G. Esposito e S. Consiglio impiegano un approccio psicologico in cui convergono diversi indirizzi, in particolare: la psicodinamica, il cognitivismo, la psicologia evoluzionista, la Teoria dell’Attaccamento. Alla base di questa ottica cognitivo-evoluzionista c’è la visione dell'uomo come essere relazionale, filogeneticamente orientato alla relazione (io-me, io-tu, io-mondo, io-Dio). Tale intersoggettività, quindi, non esclude che un «tu» possa appartenere alla dimensione spirituale, possa essere Dio.
In estrema sintesi, gli argomenti di maggiore interesse di questa psicologia e della sua sottostante antropologia sono: Cervello, Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI), Modelli Operativi Interni (MOI), Attaccamento, Sé, Coscienza. Una recente sintesi di tale visione è disponibile nell'eBook: Esposito G. – Consiglio S. (2013). L'uomo in cammino, Amazon.
Il Cervello
Tutti gli elementi che danno forma all’esperienza cognitivo–emotivo–comportamentale dell’uomo – anche quando credente in relazione con Dio – trovano posto nel suo cervello e, quindi, devono fare i conti con neuroni, connessioni sinaptiche e attività elettrochimiche.
L’elemento base del cervello è il neurone. È una cellula di circa tre millesimi di centimetro, composta da un corpo cellulare e delle appendici fibrose, che permettono lo scambio di informazioni con altri neuroni. Lo scambio avviene grazie ad una particolare attività elettrochimica, attraverso il rilascio di sostanze note come neurotrasmettitori. Ve ne sono diversi come diversi sono gli effetti che producono. Le strutture di connessione tra neuroni sono dette sinapsi. Ogni neurone può indirizzare messaggi a molte altre cellule. Basti pensare che, in un dato istante, sono attive miliardi di sinapsi. Esistono neuroni eccitatori e neuroni inibitori che entrano in azione per salvaguardare il cervello da un’attività eccessiva, pertanto potenzialmente dannosa. Il cervello è composto da diverse aree.
La corteccia cerebrale, una struttura organizzata in sei strati, è correlata alle funzioni cognitive superiori ed è strettamente collegata con il corpo, attraverso il tronco encefalico ed il midollo spinale. Tra le sue funzioni, ha anche quella di controllo sensoriale e motorio. La corteccia si divide in due emisferi – destro e sinistro –, in ognuno dei quali si individuano quattro strutture, definite lobi. Il lobo temporale è situato nella parte laterale della testa. È associato al linguaggio ed al pensiero astratto. Il lobo occipitale, situato nella parte posteriore, è associato alla visione. Il lobo parietale, nella parte superiore e centrale della testa, è associato alle funzioni sensitive, motorie, di orientamento. Il lobo frontale, nella zona anteriore della testa, è associato all’attenzione.
Anche se dobbiamo sempre immaginare il cervello come un sistema integrato, cioè un sistema che opera come un tutto, comunemente si ritiene che gli emisferi abbiano specializzazioni differenti. L’emisfero sinistro sembra maggiormente specializzato nell’analisi, nel controllo del linguaggio e nei processi logico-matematici. Per questo è definito dominante. L’emisfero destro sembra maggiormente correlato al pensiero non verbale e alla percezione, modulazione ed espressione delle emozioni. I due emisferi comunicano attraverso fasci di fibre nervose, ma non si scambiano dati precisi. I dati, comunque, raggiungono il loro aspetto per noi più definito, proprio a seguito del processo integrato di collaborazione interemisferica.
Attraverso le vie neurali, al cervello giungono i dati sensoriali. Tutti gli impulsi vengono indirizzati verso specifiche aree di elaborazione (visiva, ecc.), per poi raggiungere le aree associative. In queste aree gli impulsi provenienti dai sensi vengono integrati, dando così origine proprio a quella percezione finale di cui il soggetto diviene cosciente. Le aree associative, inoltre, sono connesse anche ai centri della memoria e delle emozioni. La percezione finale per il soggetto, diventa così ancora più ricca e significativa. Proiettandoci per un attimo nell’esperienza spirituale, dobbiamo immaginare che le aree associative siano molto attivate.
Nell’area dell’orientamento, nella sezione posteriore del lobo parietale, affluiscono e vengono integrati tutti i dati sensoriali inerenti il corpo e la sua posizione nello spazio. Se è l’area dell’emisfero sinistro a coordinare la definizione fisica del corpo (i suoi confini), quella dell’emisfero destro si occupa dello spazio fisico in cui il corpo si muove. L’integrazione delle due aree garantisce la distinzione tra sé e non-sé. L’area dell’orientamento potrebbe essere particolarmente interessata a quelle esperienze di perdita dei confini del sé che a volte caratterizzano l’esperienza spirituale e più propriamente quella mistica. Pensiamo soprattutto all’esperienza di profonda unione con Dio.
L’area dell’attenzione, situata nella corteccia prefrontale, oltre a diverse altre importanti funzioni, coordina i movimenti complessi ed i comportamenti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi. Intenzionalità e volontà, dunque, sarebbero particolarmente correlate a tale area, così come il concentrarsi, programmare un comportamento, eseguire compiti complessi, mantenere l’attenzione prolungata. Nell’induzione e nel controllo delle emozioni, poi, sono chiamati in causa i lobi frontali, strettamente connessi con il sistema limbico.
Nello spazio che connette i lobi temporale, parietale ed occipitale, invece, è situata l’area verbale-concettuale, implicata nella formulazione dei concetti astratti e nella correlazione tra concetti e parole. Si comprende come questa area sia particolarmente implicata nell’esperienza spirituale.
Oltre la corteccia, un’altra struttura fondamentale particolarmente importante per la coscienza è il talamo. Situato al centro del cervello, collega una gran parte della corteccia con le strutture subcorticali, e soprattutto i lobi frontali con il sistema limbico. Ai nuclei talamici, particolari aggregazioni di neuroni, giungono i fasci nervosi adibiti all’attività sensitiva. Tra ciascun nucleo e particolari aree della corteccia esistono numerose connessioni bidirezionali. I nuclei talamici non sono collegati direttamente tra di loro ma un nucleo, quello reticolare, è collegato agli altri nuclei ed ha funzioni inibitorie. Altri nuclei, detti intratalaminari, sembrano implicati nello stabilire i livelli di risposta corticale.
E questo è importante se si considera la correlazione tra una soglia troppo alta e la perdita della coscienza. Il sistema attivatore reticolare ascendente, al vertice della colonna vertebrale, partecipa al controllo delle risposte eccitatorie. Il nucleo settale attenua la funzione eccitatoria e limbica, in cooperazione con l’ipotalamo e l’ippocampo, ed incide sull’attenzione selettiva e sulla memoria. Il cervelletto, alla base del cervello, è associato alla motricità, all’attenzione, all’apprendimento, al senso del tempo.
Il sistema limbico è prioritariamente adibito a generare e modulare le emozioni. Tre le sue componenti principali: ipotalamo, amigdala ed ippocampo. L’ipotalamo è situato al termine superiore del tronco cerebrale. Svolge funzioni fondamentali per la sopravvivenza.
Ad esempio regola il sistema nervoso autonomo, l’aggressività, la sessualità. Controlla vari sistemi ormonali e partecipa alla regolazione della funzione immunitaria, della fame e della sete, della temperatura corporea. Fa da mediatore tra il sistema nervoso autonomo e le strutture corticali superiori che elaborano gli impulsi nervosi.
L’amigdala, al centro del lobo temporale, è adibita al controllo delle emozioni più raffinate. Assegna agli impulsi nervosi un corrispondente valore emotivo, così che l’attenzione possa concentrarsi solo sugli input importanti. A quel punto attiva l’ipotalamo che a sua volta agisce sul sistema nervoso autonomo.
L’ippocampo, situato dietro l’amigdala, collabora con questa in compiti importanti, come ad esempio, aiutare il cervello ad attivarsi quando gli impulsi nervosi sono più significativi, produrre emozioni, correlarle con i ricordi. Contribuisce anche a regolare le risposte del sistema nervoso autonomo, sia quelle eccitatorie, sia quelle inibitorie. In tal modo difende l’equilibrio emotivo dagli stati eccitatori eccessivi. Una piccola digressione sul sistema nervoso autonomo. Regolato principalmente dall’ipotalamo costituisce il ponte tra il cervello ed il resto del corpo. È composto da due sistemi: simpatico e parasimpatico. Il sistema simpatico prepara l’organismo all’azione con un’ondata eccitatoria (si pensi a situazioni di pericolo o di intenso desiderio). Aumentano: la frequenza cardiaca e respiratoria, la pressione del sangue ed il tono muscolare. Il sistema parasimpatico svolge la funzione inibitoria: conserva l’energia disponibile e mantiene l’omeostasi del sistema. Lo possiamo immaginare in azione soprattutto nel sonno e negli stati di rilassamento. Nella maggior parte delle circostanze, all’attivazione di uno dei due sistemi corrisponde una minore attività dell’altro. Tale alternanza, in casi rari, viene meno. È ciò sembra accadere quando ambedue vengono spinti alla loro massima attività: in tal caso i due sistemi funzionano contemporaneamente. È probabilmente il caso degli stati alterati di coscienza.
Ma torniamo al cervello. Le strutture del sistema limbico sono particolarmente importanti per il nostro discorso. Sono infatti adibite alla regolazione dei valori innati utili alla specie, a cominciare da quelli che qui più ci interessano: i sistemi di attaccamento-accudimento che descriviamo più avanti. Questi valori innati devono poi fare i conti con le reali relazioni umane, soprattutto quelle degli inizi. Queste, ovviamente, non sono uguali per tutti: ognuno assegna una rilevanza variabile ai diversi eventi di relazione.
E così, nell’interazione tra cervello ed ambiente relazionale umano, prendono forma le categorie individuali dei valori universali. È la concreta esperienza di interazione con gli altri, quindi, a condizionare il valore innato dell’attaccamento-accudimento. Categoria e valore, comportamento appreso e comportamento innato si intrecciano. Si formano così le memorie valore-categoria. Si comprende subito quanto, nell’esperienza spirituale, possano essere importanti i sistemi di valore-categoria.
Chiudiamo con una nota su apprendimento e memoria. In ogni istante il cervello è alle prese con un gran numero di stimoli interni (ricordi, pensieri...) ed esterni (input sensoriali). Nel singolo momento non tutti gli stimoli sono ugualmente importanti, né sarebbe possibile l’elaborazione continua ed efficiente di un simile flusso di dati. Così, il cervello opera selezionando solo gli input significativi. Insieme agli input il cervello memorizza anche la reazione agli stessi: così si accrescono l’apprendimento e la memoria che, ovviamente, sono strettamente correlati. Molti di questi schemi diventano automatici. Apprendimento e memoria possono essere espliciti ed impliciti. Alcune aree del cervello sono adibite ad immagazzinare informazioni in modo che possano poi diventare oggetto della coscienza. È il processo di formazione delle memorie esplicite. Altre aree, invece, sono adibite a conservare informazioni in modo implicito, senza consapevolezza. Tanto le memorie esplicite quanto quelle implicite contribuiscono a dar forma al sé.
Finora, parlando del cervello, abbiamo impiegato altri concetti: sé, coscienza. Li chiariamo più avanti, ma prima accenniamo ad un altro concetto, strettamente connesso a quello di cervello: la mente. Il discorso sulla mente e la sua relazione con il cervello è oggetto di un dibattito vasto e complesso, che si svolge in più discipline. Dopo decenni di confronto manca ancora un accordo generale sul tema. Noi qui ci limitiamo a chiarire la nostra definizione di mente. Innanzitutto, come vedremo anche per il sé e la coscienza, non è una sostanza e nemmeno una entità all’interno del cervello. Nella definizione, poi, teniamo conto sia della visione neurobiologica che di quella psicologica.
Nel primo caso pensiamo alla mente come l’insieme dei processi consci ed inconsci che si svolgono nel cervello – attivazioni sinaptiche – e che dirigono il comportamento. Nel secondo caso pensiamo alla mente come esperienza, come un vissuto esistenziale. In tal senso è legata alla introspezione, alla possibilità che l’uomo ha di “cogliere” se stesso come soggetto che è, pensa, desidera, agisce... In questo caso il soggetto fa di se stesso l’oggetto della coscienza.
La mente sarebbe lo scenario di questa oggettivazione, il luogo o spazio virtuale in cui questa si svolge. La mente, allora, in qualche modo è il luogo virtuale del sé, con i suoi aspetti espliciti ed impliciti. E questo è reso possibile grazie al cervello, alle sue connessioni sinaptiche. Lo spazio mentale diventa spazio neurale. Strettissima, allora, la correlazione tra una realtà sostanziale – il cervello – e delle realtà esperienziali (concettuali e linguistiche): la coscienza, la mente, il sé. Ma prima di parlarne, accenniamo ad un aspetto decisivo della vita cerebrale-mentale: la sua dimensione relazionale.
Sistemi Motivazionali
Un sistema motivazionale è un sistema di regole innate che guida il comportamento di un organismo in direzione di una meta precisa, essenziale alla sopravvivenza della specie. È possibile catalogare i Sistemi Motivazionali in base alle loro funzioni.
Sistemi motivazionali con funzioni biologiche (pre-limbici o rettiliani): Alimentazione; Riposo; Sessualità; Territorialità; Difesa-Sicurezza; Esplorazione.
Sistemi motivazionali con funzioni sociali (limbici): Attaccamento; Accudimento; Cooperazione; Formazione della coppia; Competitività.
Sistemi motivazionali con funzioni cognitive (neocorticali): Visione di sé; Visione dell'altro; Visione del mondo; Interpretazione; Coerenza; Attribuzione di significati; Previsione; ... Religiosità.
Sì, per il credente anche la religiosità può essere pensata come un sistema motivazionale, autonomo, non riducibile ad altri sistemi. Essendo creato a «immagine di Dio», nell’uomo, la possibilità e capacità di avere coscienza e di fare esperienza di relazione con Lui, non può che essere innata. Crescendo, attraverso la formazione religiosa, è di questo che diventiamo coscienti. Ma tale potenzialità va continuamente coltivata dall’essere umano che, con l’aiuto della grazia, nella Chiesa può vivere la relazione con Dio, la relazione con il Padre.
Sistemi Motivazionali Interpersonali
L’uomo è filogeneticamente orientato alla relazione, è soggetto-in-relazione, la sua coscienza nasce, si mantiene e si sviluppa in una matrice intersoggettiva. Nel corso dell’evoluzione si sono definite alcune disposizioni innate a diverse mete di relazione: chiedere (attaccamento) e offrire (accudimento) protezione e conforto; cooperazione in vista di obiettivi comuni (cooperazione); relazionalità sessuale (sessualità); competizione per la dominanza (competizione). Da queste mete bio-sociali innate si sviluppano i «Sistemi Motivazionali Interpersonali» (SMI) – moduli esperienziali innati finalizzati alla sopravvivenza di sé e della specie – a ognuno dei quali corrispondono emozioni specifiche.
Attaccamento. Il sistema dell’attaccamento, che si attiva automaticamente in situazioni di bisogno, sofferenza, pericolo, regola la ricerca di vicinanza a chi può rispondere al bisogno di accudimento.
Accudimento. Il sistema dell’accudimento regola i comportamenti di risposta a chi richiede aiuto.
Cooperazione. Il sistema della cooperazione spinge a collaborare con altri per raggiungere uno scopo comune. Tende ad attivarsi quando il singolo non riesce da solo a raggiungere lo scopo.
Sessualità. Il sistema della sessualità gestisce il desiderio ed il piacere sessuale, spostandoli sempre più dall’originario orientamento verso se stessi a quello verso l’altro. È anche strettamente correlato alla genitorialità (paternità - maternità), al desiderio di essere riconosciuti come genitori dall’altro, in un ruolo particolare di fonte di accudimento.
Competizione. È il sistema che controlla la competizione per il potere nelle relazioni sociali, cioè i comportamenti finalizzati a conseguire il rango di dominanza o ad accettare la subordinazione nelle relazioni. In senso lato controlla l’aggressività e spinge a lottare per difendere se stessi, i propri cari, i propri beni o ideali, il proprio spazio vitale. E spinge anche ad aggredire l’altro per necessità o anche solo per un proprio utile. In prevalenza è strettamente correlato al bisogno, al senso di minaccia subita, allo stress che rende meno tolleranti, più egoisti, più aggressivi. Nelle sue manifestazioni meno dannose lo vediamo in azione nel bisogno di primeggiare, detenere il potere, dominare, affermarsi, essere famosi.
I Sistemi Motivazionali Interpersonali non sono variabili sempre determinanti e autonome da altri fattori. In realtà devono fare i conti soprattutto con i Modelli Operativi Interni (MOI), teorizzati da J. Bolwby, capaci di condizionare in misura variabile ed a volte perfino decisiva.
Modelli Operativi Interni
Gli esseri umani, interagendo con il proprio ambiente, costruiscono dei Modelli Operativi Interni (MOI). Sono veri e propri «modelli di sé-con-l’altro» (come ci ricorda G. Liotti), vale a dire modelli di relazione. I MOI sono rappresentazioni mentali, strutture che contengono le configurazioni spaziali, temporali e causali dei fenomeni del mondo. La loro funzione è quella di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi, fare previsioni e costruire aspettative sulla vita relazionale. La loro strutturazione si fonda sulle relazioni primarie, soprattutto quelle con le originarie Figure di Attaccamento (FdA). I MOI condizioneranno anche le successive relazioni, senza che il soggetto ne abbia coscienza. E così, dall’interazione tra SMI e MOI prendono forma diversi tipi di attaccamento.
L'attaccamento
La mente o, se si preferisce, il cervello è relazionale. Le relazioni – a cominciare da quelle primarie – danno forma ad un incalcolabile numero di connessioni sinaptiche, con le relative memorie, implicite ed esplicite. E la vita di relazione dura per tutta la vita. È probabile, allora, che quella di relazione sia l’esperienza umana più coinvolgente in senso lato: corpo, emozioni, sentimenti, cognizioni, memorie, motivazioni, comportamenti … con tutte le sottostanti correlazioni neuronali.
Con il termine relazione ci riferiamo ai rapporti interpersonali significativi, soprattutto a quelli in cui entrano in azione i corrispondenti SMI che regolano le interazioni, soprattutto quelli dell’attaccamento e dell’accudimento. Sono i sistemi più importanti, in ogni caso i primi che in ordine di tempo entrano a far parte dell’esperienza e delle memorie personali, codificati nel sistema limbico. Soprattutto agli inizi della vita, l’interazione tra i due sistemi plasma il cervello del neonato, ponendo le basi per le interazioni successive.
In questi casi – i più importanti per la vita umana – per un principio di economia dell’attività cerebrale e psichica, non dobbiamo creare ogni volta un nuovo schema di relazione. E nemmeno è necessario avere la piena consapevolezza di ciò che sta accadendo. Gli schemi di relazione, allora, si attivano in automatico e perlopiù in modo inconsapevole. Così, soprattutto nei rapporti più importanti, si rieditano gli schemi formatisi agli inizi del divenire (MOI), nelle relazioni con gli adulti coinvolti nell’accudimento primario.
Sono veri e propri modelli interni di attaccamento, conoscenze implicite su come relazionarsi con gli altri. La riedizione non è sempre così rigida e comunque deve fari i conti con gli schemi di relazione messi in campo dall’altro. Così pure, se il passato influisce sul presente, quest’ultimo può retroagire sul passato. Nuove relazioni “correttive” – perché no, anche quella con Dio – in misura diversa possono influire sui modelli relazionali primari, o limitandone gli eventuali effetti negativi, o perfino arricchendo o trasformando i modelli stessi.
Si comprende, allora, perché in campo psicologico privilegiamo una teoria che apporta notevoli contributi alla comprensione dell’interazione umana: la Teoria dell’Attaccamento (J. Bowlby). Lunghe e numerose osservazioni sulle interazioni madre-bambino e padre-bambino, hanno permesso di individuare quattro modalità base di attaccamento.
Nell’attaccamento sicuro, di fronte alle richieste di aiuto la figura di attaccamento si dimostra sensibile, disponibile, affidabile, competente nella risposta. Nel bambino prende forma un’immagine di sé come degno di amore, di considerazione, un sé sicuro, senza eccessivi timori relazionali, capace di affidarsi all’altro e di fidarsi di lui, sufficientemente autonomo, comunque non patologicamente dipendente dall’altro. In tal modo, allontanamenti e distacchi non si correlano a psicopatologia significativa e duratura. I due partner della relazione, così, si complementano armoniosamente nei rispettivi sistemi motivazionali dell’attaccamento e dell’accudimento. Con questo rispecchio e rinforzo reciproco la relazione stessa diventa più facile ed arricchente per ambedue. Con simili premesse le relazioni successive con persone differenti risulteranno significativamente facili. Sarà così anche nel rapporto con Dio?
Nell’attaccamento insicuro evitante, a fronte delle richieste di aiuto e conforto, la figura di attaccamento viene sperimentata e memorizzata come non disponibile, distante, rifiutante se non proprio ostile. Di conseguenza prende corpo un’immagine di sé poco amabile. Il desiderio di vicinanza accudente non viene meno, ma deve coesistere con la necessità di tenersi a debita distanza. Per evitare l’angoscia derivante da una vicinanza rifiutata ed una lontananza temuta, l’unica strategia diventa il “controllo”. In ogni caso resta un attaccamento ansioso, non libero di esprimere le proprie fisiologiche richieste. La relazione è caratterizzata da ansia di abbandono e da limitazione della libertà esplorativa. Tracce di questa tipologia potranno essere rinvenibili anche nella relazione con Dio?
Nell’attaccamento insicuro resistente l’adulto si rivela imprevedibile ed intrusivo: a volte accudisce, altre no, in modo inspiegabile o comunque senza regole interpretative stabili e coerenti. Il bambino si vive come un oggetto controllato o usato dall’altro, nell’imprevedibilità, esperienza insopportabile per la mente. Inevitabile, allora, che gran parte della dinamica personale e relazionale ruoti intorno alla tematica del “controllo”. Invece di vivere la relazione, si finisce con il controllare ansiosamente se stessi e l’altro, per non dipendere da una persona che non garantisce affidabilità. Tutto deve essere valutato adeguatamente, previsto, perché l’imprevedibile genera angoscia. In questo sforzo, ovviamente, la conoscenza reale di sé e dell’altro si mantiene molto bassa. E se volessimo immaginare, anche solo per un attimo, questo tipo di sé in relazione con Dio, Essere per principio incontrollabile? Severità, autocritica, scrupolo, paura di deludere potrebbero caratterizzare queste vite spirituali.
Nell’attaccamento disorientato-disorganizzato troviamo una figura di attaccamento assolutamente contraddittoria: sembra disponibile all’accudimento e contemporaneamente appare spaventata. Di conseguenza il bambino può sperimentare un’immagine di sé che sia simultaneamente accettabile e fonte di paura, pericoloso per le persone che ama. Se comprende che la sua vicinanza è di conforto per l’adulto, si propone come suo salvatore, avviando così l’accudimento invertito. Se costretto a tale accudimento dall’adulto, il bambino può vivere un senso di incapacità e colpa. Nelle situazioni più gravemente patogenetiche, il sé in formazione può sviluppare parti tra loro incongruenti ed autonome. Vengono memorizzate rappresentazioni di sé e di sé-con-l’altro simultaneamente tra loro incompatibili, perfino opposte. La gestione simultanea di rappresentazioni opposte non è possibile per la coscienza. Questo attaccamento, allora, è la tipologia con maggiori implicazioni sulla coscienza. Ed è quello che, nella relazione con Dio, può presentare i maggiori rischi per la continuità del sé.
Oltre ai singoli sistemi relazionali io-tu, per la formazione del sé conta anche il “sistema” famiglia. Qui, il più delle volte a livello inconscio sia per il singolo sia per il sistema familiare, ognuno è coinvolto in una potente dinamica di gruppo. Su ognuno si creano aspettative, ad ognuno viene assegnato un ruolo che il singolo, più o meno consapevolmente, deve far suo o deve contestare. Tutto il sistema, poi, si attiene a specifici miti familiari non verbalizzati, che impongono vincoli ed obblighi invisibili. Anche la dinamica familiare, quindi, partecipa alla formazione del sé e, di conseguenza, alla eventuale successiva relazione con Dio.
Da questi brevi cenni s’intuisce la forte correlazione che esiste tra la qualità dell’attaccamento primario ed il sé in formazione. Sia nei casi di “normalità”, sia in quelli psicopatologici, l’interazione tra i sistemi innati e le relazioni concrete dà forma alla dinamica relazionale propria di ogni individuo. È nella intersoggettività che prende corpo e si sviluppa la conoscenza di sé e di sé-con-l’altro. Nelle fasi iniziali le memorie di questa conoscenza si formano e permangono al di fuori della consapevolezza. Si tratta di conoscenza tacita che, come vedremo, è correlata alla coscienza primaria.
Nel tempo, la conoscenza di sé e di sé-con-l’altro diventa esplicita e verbalizzabile a noi stessi ed agli altri. Gli aspetti espliciti sono i tasselli di quel mosaico che diventa la storia cosciente di noi stessi. Il problema subentra quando si creano memorie implicite, probabilmente negative, molto discordanti da quelle esplicite. È una falsa narrazione, un’attribuire alla propria storia significati non compatibili con gli eventi reali di attaccamento. Simili incongruenze, nel tempo ed in situazioni di particolare stress, possono diventare non più sostenibili per il sé. È il momento della sofferenza mentale.
Ritornando alla conoscenza esplicita, a questo punto siamo già alla coscienza di ordine superiore. Il suo pieno sviluppo prevede due passaggi decisivi che dobbiamo considerare parlando della coscienza: la Teoria della Mente (riconoscere all’altro una mente) e la metacognizione (scoprire in sé una mente), sempre correlati alla intersoggettività.
La correlazione tra le esperienze iniziali di attaccamento-accudimento ed il sé, si estende anche alla dimensione spirituale. Così, se l’essere-nel-mondo, l’essere-con-se-stessi e l’essere-con-gli-altri sono correlati a sistemi innati ed ai sottostanti meccanismi cerebrali, lo stesso vale per l’essere-con-Dio. Ma correlazione non significa causazione: non è il cervello a “creare” Dio. Ed inoltre, come gli stessi neuroscienziati e neuropsicologi sanno bene, correlazione non significa totale determinismo del “prima” sul “dopo”, lasciando intendere la completa immodificabilità nel divenire. Una caratteristica dell’attività sinaptica è la plasticità. E così il divenire del sé, nel mondo e nelle relazioni, ha spazi di libertà-da ciò che ha segnato i suoi inizi e libertà-per configurarsi diversamente, almeno in parte. E questo vale anche per la vita spirituale.
Il Sé
Anche sul sé dobbiamo limitarci a brevissimi accenni. Ovviamente il sé non corrisponde ad una sostanza, né spirituale né materiale. Nemmeno coincide con una parte ben delimitata del cervello, con suoi specifici circuiti neurali. Intuitivamente e nel linguaggio comune il termine richiama i concetti di persona, personalità, identità. Possiamo concettualizzarlo come la visione complessiva di noi stessi, l’insieme delle nostre caratteristiche fisiche, psicologiche, sociali, culturali... È come il risultato dell’operazione mentale con cui ci rendiamo oggetto di riflessione, ci osserviamo nella nostra totalità, ci descriviamo a noi stessi o agli altri.
Così, parlando in prima persona è improprio dire che ho un me. In realtà io sono quel me che descrivo. Fermandoci a questa definizione del sé come oggetto, però, ne diamo un’idea statica e finiamo coll’identificare sé e identità, cosa non impropria ma, concettualmente, se non inutile, almeno fonte di ulteriori complicazioni per la comprensione dell’uomo.
L’insistere sul concetto autonomo del sé, allora, è strategico: accanto alla sua funzione descrittiva tende ad evidenziare anche la sua funzione “agente”, attiva, processuale. Vale a dire che il sé è insieme il risultato ed il processo dell’autoconoscenza, centro unificatore e trasformatore della personalità, processo attivo che continuamente trasforma se stesso e riorganizza l’esperienza che fa di sé e del mondo.
Quanto alla costruzione e al divenire del sé, vi contribuiscono innanzitutto gli aspetti genetici: temperamento, maggiore o minore apertura al mondo ed alle relazioni (introversione, estroversione), intelligenza… Su questa base si aggiungono gli aspetti modellati dall’esperienza. A tal fine sono essenziali i processi di apprendimento e memorizzazione delle informazioni. Nell’ambito dell’esperienza che contribuisce a formare il sé, soprattutto agli inizi conta la relazione con il proprio corpo, la costruzione dell’immagine fisica di se stessi, come elemento separato dal resto del mondo, distinguibile dagli altri corpi. Il sé, quindi, inizialmente è corporeo.
Decisiva a questo punto è l’esperienza delle emozioni e la loro stretta correlazione con il corpo. La loro progressiva sperimentazione e comprensione, in se stesso e negli altri, contribuisce in modo importante alla costruzione iniziale del sé, ponendo quindi le basi per la sua formazione. E, come sappiamo, la sperimentazione e definizione delle emozioni avviene prevalentemente all’interno delle relazioni con le principali figure di accudimento degli inizi.
Così, il bambino comincia a vedersi come unità fisica a se stante, e questo avviene anche grazie all’adulto che se ne prende cura, che lo definisce proprio attraverso l’accudimento che è, innanzitutto, fisico. E così il sé prende forma nell’ambito del sistema filogenetico dell’attaccamento-accudimento: in definitiva, una parte considerevole del sé è relazionale. Emozioni e relazioni sono tra i più importanti nuclei formativi del sé: ma quanti loro aspetti entrano a far parte della memoria cosciente?
È stretta la correlazione tra sé e coscienza, nel senso soprattutto di autoconsapevolezza, consapevolezza e descrizione di sé. Forzando un po’ potremmo dire che non si dà un sé senza una coscienza. In effetti una parte del sé è correlata all’autoconsapevolezza, all’autorappresentazione. Tale esperienza si ha nel momento in cui l’io, pensando a se stesso, recupera memorie esplicite da aree cerebrali specifiche, si descrive e può narrarsi a se stesso. In questo dialogo interiore costruisce la memoria autobiografica, sviluppa la conoscenza esplicita di sé. Può, così, narrarsi anche agli altri. In tal senso, quindi, il sé è correlato al linguaggio e all’interazione con gli altri.
Ma il sé non è dato solo dai suoi aspetti consci, espliciti. Del sé fanno parte anche aspetti inconsci, impliciti. Sono le informazioni relative al sé, spesso al sé-con-l’altro, conservate in apposite aree cerebrali in modo implicito, cioè senza consapevolezza. Per questo di tali aspetti non siamo consapevoli, e, quindi, poiché non disponibili alla coscienza, non riusciamo a rappresentarceli. Alcuni di questi aspetti impliciti sono inaccessibili alla coscienza, altri, invece, sono solo indisponibili al momento, ma possono diventarlo in momenti successivi o in condizioni diverse. Questo aiuterebbe a spiegare un fatto. Dalla semplice osservazione di noi stessi e degli altri verifichiamo che, nella stessa persona, il sé non è unico, né sempre uguale, né sempre coerente con altre parti di sé. A ragione, quindi, si parla di “molteplici sé”, a volte perfino di sé in contraddizione tra di loro.
In ogni caso, tanto le memorie esplicite quanto quelle implicite contribuiscono a dar forma al sé. Pur mantenendo un nucleo abbastanza stabile, nel tempo, il sé non è statico, ma continuamente soggetto a trasformazioni. Non solo nel senso positivo, come per le integrazioni che derivano dall’apprendimento e soprattutto dalle relazioni. Ma anche in senso negativo, come per gli impoverimenti che conseguono a malattie, stress, invecchiamento, o anche solo a relazioni negative con gli altri.
Ed all’arricchimento o impoverimento del sé, in ogni caso alla sua trasformazione, contribuisce anche la stessa immagine e narrazione di sé, fatta a se stessi ed agli altri. Il sé, pertanto, è in continuo divenire nel tempo, ben oltre le sue premesse evoluzionistiche e neuropsicologiche. E tra gli elementi che più contribuiscono al possibile divenire vi sono le esperienze di relazione. E in molti casi, anche la relazione con Dio. In questo divenire, un ruolo fondamentale gioca la coscienza.
La coscienza
È difficile proporre una definizione di coscienza su cui ci sia l’accordo generale. Innanzitutto sappiamo cosa non è: di certo non è una sostanza, una “cosa” reale, e non corrisponde ad una ben delimitata area cerebrale. È, invece, un processo.
Nell’accezione comune il concetto di coscienza è correlato soprattutto a quello di vigilanza, presenza alla realtà. Questa può essere esterna – il mondo e gli altri – e interna – se stessi. Oltre alla vigilanza, il concetto di coscienza richiama quello di conoscenza, consapevolezza. Nella visione della mente relazionale, allora, la coscienza è relazionale. È l’atto mentale con cui un soggetto – l’io – si rende conto di, conosce se stesso, l’altro, la loro relazione.
Abbiamo già accennato allo stretto collegamento tra relazione e coscienza, fino a ritenere che la coscienza prenda forma, si mantenga e si sviluppi in una matrice intersoggettiva. Così pure abbiamo detto che ad ogni SMI corrispondono emozioni specifiche. Queste, oltre a fornire informazioni sul proprio stato interno (attraverso apposite attivazioni neurofisiologiche), si traducono in vere e proprie comunicazioni rivolte a un membro del proprio gruppo sociale. Durante l’evoluzione della specie umana è diventato essenziale non fraintendere questi segnali emozionali, i quali nell’uomo sono molto più complessi rispetto alle scimmie antropomorfe. E, nell'ottica della psicologia evoluzionistica, è proprio dalla necessità di discriminare efficacemente fra loro i molteplici segnali emozionali che trae origine la coscienza, processo mentale che elabora questi segnali per evitare risposte inappropriate.
Tale elaborazione consente l'avvio di due processi. Il primo – Teoria della mente – permette di formulare «teorie» sul significato e la finalità del comportamento emozionale altrui: in pratica si sviluppa una teoria della mente dell’altro. Il secondo – Metacognizione – consente di riconoscere i propri stati mentali, renderli oggetto dell’osservazione e della riflessione cosciente. È un monitoraggio della propria esperienza cosciente, in base a cui ci si fa un’idea della propria mente. Prende forma, così, la coscienza di avere una mente.
In tal modo dalla neurofisiologia pre-cosciente emergono i sentimenti coscienti. Quella dei sentimenti è però ancora una coscienza primaria, nucleare, che l’uomo in parte condivide con altre specie viventi. Essenzialmente emozionale, permette la percezione di sé e del mondo e consente la costruzione di scene grazie alla memoria operativa. Soltanto col successivo sopraggiungere del linguaggio nasce la coscienza di ordine superiore o estesa, tipicamente umana. Permette di richiamare il passato ed immaginare il futuro, e consente il formarsi del concetto di sé, dell’altro, di sé-con-l’altro. Rende possibile la consapevolezza di essere coscienti e la possibilità di render conto ad altri, ossia comunicare, i contenuti della propria coscienza. Con la coscienza superiore possiamo non solo esperire, ma anche dare un nome alle emozioni, nostre e dell’altro, e tradurle nel dialogo, sfuggendo così alla necessità, che vincola l’animale, di agire in modo automatico in seguito all’attivazione degli SMI. Inoltre, la conoscenza di sé-con-l’altro si traduce in narrazione interiore, storia di sé, autocoscienza riferita a specifici modelli interni che rappresentano le interazioni sé-altro.
Un'ultima nota. La coscienza è tanto più ricca quanto più numerosi sono i suoi contenuti mutuamente discriminabili (gli stati coscienti che possono essere discriminati l’uno dall’altro, come le sensazioni di caldo o freddo, si definiscono qualia). Accanto a questa ricchezza diremmo quantitativa, ne esiste una qualitativa: abbiamo così coscienze altamente specializzate, magari su un contenuto assolutamente dominante sugli altri, nel cui ambito sviluppano una particolare sensibilità, una capacità di discriminare un insieme di caratteristiche che risultano inaccessibili ad altre coscienze. Si pensi ad un artista in qualunque campo, ma si pensi anche al santo o al mistico.
In sintesi tali processi – Coscienza, Teoria della Mente, Metacognizione – sono fondamentali per la vita umana, sono tra loro profondamente correlati, si fondano sull’intersoggettività e contemporaneamente fondano l'intersoggettività. Per questo saranno tanto più adeguati quanto migliori saranno state le relazioni primarie, ricordando comunque sempre la possibilità di una loro “rieducazione” successiva.
È evidente, allora, l’importanza della coscienza, e per il sé e per la relazione. Con una formula un po’ estrema, tipicamente psicologica, potremmo dire che un soggetto umano è tanto più sano ed umanamente ricco quanto più riesce a rendere esplicito ciò che è implicito nella sua vita mentale e nella sua storia personale. E, considerata la naturale relazionalità umana, per il sé ha la stessa importanza l’esplicitazione dell’implicito presente nell’altro e nella stessa relazione. Così, grazie alle operazioni della coscienza, la conoscenza esplicita di noi e dell’altro migliora la dinamica della relazione con noi stessi e con gli altri.
Ovviamente, una simile valorizzazione della coscienza non scade nella ingenuità del riduzionismo razionalista. L’esperienza quotidiana, anche nei casi di maggiore intimità con Dio, ricorda che la ragione – le operazioni della coscienza – non sempre è sufficiente a farci sopportare noi stessi e gli altri. E questo anche quando tutto ci sembra esplicitato, noto, cosciente… emozioni comprese. Si direbbe che l’uomo, prima o poi, ma sempre, debba proprio confrontarsi con un fondo di insoddisfazione vitale. Difficile spiegare questo solo con ipotetici malfunzionamenti genetici o neurobiologici, conflitti psichici, eventi di vita stressanti, problematiche storiche, sociali o culturali. Per non parlare del fatto che una non completa soddisfazione è percepibile anche quando la vita e le relazioni procedono al meglio.
L’uomo è qualcosa di più e di diverso dalla somma di tutte queste variabili – negative e positive – che pure partecipano in modo sostanziale alla sua formazione. E allora, pur in una dimensione neuropsicologica e sociale soddisfacente, le relazioni non bastano all’uomo e l’uomo non basta a se stesso? Pur senza annullare se stesso e le relazioni umane, è fatto per trascenderle? Si realizza pienamente solo aprendosi alla trascendenza, all’Altro-da-sé? Come intuibile, queste domande aprono la strada ad ulteriori passaggi teorici: il sé spirituale e la coscienza spirituale, cioè la conoscenza esplicita di sé-con-Dio.
Il Sé spirituale
Proviamo ora ad immaginare l'intersoggettività uomo-Dio, cioè la relazione spirituale. In tale ambito, cosa accade al cervello e al sé alle prese con l’esperienza di Dio, e specificamente del Dio cristiano? Le vite dei santi e dei mistici evidenziano con estrema chiarezza un dato: la relazione spirituale ha un’enorme incidenza sull’intera vita mentale.
A livello cerebrale possiamo immaginare l’incalcolabile numero di connessioni sinaptiche coinvolte nell’esperienza e coscienza di Dio, ancor più in una vita dove la relazione con Dio è così dominante. Ed a livello del sé, cioè di come il soggetto vede se stesso?
Si potrebbe dire che, in misura quasi direttamente proporzionale alla quantità e qualità della vita spirituale, tra i molteplici sé prende forma uno specifico sé spirituale. I termini non implicano alcuna reificazione: è solo una definizione concettuale, un semplice modello teorico, finalizzato ad una migliore comprensione della complessità umana, soprattutto quando impegnata nell’esperienza di Dio. Quando la persona spirituale o mistica riflette su se stessa, quando sottopone la propria esperienza al vaglio della coscienza, il risultato è prevalentemente un sé spirituale, un sé alle prese con Dio.
In modo molto generico, allora, possiamo intendere il sé spirituale come quella parte del mondo interno (cervello, mente, sé) che, nel divenire, assembla progressivamente tutto ciò che attiene alla personale esperienza cognitivo-emotivo-comportamentale correlata a Dio. Con una comprensibile forzatura, utile solo a discriminare i concetti, possiamo definire “sé psicologico” il mondo interno non spirituale. Così pure, possiamo utilizzare i concetti di “dimensione spirituale” e “dimensione psicologica” per definire gli spazi di azione specifici dei due sé o, se si preferisce, di quella parte del sé in quel momento dominante. Nelle vite ordinarie probabilmente simili concetti non hanno ragione di esistere: non così nelle vite particolarmente spirituali e ancor meno in quelle mistiche.
Come per il sé in generale, la formazione ed il divenire del sé spirituale sono chiaramente un’esperienza complessa cui partecipano numerose variabili. Su tutte, una variabile che la psicologia non può indagare: Dio. Per i credenti, in effetti, è Dio ad avviare la relazione con l’uomo, con tutti gli uomini fin dall’inizio dei tempi, dando origine alla storia della salvezza universale e individuale.
Torniamo all’ambito psicologico. In ordine di tempo, ma non necessariamente di importanza, c’è la componente genetica. Come esempio pensiamo all’introversione. Questo tratto della personalità incide sulla tendenza a relazionarsi e, di ritorno, sulla reazione degli altri nei confronti del soggetto introverso. In ambito spirituale tale caratteristica contribuisce alla forma delle relazioni umane: si pensi ad esempio alla direzione spirituale. Ma può contribuire anche alla forma che finisce con l’assumere la stessa relazione con Dio. Quella genetica è la variabile più lontana, addirittura precedente l’avvio del sé: per questo non ha un peso decisivo.
Vi si aggiungono gli aspetti modellati dall’esperienza, appresi e memorizzati in modo sia implicito che esplicito. Anche nell’esperienza che dà forma al sé spirituale, peserà molto la tipologia delle relazioni di attaccamento primario (MOI), attraverso gli inevitabili riflessi sulla stessa relazione con Dio. A questo punto, contro il riduzionismo della neuropsicologia evoluzionista, ricordiamo che il sé spirituale non prescinde dall’evoluzione, in particolare dal sistema motivazionale dell’attaccamento, ma non è riducibile a questo. In ogni caso per il cristiano le cose sono semplici e chiare: l’uomo è fatto per Dio, si completa solo nella relazione intima con lui. Questo è il progetto di Dio da sempre, senza incompatibilità con la visione evoluzionistica. Anzi, l’«attaccamento spirituale» porta il sistema del semplice attaccamento umano al suo naturale completamento ed alla sua piena realizzazione.
L’ottica cristiana che è strettamente relazionale, fondata sul rapporto con un Tu personale. Allora il sé spirituale che si forma nell’ambito di tale visione religiosa è inevitabilmente relazionale. È una variabile che può contribuire alla forma del sé spirituale, mentre diventa decisiva solo nei casi di relazioni primarie gravemente patologiche. Al di là della patologia, comunque, emozioni e relazioni umane possono contribuire in modo decisivo alla forma della relazione con Dio. Emblematiche sono le vite mistiche con vistosa fenomenologia – emozionalità – spirituale, con importanti e vistosi riflessi sul corpo.
E, sempre nell’ambito dell’esperienza, alla formazione del sé spirituale contribuisce in modo importante anche la dimensione storico-socio-culturale. Si pensi all’influenza dei mass media, della scuola, della cultura dominante. Sono variabili tanto più incisive quanto più precoci, anche se spesso, con svolte inattese, la vita spirituale può comunque prender corpo o riattivarsi nel tempo successivo. Com’è ovvio può incidere in modo particolare l’atteggiamento dominante nei confronti di Dio. In questo caso per certi aspetti si può pensare ad un sé sociale, capace di condizionare il sé individuale in merito al mondo spirituale. Il rinforzo sociale, sia a favore sia contro Dio, entra a far parte del sé, si radica nei processi della memoria. La posizione dominante a livello culturale nei confronti di Dio varia nel tempo.
L’epoca attuale appare caratterizzata da un prevalente relativismo. I suoi effetti sul rapporto personale e generale con Dio, almeno ad un primo sguardo, non sembrerebbero negativi. Al di là di una generica tolleranza, in realtà, tale posizione finisce col “corrodere” dalle fondamenta la stessa credibilità di Dio. A livello neurobiologico diremmo che influisce pesantemente sui sistemi di valore, riducendo le attivazioni sinaptiche relative a Dio, togliendo forza a quelle esistenti, non attivandone di nuove. A livello psicologico, il relativismo può influire anche sulla definizione del sé alle prese con la proposta religiosa: il soggetto non riesce a formarsi confini sufficientemente definiti ed è portato a condividere la dominante assenza di valori, o la loro relatività. Difficile così maturare una visione prospettica, di lungo periodo, inglobante la possibilità di una vita oltre la vita: tutto resta confinato nella immanenza.
È evidente, allora, la correlazione tra sé individuale e sé collettivo anche in ambito religioso: quanto minore è la definizione interna, tanto maggiore sarà il bisogno di quella esterna. In altri termini, quanto meno forte sarà l’esperienza personale di Dio, tanto più forte sarà l’influenza del relativismo. In verità c’è anche l’altra faccia della medaglia: la rigida difesa dei propri confini psicologici, dei personali sistemi di valore inclusi quelli religiosi. In questo caso cresce il rischio di posizioni fondamentaliste: è probabilmente il caso di alcuni gruppi religiosi e di alcune spiritualità, ed è certamente il caso delle sette.
Ed è con tutti questi dati che il sé deve fare i conti nelle varie fasi dell’esperienza spirituale: dalla conversione alla sua progressiva maturazione, ai tempi di crisi nella fede. Anche lì dove ha modo di formarsi e di espandere la propria valenza, il sé spirituale dovrà sempre confrontarsi con un mondo esterno non sempre favorente, e con il resto del mondo interno, non sempre in armonia con l’esperienza di Dio. E poiché il sé spirituale non ha modalità di funzionamento autonome, non può prescindere dal resto della vita mentale e cerebrale, perlopiù non controllabile con l’attività cosciente. E così, inevitabilmente, deve fare i conti anche con il funzionamento neurologico in senso stretto. Si pensi, a solo titolo di esempio, alle variazioni di importanti neurotrasmettitori come la dopamina o la serotonina capaci, tra l’altro, di alterare in modo significativo l’attaccamento alla vita, la disponibilità alla relazione, la tolleranza allo stress, il controllo dell’aggressività. Inevitabili le conseguenze sullo stato psicologico, in questo caso soprattutto sul vissuto di relazione, quindi anche sul rapporto con Dio. In questo caso, allora, anche solo momentaneamente la vita spirituale può essere molto condizionata dalla sua base neurologica.
Tutte queste variabili operano prevalentemente al di fuori della consapevolezza. Pertanto, in una visione che rispetti la sua complessità, anche il sé spirituale va considerato sia nei suoi aspetti espliciti o coscienti, sia in quelli impliciti o inconsci. Bisogna, comunque, tener conto di un dato incontestabile: le vite dei santi e dei mistici spingono a relativizzare l’importanza degli aspetti impliciti. Evidenziano infatti gli spazi di libertà personale, le possibilità di continuo miglioramento e trasformazione, la forza ed efficacia della volontà… Nel raccontare di sé, santi e mistici appaiano certi che la vita spirituale possa garantire un notevole controllo degli aspetti impliciti del sé. È come se una profonda relazione con Dio lasciasse all’inconscio meno spazio di azione o, comunque, meno incidenza sulla vita mentale tutta.
Santi e mistici confermano che nel credente seriamente impegnato nell’itinerario verso Dio, il sé spirituale emerge progressivamente, fino a diventare dominante, pur senza garanzie di stabilità e continuità. L’esperienza spirituale, ad esempio, può risentire anche dei cicli di vita. Si pensi in particolare al lungo periodo avviato dall’adolescenza, fase di grandi trasformazioni non solo fisiche. Prende corpo una tensione inarrestabile verso l’esplorazione del mondo, la libertà, la “individuazione” psicologica con la creazione di un proprio sistema di pensiero, una personale visione del mondo perlopiù critica rispetto a quella proposta dalle figure di accudimento. In questa rivoluzione neuropsicologica e culturale, la relazione stabilita con Dio fino a quel momento tende a passare in secondo piano in termini di fedeltà, impegno, entusiasmo. D’altra parte, in altri cicli vitali può accadere l’opposto. Si pensi all’età adulta nella quale, anche in assenza di quegli eventi che solitamente possono indurre ad una profonda revisione di vita, Dio può ritornare al centro della propria esistenza.
In ogni caso, in un buon itinerario di relazione con Dio il vissuto spirituale diventa una parte significativa del sé, che si definisce e quasi si autonomizza come sé spirituale. Raccogliendo e valorizzando i tratti psicologici preesistenti, nel tempo acquista sempre più spazio divenendo il vero nucleo dell’identità, fattore organizzativo della vita mentale.
La “forma” specifica con cui il credente vive la relazione spirituale, non può prescindere dal tipico schema io-tu formatosi con le primarie figure di accudimento. Questa si definisce ancor più nell’interazione con nuove figure significative (soprattutto il padre spirituale), ma anche nel confronto con la proposta religiosa che si incontra. Non c’è solo la visione religiosa dominante nel tempo e nella specifica cultura in cui ci si forma (narrazioni scritte ed orali proposte ai fedeli, iconografia più diffusa nel periodo...). C’è anche la scelta personale – voluta e cosciente – di alcuni temi chiave fra tutti quelli che fondano il credo cristiano (ad esempio: la Passione). Ovviamente saranno i temi più coerenti con la propria psicodinamica e formazione.
Così, nel continuo scambio tra mondo interno e mondo esterno, il divenire psicospirituale si definisce ed arricchisce sempre più, in una costante e complessa interazione tra continuità e trasformazione. Ne risulta la specifica spiritualità del singolo credente, base anche per l’esperienza mistica. In realtà nell'esperienza spirituale cristiana, l’importanza maggiore spetta alla relazione sé-con-Gesù: il sé spirituale è fondamentalmente sé-con-Gesù.
Coloro che fanno questo percorso sperimentano un considerevole arricchimento della vita mentale, per diversi aspetti perfino una sua trasformazione. Cognizioni, emozioni, desideri, motivazioni e comportamenti non sono condizionati più solo dalla neuropsicologia e dal sistema di valori umani del soggetto. Al tutto si sovrappone l’ottica spirituale, quasi in misura direttamente proporzionale alla quantità e qualità di vita nello Spirito. Cambia la stessa autonarrazione: tra i suoi nuclei organizzatori, cioè fra i temi che garantiscono il senso di continuità dell’esistenza personale, Dio diventa protagonista.
Il rapporto con Dio diventa un “organizzatore” neuropsicologico, diventa senso e motore, materia e forma dell’autonarrazione. In tale ottica da un certo punto si può rileggere tutta la vita: quella precedente, attuale e futura, ma anche l’intera storia dell’uomo e della sua salvezza ad opera di Dio. Questa teoria, poi, si incarna nella esistenza quotidiana, quando il credente si conforma all’ideale spirituale. Spirituali e mistici, in realtà, riferendo la loro esperienza, non evidenziano tanto il proprio impegno personale quanto la loro passività rispetto all’azione dello Spirito.
Così, inserendo la loro narrazione nella visione neuropsicologica, potremmo dire che il sé spirituale è «l’insieme di connessioni sinaptiche e reti neurali attivamente impiegate nella vita spirituale» o, com’è nella convinzione del credente, “passivamente” lasciate a disposizione dello Spirito.
Come per tutti gli altri circuiti sinaptici, anche quelli che si correlano alla vita spirituale sono tanto più efficienti quanto più vengono rinforzati attraverso l’attivazione sistematica. In altre parole, come in tutte le relazioni umane anche quella spirituale va coltivata continuamente. Per chi opera nella formazione spirituale, questa è una considerazione ovvia, nota e consigliata da secoli. A tale ricca esperienza oggi si può aggiungere la visione neurobiologica e psicologica che conferma e rinforza un sapere tipico della direzione spirituale. Il sé spirituale, dunque, tanto più si rinforza quanto più la vita spirituale è viva. Questa, allora, va resa oggetto di riflessione cosciente, di arricchimento delle conoscenze, di valorizzazione cognitiva, di arricchimento emotivo. Ancor meglio se il tutto si svolge anche nell’ambito di relazioni umane di rinforzo, particolarmente utili nei periodi di minor entusiasmo o attivazione spirituale. Data l’importanza della relazione io-tu per la vita mentale, meglio allora se la vita spirituale potesse avvalersi di una relazione specificamente dedicata: quella con la guida o il direttore spirituale.
E considerando l’importanza del rinforzo sociale, si rivelano utili le esperienze spirituali di comunità, in particolare quelle che garantiscono una maggiore coesione come nel caso dei riti liturgici. La mente spirituale si sente parte di un tutto spirituale: nell’itinerario verso Dio, da questo tutto e dal sentirsi ad esso appartenente, trae inevitabilmente aiuto.
Tutto questo è reso evidente dalle vite sante e mistiche. Ma tutto rimane così uguale nel tempo? Forse no: forse oggi le cose sono almeno in parte cambiate, probabilmente in modo decisivo e permanente. Un cambiamento importante si registra proprio sui temi della coscienza e del controllo di ciò che va contro Dio. Finora un po’ tutte le vite sante e mistiche, non solo quelle da noi proposte, si sono impegnate a tener coscientemente sotto controllo quei bisogni umani che si oppongono alla relazione con Dio. Il naturale bisogno di comprensione era risolto tutto con riferimento solo a Dio.
Questo il vero lavoro mentale nell’ambito della coscienza: comprendere ciò che piace a Dio e contrastare ciò che non gli piace. E questo, quasi senza doversi e volersi occupare di altro, perlomeno con riferimento alla relazione con Dio. Sappiamo che l’attività mentale consiste fondamentalmente nella costruzione ed organizzazione della conoscenza esplicita. Nella vita spirituale questo dovrebbe tradursi quasi esclusivamente nell’organizzare le proprie conoscenze su di sé, su Dio e su sé-con-Dio. Santi e mistici, invece, si sono finora accontentati della conoscenza su Dio, limitando la comprensione su loro stessi solo a ciò che dispiace a Dio. Ed effettivamente ha funzionato.
Ai giorni nostri, però, ci si deve confrontare con una variabile che solo di recente è entrata a far parte dell’esperienza mentale comune, e quindi anche dell’esperienza spirituale. Ci riferiamo al sempre più diffuso bisogno-desiderio di comprendere, accanto a quelle spirituali, anche le proprie dinamiche psicologiche. Per una vita spirituale più completa oggi sembra importante arricchire anche la conoscenza di sé, accanto a quella di Dio e di sé-con-Dio. Si direbbe un’esigenza ormai ineludibile nella formazione spirituale contemporanea, almeno in quella occidentale. Anche in tale ambito oggi la coscienza non è più solo spirituale ma è, anche e sempre di più, psicologica. Le nuove generazioni si formano in un clima culturale che, quotidianamente ed in modo diffuso, dà importanza alla dimensione psicologica.
Il bisogno di autoconoscenza è ormai parte integrante del sé, non più solo come strumento terapeutico nei casi di crisi psicologica. E questo è ancor più vero nei casi in cui si sceglie di vivere seriamente la relazione con Dio, soprattutto quando si decide di dedicargli la propria vita in modo esclusivo. Ne consegue un’ulteriore riflessione che coinvolge la formazione dei formatori spirituali. Forse oggi costoro sono chiamati a formarsi anche sulla conoscenza del sé, non solo spirituale ma anche neuropsicologico. Ne potrebbe derivare una formazione più aderente alla realtà delle nuove coscienze, più capace di fornire strumenti di prevenzione e cura del sé psicologico. Ma questo senza nessuna illusione: ammesso che tale riflessione abbia un fondamento, non è detto che sia qui la soluzione di un problema più generale e decisamente molto più complesso di come non appaia dalle nostre scarne considerazioni.
Come comprensibile, la mancata risposta a queste esigenze può influire in modo significativo anche solo a livello implicito, cioè senza la consapevolezza degli effetti sul sé. Ecco giunto, allora, il momento di analizzare l’altro dato fondamentale nell’esperienza di Dio, intimamente collegato al sé: la coscienza spirituale.
La coscienza spirituale
La coscienza ha enorme importanza nella vita spirituale e mistica, come forse non viene ancora adeguatamente compreso dalla teologia spirituale, perlomeno in riferimento ai correlati neuropsicologici della coscienza. Che dire, allora, della coscienza nella vita spirituale? Dato lo stretto rapporto tra sé e coscienza, in relazione al sé come ha senso parlare di coscienza spirituale? Nell’accezione comune viene subito in mente l’«esame di coscienza»: l’analisi di desideri, pensieri e comportamenti, da confrontare con il volere di Dio. Anche se probabilmente non più “di moda”, di per sé questa visione della coscienza forse non ci porta del tutto fuori strada. Intanto proviamo a definirla, ovviamente anche sulla base di tutte le considerazioni precedenti. Con una semplificazione estrema, e con gli adattamenti più funzionali alla visione del cervello ed al concetto di sé spirituale, avremmo quanto segue. La coscienza spirituale, una modalità della coscienza generale, è quel «processo di conoscenza complessa ed esplicita che ha come sua specializzazione il sé-con-Dio». Pensiamo sempre al corrispondente processo neurobiologico, all’insieme di neuroni e reti neurali attivati nel momento della riflessione spirituale. In realtà il credente in proposito sperimenta ed afferma qualcosa di diverso: l’attivatore della coscienza spirituale è sempre Dio. Le due visioni ci sembrano comunque compatibili: l’azione di Dio si svolge nella concreta neuropsicologia e storia del soggetto. Se un criterio fondamentale delle relazioni è la libertà, allora il Tu divino deve fare i conti con l’io umano, non trasformerà la sua natura per “obbligarlo” alla relazione.
Sé e coscienza spirituale procedono insieme e, come per il sé, non sempre possiamo essere consapevoli di tutto ciò che accade nella vita spirituale. Di conseguenza, quando l’esperienza di Dio passa al vaglio della coscienza, è sempre rischioso pensare che tutto sia conoscibile, chiaro e vero.
In ogni caso, come per la vita mentale tutta, l’esperienza spirituale trae beneficio dall’aumento della conoscenza esplicita, che in questo caso è conoscenza di sé-con-Dio. Comunque, quanto più intense e frequenti sono la esperienza e la coscienza di Dio, più nel cervello si possono sviluppare modalità di reazione neuronale tipiche e quasi automatiche. Si pensi, come esempio, alla reazione di fronte ad input spirituali provenienti dal mondo interno (memorie) o da quello esterno (immagini, musica): il credente può sperimentare un’improvvisa sensazione di maggiore vicinanza a Dio. E simili attivazioni neurali possono verificarsi a livello sia conscio sia inconscio. Ovviamente è vero anche il contrario. Un qualunque significativo squilibrio biochimico o ormonale può avere riflessi sul sé e sulla coscienza spirituale generando, ad esempio, sensazioni di entusiasmo o di aridità spirituale.
Più si avanza nell’itinerario spirituale, più tale “stato” di attivazione del sé spirituale e della corrispondente coscienza, si fa dominante nell’ambito più generale della vita cerebrale. Su tale sfondo – quasi una disposizione cerebrale a reagire ad input spirituali – si possono registrare picchi di maggiore attivazione della coscienza, sperimentabili per esempio come più intensa relazione con Dio. Ma questo senza scissione della coscienza, cioè conservando l’integrità di funzionamento generale della mente.
Ricordiamo che il processo di sviluppo della coscienza, da primaria a superiore, passa anche attraverso la Teoria della Mente, che permette di formulare ipotesi sulla mente dell’altro, e la metacognizione, che consente di riconoscere i propri stati mentali. Anche nella prospettiva spirituale, questi, restano due passaggi particolarmente importanti. Quanto alla metacognizione, in ambito spirituale abbastanza spesso si registra una non sufficiente conoscenza di sé, una inadeguata comprensione dei propri stati mentali derivanti dalla relazione con Dio. Di qui l’importanza di guide esperte, soprattutto quando la relazione spirituale diventa il centro della propria esistenza.
Quanto alla Teoria della Mente applicata all’esperienza spirituale, qui l’oggetto della conoscenza diventa Dio. Per la sua comprensione il credente utilizza perlopiù il dato della Rivelazione e gli elementi di conoscenza accumulati dalle esperienze altrui. Condizionato dalla propria formazione spirituale, nell’ambito della complessità di Dio il credente privilegerà alcuni aspetti della conoscenza, piuttosto che altri. In ogni caso si sforzerà di conciliare la propria vita con le aspettative della mente di Dio. È una sorta di adeguamento dell’io al Tu, come nelle relazioni amorose tra gli esseri umani.
In ambito mistico, invece, perlomeno in alcuni passaggi di queste vite, si registra qualcosa di diverso. Qui la Teoria della Mente di Dio si accompagna ad una sorta di maggiore concretizzazione del pensiero: è come se i contenuti della mente di Dio non si fermassero solo nella mente del mistico ma, almeno qualche volta, si trasformassero direttamente nella sua esperienza concreta. In termini neurobiologici diremmo che nel mistico la relazione con Dio coinvolge una più intensa e più estesa attivazione cerebrale: dal sistema talamo-corticale a quello limbico, fino al tronco encefalico ed i gangli della base. Ricordiamo ancora una volta ciò che narrano santi e mistici: una così intima relazione con Dio ed una sua così vivida coscienza, non sono il risultato dello sforzo umano. L’uomo vi contribuisce solo garantendo la disponibilità all’azione diretta di Dio.
Il pensiero di Dio diventa azione nell’uomo. Pensiamo come esempio al tema dell’amore di Dio per l’uomo. Il mistico a volte non si limita ai processi della conoscenza teorica di questo amore: istantaneamente e direttamente ne fa esperienza reale in se stesso, qui ed ora, tanto da restarne positivamente scioccato. È una comprensione che non riesce a rimanere nei confini della cognizione. La conoscenza si fa corpo, si incarna. L’alterità non scompare, ma di certo si riduce la distanza dell’io dal Tu. È insieme un sapersi e sentirsi amato da Dio. L’esperienza umana più simile è certamente quella dell’innamoramento.