Looking up nasce come riflessione attorno alla ricerca di artisti di giovane generazione e ai loro linguaggi, mostrando gli sguardi e le prospettive emergenti.
Il progetto, presentato nella sua seconda edizione con un nuova collettiva, arricchisce il concetto anglofono nonché titolo Looking up di nuove sfumature, aggiungendo tasselli a quelli già precedentemente presentati. Guardare oltre, quindi oltre ciò che è conosciuto e che sta dopo l’orizzonte del visibile, si accompagna ad un bisogno di ri-identificazione. Negli artisti presentati, infatti, il guardare l’avvenire è accompagnato dalla ricerca delle proprie radici nel passato e nella solidità del mondo antico, ed è per questo che presente, passato e futuro si mescolano fra loro.
Ci si rende conto che, di fronte all’iper-razionalità e in qualche modo prevedibilità che il futuro oggi ci propone con le nuove tecnologie e le intelligenze artificiali, una parte dei giovani d’oggi, e con loro questi artisti, prende altre strade. Si cercano soluzioni nella creazione di un mondo alternativo –altro–che non rinneghi ma inglobi quello dell’inconscio, del magico, dell’ esoterico e del primordiale.
Per Rachele Tinkham (Venezia, 1997) la realtà viene esorcizzata attraverso la dimensione onirica. Il sogno nel sonno è il focus della sua ricerca scultorea, che è fortemente plastica, creatrice di un nuovo alfabeto di forme e simbologie, con una moltitudine di materiali e tecniche. In Amare mai/ Mano nella mano iam, l’artista ha creato rocce che sembrano corrose da tempi passati, incise quasi da un atto vandalico, di sogni e pensieri. Queste sculture, piccoli monoliti che ricordano la forma eterea di ali, portano il segno di una scrittura che non ha grammatica ma è frammentata e caotica, proprio come quella che le appare nei sogni. Nelle serie di maschere, Amata satura tech, Volo via, Addensa nell’osmio e Piangi Proteggi sono scolpiti i sogni. Questi lavori rispondono all’esigenza di dare identità alle persone che non vengono focalizzati nel sogno: il volto è infatti molte volte non riconoscibile nella dimensione onirica, ma è sfumato e poco definibile. Tinkham crea delle maschere per dare identità, per riconoscere, in un procedimento semanticamente opposto al comune senso di “avere una maschera addosso”: maschera quindi non per nascondere, ma per personificare. Un ulteriore passaggio viene fatto nelle sculture di tessuto, caratterizzate da medium fluido-tessile, come teorizzato nel Manuale dell’Onironauta. L’artista cerca un materiale con un’ energia onirica su cui lavorare e così crea delle sculture dal tessuto su cui ha dormito, come federe e lenzuola, oppure fa il processo inverso, scegliendo tessuti e creando sculture con cui dormire. La borsa, dal titolo Per il prezioso, ironicamente portabile tutti i giorni, è piena e allo stesso tempo vuota, con la possibilità di contenere solo la cosa più importante che si possiede. Le sculture vengono attivate dal corpo, che sente la necessità di indossarle, di farle diventare cuscino o accessorio, di mutarne le regole. Il corpo dell’artista si oppone alla durezza e staticità della scultura e ne definisce una componente sicuramente performativa. Si porta così l’inconscio nella vita di tutti i giorni, giocando con il surreale, rendendolo visibile e indossabile: unicamente eccentrico.
Nelle opere di Giulia Querin (Venezia,1997), che lei stessa definisce non tanto dipinti ma appunti visivi, vi è un chiaro ritorno a forme arcaiche e alla ricerca di iconografie dimenticate. L’artista studia infatti l’arte di civiltà del passato come quella degli Ittiti ed Etruschi e va alla ricerca degli aspetti comuni che si sono tramandati nel tempo. Il suo è un bisogno di nuova identificazione e di affermazione di concretezza del reale, che va di pari passo ad una conquista di coscienza e di profondità delle cose. I soggetti pittoricamente ritratti sono delle sculture, come in Sometimes i cry artificial tears e Totem, che creano un gioco di meta-arte in cui la plasticità della forma e l’aspetto inerte e immutabile, divengono estremamente magnetici grazie all’astrazione vorticosa di colori cangianti. Dai dipinti spicca un senso di magico, come se fossero dei “flashback del futuro”, dove i soggetti non hanno identificazione chiara: sono alieni, donne e uomini insieme, animali o amuleti, come in Idolo e I Lacrimosi. Nei vari lavori, ricorrono alcune simbologie quali la stella e la mano, quest’ultima raffigurata in Touch the sky e e più volte ripresa. La stella può essere interpretata nel suo significato di guida, di punto di orientamento, mentre la mano è l’occhio dei sensi, pregna di contenuti, nelle pitture rupestri veniva dipinta per affermare la presenza e l’ autocoscienza dell’uomo, ma è anche simbolo di trasformazione e di protezione apotropaica per allontanare il maligno; la sua lettura, è anche un antico modo di prevedere il futuro, nella misteriosa pratica della chiromanzia.
Ever Changing è il titolo dell’opera di Samuele Bartolini (Livorno,1998) composta da diverse stampe lenticolari che cambiano con il movimento di chi le osserva. Il riferimento può essere l’optical art ma si può anche intravedere un mosaico contemporaneo: i tasselli sono figurine di plastica che richiamano alla mente il nostro passato da bambini. Si possono riconoscere indistintamente disegni di architetture impossibili o esplosioni di colonne: ciò che è sicuro è che non c’è un solo modo di vedere. Non vi è infatti un’immagine definita, ma un continuo cambiamento, che impone in chi guarda un gioco di spostamento fisico e diverse interazioni con lo spazio. E’ richiesto un cambio di prospettiva e un nuovo punto di vista. Se da una parte ci si diverte nello scoprire l’ambivalenza e la mutevolezza dell’immagine, dall’altra si percepisce una sorta di vertigine nel non avere chiarezza; si crea un disorientamento che sconfina nell’angoscia nel non riuscire a mettere a fuoco le cose. Quanto di più contemporaneo di questo sentire tra le giovani generazioni?
Il continuo cambio delle carte in tavola è quello che avviene anche nell’ opera video di Elisabetta Laszlo (Lecco, 2001) dal titolo Dissolvi e Macera. Protagonista è un pappagallo, ipnotico con il suo esotico cromatismo. L’inquadratura ad angolo, lo spazio chiuso monocromatico, i movimenti stereotipati, il fuoco che cambia, a volte per dissolvere e a volte per zoomare su alcuni dettagli come le zampe e il becco, danno al pappagallo una dimensione aliena. La sua azione è quella di girare carte di tarocchi in modo ossessivo, fino a mangiarne alcune, distruggendole e dissolvendole come nella fase alchemica dello scioglimento. L’animale è un mediatore all’interno del magico, è il cartomante che ha il compito di scegliere il destino mettendosi allo stesso piano dell’uomo. I tarocchi rappresentano anch’essi una modalità di interpretazione sia dell’inconscio che del futuro, e hanno rimandi al mondo simbolico, alchemico e dell’occulto che, come definisce l’artista, è uno spazio grigio in cui si crea tensione tra conoscibile e non conoscibile. Il ripetuto cambiamento dei piani e delle carte è metafora dello spaesamento, cosicché il pappagallo, animale che simula il linguaggio umano, di fatto comunica il nulla, o qualcosa a noi ignoto.
Aleggia su tutta la mostra una tensione irrazionale e surreale. Appare un’inquietudine per l’incertezza del futuro, un sentimento contemporaneo che impone adattamento. La paura convive così con il gioco e con un’ironia piena di energia e freschezza.
Looking Up. II ed.
a cura di Silvia Concari
Galleria Artericambi
VERONA
21 ottobre 2023 - 1 Gennaio 2024