L’università che oggi viviamo è ancora attraversata da profonde diseguaglianze. L’accessibilità e la partecipazione reale non sono garantite, schiacciate da barriere materiali, culturali e istituzionali. Il diritto allo studio non può ridursi al semplice accesso alle aule: deve significare benessere psicologico, autodeterminazione, spazi sicuri e realmente inclusivi per tuttɜ.
Non possiamo accettare che esperienze marginalizzate vengano sistematicamente invisibilizzate, che la salute mentale venga trattata come un lusso, che strumenti come le carriere alias restino vuote promesse e che l’università continui a escludere neurodivergenze, studenti internazionali e soggettività non conformi.
Come possiamo costruire un’altra università che metta al centro le vite e i bisogni di chi la attraversa?
Liste d’attesa lunghissime: anche un anno per accedere al SAP.
Aiuto solo se “stai male abbastanza”: niente prevenzione, solo emergenza.
Percorsi discontinui, senza garanzie dopo il primo incontro.
Personale spesso non formato su soggettività trans e non-binary: rischio di esclusione e malintesi.
Il SAP oggi filtra, non accoglie.
COSA VOGLIAMO:
Fondi strutturali, formazione continua, riconoscimento delle marginalità.
Spazi orizzontali di supporto dal basso.
Rete con professionistə accessibili e politicizzatə.
Convenzioni con consultori e strutture territoriali.
Migliorare la comunicazione: una sezione dedicata nell’app MyUnibo.
Essere rappresentanza non è sedersi a un tavolo: è stare ogni giorno accanto all3 studenti.
In un’università sempre più individualista, rischiamo che la rappresentanza sia vuota e distante.
Se non siamo nei luoghi reali della socialità, del bisogno, della lotta… chi rappresentiamo davvero?
Vogliamo una rappresentanza collettiva, accessibile, trasparente.
COSA PROPONIAMO:
Trasparenza su ciò che accade negli organi decisionali.
Incontri mensili aperti tra studenti e rappresentanti.
Comunicazione chiara e costante: post, email, aggiornamenti per tuttə.
Codice di condotta obbligatorio e percorsi formativi per tutta la comunità universitaria;
Potenziamento e comunicazione capillare degli sportelli esistenti (es. Mala Consilia, CAV);
Sezione dedicata su MyUnibo per i contatti utili ai servizi di supporto, visibile e facilmente accessibile;
Rendere più visibile e conosciuto il regolamento anti-molestie, fare delle sezioni apposite in cui questo venga riportato e dei momenti informativi in cui venga presentato.
Regolamento unico e chiaro;
Formazione obbligatoria per docenti e operator3;
Indicazione chiara delle università che riconoscono la carriera alias nei bandi Erasmus;
Ampliamento delle opzioni di genere disponibili;
Maggiore flessibilità nell'attivazione e nella modifica della carriera alias;
Riconoscimento della distinzione tra identità di genere e pronomi utilizzati;
Riconoscimento delle identità non binarie e delle loro diversità;
Campagne di comunicazione specifiche e diffuse.
Accordi più chiari e inclusivi su alloggi e borse di studio;
Riduzione dei costi sanitari per studentI non comunitariə;
Progetti concreti di integrazione sociale.
Rendere gli spazi universitari attraversabili per tutti i corpi;
Riconoscimento del diritto alla partecipazione di tutte le diverse forme di neurodivergenza, disabilità, disturbi mentali e patologie attualmente escluse dai servizi messi a disposizione dall'ateneo;
Attuare un approccio partecipativo che includa tutte le necessità specifiche e metta al centro l'individuo, andando oltre all'ottenimento o meno di una diagnosi formale;
Riconoscimento del diritto alla partecipazione di tutte le diverse forme di neurodivergenza, disabilità, disturbi mentali e patologie attualmente escluse dai servizi messi a disposizione dall'ateneo;
Riconoscimento dei contesti di difficoltà personali e familiari che richiedono supporto e adattamenti specifici del percorso universitario;
Implementazione di protocolli di accessibilità e inclusione uniformi e accessibili in tutto l'ateneo;
Automatizzazione degli adattamenti didattici senza necessità di esporsi;
Formazione obbligatoria, trasversale e continuativa per tutto il corpo docente;
Piano d'insegnamento generico ma che contenga i bisogni più comuni a tuttə così da rispettare i metodi di valutazione;
Accesso più rapido e gratuito alla diagnosi;
Creazione e riconoscimento di spazi autogestiti di incontro, supporto e vita comunitaria;
Apertura di aule studio informali e flessibili, anche fuori dagli orari canonici, pensate come luoghi in cui si possa studiare, ma anche parlare, condividere idee e costruire relazioni.
Riapertura degli spazi inutilizzati o sottoutilizzati all’interno degli atenei, da destinare a progetti studenteschi autonomi
Essere rappresentanza studentesca non può ridursi a occupare un posto negli organi universitari o a portare avanti una lista di rivendicazioni formali. Rappresentare significa vivere quotidianamente l’università insieme all3 studenti, ascoltare i loro bisogni, riconoscere le diverse esperienze, costruire collettivamente le priorità.
In un’università sempre più individualizzata e frammentata, il rischio è quello di trasformare la rappresentanza in un esercizio burocratico, scollegato dalle vite reali di chi studia.
Se non conosciamo chi abbiamo accanto, se non siamo presenti nei luoghi di socialità, nei momenti di difficoltà, nei percorsi di lotta, come possiamo realmente dare voce a chi non ce l’ha? Come possiamo essere strumento di trasformazione e non solo ingranaggio di un meccanismo escludente?
COSA VOGLIAMO?
Maggiore trasparenza sulle discussioni e sulle decisioni prese all'interno degli organi decisionali;
Introduzione di momenti mensili di discussione tra studenti per confrontarsi e dare la possibilità all3 rappresentanti di restituire il lavoro svolto;
Comunicazione con la componente studentesca di ciò che viene discusso negli organi attraverso post, messaggi o e-mail;
Maggiore decisionalità all’interno degli organi, per esempio la possibilità di introdurre il diritto di veto per determinate proposte all’interno dei dipartimenti.
Le carriere alias, nonostante i passi avanti compiuti, continuano a presentare forti criticità: manca un regolamento unitario, e ogni ateneo (o addirittura ogni corso di laurea o ufficio) applica procedure diverse, generando confusione e incertezza. Chi attiva la carriera alias è spesso costrettə a scegliere tra solo due opzioni binarie di genere e subisce ancora episodi di misgendering o ostilità da parte di docenti e personale amministrativo non formato. Inoltre, la scarsa visibilità e comunicazione delle carriere alias ostacola il loro utilizzo da parte di chi ne avrebbe bisogno.
COSA VOGLIAMO?
Regolamento unico e chiaro;
Formazione obbligatoria per docenti e operator3;
Indicazione chiara delle università che riconoscono la carriera alias nei bandi Erasmus;
Ampliamento delle opzioni di genere disponibili;
Maggiore flessibilità nell'attivazione e nella modifica della carriera alias;
Riconoscimento della distinzione tra identità di genere e pronomi utilizzati;
Riconoscimento delle identità non binarie e delle loro diversità;
Campagne di comunicazione specifiche e diffuse.
L3 studenti internazionali affrontano enormi difficoltà nell’accesso agli alloggi: spesso l’ISEE non viene riconosciuto da proprietari3, i documenti esteri non vengono accettati, e le condizioni abitative offerte sono discriminatorie e costose. L'accesso a borse di studio e riduzioni delle tasse è ostacolato da burocrazie complesse e bandi poco chiari. Per lɜ studentɜ non comunitariɜ, il problema si aggrava con il pagamento di spese sanitarie altissime e la difficoltà ad ottenere un medico di base. Inoltre, la scarsa integrazione con lɜ studenti italianɜ aumenta il rischio di isolamento sociale.
COSA VOGLIAMO:
Accordi più chiari e inclusivi su alloggi e borse di studio;
Riduzione dei costi sanitari per studentə non comunitariə;
Progetti concreti di integrazione sociale.
I pochi e parziali mezzi di inclusione messi a disposizione dall'università si dimostrano inadeguati: l'accesso a una diagnosi per DSA o neurodivergenze o disturbi mentali è un percorso costoso, lungo e spesso incompatibile con le tempistiche universitarie.
Anche dopo l'ottenimento della certificazione, la gestione degli strumenti compensativi è affidata alla sensibilità dei singoli docenti, senza un protocollo uniforme e senza una reale formazione. Questo obbliga lɜ studenti a dover esplicitare ogni volta la propria diagnosi, aumentando il carico emotivo e la fatica relazionale.
COSA VOGLIAMO?
Riconoscimento del diritto alla partecipazione di tutte le diverse forme di neurodivergenza, disabilità, disturbi mentali e patologie attualmente escluse dai servizi messi a disposizione dall'ateneo;
Riconoscimento dei contesti di difficoltà personali e familiari che richiedono supporto e adattamenti specifici del percorso universitario;
Implementazione di protocolli di accessibilità e inclusione uniformi e accessibili in tutto l'ateneo;
Automatizzazione degli adattamenti didattici senza necessità di esporsi;
Formazione obbligatoria, trasversale e continuativa per tutto il corpo docente;
Piano d'insegnamento generico ma che contenga i bisogni più comuni a tuttə così da rispettare i metodi di valutazione;
Accesso più rapido e gratuito alla diagnosi;
All'interno dell'università mancano spazi reali dedicati alla socialità, all’autoformazione e al supporto reciproco.
Lɜ studenti che vivono situazioni di marginalizzazione non trovano luoghi sicuri in cui potersi esprimere, confrontare e organizzare in modo autonomo e libero da dinamiche istituzionali o giudicanti. Questo rappresenta una grave perdita per l’esplorazione di sé stessə e per la formazione di coscienze critiche, nonché un pericolo per la salute e il benessere di tuttɜ.
La nostra socialità diviene così legata a spazi finalizzati al profitto ed in cui è necessario consumare. Viene meno la possibilità di conoscere nuove persone, ricercare sensibilità affini e ritrovare in altrə esperienze alternative alle nostre.
Ci sentiamo sempre più solɜ in una società sempre più individualista, e l’università è complice di queste dinamiche.
COSA VOGLIAMO?
Creazione e riconoscimento di spazi autogestiti di incontro, supporto e vita comunitaria;
Apertura di aule studio informali e flessibili, anche fuori dagli orari canonici, pensate come luoghi in cui si possa studiare, ma anche parlare, condividere idee e costruire relazioni;
Riapertura degli spazi inutilizzati o sottoutilizzati all’interno degli atenei, da destinare a progetti studenteschi autonomi
La mancanza di modalità didattiche alternative alla lezione frontale; i ritmi di studio calcolati sulla base di tempi arbitrari e non adatti a tutte le soggettività; la difficoltà nell'accedere a supporti di tipo economico, psicologico e sociale assieme alla sistematica esclusione dei corpi e delle diverse modalità di interfacciarsi con il mondo, rendono il percorso universitario più un filtro discriminatorio che una esperienza di crescita e formazione collettiva.
L’università , infatti, si interfaccia allɜ studenti sulla base di un approccio medicalizzante, per il quale non vengono riconosciute le diverse necessità individuali al di fuori di quanto riportato in una diagnosi certamente non rappresentativa della persona nella sua interezza. Di conseguenza, la differenza viene ridotta a “problema” ed esclusa dal regolare spazio universitario - il quale rimane ancorato a una visione di stretta conformazione sociale.
Inoltre, anche i pochi e parziali mezzi di inclusione messi a disposizione dall'università si dimostrano inadeguati: l'accesso a una diagnosi per DSA o neurodivergenze o disturbi mentali è un percorso costoso, lungo e spesso incompatibile con le tempistiche universitarie.
Anche dopo l'ottenimento della certificazione, la gestione degli strumenti compensativi è affidata alla sensibilità dei singoli docenti, senza un protocollo uniforme e senza una reale formazione. Questo obbliga lɜ studenti a dover esplicitare ogni volta la propria diagnosi, aumentando il carico emotivo e la fatica relazionale.
COSA VOGLIAMO?
Rendere gli spazi universitari attraversabili per tutti i corpi;
Riconoscimento del diritto alla partecipazione di tutte le diverse forme di neurodivergenza, disabilità, disturbi mentali e patologie attualmente escluse dai servizi messi a disposizione dall'ateneo;
Attuare un approccio partecipativo che includa tutte le necessità specifiche e metta al centro l'individuo, andando oltre all'ottenimento o meno di una diagnosi formale.
L’accesso ai servizi di supporto psicologico universitari, come il SAP, è spesso compromesso da liste d’attesa lunghissime, che possono arrivare anche a un anno. Il modello attuale privilegia chi manifesta un disagio grave, rendendo difficile per chi chiede aiuto precoce ricevere supporto tempestivo. Questo approccio costringe l3 studenti a esporsi in modo forzato e può risultare escludente, in particolare per soggettività trans e non-binary, che vengono spesso fraintese o ignorate da personale non adeguatamente formato. Inoltre, anche quando si accede al servizio, la continuità nel percorso di cura non è garantita: molte persone si trovano "ghostate" dopo la prima visita, senza alcuna comunicazione successiva. In questo contesto, il SAP rischia di funzionare più come filtro che come strumento di reale presa in carico del benessere psicologico.
COSA VOGLIAMO?
Investimento strutturale in fondi, formazione continua e riconoscimento delle esperienze marginalizzate;
Costruzione di spazi di supporto orizzontale dal basso;
Rete con professionistɜ accessibili economicamente e politicizzatɜ;
Convenzioni territoriali con consultori e strutture di salute mentale;
Migliorare la comunicazione del servizio, per esempio inserendo un’apposita sezione nell’app My Unibo.
Nonostante le ripetute segnalazioni, all’interno dell’università, manca ancora un vero codice di condotta obbligatorio contro discriminazioni di genere, orientamento sessuale o provenienza. I percorsi formativi rivolti a docenti, personale e studenti sono rari o facoltativi, e questo si traduce in un ambiente in cui molte esperienze di marginalizzazione non vengono riconosciute né affrontate. Gli sportelli di ascolto esistenti sono pochi, poco pubblicizzati e non facilmente accessibili a chi vive situazioni di difficoltà.
COSA VOGLIAMO?
Codice di condotta obbligatorio e percorsi formativi per tutta la comunità universitaria;
Potenziamento e comunicazione capillare degli sportelli esistenti (es. Mala Consilia, CAV);
Sezione dedicata su MyUnibo per i contatti utili ai servizi di supporto, visibile e facilmente accessibile;
Rendere più visibile e conosciuto il regolamento anti-molestie, fare delle sezioni apposite in cui questo venga riportato e dei momenti informativi in cui venga presentato.