La «Psicologia spirituale» correla teologia spirituale e psicologia, nella particolare ottica della Teoria dell’Attaccamento. Si pone come ponte di congiunzione, vera e propria cerniera tra le due discipline, in ambedue le direzioni. Più propriamente si occupa di come la spiritualità – il vissuto di relazione con Dio – si incarna nella neurobiologia del soggetto e di come quest’ultima dia forma alla prima, facilitandola o ostacolandola (condizionamento: psicologia –> spiritualità).
E contemporaneamente studia gli effetti della relazione con Dio sulla vita mentale (condizionamento: spiritualità –> psicologia). Nella pratica si traduce in una sorta di «psicoterapia spirituale», integrazione di psicoterapia e direzione spirituale. Rende il soggetto cosciente della sua umanità e spiritualità e lo aiuta ad integrare le due dimensioni. È primariamente indirizzata al singolo ma trova applicazione anche nelle esperienze spirituali di gruppo. Suoi ambiti privilegiati di intervento sono: il discernimento vocazionale, la formazione alla vita consacrata, la psicoterapia nella vita consacrata...
Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) e vita spirituale
Nella relazione con Dio entrano in gioco, in misura variabile, un po’ tutti i Sistemi Motivazionali Interpersonali, anche se, intuitivamente, il sistema più coinvolto è quello dell’attaccamento. È ovvio che, in contrasto con la convinzione di gran parte della psicologia, per i credenti la relazione con Dio non è riducibile a nessun’altra variabile, neanche ad uno SMI (quello dell’attaccamento, ad esempio, non “inventa” Dio ma è solo il canale verso Dio).
La natura (SMI) non è necessariamente favorente o inibente la vita spirituale: natura e grazia possono correlarsi in modo sia positivo sia negativo, in combinazione anche con i Modelli Operativi Interni (MOI) che affrontiamo più avanti.
• Il sistema dell’esplorazione può esitare in utile rinnovamento spirituale, in capacità di cambiamento, di adattamento della tradizione al nuovo che avanza, tradursi in docilità alle novità dello Spirito. Ma può anche ridursi ad inutile curiosità, spasmodica ricerca del nuovo, bisogno di cambiamento fine a se stesso, “prurito di novità”... Diversi passi biblici accennano al rapporto fra tradizione ed esplorazione spirituale, richiamando sempre alla cautela unita alla capacità di leggere i segni dei tempi (Ef 4,14; 1Ts19-21; 1Tm 1,1; 1Tm 6, 3-5; 2Tm 4, 2-5; Tt 1,9; Tt 1, 13-14; Eb 13,9).
• Il sistema dell’accudimento è certamente il più implicato nella vita spirituale: pensiamo soprattutto alla carità. Ma nello stesso sistema può celarsi sempre un utile personale. Non pensiamo solo alla carità strumentalizzata alla salvezza personale, ma anche alla carità non “autentica”, quella che porta ad accudire l’altro per ottenere anche solo inconsciamente il suo accudimento o riconoscimento.
• L’attaccamento spirituale verso Dio e i fratelli si correla innanzitutto alla coscienza/esperienza che da soli non possiamo farcela: non siamo autosufficienti, Dio e gli altri (la Chiesa) sono indispensabili nel divenire spirituale. Ma l’attaccamento può anche celare forme di disagio psicologico: pensiamo soprattutto alla dipendenza.
• Il sistema della cooperazione è particolarmente funzionale alla vita spirituale, soprattutto in ottica ecclesiale. Così si collabora con Dio e con gli altri. Ma nel privilegiare solo la cooperazione si può nascondere anche una incapacità di vivere la relazione personale con Dio.
• Il sistema competitivo applicato all’ambito spirituale è di facile intuizione. Vi rintracciamo la “difesa della fede” ma anche una chiusura ostile alle fedi diverse dalla propria o anche solo a proposte diverse relative alla stessa fede (intolleranza). E allo stesso sistema possiamo far risalire la vita ordinaria nella Chiesa: egoismo, rabbia, competizione tra gruppi o congregazioni.
• Il sistema della sessualità è stato per lungo tempo penalizzato nell’ambito di un’ottica spirituale distorta, poco attenta alla realtà dell’Incarnazione. In tal senso è stata ed in parte continua ad essere malvista, interpretata prevalentemente come rischio di allontanamento da Dio. In realtà va letta innanzitutto come dono di Dio agli uomini, non finalizzata solo alla procreazione, ma mezzo per mantenere viva la relazione coniugale. È però vero che la sessualità può diventare un fine in sé, essere assolutizzata, diventare egoistica, finalizzata più o solo al proprio piacere che non a quello della persona amata. In tal senso, ovviamente, non ha nulla a che vedere con la vita cristiana.
Modelli Operativi Interni (MOI) e vita spirituale
Com’è intuibile, i MOI possono condizionare la relazione con Dio, proiettando su questa le modalità positive o negative sviluppate nelle prime relazioni. Ricordiamo che, salvo casi eccezionali, esiste condizionamento, non determinismo dei MOI sulla vita spirituale.
Sicuro. Un originario attaccamento sicuro potrebbe favorire la relazione con Dio. L’altro – Dio – non intrappola e nemmeno punisce per l’allontanamento (Padre misericordioso), è affidabile. È la classica “base sicura”.
Evitante. Come la prima figura di attaccamento, anche Dio può essere vissuto come non disponibile, distante, rifiutante se non proprio ostile. Deformando gravemente la realtà Dio, il credente oscilla tra desiderio di vicinanza accudente e necessità di tenersi a debita distanza. Per evitare l’angoscia derivante da una vicinanza rifiutata da Dio ed una lontananza da Dio temuta, l’unica strategia diventa il “controllo” di Dio. Si può condurre una vita spirituale dominata dall’evitamento, senza mai lasciarsi andare fiduciosamente a Dio. Domina un attaccamento spirituale ansioso, caratterizzato da ansia di abbandono e da limitazione della libertà.
Resistente. Come per l’originario adulto imprevedibile ed intrusivo, anche Dio viene vissuto come ambiguo e imprevedibile: a volte accudente, altre volte no, in modo inspiegabile o comunque senza regole interpretative stabili e coerenti. È evidente la profonda deformazione cui Dio viene assoggettato in questo schema. Il credente si vive come “oggetto” controllato da Dio, in balia della sua imprevedibilità. In queste condizioni il credente non può lasciarsi andare alla relazione, deve controllare ansiosamente se stesso e Dio, per non dipendere da una persona inaffidabile. Tutto deve essere valutato adeguatamente, previsto. Ma come controllare Dio, Essere per principio incontrollabile? Severità, autocritica, scrupolo, paura di deludere, prestazione: sono alcuni dei meccanismi che dominano queste vite spirituali.
Disorganizzato. Si proietta su Dio l’originaria ambiguità della figura di attaccamento: così anche Dio appare disponibile all’accudimento e contemporaneamente incapace di garantirlo. Il credente conserva un’immagine di sé contemporaneamente accettabile e fonte di paura per Dio. Si può vivere come fonte di conforto per Dio, proporsi come suo salvatore. Questo si accompagna a senso di incapacità e colpa, con parte del sé tra loro incongruenti ed autonome, rappresentazioni di sé e di sé-con-l’altro tra loro incompatibili. È un attaccamento spirituale con importanti implicazioni sulla coscienza, con veri e propri rischi per la continuità del sé. È un sistema non raro tra i mistici.
Cultura e vita spirituale
Oltre agli elementi ereditari specifici della specie (SMI) e quelli psicologici specifici del singolo e del suo sistema familiare (MOI), nella formazione della coscienza – anche di quella spirituale – entra potentemente in gioco anche la variabile culturale, oggi certamente molto più di prima. La cultura agisce in senso positivo quando il credente vive prevalentemente relazioni e contesti che favoriscono il suo credo (es.: gruppi religiosi). Molto importanti in tal senso sono i modelli positivi (soprattutto i santi). Si opera così un rinforzo della fede.
Fuori da simili ambiti protetti la nostra è una cultura che, salvo i soliti accaniti laicisti ed anticlericali, perlopiù non attacca direttamente Dio o la Chiesa. Più semplicemente non se ne occupa, denota indifferenza. Operativamente tende a favorisce un’ottica relativista che accetta di tutto e fa coesistere tutto, fa scomparire i confini, le definizioni, le verità. È una proposta culturale veicolata da un atteggiamento “anticrociata”, che lascia spazio a qualunque verità e qualunque dio, finendo per far crollare l’idea stessa di verità e di Dio. Elementi così caratterizzati entrano nella coscienza con molta facilità, aggirano le difese della coscienza spirituale che, se non risvegliata nella sua capacità critica, non si accorge dei rischi.
Il passo successivo è presto detto. La coerenza sistemica – una sorta di principio di non contraddizione operante nel nostro sistema cognitivo – fatica a tenere insieme nella coscienza dati così contraddittori (ad esempio quelli della fede e quelli relativistici). E così nel tempo prendono sempre più corpo e sopravvivono solo quei dati che ricevono più rinforzo, per esempio attraverso un bombardamento culturale convergente, meglio se affidato a figure culturali di spicco, fatte passare come le uniche che conoscono e detengono la verità.
Fattori-rischio per l’esperienza di Dio
In definitiva, filogenesi (SMI), ontogenesi (MOI) e cultura possono inibire o ostacolare la vita spirituale. Per il credente l’ostacolo si chiama «peccato» e la sua dinamica è nota. Alla scena iniziale Genesi 1 che vede come soli protagonisti Dio, l’uomo, la donna e la natura, in Genesi 3 si aggiunge la figura del tentatore, esclusivamente interessato a rompere la relazione uomo-Dio. Ed ecco la tentazione (dubbio sull’amore di Dio per l’uomo; equiparazione dell’uomo a Dio; contestazione della norma; eccitazione del desiderio…), la razionalizzazione della tentazione da parte della donna e dell’uomo (con amplificazione del desiderio), fino al peccato vero e proprio: che è insieme esperienza e coscienza del proprio libero e responsabile agire contro Dio. Il passo successivo è l’autogiustificazione e lo scarico delle proprie responsabilità sull’altro. Solo dopo essere stato consumato, il peccato si manifesta per quello che è: un inganno. Alla fine il peccato appare in tutta la sua realtà di tradimento della relazione: è l’uomo che si allontana da Dio, finendo così con l’allontanarsi anche dal suo simile. È la fine della relazione ideale uomo-Dio e uomo-uomo. Ed eccone i passaggi principali.
Tentazione. È una spinta interna di variabile intensità verso un qualcosa che, pur sapendo che non piace a Dio, comunque attira. È la lotta tra lo spirito e la carne (cfr. Mt 26,41), oggi parleremmo della lotta tra la dimensione spirituale e quella neuropsicologica. Proprio a questo proposito Gesù ci raccomanda: «Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione» (Mt 26,41). Vegliare e pregare altro non significa che tener viva la relazione con il Signore, mantenendo desta la coscienza di Lui e parlandogli ed ascoltandolo il più possibile. Fuori di questo c’è solo il “sonno” che prepara la tentazione, il rischio reale di allontanarci da Lui. Non contrastare subito la tentazione è già un prevedere e pregustare il peccato: in pratica preparare la caduta. Più spazio concediamo alla tentazione, più diminuiscono le difese spirituali e più aumenta il rischio di peccato. In ogni caso, per quanto forte possa essere, la tentazione non può impedirci l’esercizio della libertà.
Peccato. È un concetto esclusivamente religioso, quindi con riferimento a Dio, alla vita di fede. Più che una disobbedienza alla legge è un libero e cosciente «no» alla relazione con Dio, un «no» al suo amore di Padre, un allontanamento da lui. È un trasgredire l’alleanza, il patto d’amore con Dio. È come svalutare tutta la storia della salvezza universale ed individuale: storia di amore di Dio per l’uomo, per il singolo uomo peccatore. Questa rinuncia all’amore si concretizza in disobbedienza ad una delle “norme” che tutelano e facilitano la relazione d’amore con Dio. Secondo una nota formula, consiste in “pensieri, parole, opere, omissioni”. Ricordando la Genesi, il peccato si traduce in offuscamento e deformazione della «immagine e somiglianza di Dio». Il peccato è sempre preceduto dalla tentazione cosciente.
• Dipendenza dal peccato. Il peccato – per i suoi indubbi tratti di piacere che si stampano nella memoria emotiva – genera dipendenza: più si fa esperienza di peccato più si desidera peccare, e più tempo si passa nello stato di peccato, più si fa fatica ad uscirne e meno voglia si ha di farlo. In tal senso il peccato addormenta la coscienza spirituale. Il peccato è l’eliminazione dell’Altro dalla relazione, con la concentrazione esclusiva sull’Io. Ma senza Dio l’uomo precipita nel vuoto, vuoto da riempire proprio con un altro peccato.
• Relativizzazione del peccato e autogiustificazione. La coscienza della fragilità umana e personale non deve portare a banalizzare l’importanza del peccato, all’autogiustificazione.
• Abituazione al peccato. Più tempo si passa in stato di peccato più si cronicizza la deformazione della somiglianza a Dio, più ci si abitua a fare a meno di Dio e a ricadere o a permanere nel peccato stesso.
• Poca esperienza di Dio. Preghiera personale non sufficiente. Scarso senso della vicinanza continua di Dio.
• Scarsa coscienza di Dio. Poca o poco profonda riflessione su Dio e le realtà spirituali.
• Poca capacità critica culturale. Poco studio e approfondimento su come la cultura contemporanea operi sulle coscienze in modo da renderle autonome da Dio.
SMI, MOI, cultura e peccato
Il peccato è correlabile ai Sistemi Motivazionali, quindi alla filogenesi, alle nostre radici animali atte a favorire prevalentemente l’adattamento alla realtà. Il peccato in tale ottica è come una regressione ai livelli primordiali, un ulteriore allontanamento dall’originaria «immagine e somiglianza di Dio». Il peccato si correla anche ai MOI che, soprattutto quando patologici, possono rinforzare gli aspetti più negativi degli SMI. Ne nasce una vera e propria collaborazione che tende a non favorire la relazione con Dio. E se a tutto questo si aggiunge anche una cultura indifferente a Dio, il gioco fatto. Senza entrare in una casistica che sarebbe infinita, proviamo solo ad immaginare i tanti modi in cui Sistemi Motivazionali Modelli Operativi Interni e cultura possono interagire contro la vita spirituale.
Il sistema dell’esplorazione può tradursi in curiosità spasmodica, ricerca del nuovo ad ogni costo, bisogno di cambiamento per il cambiamento, “prurito di novità”, rifiuto della tradizione, fuga dagli impegni, incoerenza, inaffidabilità... Il sistema di difesa-agonismo può esitare in biechi egoismi, rabbia, competizione, danneggiamento degli altri. L’accudimento può risultare insicuro e quindi generare problemi anche nell’altro. L’attaccamento può risultare malato, morboso, egoista, intrappolante. La cooperazione può essere finalizzata al male o anche solo nascondere l'incapacità della relazione personale con Dio. La sessualità può risultare egoista, finalizzata non all’altro ma solo al proprio piacere personale.
Il tutto può essere rinforzato da una cultura che difende o perfino esalta questi aspetti patologici, proponendoli come modelli vincenti.
Fattori favorenti l’esperienza di Dio
• Coscienza della fragilità. Acquisire piena e realistica coscienza della nostra fragilità, della incolmabile differenza tra noi e Dio. Fare l’esame di coscienza sui propri peccati più grandi e più ripetitivi, anche di quelli non propriamente mortali. Prendere coscienza dell’amore del Padre. Chiedere perdono e la forza per la conversione.
• Esame di coscienza. Analisi di desideri, pensieri e comportamenti, da confrontare con il volere di Dio. Più che analisi del peccato dovrebbe essere analisi – coscienza sempre più piena – dell’amore di Dio.
• Coscienza del peccato. Processo da favorire nella vita spirituale, è la percezione chiara di essere andati contro la volontà di Dio, la consapevolezza di un «no» a Dio. Tale coscienza non è legata solo all’aver peccato in un dato momento, ma anche alla consapevolezza di “essere” peccatore di fronte a Dio. Presuppone la conoscenza di Dio (fede) e delle norme che regolano la relazione con lui. È tanto più forte quanto maggiore è la conoscenza della grandezza di Dio a fronte della quale emerge la coscienza della piccolezza dell’uomo. Soprattutto, è direttamente proporzionale alla comprensione dell’amore di Dio per noi, come ci insegnano i santi ed i mistici. Purtroppo, nella visione antropologica contemporanea, vengono radicalmente relativizzati e ridimensionati gli elementi chiave: Dio, tentazione, peccato, coscienza del peccato.
• Sacramento della Penitenza. Terapia elitaria, la confessione guarisce dal peccato e immediatamente riporta l’uomo nella relazione con Dio. È esperienza del perdono e dell’amore del Padre, l’esperienza del figlio prodigo (Lc 15,11.32). È anche esercizio di umiltà, di recupero della coscienza della nostra fragilità da una parte, della misericordia del Padre dall’altra. Da non confondere con una seduta di sostegno psicologico.
• Libertà e grazia. Non siamo vittime impotenti della filogenesi e del peccato: abbiamo la libertà e soprattutto l’aiuto della grazia.
• Coscienza di Dio. È l’attività cognitiva che mantiene viva la relazione con Dio. È come quando si è innamorati: il pensiero, la memoria, l’attesa… sono tutti e continuativamente rivolti all’amato.
• Esperienza di Dio. È terapia e prevenzione delle cadute. Consiste nel tradurre la coscienza di Dio in concreta esperienza di relazione con Lui. A tal fine, indispensabili sono la frequenza ai sacramenti (incontro con Dio), l’ascolto della sua Parola (preghiera) e la periodica partecipazione ad esperienze forti (ritiri ed esercizi spirituali). L’esperienza di Dio è tanto più vera quanto più si traduce in esperienza di amore.
• Critica culturale. Mantenere una visione critica verso quegli aspetti della cultura più fortemente in contrasto con la fede e la vita spirituale.
• Direzione spirituale. Una buona guida spirituale facilita la relazione con Dio e tiene desta la coscienza di Dio. Nell’itinerario spirituale è importante l’intervento periodico di una coscienza-altra – quella del direttore – per monitorare le operazioni della coscienza personale. È come una supervisione della propria coscienza.
• Esercizi spirituali. Dimostrano la loro efficacia soprattutto se fatti con continuità, almeno una volta l’anno. Sono funzionali a riordinare la propria esistenza spirituale, risvegliare e riorientare la coscienza, fare esperienza forte di Dio.
Fasi
Sia a livello teorico sia a livello pratico, cinque sono le fasi che possono caratterizzare un percorso di Psicologia Spirituale. Si parte dall’uomo per giungere al Padre, passando dal Cristo, dallo Spirito, dalla Chiesa. Il cammino è concepito per favorire la coscienza e l’esperienza di essere: 1) il «tu» della relazione trinitaria; 2) membro della Chiesa; 3) con una vocazione particolare.
La Psicologia Spirituale è esperienza di formazione umana e spirituale, antropologico-teologica. Si traduce in formazione permanente, in discernimento ed esecuzione della volontà del Padre nel singolo qui-ed-ora. E può essere formazione a diventare a propria volta formatori: formazione alla paternità/maternità spirituale. Le definizioni delle cinque fasi (antropologia, cristologia, teologia, pneumatologia, ecclesiologia) hanno un’acccezione non dottrinale ma «personale», cioè con riferimento al «tu» della relazione (uomo, Cristo, Padre, Spirito, Chiesa). Il loro susseguirsi segue il tempo liturgico.
1. Antropologia. Pone al centro l’uomo (a partire dall’antropologia biblica veterotestamentaria): essere originato dalla terra (tradizione jahvista), relazionale (tradizione sacerdotale: «immagine e somiglianza»), amante (Cantico). L’uomo è innanzitutto una realtà «naturale» («plasmò l’uomo con polvere del suolo»: Gn 2,7). È biochimica, corpo, ereditarietà genetica, caducità… Ma, allo stesso tempo, è una realtà «spirituale», chiamato-a e capace-di relazione con Dio («facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza»: Gn 1,26). E questa è una relazione di amore appassionato (Cantico). Questa realtà spirituale, in cui davvero possiamo trovare il nostro completamento, è l’obiettivo cui possiamo aspirare già in questa vita e che si realizzerà compiutamente e per sempre nell’altra vita. Nel frattempo, prima della visione beatifica finale, l’uomo vive la realtà dell’incarnazione: è anche «corpo» e «storia». Nella vita terrena, quindi, l’uomo deve fare i conti con la caducità e le sue conseguenze – anche psicospirituali – delineate in Genesi 3, prototipica descrizione di una presunta automonia da Dio e di chiusura alla relazione, nonché delle sue conseguenze. Il racconto biblico evidenzia la deformazione dell’immagine e somiglianza di Dio, la disarmonia (io-Dio, io-me, io-altro, io-mondo) con cui ognuno deve fare i conti. Le dimensioni fondamentali: relazione, esperienza e coscienza, devono fare i conti con tutte quelle fragilità neuropsicologiche della specie (filogenetiche) e del singolo (ontogenetiche) che tutti sperimentiamo nella vita ordinaria e, inevitabilmente, anche nella vita spirituale. In questa prima fase, quindi, si prende coscienza di tale nobiltà e relazionalità. Si conosce l’uomo nella sua completezza: fisica, psicologica, spirituale. Ci si conosce nella propria specificità e unicità (Sistemi Motivazionali Interpersonali, Modelli Operativi Interni, cultura…), e si costruisce la propria autonarrazione psicospirituale. Ma soprattutto si prende coscienza e si fa esperienza di sé come figlio del Padre, come il «tu» della Trinità. Fatto per la libera relazione con Dio, si completa solo in questa e solo recuperando la somiglianza (ostacolata dall’umanità), che in fondo è amore: la forma più perfetta di relazione.
2. Cristologia. Qui si pone al centro la realtà dell’Incarnazione. Con le solite categorie di indagine si rileggono le figure di Giuseppe e Maria, quelli che sono stati per loro gli SMI, i MOI, la cultura. Si riflette quindi sulla loro relazione con il Padre, sulla loro specifica chiamata. Ma il cuore di questa fase è certamente Gesù, considerato innanzitutto nella sua piena umanità, nella sua uguaglianza a ciascun uomo. Ma Gesù è visto soprattutto come Figlio del Padre e suo rivelatore, come colui che ci insegna la relazione con il Padre.
3. Teologia. È la fase dedicata al Padre. Fonte originaria della nostra «immagine» e riconoscibile nel Figlio incarnato. Conformandosi al Figlio, e grazie allo Spirito, il soggetto può realizzare la vocazione originaria di ogni uomo: vivere la relazione con il Padre, fino a diventare egli stesso padre/madre spirituale per gli altri.
4. Pneumatologia. È il momento dello Spirito, considerato innanzitutto come mediatore relazionale, come amore del Padre e del Figlio. Si considera lo Spirito innanzitutto in relazione a Gesù e quindi in relazione al Padre. È, quindi, anche il momento della Trinità. Lo Spirito consente tutta la vita spirituale – individuale e comunitaria –, permette cioè la coscienza ed esperienza di relazione trinitaria. Dona i carismi, anima la santità. Lo Spirito deve diventare il punto di riferimento stabile e continuo nella vita, il vero compagno nel viaggio verso il Padre, sul modello di Gesù.
5. Ecclesiologia. È la fase dedicata innanzitutto alla Chiesa, per prenderne piena coscienza e farne concreta esperienza. Il credente impara a sentirsi nella Chiesa con un proprio valore specifico, con una individualità insostituibile, con i propri talenti da porre al servizio della Chiesa.