Il piccolo calendario di ParalleloPalestina cessa di esistere. Abbiamo bisogno di altro
Viviamo un’epoca in cui la storia sembra aver subito una pericolosa accelerazione, schiacciando le coscienze sotto il peso di un presente perpetuo. In questo flusso caotico, il genocidio è diventato un evento quotidiano, una notizia che scorre veloce sullo schermo prima di essere sostituita dalla successiva. È proprio in questo contesto di assuefazione che si inserisce la necessità urgente di un **Calendario Nazionale Anticoloniale**.
Non si tratta di un semplice almanacco, ma di uno strumento politico, una bussola per orientarsi nel marasma della comunicazione e per riappropriarsi del tempo, che oggi ci viene rubato. Un calendario che, giorno per giorno, ci dia il polso della situazione politica nazionale e internazionale, non come spettatori passivi, ma come soggetti attivi di una storia da cambiare.
Il punto di partenza è un assunto scomodo ma necessario: ricordare il male è doloroso e spiacevole. La memoria del colonialismo, dei suoi genocidi, delle sue sopraffazioni, non è un esercizio di erudizione storica; è un atto che ci mette di fronte all'orrore di cui la "civiltà" occidentale è stata capace e di cui ancora è capace. La rimozione non è una strategia, è una complicità. E la memoria non può essere affidata alla sola volontà individuale, che si scontra con la fatica e il dolore. Deve essere organizzata, strutturata e resa collettiva attraverso l'informazione e l'azione.
Un calendario anticoloniale serve proprio a questo: a trasformare la memoria da peso morto a leva per l'agire. Non per commemorare le vittime, ma per evidenziare iniziative, lotte e resistenze che si oppongono al male egemone. Ogni data è la testimonianza di una capacità di azione e di un tentativo di riscatto. Un approccio che si apre al futuro, per scardinare la rassegnazione e la passività imposte. Antidoto alla politica che ci vuole sudditi rassegnati a gestire l'esistente.
Questa passività, a livello nazionale, è il sintomo di una condizione precisa: quella di un protettorato, di una colonia statunitense. Le nostre scelte di politica estera, le nostre basi militari, i nostri investimenti economici non sono decisi a Roma, ma a Washington. La nostra classe dirigente non governa, amministra un territorio in nome di un impero altrui, in una condizione di sovranità limitata che si estende a gran parte del continente.
L'Italia non è un'anomalia, ma un tassello di un più vasto agglomerato di nazioni europee che condividono la nostra stessa condizione di subalternità. Siamo gli stati asserviti di un'alleanza atlantica che non difende i popoli, ma gli interessi del capitale finanziario e militare. E il futuro che questo disegno ci riserva è inquietante: trasformarci in una zona produttrice di armi per sopravvivere. Un'economia di guerra come unica prospettiva di sviluppo per un'Europa altrimenti condannata al declino. La produzione di morte diventa la nostra specializzazione, la nostra unica merce di scambio per mantenere un posto al tavolo dei potenti.
Il Calendario Nazionale Anticoloniale è un atto di rottura. È uno strumento per:
- Rompere l'assedio informativo dei fatti che i media mainstream occultano o distorcono.
- Creare coscienza critica, collegando la nostra condizione di colonia a quella dei popoli che subiscono il genocidio, dalla Palestina all'Africa, riconoscendo un nemico comune.
- Promuovere l'azione, fornendo le coordinate temporali per mobilitarsi, per essere presenti, per far sentire la propria voce contro il sistema guerra.
Per riprendere in mano il nostro tempo, smettere di subire la storia come uno spettacolo tragico e inevitabile. Se il genocidio è quotidiano, anche la nostra resistenza è tale. E un giorno alla volta, un evento alla volta, una lotta alla volta, per un futuro che non sia una discesa verso la barbarie, ma un'apertura verso la liberazione.
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Settembre 2026