Massimo Monteduro è professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università del Salento e avvocato.
Appassionato di poesia sin da bambino, ha vinto nel 1992 il Certamen Horatianum e il Premio di Poesia “Luigi De Donno”.
Il Libro del Fuoco è la sua raccolta di esordio. L’opera costituisce la seconda parte di un più vasto poema in corso di composizione intitolato:
E S
S E
E lisa batte la vestaglia della vita
sui fianchi della morte nel mondo buio.
La fine sconosciuta terrorizza l’uomo.
Ma sorge dall’oceano una luce infante.
“Tremante foglia, non avere più paura.
Varcai la soglia pura nella coscienza.
Ascoltami: non è la morte negazione
bensì futuro splendido della vita.
Perché non sia temuto Quello che ti aspetta
la dolce Elisabetta ti ha preceduto”.
La rosa dalle dita d’alba canto, tanto
perfetta che riposa nel suo sepolcro.
Così dal mondo monda resterà bambina.
Non le circonda il volto nessuna spina.
L’aurora avvolge le sembianze del pianeta,
arrosa le mie guance col suo ricordo.
pag 27
Nel punto dove l’astro curva l’orizzonte
io vedo aprirsi gli occhi dell’Espiazione
e le devianze e le reazioni farsi Colpa
e Pena nella mente dell’assassino.
Nell’attimo in cui l’astro curva l’orizzonte
Adamo ed Eva nudi nel paradiso
assale la vergogna. Sentono diverso
d’un tratto l’universo degli animali:
così natura ci distingue da natura.
E l’uomo recideva la foglia verde
donandole significato di vestito
perché celasse il sesso selvaggio. L’uomo
creava connotando di sé stesso il mondo
gelido, rendendolo cosa umana.
L’Intelligenza ardente nacque col Pudore.
L’Identità sgorgò dalla Differenza
e sé conobbe nel peccato originale.
Ma grida già la voce nel paradiso:
“Che cosa hai fatto? La diversità è dolore.
Creare è dolore per la creatura.
pag 28
Dolore separarsi dalla madre amante,
dolore non raggiungere il padre amato.
Tu cercherai la pace senza ritrovarla
finché porrai confini tra l’uomo e il cosmo,
finché resisterai nell’empia presunzione
ti prostrerò perché tu risorga ancora!
Vivrai soffrendo la mia spina dentro il cuore.
Io sono il Dio del Fuoco e dei suoi colori”.
L’esilio fu la soglia dell’Adolescenza.
In essa più lo spirito si conosce
umano quanto più la carne si dibatte
corrotta nelle fauci dell’animale.
E piaghe ammorbano la pelle immacolata
ed ispida lanugine annera il viso
intatto, si fa abietta l’argentina voce.
Le labbra s’addormentano nel silenzio.
Ma nascono parole nuove dentro il cuore
più vivo della vita, nel breve spazio
tra ciò che cadde e ciò che non ancora sorge!
Colori della mente, colori umani
pag 29
fecondano la notte e generano mondi
ridenti con il seme dell’illusione.
L’Intelligenza ardente nata col Pudore
così nell’adolescere è Fantasia:
e cavalieri erranti, dame, cortesie,
audaci imprese, armi ed amori canta
dal libro spalancato sopra le ginocchia.
Ascoltano gli orecchi, la mente sogna [...]
Appare nello sguardo un’alta meraviglia
che non sarà creduta con leggerezza:
il gran destriero alato passa per il cielo
con ali di colore diverso. Siede
nel mezzo il cavaliere luminoso e terso
ed ora rade il suolo portando via
le belle donne dalle magiche contrade
ed ora vola intrepido tra le stelle.
Raccontano del suo castello sopra i monti
eretto per incanto di tutto acciaio,
raccontano di chi v’entrò cercando gloria.
Nessuno del ritorno si dona vanto.
pag 30
Il cavaliere non ha spada, lancia o mazza,
ma cinge le sue membra con la corazza
ed ha nella sinistra solo un bianco scudo
coperto tutto della rosata seta,
e nella destra reca solo un libro lieve.
Il suo destriero nacque nei luoghi dove
s’univano giumente, aquile e leoni
un tempo, al di là del ghiacciato mare.
Contempla l’occhio ciò con alta meraviglia
finché con grandi ruote discende il cielo
il cavaliere che ritorna nel castello.
E quando dalla soglia rimuove un sasso
di strani segni e di caratteri scolpito,
appaiono di sotto infiniti vasi
che fumano di fuoco eternamente occulto.
E quando nelle mani li spezza, a un tratto
il colle fa deserto, inospite ed incolto
e non appare muro né torre: quasi
che mai nessun castello splendido sia stato.
Il libro si richiude sulle ginocchia [...]
pag 31
Ma dalla morte nera sveglia d’improvviso
la bimba che sognava. La dolce rosa
rinasce nell’incanto della sua poesia.
Lei mormora al mio orecchio: “Elisabetta”.
pag 32