Approfondimenti
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Il conflitto tra USA e Iran non è il prodotto di una crisi improvvisa, né solo il risultato delle tensioni geopolitiche degli ultimi mesi. È, al contrario, il culmine di un "lungo inverno" diplomatico durato oltre settant'anni, una collisione ideologica e strategica.
Gli ultimi attacchi sono cominciati il 28 febbraio 2026 con il lancio di missili da parte di Washington e Tel Aviv verso basi militari e centri abitati. Questo conflitto è stato giustificato con l’accusa di "sviluppo di armi nucleari” da parte degli aggressori, accuse che si sono rivelate infondate.
In risposta Teheran ha bombardato le basi occidentali in Medio Oriente, ha colpito violentemente Israele e ha bloccato lo stretto di Hormuz, importantissimo stretto da cui passa il 25% del petrolio mondiale, causando tutta una serie di conseguenze a catena.
Le origini di questo conflitto affondano nel 1978, dopo che l’Iran viene segnato da una rivoluzione popolare contro la monarchia iraniana e i poteri occidentali che la appoggiano. Questa rivoluzione, ricordata nel tempo come la Rivoluzione islamica, che rovesciò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e instaurò una Repubblica Islamica teocratica guidata dall'Ayatollah Khomeini, ha trasformato il paese in uno stato teocratico, basato sulla legge islamica (shari'a) e sul ruolo centrale del clero, segnando una profonda rottura con l'Occidente.
Le promesse originali furono di un Iran libero, egualitario e senza oppressori però la rivoluzione ne portò di nuovi che, come quelli del vecchio regime, non avevano paura di usare la violenza contro chi non era d'accordo con le decisioni prese. Dalla crisi degli ostaggi a Teheran (1979-1981) fino alle recenti tensioni nucleari, l'Iran ha mantenuto una posizione di forte ostilità verso gli USA e di influenza regionale in Medio Oriente. Dopo la rivoluzione infatti, gli Usa hanno subito avuto gravi problemi con la nuova nazione, il 4 novembre 1979 diverse centinaia di studenti islamici presero d’assalto l’ambasciata americana di Teheran e 66 persone, tra diplomatici e funzionari, furono catturate. Solo 14 – donne e afroamericani – vennero rilasciate nei giorni seguenti. Gli altri 52 ostaggi – oggetto di pubbliche umiliazioni, interrogatori e maltrattamenti – rimasero prigionieri del regime, che rese noti molti documenti diplomatici segreti relativi ai rapporti tra gli Usa e lo scià.
La tensione recentemente è di nuovo aumentata, dopo l’ultima guerra nella striscia di Gaza. L’Iran appoggia Hamas e Hezbollah contro lo stato ebraico. Durante l'estate del 2025, sono stati lanciati dei raid da Israele contro delle basi militari iraniane, giustificati con la scusa di distruggere delle armi nucleari, obiettivo che era stato compiuto secondo gli attaccanti. Poco dopo in Iran sono scoppiate grandi proteste, rapidamente estese a decine di città e province. La scintilla iniziale è stata la grave crisi economica con un’inflazione oltre il 40%, il rial in caduta libera e il potere d’acquisto fortemente compromesso. Ben presto, però, la mobilitazione si è trasformata in lotta politica, con slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e richieste di cambiamento di regime.
Infine arriviamo all’attualità, al 22 febbraio 2026, quando gli attacchi da parte di Israele e Usa sono ricominciati ancora più forti di prima e non mirano più solo a basi militari, ma anche a centri abitati. Uno dei primi massacri si è visto quando un missile ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 180 persone, per di più bambine. Nell’attacco, preparato da tempo con un minuzioso lavoro di intelligence, hanno distrutto il compound fortificato in cui era presente la Guida Suprema Ali Khamenei con alti dirigenti politici e militari del regime, riuscendo così a ucciderlo. Nonostante la morte dell’ayatollah e la probabile decapitazione del suo più ristretto entourage, l’Iran ha reagito all’attacco con altrettanta virulenza, bombardando con missili e droni Israele, svariate basi militari americane dislocate nella regione e diversi paesi del Golfo. È così iniziata una guerra di ampia scala che si è subito estesa al Libano, dove si è riacceso il conflitto tra Israele e il più stretto alleato dell’Iran, Hezbollah. L’intero Medio Oriente è dunque precipitato in una delle più gravi crisi internazionali degli ultimi decenni, che ha spinto molti osservatori a parlare, con buone ragioni, di una nuova «guerra del Golfo»: la terza dopo quella del 1990-1991 e quella del 2003, entrambe condotte contro l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra che – si deve aggiungere –, insieme al conflitto russo-ucraino (tuttora in corso) e al contrasto crescente tra Usa e Cina, rende sempre più fragile la causa della pace e dell’ordine mondiale. Il tutto, di fronte alla sostanziale impotenza delle organizzazioni internazionali come l’ONU e dell’Unione europea.
In Iran non si sa esattamente chi governa, dopo la morte di Ali Khamenei, l’8 marzo è stato eletto Guida Suprema suo figlio Mojtaba Khamenei, il quale però non è mai apparso in pubblico. Netanyahu sembra deciso a portare alle estreme conseguenze il suo attacco contro Hezbollah, Trump, a sua volta, oscilla tra posizioni contraddittorie e poco chiare, pensava ad una resa veloce o ad una rivolta popolare dopo la morte di Khomeini, ma non è successo. Ed ora che si avvicinano le elezioni di midterm teme di perdere popolarità. Inoltre da questa guerra sembrano guadagnare i suoi peggiori nemici, Cina e Russia, e gli interessi del mondo sembrano spostarsi sempre più a Oriente.
di Chi Yi Yi, 5A AFM
Si è trattato di un referendum costituzionale, quindi non era previsto un quorum di partecipazione, infatti ha vinto la maggioranza relativa, cioè la scelta che ha ottenuto più voti rispetto all'altra. In questo modo i cittadini hanno avuto la possibilità di esprimersi direttamente sulla modifica della Costituzione.
Il referendum riguardava la riforma della giustizia. In particolare, chiedeva di modificare alcuni articoli della Costituzione della Repubblica Italiana: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Le modifiche riguardavano principalmente la separazione delle carriere, la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, la nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati.
Il voto ha negato la riforma della giustizia proposta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Il No (53,56%) ha prevalso in modo significativo (oltre 7 punti percentuali), vincendo nella maggior parte delle regioni e in tutte le principali città come Roma, Milano e Napoli, mentre il Sì ( 46,41%) prevale soprattutto in alcune aree del Nord.
Una cosa da notare in questo referendum, è l’alta partecipazione vicino al 59% con una forte partecipazione dei giovani con un’affluenza che Youtrend ha stimato al 67% tra gli under 35.
Dal punto di vista politico, il risultato rappresenta una sconfitta per il governo di Meloni. La riforma era infatti uno dei progetti principali del governo, e la sua respinta ha indebolito la sua posizione, portando a diverse dimissioni e rimpasti, in particolare nell'area del Ministero della Giustizia, come ad esempio quelle di Andrea Delmastro delle Vedove Sottosegretario alla Giustizia (Fratelli d'Italia) e Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, pur non dimettendosi, si è assunto la "responsabilità politica" della riforma bocciata. Allo stesso tempo, le opposizioni hanno sfruttato l’esito del referendum per rafforzare la propria posizione e iniziare di fatto una campagna elettorale anticipata.
Ma l’ aspetto davvero importante di questa votazione popolare, come già detto, è stata la partecipazione dei giovani. Secondo le analisi, gli elettori tra i 18 e i 30 anni hanno votato in larga maggioranza per il No. Questo dato è significativo perché contraddice l’idea diffusa di una scarsa partecipazione politica giovanile. Questo fenomeno può essere spiegato da diversi fattori:
I giovani si mobilitano spesso più su temi simbolici e culturali che su quelli materiali.
Nel referendum il voto è percepito come più efficace: basta un sì o un no per avere un impatto concreto e immediato mentre il voto ai partiti spesso non viene vissuto allo stesso modo, perché passa attraverso troppi livelli di mediazione, troppe dinamiche interne, troppe delusioni accumulate.
I social media hanno svolto un ruolo fondamentale nella diffusione delle informazioni.
La scuola ha educato i giovani al loro diritto di voto e li ha resi consapevoli dell’importanza della democrazia e della Costituzione.
Inoltre questo è stato anche un voto di reazione, un “voto contro”, infatti alcuni temi internazionali come la Palestina e l’attacco israelo-statunitense all’Iran hanno creato la tempesta perfetta per il No.
In conclusione, la vittoria del No ha bloccato la riforma del governo, ha aggravato le tensioni politiche, ha mostrato una società più partecipativa,e soprattutto ha evidenziato il ruolo decisivo delle nuove generazioni. Perciò secondo me il referendum rappresenta un segnale importante per il futuro della democrazia italiana, i giovani, vogliono essere protagonisti della storia del loro paese.
Questa partecipazione intensa ma selettiva, questo “ci sono quando conta”, è destinata a restare episodica — legata a singole occasioni in cui la posta in gioco appare sufficientemente chiara e alta — oppure può diventare qualcosa di più strutturato?
Fonti
https://www.comune.bologna.it/informazioni/informazioni-referendum-marzo-2026
https://www.avvocatoticozzi.it/it/blog/414/referendum-giustizia-2026-separazione-carriere
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/23/referendum-giustizia-giovani-vittoria-no-dati/8333989/
di Martina Fanteria, 4D SIA
Il 9 maggio ricorre la Festa dell'Unione Europea. Il nostro Istituto anche quest’anno ha celebrato questa giornata con diverse e significative attività che si sono svolte l’11 Maggio.
In occasione di questa importante ricorrenza mi sono chiesta: cosa significa sentirsi cittadini europei? Cosa vuol dire concretamente esercitare la cittadinanza europea nel quotidiano, al di là del possesso di un passaporto o dell'uso dell'Euro?
Essere cittadino europeo è un po' come avere qualcuno che ti protegge, qualcosa di più grande che ti difenda in caso di bisogno senza voltarti le spalle nel momento del pericolo. Più volte i paesi europei si sono aiutati gli uni con gli altri e hanno collaborato fra di loro al fine di riuscire a costruire una comunità sana. Avere la cittadinanza europea significa far parte di un'alleanza su cui contare e che ti possa dare una mano.
Avere la cittadinanza europea ti facilita anche la vita, come per esempio avere la possibilità di viaggiare dove vuoi, quando vuoi, senza barriere e dogane che ti impediscono il facile passaggio. Questo permette alle persone di conoscere nuove culture, nuove tradizioni e nuove lingue. Viaggiare liberamente aiuta anche ad aprire la mente, perché ci fa capire che, anche se veniamo da paesi diversi, possiamo comunque sentirci parte di una stessa grande comunità. Molti giovani oggi possono prendere un treno o un aereo e visitare altri paesi europei con grande facilità, vivendo esperienze che in passato erano molto più difficili da fare.
L’UE permette ai giovani di avere più opportunità di studio o di lavoro all'estero con più sbocchi verso il sogno che vogliamo raggiungere. Offre anche ad esempio l'opportunità di partecipare a degli scambi come per esempio Erasmus+ che molti studenti e professori della nostra scuola fanno. Grazie a queste esperienze, molti ragazzi imparano a essere più indipendenti, a conoscere nuove persone e a confrontarsi con realtà diverse dalla propria. Studiare o lavorare all'estero non significa solo imparare una lingua nuova, ma anche crescere come persone e imparare a vivere con maggiore responsabilità.
La cittadinanza europea ti fa avere voce, ti fa comunicare le tue preferenze e decidere chi secondo te è meglio come tuo rappresentante. Può sembrare una cosa scontata ma in molti paesi tutt'oggi questo non accade. Avere il diritto di voto e poter esprimere la propria opinione è molto importante, perché permette ai cittadini di partecipare alla vita politica e di contribuire alle decisioni che riguardano il futuro dell'Europa. Questo fa capire quanto siano importanti valori come la democrazia, la libertà e il rispetto dei diritti delle persone. Essere cittadini europei significa anche avere dei diritti che vengono tutelati. Per esempio, ogni persona deve essere rispettata indipendentemente dalla propria lingua, religione o cultura. L'Unione Europea cerca di difendere valori fondamentali come la pace, la solidarietà e l'uguaglianza tra i popoli. Questo è molto importante soprattutto se pensiamo alle guerre che in passato hanno colpito l'Europa. Dopo tanti conflitti e divisioni, i paesi europei hanno deciso di collaborare per evitare che tragedie simili potessero ripetersi ancora. Un altro aspetto fondamentale è l'aiuto reciproco tra gli Stati. Quando un paese si trova in difficoltà, gli altri cercano di collaborare e di offrire sostegno economico o aiuti concreti. Questo dimostra che l'Unione Europea non è soltanto un insieme di paesi vicini, ma una comunità che prova ad affrontare insieme i problemi più grandi. Anche durante momenti difficili, come crisi economiche o emergenze, i paesi europei hanno cercato di aiutarsi a vicenda. Essere cittadino europeo vuol dire anche avere più possibilità per il futuro. Molti giovani sognano di lavorare in altri paesi oppure di trasferirsi per costruire una nuova vita. Grazie all'Unione Europea tutto questo è più semplice, perché vengono riconosciuti molti diritti comuni tra gli Stati membri. Questo permette alle persone di sentirsi più libere di scegliere il proprio percorso senza avere troppi ostacoli. Inoltre, far parte dell'Europa significa poter condividere idee, conoscenze e innovazioni. I paesi europei collaborano spesso in ambiti come la scienza, la tecnologia, l'ambiente e la medicina per migliorare la vita delle persone. Questo aiuta a creare nuovi progetti e nuove opportunità che possono essere utili per tutti i cittadini. Naturalmente l'Unione Europea non è perfetta e ci sono ancora molti problemi e difficoltà da risolvere. A volte i paesi non sono d'accordo tra loro e prendere decisioni comuni può essere complicato. Però il fatto che nazioni diverse riescano comunque a collaborare è già qualcosa di molto importante. Significa cercare il dialogo invece dello scontro e lavorare insieme per trovare soluzioni migliori. In conclusione dobbiamo ritenerci fortunati di essere cittadini europei. Spesso non ci rendiamo conto di quanti vantaggi abbiamo ogni giorno grazie all'Unione Europea, perché ormai ci sembrano normali. Però avere libertà di movimento, possibilità di studio, diritti garantiti e collaborazione tra paesi non è qualcosa da dare per scontato. Essere cittadini europei significa sentirsi parte di qualcosa di grande, una comunità che unisce popoli diversi ma che prova a costruire un futuro basato sulla pace, sulla solidarietà e sulle opportunità per tutti.