa farò da grande!”, una cosa però è certa: farò l’insegnante.
Sono un’insegnante da…sempre! Il mio ruolo evidentemente era già scritto nel mio DNA; non vengo da una famiglia di docenti come verrebbe subito da pensare. Mio padre era un artigiano e mia madre ha fatto sempre la casalinga, la moglie, la madre (di quattro figlie!), e nonostante ciò, la mia professione è stata segnata fin dalla mia infanzia!
Non mi piaceva infatti la scuola come era strutturata (si parla degli anni 70!): non mi piaceva il rapporto che gli insegnanti avevano con gli alunni, non mi piacevano i programmi poco creativi, privi di un’anima e di emozioni…non mi piaceva!.. E nella mia mente si andava delineando il mio ruolo di paladino dell’innovazione, della creatività e della giustizia sociale. Ero già folle fin dalla più tenera età!
A dieci anni avevo già deciso che sarei stata un’insegnante, non avevo deciso ancora di quale materia e in che ambito scolastico, ma sarei stata un’insegnante.
Tutt’ora non so bene quale sia la mia specificità: passo dall’insegnare ginnastica (ora si chiama scienze motorie!), alla funzione strumentale di servizio agli studenti (che nome altisonante!), all’insegnare didattica web, sono pedagogista, sono stata vicaria…insomma spesso ho crisi di identità…ma sono un’insegnante…e adoro il mio lavoro, i miei alunni, i miei colleghi…(beh!...non proprio tutti…), insomma a scuola ci sto proprio bene!
Dopo dodici anni di precariato (girando ogni scuola di Roma e provincia), sono stata, docente di ruolo in una scuola di periferia (in trincea sarebbe meglio dire!) per altri dodici anni, dove ho imparato a conoscere i “delinquenti” e a relazionarmi con loro. E’ stata una vera scuola di vita!
Per incompatibilità con il dirigente scolastico, sopraggiunto negli ultimi anni, ho chiesto il trasferimento in una scuola vicino casa dove ormai sono da vari anni. (E’ inutile cominciare a sommare gli anni, in pensione non voglio andarci!). Nella scuola precedente ho lasciato il mio cuore, perché ho vissuto delle esperienze molto forti, belle, significative sia con gli alunni che con i colleghi; esperienze che influenzano il mio modo attuale di comportarmi, di insegnare, di relazionarmi.
Quando sono andata via da quella scuola ho scritto un racconto che troverete di seguito…è un mio commiato,…il mio discorso, nel quale la signorina Pinckly è il mio alter-ego, così mi conoscerete meglio.
Prima di lasciarvi immersi nella lettura, forse dovrei parlarvi della mia vita privata!...Come madre…sono un disastro (…e tutti gli studi psico-pedagogici?...si vede che con i parenti non funzionano!), come moglie…decisamente riesco un po’ meglio, come figlia…mah! Chiedetelo a mia madre! Come nonna…ho un nipote adorabile…sarà merito mio?
Vi faccio una confidenza…quando andrò in pensione voglio fare la dama in rosa, come nel romanzo di Eric-Emanuel Schmitt: Oscar e la dama in rosa edizioni BUR (è pubblicità occulta?).
Buona lettura!
Il Discorso
La signorina Pinckly viaggiava già da un mezz’ora con la sua auto in quella strada di campagna che ormai le era così familiare. Conosceva ogni curva, ogni appezzamento di terreno che scorreva veloce al suo fianco. I colori si rincorrevano ai lati dell’asfalto infuocato in quella tarda mattina di giugno creando una miriade di macchie ballerine: dal giallo/ocra del campo di girasoli, al verde ora cupo ora brillante del prato, ai puntolini rossi dei papaveri sospesi nell’oro delle spighe ondeggianti, al cielo azzurro sfavillante cosparso di stralci bianchi evanescenti... Tutto era perfetto. Il profumo della campagna penetrava dai finestrini aperti e il vento caldo rimbalzava sulle gote della signorina Pinckly intenta a gustare per l’ultima volta quel tratto di strada che la separava dalla sua scuola. La sua scuola…era il suo ultimo giorno di servizio. Gli anni le avevano imposto la pensione ed ora si trovava a dover affrontare il suo ultimo giorno di scuola. La signorina Pinckly ebbe un sussulto e una morsa le strinse lo stomaco. Si aggrappò con le mani al volante, fece un respiro profondo, si guardò intorno come per cercare conforto e sicurezza. Sì, ogni cosa era al suo posto,…e la strada scorreva veloce sotto le ruote della sua auto avvicinandosi sempre di più alla sua scuola.
La sua scuola, non poteva fare a meno di pensare che questo era il suo ultimo giorno di servizio. Si era imposta di non piangere, ma le lacrime scorrevano dispettose sul suo viso rugoso incuranti del sole e del cielo azzurro. Per fortuna che era sola. Pensò allora al trucco che le si sarebbe sciolto creando una maschera grottesca sul suo viso segnato già dal tempo. Si guardò nello specchietto: ancora c’era tempo per riparare, il mascara aveva retto e con un fazzolettino pulì qualche sbavatura che era scappata nell’ angolo di destra.
Mentre era intenta in questa operazione ebbe un sobbalzo: “Il Discorso!,…Cielo, il Discorso!” Intenta nelle sue reminescenze nostalgiche l’aveva quasi dimenticato: “Il Discorso!”. Aveva preparato con cura quello che doveva essere il suo commiato ai colleghi e collaboratori ed ora rischiava di rovinare tutto con la sua emotività. Non poteva permetterselo! Tirò su con il naso, sorrise allo specchio, raddrizzò la schiena e si mise a ripassare il Discorso.
Lo aveva scritto con l’intenzione di leggerlo, ma poi aveva optato per un’altra soluzione: la lettura non avrebbe avuto il tono incisivo che avrebbe voluto trasmettere. Infatti erano anni che la sua vista da presbite non le consentiva di leggere senza occhiali e l’alternanza di inforcarli per leggere e toglierli per soggiogare il pubblico, avrebbe reso il suo sguardo un po’ ceruleo, quasi bovino, poco rispondente a quello che la signorina Pinckly si era ripromessa.
Aveva quindi deciso di impararlo a memoria. Aveva studiato con cura la gestualità da adottare nell’una e nell’altra frase, si era soffermata sull’importanza dello sguardo per sottolineare ora questo ora quello, aveva provato il tono di voce e scelto con cura le parole in maniera che fossero incisive ma non banali.
Aveva addirittura cronometrato il tempo, pause di suspance comprese, per verificare la durata dell’intervento oratorio. Insomma avrebbe dovuto commuovere senza commuoversi, preparando un’uscita di scena trionfale; era il “suo” Discorso, il suo ultimo Discorso. Intanto mentre ripassava il copione, era giunta all’ingresso della scuola. Salì i pochi gradini che la separavano dalla porta e si apprestò a varcare la soglia che la introduceva nell’atrio.
Intanto ripeteva mentalmente: “Non devi piangere Stefy, concentrati sul Discorso”. Ebbe un momento di smarrimento quando vide i primi colleghi che riuniti in capannelli di due tre persone chiacchieravano tranquillamente in attesa dell’ora in cui si sarebbe dovuto svolgere il collegio docenti e pensò che non ce l‘avrebbe mai fatta…sorrise debolmente (per non piangere).
Come la videro, i colleghi, smisero subito di parlare e si schierarono chi alla sua destra chi alla sua sinistra formando un cordone umano come per lasciarla passare offrendole questo ultimo privilegio di avanzare “scortata dagli occhi di tutti”.
Alcuni si avvicinavano tendendogli le mani con gli occhi lucidi e subito si ritraevano in rispettoso silenzio, quasi inchinandosi, tornando ad occupare l’ala di destra o di sinistra aspettando con ossequio il suo passaggio.
La signorina Pinckly era a disagio per tanto onore, non si sentiva adeguata alla situazione…si sistemò la gonna bianca di lino “finto stropicciato” …oppure si era stropicciata veramente in auto? e cercò di stirarla con le mani. Forse era troppo corta?... Ma… d’altronde arrivava al polpaccio…Poi perché si era messa quella canottierina aderente…è vero che sopra aveva una giacca lunga,… ma, forse un’insegnante che va in pensione deve avere un abbigliamento più sobrio…Il trucco! Oh mamma mia, il trucco, non lo aveva controllato prima di scendere dall’auto. Ne era rimasta traccia sugli occhi, o il mascara era colato miseramente lungo le gote in quell’ultimo sprazzo di lacrime che si erano ostinate a scendere?...I capelli…poi…con i finestrini aperti si erano tutti arruffati…
Intanto, mentre pensava a queste cose, avanzava verso l’aula magna con il tappeto di persone ai suoi fianchi. E pensava al Discorso che avrebbe fatto.
Le sembrava di vivere in un’atmosfera irreale, come se qualcosa o qualcuno avesse conferito alla sua persona un che di speciale, quasi magico; deglutì a fatica cercando di continuare a sorridere dispensando cenni del capo alla sua destra e alla sua sinistra.
Ad un certo punto si scoprì anche ad alzare la mano destra in un gesto molle dall’alto verso il basso, con le dita morbide e l’indice e il medio leggermente sollevati.
Quando la mano accennò un movimento oltre che verticale anche in orizzontale a completamento, capì che stava quasi per “benedire” i suoi colleghi e ritrasse la mano impaurita, portando la mano sulla testa come per ravviarsi i capelli e nascondere ciò che stava per compiere spontaneamente.
Rientrò allora nella realtà. Per fortuna era giunta sulla soglia dell’aula magna e lì tutta la magia si era dissolta improvvisamente lasciando lo spazio alla rassicurante e banale “normalità”.
Alcuni colleghi avevano piazzato le loro sedie quasi sulla porta per una fuga strategica alla prima disattenzione del preside.
Altri avevano occupato gli ultimi posti per continuare il sonnellino pomeridiano nascosti dalle teste delle persone che si sarebbero sedute davanti a loro. Una collega girava con una valigia (così avrebbe potuto iniziare prima le vacanze!) urtando tutti e cercando un posto “comodo” dove potersi sedere per godersi lo “spettacolo”.
Altri si erano riuniti e discutevano animatamente con dei fogli in mano e si udivano frasi smozzicate: “E’ una vergogna!... Non si può andare avanti così…In base alla legge…No e poi no…Una rivendicazione sindacale… è quello che ci vuole…”.
Il segretario aveva preso già la sua posizione sul palco accanto alla cattedra e se ne stava seduto, la schiena curva, lo sguardo vitreo, il verbale in una mano e la penna nell’altra, pronto ad attivarsi con l'inizio del collegio.
La vicepreside svolazzava per il palco chiedendo a gran voce un po’ di silenzio per iniziare la seduta, ma tutti erano intenti alle proprie attività e non le davano ascolto.
Allora lei si spostava di nuovo leggiadra nel suo vestito di voile verde acqua cercando una luce migliore che la illuminasse e ripeteva senza convinzione: “Colleghi, colleghi, cortesemente,…vi prego…un attimo di attenzione!”
Il brusio continuava, qualcuno aveva cominciato a sventolarsi per il gran caldo e i ventagli variopinti che si agitavano davano un che di esotico a quella stanza scialba e umida.
Alcuni, rassegnati, avevano aperto il giornale e rileggevano le notizie fresche della mattinata cercando di trovare interesse in qualcosa.
Al centro della stanza c’erano le tre attivissime insegnanti che cercavano di far funzionare il video proiettore.
La loro era quasi una danza propiziatoria: prima giravano intorno all’oggetto, ora a destra ora a sinistra, poi quasi a comando si fermavano e a turno si chinavano sul “malato” premendo ora un tasto ora l’altro…poi iniziavano a girare di nuovo con molta coordinazione e leggerezza dicendo frasi inconsulte che fungevano da consulto in codice tra di loro.
Alla fine decisero che il non funzionamento dell’oggetto misterioso era dovuto ad una spina difettosa. Come videro la signorina Pinckly le tre insegnanti tirarono un sospiro di sollievo: “O brava, Stefy, che sei arrivata, ci aiuti a cercare una spina adatta?”.
Alla signorina Pinckly non sembrava vero che ancora qualcuno la trattasse come sempre, nella normalità, nella sana quotidianità che allontana ogni emozione.
Si affrettò subito a cercare la spina per risolvere il problema. Anche il suo Discorso poteva aspettare e con esso tutte le emozioni che ella cercava di ricacciare dentro al suo cuore.
Andò in ispezione per le varie stanze…ma…nulla! Non c’era una spina adatta per lo scopo. Si avventurò anche in presidenza.
Nella sontuosa stanza arredata con pesanti tendaggi rossi, poltrone in pelle, scrivania e mobili austeri, troneggiava un civettuolo ventilatore appollaiato su un trespolo.
La signorina Pinckly seguì il filo con lo sguardo ed…ecco! Era proprio quello che ci voleva! La spina per il video proiettore! L’acuta donnetta si intrufolò tra le zampe della scrivania, quelle della sedia e…quelle… del preside…purtroppo!
La signorina Pinckly, nella sua gonna di lino bianco sempre più stropicciata, dalla sua posizione in quadrupedia, alzò lo sguardo verso una figura nera che troneggiava dall’alto e incontrò lo sguardo del preside: era color ghiaccio con una sfumatura di verde acido tipico del travaso di bile che sta per esplodere.
La signorina Pinckly inforcò uno dei suoi migliori sorrisi, sbattendo le palpebre (con quel poco di trucco sopravvissuto alle emozioni) per farsi perdonare. Alzandosi poi in piedi bofonchiò con un fil di voce: “Era per attaccare il video proiettore…” e più veloce della luce sgattaiolò fuori guadagnando l’uscita.
Il preside sospirò sollevato di quella fuga istantanea e continuò a preparare il suo ingresso nell’aula magna: "E’ buona norma farsi attendere almeno 30 minuti prima di fare la comparsa nell’assemblea per presiedere un collegio.
L’entrata deve essere fatta a grandi passi decisi verso il centro della sala dove con magnanimità si elargirà al “popolo affamato” un sorriso benevolo di accoglienza.
Sarà importante indossare abiti eleganti portati con finta sciatteria (tipo maniche lunghe arrotolate su camicia di seta scura o giacca levata con cura dopo l’ingresso in sala e portata su una spalla), mano in tasca, sguardo fermo.
E’ bene arrivare con codazzo di insegnanti al seguito, sbriciolando consigli, norme, circolari e quant’altro è nella facoltà di preside mostrando molto interesse a tutto ma senza dare mai risposte a nessuno.
Ogni tanto è bene fermarsi nel corridoio e gustare le voci degli insegnanti supplichevoli che si accavallano e si rincorrono; rimanendo però fermo nell’intenzione di non dare risposte a nessuno (è concesso un breve ghigno, ma solo dal lato destro della bocca, altrimenti potrebbe essere interpretato come sadismo)".
Una volta entrato, il codazzo si deve disperdere occupando i pochi posti ormai rimasti (quelli più in vista, naturalmente) per dare luce e spazio a lui,.. il grande assente…che per l’occasione del collegio sarà presente e presiederà il collegio.
Dopo mezz’ora esatta dall’orario di convocazione ecco apparire nell’aula magna il preside con tutti i sacri riti di iniziazione perpetuati da anni. La signorina Pinckly aveva preso posto tra le prime file e teneva stretto in mano il suo preziosissimo foglio del Discorso.
Per precauzione aveva anche appeso al collo gli occhiali nell’eventualità che la sua memoria non la soccorresse. I colleghi intorno avevano provato a sbirciare sulla “pergamena” ma lei aveva sottratto al loro sguardo il prezioso “documento”.
La vicepreside che fin ad allora era stata ad aleggiare in piroette sul paco si era fermata e si era accasciata su una sedia per riprendere fiato. Il segretario, invece, come se avesse avuto un interruttore acceso si era drizzato sulla schiena e aveva cominciato a scrivere sul verbale tutto ciò che si diceva.
Anche le sue gote avevano ripreso colore e i suoi occhi fiammeggiavano nella foga di scrivere senza dimenticare nulla. Guardava ora chi prendeva la parola, ora il foglio bianco, cercando un interscambio comunicativo.
Le fatine del video proiettore erano riuscite a fare la magia di metterlo in funzione ed avevano smesso la danza per passare ad una contemplazione oblativa del misterioso oggetto con una soddisfazione che solo gli angeli possono comprendere.
I ventagli si agitavano, agitando l’aria. Qualcuno era già riuscito a svignarsela dopo aver messo la firma approfittando di un sorriso di troppo del preside verso l’ala di sinistra (opposta alla porta di uscita).
L’insegnante con la valigia continuava a spostarsi perché non vedeva bene, continuando ad urtare le ginocchia di tutti i presenti. Il brusio di fondo accompagnava e ninnava le parole soporifere del preside.
La signorina Pinckly stringeva tra le mani il suo prezioso Discorso aspettando con impazienza il suo turno…Il preside continuava a parlare e i minuti a scorrere con regolarità esasperante. Ci furono vari interventi di docenti per relazionare su progetti svolti durante l’anno…il tutto come un copione già previsto, perpetuato negli anni, senza speranza, senza attese, senza emozione…il nulla, attuato a compimento dell’anno per iniziare il nuovo anno con proposte “nuove ed entusiasmanti!”
Tutti ascoltavano con rassegnazione, abituati a fingere interesse. Finalmente fu il turno della signorina Pinckly che fu invitata dal preside “ad un breve discorso per salutare i colleghi…”.
La signorina Pinckly si alzò in piedi tremante con il suo bravo foglio in mano mentre si ripeteva “Commuovere senza commuoversi!”. Si posizionò alla destra del preside sul palco. Una volta tanto poteva vivere di luce riflessa e iniziò a parlare.
Le sue prime parole risultarono un po’ stridule. “Accidenti!” pensò “Non ho ancora iniziato e già mi manca la voce!” fece un risolino forzato dicendo una battuta e questo le servì a cambiare tono di voce attaccando con un ottava inferiore, “sì, decisamente meglio, tono più caldo!”, pensò ancora mentre andava a pescare nei cassetti della memoria l’ordine degli argomenti che voleva trattare.
Intanto il brusio era leggermente calato, quelli sulla porta avevano interrotto la fuga clandestina, le ultime file avevano cominciato a drizzare il capo, l’insegnante con la valigia aveva trovato la pace (come anche le ginocchia dei presenti!) in un posto idoneo, le tre fatine avevano spostato il loro sguardo sul foglio che la signorina Pinckly teneva in mano, sul Discorso, e avevano iniziato l’adorazione.
Il preside aveva posato la giacca e si era fermato come una statua di cera. La signorina Pinckly sentiva tutti gli sguardi sulla sua persona e le venne un groppo in gola.
Superata la voglia di correre in lacrime urlando fuori dall’aula, si fece coraggio e cominciò a parlare con naturalezza come se le parole le uscissero spontanee sgorgando dal nulla in un’improvvisazione lessicale sublime.
Più andava avanti e più sentiva di toccare i cuori con quello che diceva e questo le dava coraggio a continuare e un certo ardire che non le era connaturale si fece avanti.
Riuscì a fare le pause dovute, a guardare negli occhi l’uditorio, insomma a scendere nel profondo. Era una sensazione bellissima di potere condiviso, di fusionalità, uno scambio di emozioni non facile da conquistare e da vivere soprattutto con tutta quella folla che l’attorniava.
Era come stordita, inebriata dal profumo dell’affetto e della solidarietà, come immersa in un mondo irreale.
Alla fine del suo intervento, l’uditorio che fino ad allora era stato assente e sonnolente, si era risvegliato con un fragoroso applauso e aveva cominciato ad esserci veramente in quella stanza.
Era come se delle persone che fino ad allora erano presenti solo con il corpo si fossero materializzate anche con la loro mente e il loro cuore: guizzavano e rispondevano alle sollecitazioni.
La signorina Pinckly era emozionatissima non credeva che ciò che aveva tanto sperato si fosse realizzato, non credeva di aver scosso positivamente i suoi colleghi, di aver riacceso dei cuori spenti.
Il “dopo discorso” fu ancora più emozionante! Chi le dava pacche sulle spalle, chi con occhi umidi le diceva cose che non aveva mai detto prima, chi l’abbracciava con trasporto, chi la ringraziava per tutto quello che aveva fatto negli anni…La collega di matematica venne pure a scusarsi per una incomprensione che avevano avuto qualche tempo prima addossandosi la colpa…
L’apoteosi si ebbe quando la signorina Pinckly tirò fuori un pacco e cominciò a distribuire ai suoi colleghi dei foglietti colorati con delle frasi di personaggi celebri scelte con cura per ognuno: piccole pillole di saggezza.
Qualcuno si chiese se non stesse facendo volantinaggio per sollecitare la pensione anticipata per tutti.
Per i corridoi, quando la seduta fu sciolta, si sentivano frasi del genere: “E’ proprio una brava persona…Ma hai sentito cosa ha detto Pinckly?...Che belle parole…Io mi sono messa a piangere…Non sai che ti sei persa quando sei uscita, ha parlato Pinckly e…” e si riferivano pezzi del Discorso, si enfatizzavano frasi,… il segretario aveva anche registrato la frase conclusiva della signorina Pinckly sul verbale! (C’è chi giura di averlo visto trascrivere la stessa frase sulla sua agenda personale come promemoria).
Alla signorina Pinckly sembrava di assistere al suo funerale da viva o al suo matrimonio (mai avvenuto) in cui tutti enfatizzano la tua persona e diventi un santo anche se non lo sei. Lei si sentiva sempre la stessa, era sempre lei, la Stefy di sempre: di ieri, di oggi e di domani…non le sembrava che fosse cambiato nulla…eppure, forse, il suo Discorso aveva cambiato qualcosa…e questo le faceva un immenso piacere!