La Torre Normanna (o di Drogone) di San Marco Argentano è una delle più importanti testimonianze della presenza e del dominio normanno in Calabria.
Fu costruita da Roberto il Guiscardo intorno alla seconda metà dell’XI secolo come torre di avvistamento a difesa della valle del fiume Fullone.
Successivamente, sotto il dominio svevo, ebbe funzione di carcere ed in seguito, alla proprietà della torre si succedettero i vari signori e feudatari del luogo infatti, appartenne ai Guasto (1214), ai De Agot (1283), ai Samgineto (1334), ai Sanseverino (1449), ai Gaetani (1612), agli Orsini e agli Spinelli (1686-1806).
L’imponente torre, realizzata in “pietra calcarea appena sbozzata e pietre squadrate di tufo” ha pianta circolare, è “coronata da beccatelli” e si presenta “inglobata in un’ampia controscarpa”. Questa ha una circonferenza di 90 metri alla base ed è alta 17 metri. Una torretta rettangolare alta 16 m che dà accesso alla controscarpa e alla torre cilindrica mediante due ponti levatoi in legno la quale ha un diametro di 44 m ed è alta 24 m. La torre presenta cinque livelli sovrapposti collegati da una scala ricavata nella muratura ed è illuminata da feritoie mentre la quinta sala, più larga, ha la volta semi sferica ribassata.
I piani in cui è suddivisa avevano funzionalità diverse: il pianterreno era adibito a deposito per l'approvvigionamento alimentare, il primo piano fungeva da prigione (fu prigione anche di Federico II di Svevia), il secondo piano ospitava la sala delle armi, il terzo quella delle udienze ed il quarto era la dimora privata del principe. Nonostante le varie calamità naturali che hanno interessato la Calabria, la torre gode di un discreto stato di conservazione.
La chiesa di San Nicola è stata costruita nell'XI secolo sulle rovine di un tempio sacro a Poseidone, ha mantenuto la fisionomia originale fino ai primi decenni dell'XVII secolo. Tra il 1930 e il 1950 l'edificio ha subito lavori di restauro che provocarono il crollo della facciata e l'eliminazione del campanile, contestualmente venne rinvenuta la cripta normanna dell'XI secolo. La cattedrale fu quindi consacrata nuovamente e aperta definitivamente al culto dal monsignore Michele Rateni il 2 maggio 1952. La Diocesi di San Marco si affaccia alla storia con i Normanni alla metà dell’XI sec., il cui processo di latinizzazione da loro avviato in Calabria ne sancisce il reinserimento nell’alveo dell’occidente europeo. I Normanni, costruendo sul fondamento dei Longobardi, ne valorizzarono la posizione strategica del luogo. La cattedrale presenta un impianto di basilica a tre navate con un'ampia abside. La navata centrale è articolata in quattro ampie campate con volte a crociera ogivale. La parete absidale retrostante l'altare maggiore è decorata da quattro grandi tele del 1998, raffiguranti la Vestizione di San Daniele, San Ciriaco Abate, i Santi Martiri Argentanesi (a cui in punto di morte apparve San Marco) Senatore, Viatore e Cassiodoro e la Guarigione di Santa Dominata. Finestre romaniche rivestite di vetri istoriati illuminano l'interno. La navata minore lungo il fianco sinistro ospita la cappella della Madonna del Rosario a destra, lungo l'altra navata, si trova la cappella del Sacro Cuore di Gesù, al cui interno è custodito il tabernacolo rinascimentale in marmo. È presente quindi una tela di San Nicola di Mira, copia dell'originale del XV secolo custodita negli edifici del vescovado. Dalle navate laterali della cattedrale si accede alla cripta.
Il Convento della Riforma con la Chiesa di Sant’Antonio da Padova fanno parte dei luoghi del cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano) ed è il secondo convento fondato dall’ordine nella Calabria nel XII secolo (la cui edificazione, nel XIII secolo, si fa risalire a Pietro Cathin, discepolo del Poverello d'Assisi) e ornato baroccamente nel XVIII secolo. Coro ligneo del XIV secolo conservato sotto il tetto gotico l'edificio conserva significative testimonianze dell'originaria architettura e – soprattutto – manifatture e dipinti notevoli, tra cui risaltano un antico affresco di S. Antonio da Padova (cui la tradizione popolare attribuisce poteri miracolosi) e l'imponente leggio intarsiato del 1554. In questo prezioso patrimonio, trovano un posto privilegiato i preziosi dipinti di Pietro Negroni, figlio illustre della città del Guiscardo: l'audace raffigurazione del San Paolo – dipinto con due piedi sinistri – è testimonianza mirabile delle qualità pittoriche di questo artista, figura centrale del manierismo italiano. Oltre ai dipinti del Negroni, è possibile visionare L’affresco di Sant’Antonio: la leggenda vuole sia acheropita e si dice sia stato fatto da Sant’Antonio stesso nel corso della sua risalita dall’Africa, infatti, nel dipinto Sant’Antonio non è come è conosciuto nelle immagini di oggi ma col volto stanco e sofferente dovuto alla fatica del cammino di ritorno.
L'abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria, la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell'abate del monastero Abelardo. All'abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d'oro. Nel 1222 vi subentrano i Cistercensi, provenienti dalla decadente Abbazia Sambucina di Luzzi che ne modificano l'impianto con elementi architettonici del gotico cistercense. A partire dal XV secolo ha inizio il suo inarrestabile declino: nell'800 diventa proprietà della famiglia Valentoni, che la converte in fattoria agricola. Il fabbricato abbaziale, che appartiene alla fase cistercense, nonostante le trasformazioni subite nel corso dei secoli è ancora esistente e comprende: il parlatorio Nel 1222 vi subentrano i Cistercensi, provenienti dalla decadente Abbazia Sambucina di Luzzi che ne modificano l'impianto con elementi architettonici del gotico cistercense. A partire dal XV secolo ha inizio il suo inarrestabile declino: nell'800 diventa proprietà della famiglia Valentoni, che la converte in fattoria agricola. Il fabbricato abbaziale, che appartiene alla fase cistercense, nonostante le trasformazioni subite nel corso dei secoli è ancora esistente e comprende: il parlatorio; lo scriptorium; la scala d'accesso ai piani superiori; l'aula capitolare. Quest'ultima considerata tra i più raffinati esempi di architettura cistercense in Italia è suddivisa in tre navi da due pilastri a fascio, su cui si innestano le maestose volte a crociera costolonate. Esigue tracce dell'insediamento benedettino si riscontrano in qualche superstite elemento architettonico, come il muraglione di cinta e la monofora a tutto sesto nel parlatorio.; lo scriptorium; la scala d'accesso ai piani superiori; l'aula capitolare. Quest'ultima considerata tra i più raffinati esempi di architettura cistercense in Italia è suddivisa in tre navi da due pilastri a fascio, su cui si innestano le maestose volte a crociera costolonate. Esigue tracce dell'insediamento benedettino si riscontrano in qualche superstite elemento architettonico, come il muraglione di cinta e la monofora a tutto sesto nel parlatorio
Al di sotto della Cattedrale, vi è la cripta. La Cripta normanna, a quattro navate, è accessibile dalle due scale delle navate laterali, e occupa quasi la metà della struttura superiore. Utilizzata un tempo come luogo di sepoltura di vescovi, ecclesiastici e laici, è stata riportata alla luce soltanto nel 1935 per volere di Mons. Demetrio Moscati. Oggi conserva il mezzo busto di San Francesco da Paola al quale è attribuito il "miracolo della Scivolenta". Secondo la leggenda, nel 1855 un contadino di Sant'Agata d'Esaro, tale Pasquale Servidio disubbidì a San Francesco da Paola che gli era apparso, il quale gli chiese di pregare per lui in modo da evitare danni ai raccolti che sarebbero potuti accadere. Servidio, miscredente non lo fece e dopo i primi danni avvenuti qualche giorno dopo nel suo vigneto, si mise a pregare ma gli apparve un monaco che lo accecò. Anche i medici ne constatarono la cecità e quindi Servidio si mise in viaggio verso il mezzobusto di San Francesco da Paola accompagnato da uno stuolo di fedeli. Come arrivò alla cripta il Servidio riacquisì immediatamente la vista tra lo stupore generale. Questo miracolo è noto come "miracolo della Scivolenta". Una delle due cappelle della navata sinistra è dedicata alla Madonna del Rosario, che secondo una leggenda guarì la popolazione di San Marco dalla peste del 1700. Nella cripta è anche sepolto S.E. Mons. Agostino Ernesto Castrillo per cui è in corso la causa di beatificazione e grazie a cui San Marco Argentano e Pietravairano (Caserta) sono gemellate.
La chiesa di Santo Marco che sorge nel centro geografico del centro storico della cittadina normanna. Nel luogo dell’incontro tra l’Evangelista e i Martiri Argentanesi, la tradizione vuole sia sorto – agli inizi del Settecento – l’attuale tempio dedicato al Santo Patrono. Edificato sui ruderi dell’antica chiesa dell’Epifania, il piccolo edificio – dalla singolare forma ottagonale – fu commissionato dal vescovo Matteo Gennaro Sibilia. Nella strada antistante la chiesa, fino al 1862, anno del suo abbattimento, vi era la porta Santo Marco, un arco sovrastato dallo stemma araldico dei marchesi Spinelli.
A Sichelgaita è dedicata la fontana che si trova di fronte alla chiesa di Santo Marco. Soggetta a numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli, il primo impianto risale al periodo normanno e a subito molti cambiamenti strutturali nel corso del tempo. L’attuale aspetto risale al XVI secolo. presenta attualmente l’aspetto cinquecentesco, conservando dell’originario nucleo normanno solo il camminamento delle acque e parte delle decorazioni scultoree frontali. Secondo la tradizione, delle tre cariatidi poste sulla parte alta del monumento, la prima a sinistra raffigurerebbe Sikelgaita, moglie in seconde nozze del Guiscardo, mentre la prima a destra identificherebbe Alberada (prima consorte del Duca normanno e madre di Boemondo).
La cappella della Benedetta, molto importante in quanto San Francesco da Paola vi trascorse un anno della sua vita nella sua adolescenza. Fu edificata nel 1762 sulla piccola grotta dove San Francesco si raccoglieva in preghiera, ed è oggi luogo di pellegrinaggio. Al suo interno potrete ammirare un dipinto del Novecento raffigurante San Francesco d'Assisi mentre parla con San Francesco di Paola. Sul retro della Cappella vi è un piccolo giardino di ulivi con l'eccezionale presenza di un albero di castagno. Questo era l'albero preferito del Santo per le sue preghiere poiché rivolto verso la Valle del fiume Fullone. Una leggenda sulla sua permanenza nel convento riguarda la storia dei fagioli che i frati avevano chiesto al Poverello di cuocere ma lui dimenticò di accendere il fuoco. Quando i frati tornarono, trovarono tutto spento ma i fagioli cotti alla perfezione.
La chiesa dei martiri Argentanesi si trova nel cosiddetto Luogo Santo. Si sa poco al riguardo alla nascita di questo sito: Nel 44 dopo Cristo, secondo la tradizione, si consuma il sacrificio dei Martiri Argentanesi, Dominata, Viatore, Cassiodoro e Senatore, considerati tra i primi martiri della Cristianità. A ridosso del centro antico di San Marco, ha luogo il Santuario di questi Martiri, detto Luogo Santo. Sono venerati nel mese di maggio. Le loro ossa si conservano in una teca interrata all'interno del Santuario. Leggende narrano dell'avvistamenti di un'enorme serpe secolare che si aggirerebbe nei luoghi del Santuario, a sua protezione. Gli ulivi intorno al Santuario, presentano foglie di colore biancastro, segno della purezza del luogo. Una storia suggestiva che attrae anche il Duca Roberto, conquistato da un fervore devozionale trasmesso rapidamente a tutto il regno e consacrato dai normanni perfino tra i prestigiosi mosaici del Duomo di Monreale, in Sicilia.