di Yang Yutong, 5AAFM
Introduzione
L'energia è una risorsa fondamentale sia per l'industria che per la vita quotidiana, ma finora le nostre attività dipendono ancora eccessivamente dai combustibili fossili.
Il Medio Oriente è la principale fonte di queste risorse. Negli ultimi mesi, gli approvvigionamenti sono stati messi a rischio dalle tensioni geopolitiche che coinvolgono Stati Uniti, Israele, Libano e Iran. Un punto critico è lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico per le esportazioni petrolifere dirette verso l'Oceano Indiano. Attraverso questo stretto transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale; la sua chiusura ha quindi conseguenze globali.
Cosa accade se l'approvvigionamento si interrompe?
Quando l'offerta di energia diminuisce, i prezzi salgono e tutti i settori produttivi ne risentono. Questo impatto arriva direttamente nella nostra vita quotidiana: non solo con l'aumento dei costi della benzina e dei trasporti, ma anche in settori meno ovvi come l'agricoltura.
La mancanza di gas naturale causa infatti una scarsità di urea, una materia prima essenziale per i fertilizzanti prodotta proprio a partire dal metano. Se l'approvvigionamento dal Qatar o da altri produttori viene interrotto, la produzione agricola entra in crisi, provocando un aumento dei prezzi dei generi alimentari.
Sebbene la maggior parte delle risorse che passano per Hormuz sia destinata all'Asia, il mercato energetico è globale: la scarsità generale scatena una competizione che fa lievitare i prezzi ovunque, Europa inclusa. In questo scenario, paesi esportatori come gli Stati Uniti possono trarre profitto dalle vendite, ma l'aumento eccessivo dei costi porterà inevitabilmente a una contrazione del mercato: i redditi delle famiglie saranno assorbiti quasi interamente dai beni di prima necessità.
Questa crisi può essere vista come un'opportunità per promuovere la "decrescita felice" o, più realisticamente, una transizione basata sulla riduzione consapevole dei consumi per garantire la sostenibilità del pianeta a lungo termine.
La dipendenza energetica dell’Europa
L'Europa è fortemente dipendente dalle importazioni. Il rincaro dell'energia sta rendendo difficile per molte famiglie mantenere un tenore di vita dignitoso. Per preservare il benessere dei cittadini, i paesi europei devono ridurre questa vulnerabilità.
Per l'Italia, dove l'estrazione di combustibili fossili è limitata, le energie rinnovabili sono fondamentali. Nonostante l'accelerazione sull'eolico e sul solare, la strada è ancora lunga. È necessario rilanciare la mobilità elettrica e potenziare le infrastrutture di ricarica. Resta però aperta la sfida dello smaltimento delle batterie: la ricerca scientifica sta lavorando per rendere efficiente il recupero dei metalli preziosi, riducendo così l'impatto ambientale e la dipendenza dalle materie prime estere.
Energia nucleare: una soluzione possibile?
Il nucleare da fissione è una delle opzioni per produrre grandi quantità di energia con basse emissioni di gas serra. Anche se l'uranio non è una risorsa rinnovabile, la sua densità energetica è sbalorditiva:
1 kg di uranio fornisce un'energia equivalente a circa 60 tonnellate di gas naturale, 80 tonnellate di petrolio o 120 tonnellate di carbone.
Inoltre, riserve abbondanti si trovano in paesi stabili e amici come l'Australia e il Canada. Tuttavia, il nucleare presenta delle criticità, legate soprattutto alla gestione delle scorie e alla sicurezza. L'incidente di Fukushima del 2011 ha mostrato che, in caso di errori o catastrofi naturali, le conseguenze possono essere gravissime.
In Europa, la Francia è leader in questo settore. L'Italia, invece, ha abbandonato il nucleare dopo il referendum del 1987. Oggi, però, la gravità della crisi energetica sta spingendo molti a riconsiderare questa scelta come possibile via per l'indipendenza energetica.
Conclusione
La questione energetica è strettamente legata alla sicurezza alimentare e alla stabilità industriale. Si tratta di una sfida collettiva che richiede soluzioni sicure, affidabili e lungimiranti per garantire il futuro delle prossime generazioni.
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di Caterina King, 2A Liceo
Tra tutte queste guerre e conflitti, c'è qualcosa che continua a peggiorare e trasformare la nostra terra anche se a volte passa inosservato, trascurato o addirittura negato: il cambiamento climatico.
Il riscaldamento globale accelera, con il rischio di superare la soglia di 1,5°C tra il 2026 e il 2029. Le concentrazioni di gas serra sono ai massimi da 2 milioni di anni, causando +1,1°C di temperatura media globale, siccità, innalzamento dei mari e meteo estremo. L'UE mira alla neutralità climatica entro il 2050.
Sebbene la comunità scientifica (IPCC) consideri la neutralità al 2050 compatibile con l'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1.5°C, il ritmo attuale delle emissioni e l'emergenza climatica rendono questa tempistica estremamente sfidante e, secondo alcuni, al limite.
Perché molte persone non si pongono il problema e continuano a vivere normalmente?
Quando si menziona una guerra tra Paesi l’attenzione delle persone è attirata di più di quando si menziona la guerra che sta lottando la Terra per colpa dell’umanità. Forse perchè il problema non li riguarda direttamente, forse perchè non hanno mai sperimentato eventi drastici dal vivo, o forse perchè non pensano che la loro singola azione possa servire a qualcosa.
Ma gli eventi climatici estremi ci sono. Questi sono i casi più drammatici del biennio 2025-2026
1. Mediterraneo: Il Ciclone "Medicane" (Gennaio 2026)
In questo inizio d'anno, un rarissimo ciclone mediterraneo di potenza simile a un uragano tropicale ha colpito la Libia e il Sud Italia. Con raffiche di vento superiori ai 180 km/h, il "Medicane" ha causato mareggiate distruttive e alluvioni lampo. Questo fenomeno dimostra come il riscaldamento del Mare Nostrum stia accumulando un’energia esplosiva, capace di generare tempeste sempre più violente e imprevedibili.
2. Arabia Saudita ed Emirati: L'alluvione del deserto (Aprile 2025)
Il cielo sopra Dubai e Riad si è letteralmente "aperto": in sole 48 ore è caduta la pioggia di due anni interi. Le metropoli del deserto sono state sommerse, dimostrando che le infrastrutture moderne non sono progettate per gestire volumi d'acqua simili, tipici di climi tropicali, in zone storicamente aride.
3. India e Pakistan: Oltre i 50 gradi (Maggio-Giugno 2025)
Un'ondata di calore mostruosa ha stazionato sull'Asia meridionale per settimane. Il dato più drastico è stato il raggiungimento della "temperatura di bulbo umido" critica: un punto in cui l'umidità è così alta che il corpo umano non riesce più a raffreddarsi attraverso il sudore, rendendo la permanenza all'aperto letale nel giro di poche ore.
4. Antartide: Il distacco del Thwaites (Ottobre 2025)
Il "Ghiacciaio dell'Apocalisse" ha perso una sezione massiccia, un iceberg grande quanto una metropoli. Questo distacco ha accelerato lo scivolamento del ghiaccio verso l'oceano, minacciando direttamente l'innalzamento del livello dei mari a livello globale, con rischi concreti per tutte le zone costiere già nei prossimi anni.
5. Australia: L'anno dei record e il "Wet Season" estremo (Gennaio 2026)
L'Australia ha appena archiviato il 2025 come il quarto anno più caldo della sua storia, ma è l'inizio del 2026 a spaventare: le piogge nel Queensland sono state del 31% superiori alla media, con inondazioni che hanno isolato intere province. Contemporaneamente, il sud del Paese sta vivendo una siccità estrema, confermando una polarizzazione climatica mai vista prima in un solo continente.
Quali paesi si stanno impegnando di più in questa lotta?
Secondo il Climate Change Performance Index (CCPI) 2025, presentato alla COP29, la Danimarca è il Paese che si sta impegnando di più al mondo nella lotta al cambiamento climatico. È significativo notare che il CCPI non assegna i primi tre posti a nessun Paese, poiché nessuno sta agendo in modo sufficiente per allinearsi pienamente agli obiettivi dell'Accordo di Parigi; la Danimarca occupa quindi la 4ª posizione, la più alta in classifica.
In che modo e quanto si stanno impegnando i governi, soprattutto in un momento di forte instabilità geopolitica
Sebbene la consapevolezza sia aumentata, l'azione politica è spesso considerata insufficiente o troppo lenta rispetto alla velocità con cui la crisi sta accelerando, infatti la scienza continua a sottolineare che la crisi è sottovalutata nelle sue conseguenze a lungo termine. In tempi di crisi economica o di instabilità geopolitica, molti Paesi tendono a privilegiare la crescita economica, la sicurezza energetica e la difesa o la riduzione della povertà rispetto alla transizione ecologica.
La consapevolezza per la maggior parte dei governi c’è, ma è presente un divario tra consapevolezza e azione, la maggior parte dei governi riconosce la necessità di agire (es. Accordi di Parigi, COP), ma le attuali politiche climatiche (NDCs) non sono sufficienti per limitare il riscaldamento a 1,5°C. Ma in casi peggiori, la crisi non viene nemmeno riconosciuta: nonostante la crescente frequenza di eventi estremi, la risposta politica è talvolta rallentata dalla convinzione che si tratti di fenomeni passeggeri o gestibili o che faccia parte della naturale evoluzione.
Andando a vedere invece la percezione pubblica in paragone all’azione politica, paradossalmente, studi recenti mostrano che la popolazione mondiale è più preoccupata per il clima di quanto si pensi (89% vuole più azione), ma i governi faticano a tradurre questa volontà in leggi efficaci.
Il governo italiano sta aspettando di riempire completamente le riserve di gas, perché solitamente il gas costa meno in estate e di più in inverno. Attualmente i prezzi sono alti: il governo spera che scendano nei prossimi mesi per non comprare gas "carissimo" oggi, rischiando di rivenderlo a meno domani o di pesare troppo sulle casse pubbliche.
Ma il “piano B”, come ha dichiarato Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, é l’utilizzo delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi. «Possono essere operative anche subito, basta un decreto», dice, ma il carbone è il combustibile fossile più inquinante, con un impatto devastante sull'ambiente causato da estrazione e combustione. «ha senso attivarle - spiega il ministro - soltanto se il prezzo del gas sale stabilmente sopra i 70 euro. Altrimenti, i costi non sarebbero sostenibili».
Questo dimostra la cecità dei nostri governanti che pensano all'economia senza una prospettiva sostenibile. Perché il concetto di SOSTENIBILITÀ si basa su 3 pilastri:
economia, ambiente e società, si deve trovare un equilibrio fra questi 3 fattori, questo è lo scopo dell'Agenda 2030.
Se una famiglia o delle persone sono già in difficoltà a livello economico, come fanno a permettersi di spendere in fotovoltaici, macchine elettriche e così via?
Molte persone temono che la transizione ecologica sia "un lusso per ricchi", ma esistono strumenti pensati proprio per non lasciare indietro chi ha meno disponibilità economica. Il Reddito Energetico Nazionale è una misura attiva nel 2024 e 2025 dedicata alle famiglie con ISEE basso (sotto i 15.000 € o 30.000 € con almeno 4 figli). Il fondo copre l'acquisto e l'installazione di impianti fotovoltaici per l'autoconsumo, permettendo alla famiglia di avere energia a costo zero senza spendere un euro di tasca propria per l'impianto. Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono una soluzione "sociale" perfetta per chi vive in condominio o non può permettersi un impianto proprio. Per le macchine esistono bonus specifici che variano in base al reddito, per esempio il Bonus Auto Elettriche in cui per il 2025, erano previsti contributi fino a 11.000 € per chi ha un ISEE inferiore a 30.000 €, rendendo il prezzo di acquisto molto più vicino a quello di un'auto a benzina.
Gli altri cambiamenti sono a costo zero, poiché il risparmio energetico è la prima forma di lotta al cambiamento climatico.
Inoltre se lo Stato aiuta le famiglie più povere a isolare casa o a produrre energia, non sta solo salvando il clima, ma sta combattendo la povertà energetica, ovvero l'incapacità di pagare bollette troppo alte.
In quanti non credono al cambiamento climatico?
I negazionisti climatici dichiarati in Italia sono una minoranza in calo, stimata intorno al 7-16% della popolazione. Tuttavia, una quota significativa, circa un terzo degli italiani, tende a minimizzare l'allarme climatico o a ritenere eccessive le misure di contrasto.
Negare l’esistenza del cambiamento climatico, negare che sia colpa delle attività umane, non significa solo avere un'opinione diversa dagli altri, significa rinnegare i fatti della scienza. Infatti Il consenso scientifico, come sottolineato dal IPCC, evidenzia che la responsabilità umana è innegabile, differenziando nettamente questo fenomeno dai processi evolutivi e climatici passati. Si sente spesso dire che sia tutto parte dell’evoluzione, ma la scienza ci dice Il cambiamento climatico attuale non fa parte della normale evoluzione naturale perché questo è estremamente rapido, causato quasi al 100% da attività umane e avviene su scale temporali di decenni o secoli, non millenni. A differenza dei cicli geologici passati, l'aumento attuale delle temperature e dei gas serra è troppo veloce per permettere l'adattamento delle specie viventi.
Quale evento si svolgerá nei prossimi mesi in favore a non tralasciare e affrontare questa crisi?
Dal 4 al 6 giugno torna al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano il Festival di Green&Blue: tre giorni di discussioni, conferenze, think tank, workshop e spettacoli dal vivo per costruire insieme il futuro del pianeta. In una parola: noi, il pronome che unisce le scelte singole trasformandole in azioni globali. In un momento storico la strada verso un futuro più equo non può essere percorsa in solitaria, perché la sostenibilità è, prima di tutto, una sfida collettiva: la Terra è un sistema complesso e interconnesso, e ogni nostra azione ha un peso. È con questo spirito che proveremo a raccontare e analizzare le prossime sfide al Festival di Green&Blue 2026.
A comporre questa comunità attiva saranno scienziati italiani e internazionali, decision maker, innovatori e cittadini: tra i nomi di spicco della scienza, segnaliamo per esempio Michael Oppenheimer, fisico dell’atmosfera a Princeton e protagonista di punta dell’Ipcc, Kate Marvel, climatologa appena uscita dalla Nasa in protesta con le politiche dell’amministrazione Trump.
Il bilancio dell'ultimo anno è un bollettino di guerra meteorologico, non si tratta più di "maltempo", ma di una ridefinizione dei limiti fisici del pianeta. La vera cecità non sta solamente nel non vedere il problema, ma anche nel credere di avere ancora tempo per agire.
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