La spiritualità è la vita di relazione con Dio, vita di relazione nello Spirito. È esperienza e coscienza di sé-con-Dio. È un divenire: non nasce tale, ma lo diventa. La vita spirituale, pur nella sua dinamicità, si pone come punto di arrivo di diverse variabili di partenza. Queste condizionano il divenire successivo, pur senza mai causarlo direttamente né completamente. Inevitabili, allora, le differenze nelle diverse vite spirituali, nel “fare esperienza” ed “avere coscienza” della relazione con Dio: ogni io conserva le proprie caratteristiche pur nella relazione con lo stesso Tu, uguale per tutti (perlomeno nell’ambito della stessa religione).
Ricordiamo alcune delle variabili che segnano le differenze. Il contesto storico-culturale-religioso, il corredo genetico iniziale, le relazioni familiari prima e quelle extra-familiari poi (in particolare quelle con i formatori), la personalità, lo specifico modo di relazionarsi, la formazione religiosa, la spiritualità personale, la specifica conoscenza dei mistici e della mistica...
Gli eventi di vita, poi, possono avere importanti effetti sulla dinamica mentale sia psicologica che spirituale. I più decisivi, nella strutturazione del sé psico-spirituale, sono quelli che hanno risvolti relazionali – i lutti soprattutto – e sono tanto più importanti quanto più sono precoci e poco “elaborati” in senso psicologico.
Ma, accanto a tali variabili – o ancor meglio prima di queste – il credente sperimenta la misteriosa iniziativa di Dio, il Tu che fa il primo passo e sostiene l’intera relazione. In ogni caso, tutto contribuisce alla successiva specifica “forma” di relazione spirituale e di personale esperienza e coscienza di Dio. La relazione uomo-Dio è un rapporto io-Tu particolare, ma sempre sulla falsariga dei rapporti umani concreti. Qui, inevitabilmente, c’è spazio di espressione per l’intera personalità, per tutte le emozioni. E la principale chiave di lettura diventa l’attaccamento nelle sue varie forme: genitoriale, filiale, fraterno, nuziale, amicale. È una relazione incarnata: di qui l’importanza che dobbiamo attribuire alla Incarnazione di Dio in Gesù di Nazareth.
E così, spesso senza saperlo, i credenti trasferiscono nella personale esperienza e coscienza di Dio quello che è il fondamento della vita mentale: la relazione personale. Lo stesso rapporto con Dio diventa una variabile, anzi, da un certo punto in poi può diventare il fattore decisivo. Proprio questo elemento, che progressivamente raggiunge una notevole autonomia dalle variabili precedenti, potrebbe e anzi dovrebbe trasformare tutta la storia. Ma procediamo con ordine.
La vita spirituale procede da un divenire psicologico-spirituale variabilmente complesso. Al di là delle variabili più lontane, l’originario punto di partenza di ogni itinerario spirituale differisce da persona a persona. A volte coincide con eventi vitali significativi: catastrofi, malattie, lutti. Altre volte, invece, si tratta di variabili non particolarmente rilevanti, in assenza di eventi significativi: uno stato di generica insoddisfazione vitale non più tollerabile, la conclusione di una lunga riflessione sul senso della vita, l’incontro con un testo o con una persona particolarmente significativi per il momento che si sta vivendo, un’esperienza di gruppo emotivamente intensa…
Ma può trattarsi anche di una variabile ancor meno diretta e definita. Si pensi ad un clima culturale come quello in cui viviamo, particolarmente attento allo sviluppo personale e all’autorealizzazione e che, a tal fine, promuova una religiosità aconfessionale e psicologica, intesa soprattutto come emozionalità ed autocura.
In un clima simile ci si può anche sentire invogliati a fare esperienze finalizzate all’arricchimento personale, arricchimento che può prevedere infarinatura e tecniche spirituali. In ogni caso, con o senza il successivo esito più propriamente spirituale, simili eventi possono avviare una ristrutturazione della coscienza e costituire una svolta nell’esistenza, anche se inizialmente non si può prevedere nulla sulla profondità e stabilità di tale trasformazione. La coscienza spirituale, quindi, può essere scossa o risvegliata dagli eventi di vita, più facilmente quelli negativi. È un dato che può portare ad una conclusione indebita: sono gli eventi di vita a spiegare o addirittura causare il bisogno spirituale. Si ricorrerebbe a Dio come farmaco: Dio sarebbe creato dalla mente. Ma né Dio né la coscienza spirituale sono riducibili al pur reale bisogno di conforto o di senso che l’uomo prova in situazioni critiche. Dio e la coscienza di Dio possono anche esistere indipendentemente, ed allora è ovvio che la coscienza personale si riorienterebbe su Dio proprio nel momento del bisogno. È un incontro, non un’allucinazione.
Una possibile svolta
È allora possibile sperimentare una insolita attivazione della coscienza, secondo modalità che possono essere vissute come spirituali, anche solo in senso lato. Si può sperimentare il bisogno di ritirarsi dall’abituale dispersione verso l’esterno. Può crescere il desiderio di riorientamento sul sé, interiorizzazione, riflessione, raccoglimento, intimità, silenzio. Quando questo avviene si può provare un senso di pienezza, completezza, unità e può maturare una visione diversa di sé e del mondo. Si può avvertire la sensazione che lo spirito riposi in se stesso (oggi, al di fuori delle religioni “formalizzate”, una simile esperienza è quasi codificata in un variegato movimento che rientra sotto la denominazione di New Age).
Fin qui è un’esperienza psicologica importante, anche se prevalentemente autoreferenziale, rivolta a sé. Ma può anche prender corpo una generica apertura al trascendente. Queste importanti trasformazioni cognitive, emozionali e comportamentali rientrano nelle cosiddette “esperienze di vertice”.
In tali casi la coscienza entra in contatto con realtà vissute come totalmente nuove rispetto alla vita ordinaria, e si può attivare ex novo, riattivare o riorientare la vita spirituale. In tale ottica l’esperienza religiosa appare come “superveniente” sulle esperienze cognitive ed emozionali ordinarie. In non pochi casi questi saranno i primissimi passi del successivo itinerario spirituale cristiano.
In generale, però, a questo livello non possiamo parlare di vera e propria svolta religiosa, né tanto meno di mistica. È, sì, un primo informe contatto con una realtà trascendente: in effetti l’io si autotrascende, uscendo dai suoi ordinari confini. Resta però un’esperienza prevalentemente psicologica, più che religiosa o spirituale nel senso vero del termine. Così, con sincerità e convinzione, il soggetto “si sente” spirituale: prova emozioni e sentimenti che lo aprono alla trascendenza. Ma è uno stato del sé, senza ancora l’incontro con il Tu.
In questa fase può presentarsi una sete di conoscenza del mistero che ci trascende. Di qui può avviarsi una ricerca specifica, il confronto con testi sull’argomento e con altre persone che hanno vissuto esperienze analoghe. Si fa largo il desiderio di scoprire il mistero, svelare ciò che probabilmente la maggior parte delle altre persone non conosce.
Si avverte in questo il clima originario del termine greco mysticos: mistico, arcano, ciò che ha a che fare con il mistero, che solo gli iniziati possono svelare attraverso cerimonie segrete. Si tratterebbe di un’esperienza misteriosa, accessibile solo a pochi privilegiati che si “allenano” a tal fine e che sperimentano fenomeni straordinari (fin dalle origini il cristianesimo ha dovuto confrontarsi con questo falso problema, vero e proprio mito ricorrente, in cui i cosiddetti eletti nascondono ai più alcune presunte conoscenze o verità fondamentali).
Fino a questo punto non possiamo pensare nemmeno all’iniziale formazione del sé e della coscienza spirituale in senso cristiano. Manca la conoscenza dell’Altro, in realtà manca proprio l’Altro, il solo che può definire il sé come partner di relazione spirituale. Mancando l’esperienza dell’Altro non è possibile l’esperienza di sé-con-l’Altro.
Resta invece l’esperienza del sé, di un sé-fuori-di sé, capace così di accedere ai benefici dell’autotrascendenza. In realtà, già solo a questo livello, tali esperienze lasciano comunque intravedere una dimensione che trascende i confini della realtà abituale. In ogni caso, simili esperienze di trascendenza possono rivelarsi importanti, sia come arricchimento del sé, sia per eventuali successivi sviluppi spirituali.
Ma questo diventa possibile solo se il soggetto non le interpreta come puramente casuali, determinate solo da variabili neuropsicologiche e culturali, o come esperienze da ricercare per “ricaricarsi” e riprodurre con opportune metodiche. Detto in altri termini, simili esperienze psicologiche di trascendenza esitano in un concreto itinerario spirituale solo se diventano oggetto di una formazione specifica a tal fine. Formazione proprio nel senso di “dar forma” alla nascente spinta fuori-di-sé, orientandola verso il Tu trascendente: Dio. È la relazione – l’apertura all’altro – la vera esperienza trasformante del sé. E allora, un vero cambiamento del sé in senso spirituale è possibile solo con il passaggio dall’autoreferenzialità alla relazionalità.
Le esperienze culmine sono funzionali all’arricchimento della coscienza di sé, ma rivelano tutta la loro utilità in termini spirituali solo quando aprono alla coscienza dell’Altro, per condurre sino alla coscienza di sé-con-l’Altro. In caso contrario si resterebbe ancora a livello di semplice svolta psicologica, cioè nell’ambito del sé autocentrato. Il che non è poco, ma non è ancora quel tutto di cui la mente umana sembra aver bisogno o che sembra desiderare: lo spirituale.
A questo punto si dovrebbe aprire un discorso importante, ma impossibile da affrontare in questa sede. In estrema sintesi, la questione si condensa in due domande. È parte integrante ed inalienabile dell’uomo il bisogno di trovare un senso alla propria esistenza? E la risposta più soddisfacente è Dio? Quanti rispondono positivamente a tali interrogativi, sono anche convinti che l’uomo non è solo prodotto della sua filogenesi, quasi semplice esecutore dei suoi meccanismi di adattamento al mondo esterno ed alle relazioni. E quindi, pur risolti tali bisogni, l’uomo può continuare a sentirsi insoddisfatto, perfino ad ammalarsi. L’uomo, pertanto, deve poter trovare un senso per vivere e Dio potrebbe costituire il suo senso più pieno. Tale conclusione sembrerebbe dar ragione ai grandi teorici del sospetto: Dio invenzione dell’uomo. Per i credenti le cose stanno diversamente e più semplicemente: l’uomo effettivamente “inventa” Dio, ma nel senso originario del termine latino invenire: trovare, incontrare, scoprire Dio, non immaginarselo, inventarselo nel senso attuale del termine. Allora Dio – eternamente preesistente alla ricerca dell’uomo – sarebbe la vera risposta, l’unica in realtà. E questo fino al punto di ipotizzare vere e proprie “malattie dello spirito”, cioè forme di sofferenza del sé che, prescindendo dalla neuropsicologia, si radicano nel mancato incontro con Dio. La questione del senso nelle discipline della mente è posta in modo particolare dalla Logoterapia di V.E. Frankl, dove, appunto, si giunge a parlare di “nevrosi noogena”. In ogni caso, perché il passaggio allo spirituale risulti autentico, occorre una vera e propria ristrutturazione della coscienza.
La conversione
Quando il soggetto prende sul serio uno di questi flash di trascendenza, diventa cosciente della propria dimensione spirituale e la rende oggetto di adeguata riflessione, alla svolta psicologica può far seguito la vera e propria conversione religiosa. Questa è un’esperienza molto complessa che, ovviamente, nella vita personale finisce coll’incidere in modo variabile da persona a persona. Se, infatti, non sempre segna l’avvio diretto di una vita spirituale autentica e stabile, in ogni caso segna sempre un cambiamento decisivo almeno nel pensiero.
Le grandi questioni, come il senso della vita in generale, ma soprattutto il senso di quella personale, trovano una risposta nella possibilità di esistenza di un Dio. In tale ottica, infatti, la vita può assumere finalmente un senso ed una direzione. A questo punto, però, arricchita la conoscenza di sé e scoperta la trascendenza immanente in se stesso, nonché la possibilità di esistenza di un Altro, si corre ancora un rischio: restare chiusi in questo circuito introspettivo, intellettualmente e psicologicamente appagati.
In effetti, in questo modo si può comunque restare nei confini del sé psicologico, senza ancora una reale apertura al Tu. Si tratta di un “sentirsi” spirituale, non di un “vivere” spirituale nell’ambito della relazione con un Dio persona. Comprensibilmente, un cambiamento di questo tipo non dà alcuna garanzia in merito alla vita spirituale propriamente detta.
Perché il sé spirituale cominci a definirsi occorre, allora, un passaggio fondamentale: la decisione di credere nell’Altro incontrato nell’esperienza trascendente. È questo atto di fede a segnare l’avvio della vera ristrutturazione del sé: il “sì” personale alla proposta di relazione da parte di Dio. Prendere sul serio questa sua intenzione amorosa rappresenta la vera e propria conversione in senso spirituale. E se non proprio già dagli inizi della vita spirituale, quando sarà più maturo il credente sarà pienamente cosciente che la conversione è stata un’azione di Dio. L’iniziativa è di Dio, l’accettazione è dell’uomo che, in ogni caso, resta sempre libero di opporsi.
È l’inizio della vita spirituale come vita di relazione con un Tu, verso cui ci si sente impegnati responsabilmente. A questo punto, più che la teoria, è la stessa esperienza personale che fa prendere atto della propria dimensione trascendente. È una realtà che si impone in tutta la sua evidenza esperienziale. Ora il credente vede e percepisce se stesso, quindi anche l’uomo in generale, come un essere ontologicamente aperto al divino.
Piano piano, sperimentandola, verifica l’essenza della visione cristiana: l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è fatto per lui, per amarlo ed essere amato da lui. E, personalmente, sperimenta anche di poter trovare soluzione alla propria esistenziale inquietudine solo nella relazione con Dio.
Ora finalmente non c’è solo un vago sentimento di Dio, ma un cosciente atto di volontà nel credere a quel Tu. Ora Dio, alla cui iniziativa si deve l’avvio della relazione, rivelandosi entra nel campo della conoscenza esplicita, entra a far parte di sé. Da quel momento si considera tutta la propria esistenza alla luce della fede. E questo non può non avviare un processo di trasformazione globale, dai pensieri al comportamento. E quanto più si diventa coscienti di questo Altro ed aumenta la sua conoscenza ed esperienza, tanto più profondamente avviene la trasformazione.
In tale cornice di riferimento, allora, fin dalla conversione la vita spirituale cristiana appare sostanzialmente esperienza di relazione tra un io e un Tu. Da una parte l’uomo, con l’insopprimibile bisogno-desiderio di relazione, che si appaga pienamente solo in Dio. Dall’altra il Dio Trinitario della rivelazione cristiana, vera risposta a questa ontologica apertura dell’uomo agli altri e all’Altro. E se: «La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 39), allora il cristiano autentico nell’unione con Dio fa l’esperienza più completa della propria dignità.
Ma l’uomo che si pone in cammino verso Dio, come sperimentato dagli stessi mistici, da solo e con i propri sforzi non riesce a raggiungerlo ed a restare nella relazione con lui senza il suo aiuto, la sua grazia. Il credente adulto, ormai divenuto cosciente della propria dimensione spirituale, scopre che l’aiuto di Dio comincia già dal battesimo, vero inizio della relazione.
Qui infatti c’è il dono della vita teologale – fede, speranza, carità – che è la stessa vita di Dio. Sono potenzialità iniziali, da sviluppare nel tempo, attraverso cui poter giungere all’unione con Dio. Sono, dunque, le radici originarie dell’itinerario spirituale che, divenendo coscienti, possono poi essere maturate.
La vita teologale
La relazione e la vita spirituale, allora, consistono fondamentalmente nella continua collaborazione tra i due protagonisti, che agiscono in maniera complementare per raggiungere il fine comune dell’unione: Dio che continuamente dona all’uomo la grazia di credere, amare e sperare; l’uomo che accetta e collabora fattivamente alla “vita teologale”.
E questo è assolutamente prioritario anche nell’ottica che fonda la presente analisi: vita teologale ed operazioni della coscienza sono strettamente correlate. È soprattutto nella coscienza, infatti, che si svolge la vita spirituale, perché è lì che progressivamente prende corpo e si attua la dinamica di relazione uomo-Dio o, meglio, Dio-uomo.
Alla base di tutto c’è la fede, il credere a quel Tu che chiama al rapporto interpersonale con lui, il ritenere vera la sua Parola. Il primo passo lo compie Dio: egli, altrimenti inconoscibile, si manifesta all’uomo e lo fa fondamentalmente attraverso suo Figlio. È davvero storia di salvezza: è una rivelazione che salva l’uomo, lo toglie dalle tenebre di una vita senza senso e senza prospettiva. Ed è credibile, come dimostra soprattutto la prova decisiva: la risurrezione del Figlio.
Il cristiano, allora, comincia la sua vita spirituale con un atto di fede: crede vera la Rivelazione di Dio Padre nel Figlio. Non si tratta di credere ad un corpus di teorie, ad un Essere metafisico, ma ad una Persona: si tratta, quindi, di entrare in relazione con lui. E la stessa possibilità di credere, altrimenti impossibile per l’uomo, è opera dello Spirito.
Grazie al riconoscimento del Tu, cioè all’attuazione della capacità di “cogliere Dio” (la capacitas Dei di Agostino), la fede rende operativo nell’uomo il superamento della propria falsa autonomia, della chiusura in sé, della “ipseità”. Questo è il primo passo: Dio si manifesta e l’uomo crede. Ma poiché l’uomo è un essere cognitivo, ha la necessità di conoscere la realtà, soprattutto l’altro della relazione. Il processo di conoscenza relazionale nell’uomo avviene attraverso la riflessione unita all’esperienza personale, e questo non può non valere anche in riferimento a Dio. La risposta dell’uomo alla manifestazione di Dio, allora, consiste in due passaggi tra loro intimamente connessi: coscienza ed esperienza, parti costituenti un processo dinamico unitario.
Così, l’uomo diviene cosciente di Dio, della sua importanza per la propria vita. A tal fine, Dio e la vita spirituale devono diventare oggetto di attenzione, riflessione, cura, profonda e continua elaborazione cognitiva. Si tratta di prendere sempre più coscienza, alla luce della Rivelazione, del senso profondo della relazione con Dio, nella storia universale e personale. Per questo l’itinerario spirituale esige un continuo approfondimento della propria fede, un progresso nella “intelligenza della fede”.
Qui entrano in campo la riflessione, la memoria, la volontà, il confronto con chi è più esperto nella teoria e nella pratica di Dio, il supporto della comunità dei credenti. Pur con i dubbi e le resistenze della ragione e la mancanza di evidenze sperimentali, la fede è conoscenza di Dio nel mistero, grazie all’opera dello Spirito.
Attraverso la fede il credente legge l’esistenza e la presenza di Dio nella storia e nella propria vita, interpreta l’immanenza alla luce della trascendenza. Ma, data l’incolmabile distanza da Dio, si tratta di una conoscenza che mai, in questa vita, potrà essere completa e definitiva. E, paradossalmente, tale conoscenza è tanto maggiore quanto minore è l’attività umana in tale direzione.
L’intelligenza applicata all’ambito spirituale, soprattutto se ostinatamente protesa a “controllare” razionalmente Dio, finisce col diventare un ostacolo alla relazione con lui. E questo fin dai suoi primi passi, cioè dalla possibilità che Dio possa esistere davvero ed avviare la relazione con l’uomo: quanta fatica per la sola ragione!
Il secondo passo nel cammino di fede porta a completare la conoscenza attraverso l’esperienza di Dio, vivendo concretamente la relazione con lui, attraverso tutti i mezzi che Dio mette a disposizione, a cominciare dal dialogo nella preghiera e dalla vita sacramentale, ma soprattutto ricambiando il suo amore, amando lui ed in lui i fratelli. La fede, quindi, non è solo accettazione teorica della Rivelazione che esiti in una sapienza intellettualmente appagante. È, anche e soprattutto, adesione personale dell’io al Tu. È confidenza, fiducia, coinvolgimento cognitivo-emotivo, relazione piena, amore soprattutto. L’itinerario verso Dio, allora, comporta una “esperienza della fede”.
La fede permette di percepire la realtà spirituale immanente nell’uomo. E tale percezione è il fondamento della coscienza spirituale e mistica. In tale prospettiva, quindi, la coscienza spirituale può essere immaginata anche come gli “occhi della fede”. Fede, coscienza ed esperienza di Dio, allora, sono in intima e dinamica connessione. Attraverso la fede il cristiano risveglia l’originaria immagine di Dio in sé, dice “sì” al dono della relazione da parte di Dio, si impegna in questo rapporto interpersonale, si lascia coinvolgere esistenzialmente. Fede come relazione, allora, come partecipazione vitale.
È solo grazie alla fede che la coscienza diventa spirituale e di Dio, dunque, si può fare esperienza. In definitiva, la fede è teoria e pratica insieme e, spesso, già solo la “pratica di Dio” si traduce in conoscenza, anche senza un approfondimento teorico specifico. È la fede dei semplici, la fede di chi ama senza riserve, senza la necessità di capire.
In definitiva, la fede è azione dello Spirito che agisce sulla coscienza, ma senza togliere all’uomo la sua libertà: l’uomo può sempre opporsi a questa azione salvifica. Quanto più l’uomo fa agire lo Spirito in sé, tanto più acquista coscienza dell’amore del Padre e ne fa esperienza. E tutti coloro che lasciano agire liberamente lo Spirito e vivono pienamente la fede – in particolare i santi ed i mistici – affermano con indiscutibile certezza un dato di sintesi: il Dio da loro conosciuto ed esperito è fondamentalmente tensione relazionale verso l’uomo, donazione, amore illimitato. Questa scoperta, se adeguatamente approfondita soprattutto attraverso il lavoro della coscienza, è capace di trasformare radicalmente l’uomo.
È la vera sapienza (sophia) cristiana, un insieme di conoscenza di Dio come Padre (soprattutto attraverso la meditazione sulla Parola e sul Figlio – Parola incarnata –), esperienza esistenziale di conformazione a Cristo, azione dello Spirito (illuminazione e forza). Una sapienza che non è solo teorica, ma che si traduce concretamente in vita di relazione, nella partecipazione alla vita trinitaria, anche in assenza di una sua piena coscienza.
Alla fede si accompagna la progressiva formazione della coscienza spirituale che, a sua volta, diventa condizione per un’autentica esperienza della fede. Pensieri, emozioni, valutazioni, comportamenti: tutto diventa cristiano. La formazione di una solida coscienza spirituale è fondamentale per la vita nello Spirito: da questa può dipendere tutto il cammino successivo. Sappiamo che il tema della coscienza è di particolare interesse anche per la neuropsicologia. E sappiamo della sua diffusa difficoltà a riconoscere una coscienza spirituale e, ancor più, una coscienza mistica. In quest’ultimo caso, poi, si ricorre troppo facilmente al concetto di “dissociazione della coscienza”.
In realtà per il cristiano le cose non stanno così. Forzando un po’ i termini, si dovrebbe parlare di dissociazione proprio con riferimento alla inattività della coscienza spirituale. Se l’uomo è fatto per Dio, si realizza nella sua compiutezza proprio con l’attivazione dominante e continua della coscienza spirituale: quante più connessioni sinaptiche riguardano la sua relazione con Dio, tanto più l’uomo ha raggiunto il suo fine. In tale ottica, quindi, la coscienza spirituale non è un ostacolo per l’uomo, e nemmeno è solo un complemento della vita mentale, eventualmente utile per la sua salute psichica.
Per il cristiano, dunque, la coscienza spirituale – in quanto mezzo per la relazione con Dio – è vero e proprio motore della sua vita mentale. E l’azione di Dio nella relazione con l’uomo, la trasformazione dell’uomo in Dio, la sua divinizzazione o deificazione, dunque, sarà direttamente proporzionale alla pienezza della coscienza spirituale: è come se potessimo pensare ad essa come spazio di azione di Dio nella mente dell’uomo.
E, detto questo, non pensiamo affatto che una diffusa coscienza spirituale possa esimere il credente dalle difficoltà ordinarie: tentazioni, dubbi e oscillazioni nella fede, fatica ad amare gli altri, mancanza di speranza… La coscienza spirituale, infatti, non disincarna l’uomo. Il cristiano – reso spirituale – vive pienamente la sua umanità ma sacrifica ciò che, in coscienza, sa non essere gradito a Dio, e procede alla sua ricerca anche senza certezze.
Una relazione adulta con Dio, quindi, può inevitabilmente prendere corpo solo in modo progressivo, attraverso una sempre maggiore coscienza delle responsabilità che caratterizzano tale rapporto, unita all’impegno concreto conseguente, da rinnovare ogni giorno nel proprio tempo e spazio esistenziale. Certi che si tratti di una volontà d’amore, si cerca di comprendere la volontà di Dio su di sé con l’intento di attuarla e, nell’attuarla, di avviare il vero cambiamento.
La coscienza e l’esperienza di Dio come amore, dunque, rese possibili dalla fede, comportano necessariamente la carità. Sempre dono di Dio, costituisce l’essenza della vita spirituale e mistica. Il Dio trinitario cui si presta fede, è essenzialmente amore, e proprio come amore – nel Figlio – si manifesta all’uomo. E la stessa fede, dono che rende possibile la coscienza di Dio come amore, è la prima dimostrazione di questo amore nella storia del singolo cristiano.
Inevitabilmente, allora, la conoscenza che deriva dalla fede esita nell’amore e questo amore, quanto più viene concretamente vissuto, tanto più spinge ad una maggiore conoscenza di Dio. In sostanza la relazione uomo-Dio è fondamentalmente conoscenza-amore. L’uomo, quanto più ama, tanto più recupera l’originaria somiglianza a Dio, divenendo simile a lui proprio nell’amore. La fede – coscienza dell’amore di Dio – inevitabilmente responsabilizza il cristiano all’amore.
Sapersi amato dalla Trinità, sapersi somigliante a Dio proprio nell’amore, e sapere che Dio ama tutti con lo stesso amore, impone al cristiano di amare tutti. L’amore Trinitario che inonda il cristiano esige un completamento (a sua volta di tipo trinitario, psicologicamente diremmo “triangolare”) a favore dell’altro uomo: Trinità uomo uomo. L’amore umano come mediazione dell’amore trinitario.
Allora il cristiano non è tale se si limita alla teoria dell’amore: in forza della sua identità che proviene dalla fede (coscienza dell’amore di Dio) non può non diffondere questa fede agli altri e, fondamentalmente, la diffonde proprio attraverso l’amore per loro. Molto più di ogni discorso, è proprio l’esercizio dell’amore, infatti, che può provocare gli altri alla fede: l’amore convalida la fede di chi crede e di chi osserva il credente.
E così, mentre si fa canale dell’amore trinitario verso gli altri, lo stesso amore umano a sua volta diventa canale per l’amore trinitario verso il credente. È un circolo amoroso che riesce ad arricchire della vita di Dio, naturalmente, in misura proporzionale al contributo personale e concreto a questo amore. L’uomo, infatti, proprio perché caratterizzato dalla libertà, può ostacolare, condizionare, perfino impedire questo amore trinitario, sia nella vita personale sia nelle relazioni con gli altri.
Nell’amare gli altri e nel trasmettere loro l’amore trinitario, inevitabilmente l’uomo può correre il rischio di “umanizzare” quest’ultimo, di ridurlo così a qualcosa di inferiore, può rischiare di privarlo della sua perfezione originaria.
Pur con questi limiti, il cristiano deve vivere concretamente l’amore verso gli altri, a cominciare dal proprio ambiente relazionale quotidiano. In tale prospettiva, tutta la vita spirituale ruota intorno all’amore per Dio e per i fratelli, davvero la cosa più importante e sulla quale si giocherà il futuro del credente.
In definitiva l’amore deve diventare l’oggetto principale della coscienza cristiana. E quanto più si fa esperienza dell’amore di Dio, tanto più si desidera vivere per sempre e senza ostacoli con l’amato: è la speranza cristiana. E così, l’amore informa la speranza.
Accanto alla fede e all’amore, l’altro dono di Dio all’uomo è proprio la tensione continua verso il compimento finale della salvezza: la speranza. Radicata nella fede – coscienza di Dio amore –, e nell’amore – esperienza di Dio amore –, la speranza è desiderio della vita eterna con Dio. È il desiderio di raggiungere e realizzare il nucleo della fede, rendere completo e definitivo quell’amore sperimentato, almeno in parte, in questa vita.
Fede ed amore non tolgono al credente la sua umanità, la sua fragilità di fondo: nella vita spirituale, infatti, non si possono non sperimentare delusioni e fallimenti. La speranza, allora, viene in aiuto soprattutto nella quotidiana esperienza di fragilità, di difficoltà a mantenersi coerenti con ciò in cui si crede: la debolezza, dunque, genera la fiducia nell’aiuto di Dio.
Da parte sua il cristiano deve tener viva la speranza, dono dello Spirito, deve mantenere lo sguardo rivolto alla vita oltre la vita dove, senza ormai più vincoli spazio-temporali, senza più mediazioni, gusterà la relazione trinitaria nella comunità dei santi. Ed è alla luce di questo “non-ancora” – fondato sulla risurrezione di Cristo – che il cristiano valuta la storia ed ogni azione svolta per il compimento della salvezza, anche quando non dovesse apparire fruttuosa.
Il vissuto psicologico della speranza teologale, allora, è la fiducia in Dio, anche nelle situazioni in cui l’uomo sa di deluderlo ma, forse, soprattutto in quelle che ritiene “senza speranza”. Coscienza di Dio – fede –, esperienza di Dio – amore –, e desiderio di Dio – speranza –, sono un tutt’uno. Il cristiano vive di questa vita teologale – vita spirituale, vita di Dio – con il desiderio ed il compito di trasmetterla anche agli altri.
L’itinerario spirituale
Anche al di fuori della piena consapevolezza del credente, la vita teologale “informa” la vita spirituale in tutto il suo divenire, in modo più evidente a cominciare dalla conversione. Vissuta come opera di Dio, segna soprattutto una profonda trasformazione della coscienza e del sé, avviando il vero e proprio itinerario spirituale cristiano: la vita nello Spirito. È un cammino proteso verso una sempre più completa ed intima unione con Dio. Ma, anche quando si avverte l’esigenza di cambiamento, la vita spirituale può procedere ancora in modo superficiale, come gli stessi mistici insegnano.
Al credere, allora, deve seguire la determinazione, la volontà di fare di Dio il centro della propria vita e di proseguire nel cammino intrapreso, senza illudersi di poter evitare interruzioni, ma sempre decisi a ricominciare. Seguiamo tale itinerario attraverso uno schema generale ampiamente utilizzato. È lo stesso percorso dei mistici perché, se non tutta la vita spirituale può dirsi mistica, tutta la vita mistica è certamente spirituale, cioè vissuta nello Spirito.
Fondamentalmente agli inizi si tratta di avviare ex novo o reimpostare la relazione con Dio (è la fase della iniziazione cristiana). Nel vivere, ora si tiene sempre più conto della sua volontà – a cominciare da quella sulla propria vita – ed i valori religiosi diventano prioritari. Alla base di tutto ora c’è il rapporto interpersonale con Dio, mossi dal desiderio di non deluderlo. Cresce il bisogno di interiorità e di riflessione sul proprio essere-con-Dio e, soprattutto se ben guidati, cresce la conoscenza di come Dio agisce nella propria vita e quale debba essere la risposta del credente. Agli inizi dell’itinerario ci si orienta di più verso l’interiorità.
Nel raccoglimento e nella preghiera – che consiste fondamentalmente nella meditazione – cresce il desiderio di conoscere Dio, di approfondire i contenuti del credo cristiano, spesso già presenti nella propria memoria culturale, anche solo in modo approssimativo o superficiale.
Ognuno li elabora con accentuazioni diverse, sulla base delle variabili culturali e psicologiche, e prende corpo il desiderio di una vita cristiana più perfetta. In questa fase prevale la ricerca della consolazione spirituale. Ma a fronte di facili entusiasmi si possono registrare altrettanto facili scoraggiamenti, un’emozionalità psicospirituale, dunque, non sempre ben controllata.
Un rischio è quello di attribuire più importanza all’impegno personale che non all’azione di Dio. Questo può spingere a comportamenti eccessivamente rigidi. Anche per questi motivi può rivelarsi molto importante l’incontro con la “persona giusta”, già esperta in tali passaggi e nell’itinerario generale verso Dio. Sarà la guida, il maestro, il padre spirituale.
Ed è importante anche la comunità, fonte di sostegno per la fede, anche se a volte l’esperienza comunitaria di Dio tende a surrogare quella individuale, dimenticando che quella con Dio è fondamentalmente una relazione io-Tu da vivere nell’interiorità.
Tutta la vita spirituale è mossa e sostenuta da un grande desiderio di Dio che il credente, vivendolo come suo dono, si impegna a tener vivo. Un primo passo in tal senso è quello di rendere la vita teologale oggetto primario della coscienza spirituale. È importante acquisire una sempre maggiore consapevolezza e conoscenza di come si svolge la relazione con Dio, della sua realtà, della sua importanza nella vita quotidiana.
Questa coscienza teologale, inevitabilmente, attiva una risposta concreta da parte dell’uomo: la sua collaborazione personale all’azione di Dio avviene attraverso l’esercizio di purificazione da tutto ciò che allontana da Dio, e, grazie all’aiuto dello Spirito, attraverso la concreta identificazione con Cristo, si realizza una vera e propria “conformazione” a lui. Si presuppone quindi un’adeguata conoscenza del Cristo. A tal fine sono essenziali i testi della sacra Scrittura. Molto importante è la meditazione – nella preghiera – sulla stessa figura di Cristo. Possono giovare, inoltre, i testi di approfondimento, come quelli teologici.
È così che la vita teologale comincia a tradursi in esperienza, rendendo possibile un nuovo modo di essere e di vivere in ogni situazione della vita quotidiana.
Comprensibilmente, allora, l’inizio dell’itinerario spirituale avvia una trasformazione personale decisiva e totale, una vera e propria esistenza nuova. Il credente, quindi anche il futuro mistico, cerca innanzitutto di “svuotarsi” di tutto ciò che ostacola la relazione con Dio. O meglio, si sforza di eliminare tutto ciò che può ostacolare l’azione dello Spirito nell’uomo. In tal senso, il primo impegno è l’evitamento dei peccati.
Con la maturazione della coscienza, poi, si punta ad “attaccare” le stesse inclinazioni di base verso il peccato. Infine viene messo in discussione tutto ciò che sia in qualche modo anche minimamente pericoloso per la vita spirituale. Così, se il mistico non si stanca mai di sottolineare l’azione della Grazia, cioè che tutto è avviato e sostenuto da Dio stesso, nella realtà quotidiana l’azione dello Spirito deve fare i conti con l’impegno concreto dell’uomo.
Già a questo punto il credente può fare “esperienza diretta” di Dio, avvertire una sua particolare vicinanza o presenza. Sono esperienze e prese di coscienza perlopiù isolate, ma non per questo meno autentiche di quelle che si registrano nelle vite mistiche. In ogni caso non dimostrano necessariamente una vita mistica che invece, come indica il termine “vita”, è caratterizzata soprattutto dalla continuità. Dopo la fase iniziale, di durata variabile, il credente che lo voglia in modo deciso può progredire nella vita spirituale. Si passa, allora, ad uno stato di maggiore pace ed illuminazione in cui il cristiano, sempre meno pieno di se stesso, si lascia riempire sempre più dal Cristo (è la fase della maturità cristiana).
Così la fase attiva della purificazione si integra con quella passiva rispetto all’azione di Dio nella propria esistenza. Cristo diventa il Tu della relazione spirituale, modello su cui conformarsi. Tale conformazione a Cristo – che è immagine del Padre – è progressiva ricostruzione dell’originaria immagine di Dio, è la vera trasformazione spirituale. Ora dalla meditazione – attività prevalentemente discorsiva – , si comincia a passare alla contemplazione, l’orazione in cui si percepisce la presenza di Dio. La persona spirituale, meglio se ben guidata, può comunque osservare in se stessa i segni che indicano il passaggio alla contemplazione.
In tre momenti successivi si prende coscienza di passare da una crescente sazietà ed aridità nella meditazione discorsiva allo starsene passivamente con Dio. Il passaggio dalla meditazione alla contemplazione comporta una fase di turbamento inevitabile, visto che ora la coscienza non opera più come suo solito, in modo attivo, ma come non è abituata: in modo passivo.
L’“evento mistico” è una svolta non solo per la coscienza, ma anche per lo stare al mondo, e non solo in prospettiva, ma già dell’essere-qui-ed-ora. Coscienza ed esperienza di sé, del mondo e di Dio ne escono definitivamente e stabilmente trasformate.
Il vero traguardo di tutto l’itinerario coincide con il pieno sviluppo della vita spirituale, che si mantiene stabile e continuo. Il perfetto esercizio delle virtù teologali, quindi, porta alla perfezione spirituale, la pienezza dello Spirito: tutto, infatti, è da lui mosso e guidato. E questa passività, in coloro che Dio sceglie per l’esperienza mistica, è particolarmente sperimentata nella orazione.
È la fase in cui domina l’orazione mistica, con la percezione consapevole della presenza di Dio. In questa fase l’uomo, reso spirituale, è in più intima e stabile relazione con la Trinità. È proprio a proposito di questa esperienza che si può parlare di unione omatrimonio spirituale.
In tutto l’itinerario la relazione con Dio è sempre mediata anche dalla neuropsicologia individuale. A tal proposito è bene accennare al rapporto tra ragione ed emozione. Nei rapporti interpersonali tutti facciamo esperienza di due fondamentali modalità di vivere le relazioni. Da una parte ci sono i soggetti che automaticamente si affidano più alla ragione, alla riflessione, diremmo che si affidano più alla “intelligenza della relazione”.
Se non possiamo dire che le loro relazioni siano meno autentiche, possiamo dire che nel rapporto interpersonale non si lasciano andare serenamente, non lasciano fluire le emozioni relazionali, in molti casi nemmeno le riconoscono, né in sé, né nell’altro. E questo, inevitabilmente, vale anche nel rapporto con Dio: ci sono quindi itinerari spirituali di tipo prevalentemente intellettuale.
Dall’altra parte abbiamo i soggetti che automaticamente vivono e lasciano trasparire le emozioni relazionali, si affidano, dunque, con facilità al “sentimento della relazione”. Anche in questo caso non possiamo applicare la categoria dell’autenticità in modo esclusivo, come se queste relazioni fossero più autentiche di quelle in cui ci si affida più alla ragione. Avremo, dunque, itinerari spirituali maggiormente caratterizzati da emozionalità.
Fin qui, l’essenziale della vita spirituale, cioè della vita cristiana di relazione con Dio nello Spirito. Il soggetto la assume personalmente con una determinazione fondamentale. La matura nella fede – credere in Dio senza possibilità di verifiche empiriche, senza quelle certezze, cioè, cui il cervello umano è abituato – appartenendo sempre più a Cristo, conformandosi a lui.
Spinta da un desiderio intensissimo, la vita del credente è un essere-al-mondo dinamicamente orientato a raggiungere Dio, pienezza della vita. In questo itinerario egli può trovare aiuti decisivi nell’ascolto della Parola, nella partecipazione alla vita sacramentale, in particolare all’Eucaristia, ed alla vita della Chiesa.
Dalla vita spirituale alla vita mistica
Per gran parte, vita spirituale e vita mistica si sovrappongono. Ma allora, dov’è la distinzione, dov’è quella differenza che pure traspare nelle vite mistiche? Qual è lo specifico della mistica? È un problema che ha interessato a lungo la teologia, con un confronto serrato tra autori e scuole diverse, anche se il dibattito, pur favorendo comunque una maggiore e migliore comprensione della vita spirituale e mistica, non è esitato in un accordo generale.
Intanto, mentre il confronto continua, è comunque possibile riferirsi ad una posizione ufficiale della Chiesa: «Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo. Questa unione si chiama «mistica», perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti – «i santi misteri» – e, in lui, al mistero della santissima Trinità. Dio ci chiama tutti a questa intima unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti» (Catechismo Chiesa Cattolica n. 2014).
Così la vita spirituale cristiana, in quanto partecipazione alla vita divina, è naturalmente mistica. Quindi, anche se non molti rispondono adeguatamente a questa possibilità, Dio chiama tutti all’intima unione con lui. In particolare, chiama alcuni a viverla e testimoniarla in modo particolare: i mistici, infatti, divenendo trasparenti di Dio, testimoniano, ricordandolo, questo dono di unione che egli offre a tutti; chiamati a provocare nei credenti il desiderio e l’esperienza di Dio, mantengono viva la coscienza della sua azione nella propria vita. Questa la riflessione della Chiesa.
La nostra visione vuole integrare le narrazioni mistiche e la riflessione teologica con la visione neuropsicologica dell’uomo. L’esperienza narrataci dai mistici appare come il risultato di un incontro di due variabili: da una parte l’azione di Dio nell’uomo e dall’altra la neuropsicologia propria del mistico che a tale azione corrisponde.
Nella mistica, allora, avremmo una dimensione oggettiva – teologica – ed una soggettiva – neuropsicologica –. La prima, che prende corpo con il sacramento del battesimo e matura con la sua presa di coscienza da adulti, è presente e visibile in tutti coloro che vivono un’autentica vita spirituale. È il dono di Dio, la Grazia uguale per tutti. La dimensione neuropsicologica, variabile da persona a persona, è l’aspetto umano considerabile della relazione mistica.
Consiste soprattutto in una particolare esperienza e coscienza della dimensione teologica, cioè della relazione offerta da Dio. La particolarità di tale vissuto deriva sia da una non ordinaria azione di Dio, sia da determinate caratteristiche neuropsicologiche dei soggetti, forse particolarmente adatte a questa specifica azione di Dio.
In ogni caso, insieme ai mistici ed alla stessa Chiesa è bene ribadire che anche nella dimensione neuropsicologica è sempre presente l’azione particolare di Dio. È sempre Dio a scegliere alcuni per renderli testimoni e, senza forzare la loro libertà, li riempie di sé “in modo particolare”, un modo percebile dagli stessi soggetti e visibile anche agli altri.
La mistica propriamente detta, dunque, non è mai una conquista dell’uomo, nel senso che non dipende dalle capacità personali, né dall’allenamento o dallo sforzo. Anche se è pur vero che è proprio la dimensione neuropsicologica – quindi la soggettività dell’uomo – a rendere più visibile la differenza tra vita spirituale – fino alla santità – e vita mistica.
Infatti, quel modo “particolare” – differente, dunque, rispetto alla vita spirituale ordinaria e di perfezione – è agito da Dio proprio nella dimensione neuropsicologica dell’uomo, consentendogli così di fare esperienza diretta ed immediata di lui, oltre che di avere coscienza di tale esperienza.
E la percezione cosciente della presenza di Dio può giungere fino al vissuto di visione o di unione con lui. Possiamo ribadire allora che, nella mistica, la dimensione teologica dell’intimo incontro con Dio si combina con la dimensione neuropsicologica di una particolare esperienza e coscienza di tale incontro.
Quando l’uomo corrisponde a questa particolare azione di Dio in lui, nella mistica cristiana propriamente detta, l’esperienza di Dio si fa particolarmente intensa e diretta, e la coscienza della presenza di Dio si mantiene abituale, costante, dominante. Inevitabilmente, allora, al traguardo dell’itinerario mistico troviamo una particolare esperienza e coscienza di unione con Dio, una qualche percezione consapevole della sua presenza e dell’intima partecipazione alla vita trinitaria. Esattamente come dimostrano le vite mistiche.