Prefazione al mio ultimo libro di poesie Segn e artaj Segni e ritagli,Â
Prefazione di Gualtiero De Santi, Pasturana, puntoacapo 2024.Â
Ogni opera di poesia è un universo e come tale, nella sua autonomia e
nella sua relativa complessità , va considerata. Allo stesso modo ogni poeta
è una voce che si alza nel tempo.
Nell’esempio di questi Segni e artaj e della loro autrice, Maria Lenti, poeta
e scrittrice, il mondo è in prima istanza quello interiore, o almeno i versi
muovono da lì. Ma è del pari una linea di raffronto con un insieme di
oggetti/eventi e comunque di esperienze risultanti dalla percezione e dallo
sguardo come altrettanto dalla loro lingua: materia che sconfina nelle
forme espressive, come è evidente, e che si illumina in un processo di
adesione soggettiva a quel mondo ma che poi anche vive nella
concretezza, in un processo di vicinanza alla società e alla storia.
Tutte varianti del pensiero, tali forme e espressioni soggettive e oggettive,
egualmente definite mediante il possesso sensibile e mediante le immagini
della mente e della conoscenza fondate sul corpo e su un proprio alfabeto
femminile. Racchiuse in un involucro di arditezze (significanti e a loro
modo sperimentali anche quando il taglio rimane dolce) il cui primo
effetto è il linguaggio adottato: una combinazione o meglio una giunzione
di italiano e dialetto accolti nella linea del verso e derivanti da quella che
potremmo definire koinè, che nel nostro caso è il linguaggio generalmente
parlato a Urbino e nei territori limitrofi, appunto un incrocio ben ritmato e
anche fantastico nel suo carattere di lingua ufficiale e frammenti di antico
e volgar eloquio.
Quest’idioma poetico, che è tale perché utilizzato da Maria Lenti
poeticamente, è come s’è detto l’urbinate, colto nel momento in cui sotto
la lingua ufficiale rispunta il dialetto dal passato e dalla memoria, e quando
quest’ultimo recuperato un diritto di presenza, che però nei fatti non aveva
mai perduto, lo condivide con l’italiano in una forma impropria ma proprio
per questo espressiva e a tratti espressionistica. Anche nella realtà di tutti i
giorni.
La poesia che è parola, nel giudizio di molti creatori e anche della autrice
di questo libro, vive dunque nel tratto dell’intersezione o più ancora
all’incrocio tra due diverse elocuzioni e esperienze e nella loro somma.
Una diglossia che si scandisce sul filo delle emozioni e degli accadimenti,
delle riflessioni e dei ripensamenti e soprassalti emotivi, e che regola il
fluire del desiderio anche amoroso o sentimentale e insieme il flusso di
una memoria che riapre consuntivi e presenze, all’interno del nucleo
familiare e della cerchia degli amici e conoscenti.
Dualità , come pure s’è detto poco sopra con un termine tecnico che
appartiene alle regole poetiche, trasferita in una dimensione del tempo
che la salva e ne media gli effetti sottraendola ad ogni istanteneità e
correvolezza. Per cui il dialetto di questa raccolta – la seconda in
neovolgare di Lenti – non ha bisogno di ripetere una mera universalitÃ
domestica e non va a scadere nel bozzetto, né l’italiano c’è per supplire a
piroette e soluzioni di gergo che qui semplicemente non esistono.
Ma l’uno nasce dall’altro e si continua in quell’altra porzione di lingua,
non evitando il contrasto ma raggiungendo alla fine l’unità . Che è in
primo luogo quella orale (l’abbiamo detto: non è un mistero che i parlanti
comuni e anche quelli colti si esprimano seguendo questo mixing, o
almeno così avviene a Urbino) e che è poi, per la prima volta – credo –
anche espressivo e poetico, anche tradotto in un libro di versi, ritrovandosi
ad essere una mappa di sentimenti oltre che un repertorio di inflessioni,
che pure ci sono, e di melismi.
Ormai l’armonia dell’idillio si direbbe frantumata per sempre ma questo
non impedisce l’abbandono alla dolcezze del linguaggio materno
mantenendo una propria confidenza con la tradizione. In Segn e artaj le
rime difficili, per usare una definizione che vi si incontra, quelle che
consentono di incontrare la crisi, dialogano con le rime della nostalgia, dei
ricordi di infanzia e giovinezza condensati in rime aeree e nella poesia del
paesaggio. «Dal terass, dalla finestra / molti arbustri di ginestra: / sent
l’odor, vegh el color / … Leopardi, el su bel fior». Così la rima facile
raggiunge la complessità dell’universo.
Precedenti pubblicazioni
Â
di Marco Tabellione
I racconti che Maria Lenti, poetessa originaria di Urbino, ha pubblicato nel suo ultimo libro e a cui ha dato il titolo di Apologhi in fotofinish (Fara Editore, 2023), sono caratterizzati da un realismo sincero e profondo, che testimonia un grande attaccamento alla vita e il tentativo di rappresentare gli aspetti meno appariscenti degli esseri umani. È come se la poetessa, già deputata del parlamento italiano, avesse voluto catturare l’anima dell’esistenza e delle persone. Si avverte infatti subito, già dai primi brani, che per l’autrice la letteratura non è un gioco o un espediente di rappresentazione distaccata dall’esistenza, ma uno strumento o, meglio, un’occasione di immedesimazione nella vita e nel mondo, filtrata sempre da un criterio di analisi attenta, dalla proiezione costante cioè del proprio giudizio critico sugli episodi riportati. Non solo, le vicende e le situazioni sono comunque lette dalla scrittrice a partire dalla propria esperienza, tale da permetterle un coinvolgimento sincero nei personaggi e nelle loro parabole sentimentali.
Si nota, infatti, nella poetessa un senso di appartenenza trasparente e commovente, una spiccata capacità di far proprie le vicissitudini altrui, gli atti e gli eventi che il libro racconta e che evidentemente rappresentano quello che rimane di incontri effettivi. Assolutamente autobiografico, ad esempio, è il primo racconto dove Maria rievoca le invidie provate durante la propria esistenza e come queste siano cambiate nel corso del tempo, per cui se da bambina invidiava le altre bambine che potevano studiare perché legate a famiglie più ricche, poi nell’adolescenza era indispettita da quelle che avevano già il ragazzetto, mentre nella maturità l’autrice, in uno scatto evolutivo, si trova ad invidiare coloro che fanno bene e con amore il proprio lavoro.
Altre storie non sono proprio biografiche, ma evidentemente sono il risultato di incontri autentici. Come la vicenda della coppia di amanti che, dopo aver trascorso la propria esistenza in due matrimoni diversi, alla fine in vecchiaia si rincontrano e scoprono di essersi amati sempre; e, a proposito di legami duraturi, in un altro racconto ricordiamo i profondi apprezzamenti di una donna riguardo al marito, un uomo apparentemente dimesso, ma in realtà dotato di grandi risorse, che lo rendono un compagno fidato. Altri racconti sono ispirati da brevi osservazioni nei quali però emerge tutta una filosofia, come i due ragazzini che prima si prendono la libertà di baciarsi, però poi nel momento in cui si vedono osservati difendono la propria intimità , il che rappresenterebbe per l’autrice un’altra forma di libertà . Molti brani sono legati a vicende forse personali come l’incontro con un’amica con la quale però ci si scambia delle chiacchiere che lasciano il tempo che trovano; oppure la gara di cucina, che ha come giudice il nipotino, indetta con le altre nonne o zie; o ancora la decisione di andare in analisi, o infine la storia di un uomo che partecipa a un concorso letterario sulle donne e si accorge che l’immagine romantica che egli ha delle donne non solo è ampiamente superata, ma potrebbe addirittura risultare offensiva.
Quello che emerge da questi racconti è il senso di una moralità autentica che si nutre non del rigore o di regole, ma di una difesa coraggiosa della dignità di ogni esistenza. Tanti i riferimenti poi alla bellezza della natura, come le Marmitte dei giganti, il piccolo canyon del Metauro, o al senso dei rapporti umani e come possano farsi drammatici, ad esempio, in presenza di una malattia come l’Alzheimer. Alcune situazioni descritte sfiorano, oltre al dramma, anche la casualità della vita, come nel caso dell’amica che durante la tragedia delle torri gemelle viene aiutata dalla narratrice a scoprire cosa vuol dire slash (sarebbe la barra obliqua) per riuscire a comunicare on line con il figlio rimasto a New York.
Nella seconda parte del libro il discorso di Maria Lenti si fa più letterario, cioè più aperti sono i riferimenti alla letteratura e alla cultura. Si comincia con Dante che diventa la metafora di un cammino sempre dischiuso verso il miglioramento, poi si continua con le considerazioni sulla critica letteraria contemporanea a cui l’autrice rimprovera la superficialità , e infine ricordiamo i brani che costituiscono forse l’apice intellettuale della raccolta, in cui la scrittrice si sofferma da analizzare il grado di civiltà della contemporaneità , proponendo la sua visione che fa riferimento alla tradizione etica, sempre nell’ottica di una difesa dei diritti dell’individuo. E sulla riflessione della situazione della contemporaneità non poteva mancare il riferimento alla pandemia e alle conseguenze che il distanziamento sociale ha determinato. Da questo punto di vista è bellissima la lettera di un nipote a un nonno isolato a causa del covid, lettera che riesce a fare breccia nel carattere un po’ burbero del nonno, proprio nel momento cruciale della fine.
Insomma, un libro questo di Maria Lenti che, insieme all’eleganza della scrittura, musicale e poetica, offre la visione di una intellettuale che, dopo l’impegno politico, ha riscoperto la possibilità di utilizzare la poesia come strumento di comunicazione e di azione sul mondo. E ciò in perfetto accordo con il significato etimologico del termine poiesis che in greco indicava il fare come creare ma anche come agire. Non per niente la poetessa pone verso la fine del suo libro la menzione di una collaborazione, quasi una tenzone d’antica memoria, con un giovane poeta, allo scopo di mostrare quanto la poesia sia ancora vitale e importante per la nostra civiltà .Â