Il cavallo di Troia al festival Al Ard, The Palestine Exception | Jan Haaken, Jennifer Ruth | Inglese, sott. ita | 71’ , è un film statunitense sulle proteste nelle università. Ampio spazio agli ebrei contrari al sionismo e ampissimo spazio a Judith Butler autrice di sofisticati e spesso incomprensibili sofismi, infilati nel documentario a velocità sostenuta, ma autrice soprattutto di un'innovativa riflessione di portata UNIVERSALE: "le vittime di un genocidio possono, proprio perché l'hanno subito, desiderare di infliggere a loro volta il genocidio a qualcun altro". Abbiamo sicuramente qualcosa da imparare da questa donna filosofa. Un'altra stella che si aggiunge al firmamento politico sotto il quale stiamo scivolando in direzione opposta alla vita.
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Il documentario seguito da dibattito con la regista Jan Haaken, (assente l'altra Jennifer Ruth) ha goduto dell'orario più favorevole per l'affluenza di pubblico: 19.30.
Ebrei contrari al sionismo (la cui esistenza è un dato di fatto, ma che qui vengono funzionalizzati come "testimonial" che rendono il discorso "accettabile" per l'Occidente).
Una filosofa americana, Judith Butler, che produce un'astrazione teorica universale che, incidentalmente, stacca la questione palestinese dalla sua specificità storica e materiale.
La frase di Butler è il cuore del problema: "le vittime di un genocidio possono desiderare di infliggere genocidio". A parte la discutibilità filosofica di equiparare un "desiderio" ipotetico a una politica statuale pianificata, questa affermazione, nel contesto del film, ha un effetto preciso: scollegare il sionismo dalla sua storia. Il sionismo è un movimento politico moderno, nato nell'Europa dell'Ottocento, che ha pianificato la colonizzazione della Palestina ben prima che la parola "genocidio" entrasse nel lessico mondiale. Presentarlo come una sorta di "trauma post-olocausto andato a male" è una falsificazione storica che assolve l'ideologia coloniale dalle sue reali responsabilità.
Un "cavallo di Troia" intellettuale che, sotto le spoglie di un festival di solidarietà, lavora per:
Sostituire la narrazione palestinese con una narrazione occidentale "autorizzata".
Depotenziare la specificità della lotta palestinese, trasformandola in una lezione di filosofia morale astratta.
Se un festival che porta il nome "Al Ard" (La Terra) non riesce più a dare la parola a chi quella terra la perde ogni giorno, allora c'è un problema serio. E non è una questione di ironia. È una questione di complicità in un processo di cancellazione.
La sua presenza al festival è perfettamente in linea con il suo profilo di intellettuale che esplora le contraddizioni dei movimenti progressisti. Ma questa "complessità" rischia di diventare una lente che mette a fuoco le nuance del dibattito occidentale, lasciando sullo sfondo la nitidezza del massacro in corso a Gaza.
C'è un momento, nel documentario The Palestine Exception, in cui Judith Butler pronuncia una frase che merita di essere fermata, isolata e sezionata. La filosofa, con la sua consueta architettura verbale, suggerisce che "le vittime di un genocidio possono, proprio perché l'hanno subito, desiderare di infliggere a loro volta il genocidio a qualcun altro".
A prima vista, potrebbe sembrare una constatazione antropologica, quasi un monito universale sulle cicatrici che la violenza lascia nell'animo umano. Ma nel contesto in cui viene pronunciata — un film sulle proteste universitarie americane relative alla Palestina — questa affermazione smette di essere una riflessione filosofica astratta e diventa un dispositivo retorico preciso: un'arma di distrazione di massa intellettuale.
Vediamo perché.
Butler parte da un presupposto implicito: il sionismo sarebbe una reazione psicologica al genocidio nazista. Una specie di trauma tramandato che, come un dolore non elaborato, si trasforma in pulsione violenta. È una narrazione rassicurante per l'Occidente, perché spiega l'oppressione dei palestinesi come un incidente di percorso, un effetto collaterale della Storia con la S maiuscola.
Peccato che i fatti dicano altro.
Theodor Herzl scrive Lo Stato ebraico nel 1896. Il primo congresso sionista si tiene a Basilea nel 1897. I piani di colonizzazione della Palestina sono già ben delineati nei decenni precedenti la Seconda guerra mondiale, precedono l'ascesa del nazismo, precedono l'olocausto. Il sionismo nasce come movimento nazionale europeo dell'Ottocento, nutrito di romanticismo nazionalista e ambizioni coloniali, esattamente come gli altri movimenti che in quegli anni si spartivano il mondo.
Presentare Isr4ele come il "bambino traumatizzato" della Storia non è solo una semplificazione: è una falsificazione. Significa deresponsabilizzare un progetto coloniale durato un secolo, trasformandolo in una nevrosi collettiva bisognosa di cure. E significa, soprattutto, cancellare il fatto che i palestinesi non c'entravano nulla con l'Olocausto, eppure ne stanno pagando il prezzo dal 1948 a oggi.
L'affermazione di Butler contiene un altro veleno sottile: istituisce una simmetria tra vittima e carnefice. "Anche loro, un domani, potrebbero fare la stessa cosa". È il vecchio adagio che "il dolore rende violenti", trasformato in legge universale.
Questa simmetria è comoda per chi oggi detiene il potere, perché:
Assolve il presente, proiettando ogni responsabilità su un passato traumatico.
Sospetta del futuro, insinuando che i palestinesi, se solo potessero, farebbero altrettanto.
Equipara moralmente chi subisce un genocidio e chi lo commette, accomunandoli nella stessa umana, comprensibile, debolezza.
Ma la realtà non è simmetrica. Un conto è il desiderio di vendetta che può nascere in chi subisce violenza — desiderio umano, comprensibile, umanissimo. Altro conto è la macchina statale, militare, economica e ideologica che pianifica e realizza un genocidio per decenni, con tanto di ministri che citano Amalek e soldati che pubblicano su Instagram le foto delle violenze.
Butler, con la sua prosa involuta, trasforma questa differenza abissale in una sfumatura. E così facendo, depotenzia la specificità della violenza israeliana, la storicizza come "reazione", la psicologizza come "trauma". La pulizia etnica diventa un sintomo. Il colonialismo diventa una patologia. E i palestinesi diventano non un popolo con una storia, una terra e dei diritti, ma il futuro fantasma di un possibile genocidio al contrario.
Butler non è ingenua. Sa perfettamente che le sue parole pesano. Allora perché porre l'accento su questa costruzione teorica?
Perché, nel dibattito pubblico occidentale, l'intellettuale "critico" ha un ruolo preciso: rendere complesso ciò che è semplice, sfumato ciò che è nitido, ambiguo ciò che è chiaro. In nome della "complessità", si finisce per legittimare l'illegittimabile.
Se il sionismo è un trauma, allora Isr4ele va curato, non fermato.
Se i palestinesi potrebbero essere potenziali genocidiari, allora la loro resistenza è sospetta.
Se vittima e carnefice si scambiano continuamente di ruolo, allora non c'è un oppressione strutturale, ma una tragedia umana senza colpevoli.
È il trionfo del "sì, ma". Sì, i palestinesi soffrono, ma anche gli ebrei hanno sofferto. Sì, Gaza è distrutta, ma bisogna capire le ragioni della sicurezza israeliana. Sì, c'è un genocidio in corso, ma attenzione a non cadere nella trappola della semplificazione.
Ma il genocidio non è un testo filosofico. Non ha bisogno di essere interpretato. Ha bisogno di essere fermato.
C'è un ultimo livello, forse il più inquietante. Butler è celebrata come pensatrice universalista, capace di elevarsi sopra le parti e guardare alla condizione umana nella sua totalità. Eppure, il suo universalismo funziona in una direzione sola.
Chissà perché, quando si tratta di analizzare la violenza dei movimenti di liberazione, Butler tira fuori i traumi e le psicoanalisi. Quando si tratta di analizzare la violenza di Stato israeliana, invece, sembra non servire altrettanta profondità. I soldati israeliani non vengono interrogati sulle loro paure ataviche. I ministri che citano le Scritture per giustificare il massacro non vengono studiati come sintomi di un trauma collettivo.
No, loro sono semplicemente al potere. E il potere non ha bisogno di psicanalisi: ha bisogno di opposizione.
Ma Butler, nel suo sofisticato gioco intellettuale, finisce per offrire proprio ai potenti lo strumento più prezioso: la scusa. Perché se anche i palestinesi sono potenziali genocidiari, allora ogni atrocità israeliana diventa preventiva. Se la violenza è un circolo vizioso, allora spezzarlo non è dovere di chi è più forte, ma responsabilità di tutti.
E nel frattempo, mentre i filosofi discutono sulla simmetria del desiderio, a Gaza si muore.
La frase di Butler non è un incidente. È il sintomo di un certo modo di fare intellettuale che, in nome della complessità, produce esattamente il contrario: una banalizzazione del male travestita da profondità di pensiero.
No, Judith: le vittime di un genocidio non sono automaticamente candidate a diventare carnefici. No, il sionismo non è figlio dell'olocausto, ma del colonialismo europeo. E no, i palestinesi non sono il futuro specchio di Isr4ele: sono un popolo che da settant'anni lotta per sopravvivere, mentre il mondo discute di traumi e desideri.
La prossima volta che sentirete qualcuno citare Butler per "complicare" il discorso sulla Palestina, ricordatevi di una cosa: il genocidio è semplice. È la giustificazione che è complicata.
Il nucleo logico che tiene insieme tutta la costruzione butleriana — e che, una volta smascherato, ne rivela l'infondatezza.
Butler parla delle "vittime di un genocidio" come di un soggetto unitario, dotato di desideri, pulsioni, reazioni psicologiche. "Le vittime possono desiderare di infliggere a loro volta il genocidio". Chi sono "le vittime"? Dove vivono? Come si riuniscono per formare questa volontà collettiva? Attraverso quali procedure decidono di "desiderare" il genocidio?
La domanda sembra provocatoria, ma è seria. Butler applica a un'entità collettiva — la totalità degli ebrei, nella sua ricostruzione — categorie che appartengono alla psicologia individuale. Come se sei milioni di persone, sparse in decenni e continenti diversi, potessero avere un'unica psiche, un'unica memoria, un'unica intenzionalità.
È lo stesso errore che commette chi parla di "umiliazione del mondo arabo" per spiegare il terrorismo, o di "orgoglio ferito" della Russia per giustificare l'invasione dell'Ucraina. Le nazioni non hanno sentimenti. Hanno istituzioni, classi dirigenti, apparati militari, lobby economiche, tradizioni culturali, conflitti interni. Ridurre tutto a una psicologia collettiva significa mistificare i processi reali attraverso cui si forma la decisione politica.
Se applichiamo questa lente al caso specifico, l'operazione di Butler diventa ancora più chiara.
Il sionismo non è emerso come "desiderio" spontaneo delle masse ebraiche traumatizzate dall'olocausto. È stato un movimento politico organizzato, con un'ideologia, dei leader, dei congressi, dei finanziamenti, una strategia coloniale. I suoi padri fondatori — Herzl, Nordau, Jabotinsky — non erano sopravvissuti ai campi di sterminio. Erano intellettuali europei che, alla fine dell'Ottocento, guardavano al nazionalismo come alla soluzione della "questione ebraica".
Quando Butler parla di "desiderio" di genocidio, trasforma questa complessa macchina politica in un impulso emotivo. E così facendo:
Cancella la responsabilità delle élite sioniste, che quel progetto lo hanno pianificato e realizzato con lucidità.
Deresponsabilizza le potenze coloniali (Gran Bretagna in primis) che quel progetto lo hanno sostenuto e agevolato.
Psicologizza un fenomeno strutturale, rendendolo immune alla critica politica.
È come se qualcuno spiegasse il nazismo come "reazione dei tedeschi all'umiliazione di Versailles". Vero? Parzialmente. Ma è una spiegazione che cancella il ruolo del capitale industriale, delle élite conservatrici, della burocrazia statale, dell'apparato militare. Riduce tutto a un trauma collettivo, e così facendo assolve chi quel trauma lo ha strumentalizzato per i propri fini.
C'è una tradizione di pensiero — da Gustave Le Bon a Elias Canetti — che ha studiato le dinamiche delle masse. E la prima cosa che insegna è che una folla non è la somma degli individui che la compongono. Ha leggi proprie, meccanismi propri, razionalità propria.
Butler fa esattamente l'opposto: prende l'individuo come modello e lo proietta sulla collettività. Come se gli ebrei fossero un unico corpo con un unico cervello, capace di provare un unico desiderio.
Questa operazione ha un nome filosofico: è un errore categoriale. Si applicano a un fenomeno (la psicologia collettiva) categorie che appartengono a un altro fenomeno (la psicologia individuale). E come tutti gli errori categoriali, produce nonsenso.
Proviamo a rovesciare il ragionamento per mostrare l'assurdo. Se le "vittime di un genocidio" possono desiderare di infliggere genocidio, allora anche i palestinesi, vittime di settant'anni di nakba, occupazione, apartheid e ora genocidio, dovrebbero "desiderare" di sterminare gli ebrei. Ma è vero? Certo, ci sono palestinesi che provano odio. Ci sono combattenti che usano la violenza. Ma ridurre la resistenza palestinese a un "desiderio di genocidio" è una mostruosità. La lotta palestinese chiede terra, diritti, ritorno, autodeterminazione. Non chiede lo sterminio di nessuno. Ma nel quadro teorico di Butler, questa differenza scompare: entrambi i campi diventano portatori di pulsioni genocidarie simmetriche.
Vedete il cortocircuito? L'errore categoriale produce una falsa simmetria che offende la realtà.
Questa non è una disputa accademica. L'errore categoriale di Butler ha conseguenze politiche precise.
Se il conflitto in Palestina è lo scontro tra due "desideri di genocidio" — uno attuale e operativo, l'altro potenziale e fantasmatico — allora:
La violenza israeliana diventa "preventiva", una difesa contro il possibile desiderio altrui.
La resistenza palestinese diventa sospetta a priori, perché manifestazione di quel desiderio latente.
La comunità internazionale è chiamata a gestire due patologie simmetriche, non a fermare un oppressore e liberare un oppresso.
È la neutralizzazione perfetta di ogni istanza di giustizia. Non ci sono più colpevoli e vittime, oppressori e oppressi: ci sono solo due traumi che si scontrano, due desideri che si fronteggiano, due pulsioni che si alimentano a vicenda. E in questa palude simmetrica, l'unico atteggiamento ragionevole è la moderazione, la complessità, il "sì, ma".
Ma la realtà non è simmetrica. Da una parte c'è un esercito tra i più potenti del mondo, sostenuto militarmente, economicamente e diplomaticamente dalla prima potenza globale. Dall'altra ci sono due milioni di persone rinchiuse in una prigione a cielo aperto, bombardate con armi fornite dagli Stati Uniti, private di acqua, cibo, elettricità, medicine. Non sono due desideri che si fronteggiano. È un potere sterminatore che stermina.
Butler, con la sua architettura teorica, ci invita a guardare ai "desideri" dei primi e ai "desideri" dei secondi. Ma i desideri non uccidono. Gli F-35 sì.
Il salto logico dall'individuo alla collettività — è il punto in cui il castello di carte butleriano crolla. Perché le collettività non hanno una psiche. Hanno una storia. Hanno istituzioni. Hanno rapporti di forza. Hanno classi dirigenti che, nel nome di presunti "desideri collettivi", perseguono i propri interessi.
Ridurre tutto a psicologia significa spoliticizzare il conflitto. Significa trasformare la pulizia etnica in un dramma interiore. Significa assolvere i responsabili e colpevolizzare le vittime, proiettando su di loro i fantasmi di ciò che potrebbero diventare.
E mentre i filosofi discutono di desideri e traumi, a Gaza i corpi veri — non i corpi collettivi metaforici, ma i corpi individuali di bambini, donne, uomini — continuano a morire sotto le macerie. Senza desiderio. Senza psiche. Solo carne, sangue e silenzio.
Gabriella Grasso - Cagliari, 21 febbraio 2026
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