“La parte peggiore del conservatore i ricordi non è il dolore. È la solitudine. I ricordi vanno condivisi.”
Libro protagonista del secondo appuntamento del Book club del Capitini.
Recensione di Lin Jingyu,5A AFM
Dopo aver letto “The Giver” di Lois Lowry, ho pensato per molto tempo. La comunità perfetta descritta nel libro non mi ha colpito tanto per la sua organizzazione, ma per la sua anima: un’anima fredda, fatta di indifferenza.
In quel mondo, le persone non si guardano più. I genitori richiedono un bambino come si compra un elettrodomestico, ascoltano i sogni dei figli senza curiosità, senza amore, solo per correggere, per entrare nel loro inconscio e dominarlo. Quando un neonato viene "scaricato", dicono solo: “Non affezionarti troppo”. Nessuna lacrima, nessuna rabbia, nessuna domanda.
Ma c’è un aspetto che mi ha colpito ancora di più, perché lo riconosco nella mia vita e nella vita di molti di noi. Nella comunità di “The Giver” non si vive l'amore, l’amicizia e la famiglia, perché non si vuole soffrire. Non ci sono coppie “vere”. Non c’è passione. Non c’è scelta. Tutto è programmato per evitare delusione, rifiuto, dolore.
Questo mi ha fatto pensare al nostro mondo. Quante volte sentiamo dire – o diciamo a noi stessi – frasi come queste?
“Meglio non innamorarsi, tanto finirà male.”
“Non ci provo neppure, così non rischio di soffrire.”
“Amore? Troppo complicato. Preferisco restare da solo.”
L’ Ombra di quel mondo ha già cominciato ad apparire su di noi. Questa tendenza sta diventando a poco a poco realtà. Noi stiamo trasformando l’ indifferenza in una strategia di sopravvivenza emotiva: avevamo paura di soffrire, quindi rifiutiamo una relazione prima di conoscerla; abbiamo paura di essere tradite, quindi non investiamo per coltivare un’ amicizia profonda; abbiamo paura di piangere, quindi rinunciamo anche a sperare.
Come nella comunità di “The Giver”, questa “protezione” ci sta rovinando lentamente.
Nel libro, il Vecchio portatore di ricordi dice a Jonas, nuovo portatore, “Ricevere ricordi significa anche ricevere dolore. Ma senza dolore non puoi conoscere la gioia.”
Stessa cosa per l’ amore. Se rifiutiamo l'amore per paura di sofferenza, non stiamo proteggendo la vita, la stiamo svuotando.
La scena più dura del libro – il padre di Jonas che uccide con le sue mani un neonato – mi ha fatto capire una cosa terribile: indifferenza non è solo non aiutare. Indifferenza è anche non amare per paura di soffrire. È un modo silenzioso, educato, quotidiano di uccidere l’ umanità dentro di noi!
Oggi noi abbiamo apparentemente tutto: social network, messaggi istantanei, mille modi per connetterci. Però siamo sempre più soli. Perché connessione non è amore. Allora, dov’è la via d’uscita?
“The Giver” non ci dà una risposta. Ma ci dà una direzione: osare, sentire, guardare in faccia il dolore, non scappare. Accettare che amare significa rischiare di soffrire. L’ Amicizia potrebbe tradire. I Sogni potrebbero rompersi. Ma senza questo rischio, la vita è solo una stanza chiusa pulita, ordinata, silenziosa, come la comunità del libro. Perfetta ma vuota.
Io non voglio questo. Preferisco caos, paura, delusioni. E anche felicità, perché quelle sono le cose vere, quelli sono i colori.