Come piccole biglie, scivolano velocemente le goccioline vitree di pioggia, schiantate sulla finestra dalla violenza della tempesta. Alcune di loro, inermi, si abbandonano al loro inesorabile destino, strappate a forza dalla furia del vento, altre, invece, dopo avere resistito all’impeto feroce di Eolo si lasciano scivolare prendendo l’ultima corsa verso la loro fine.
Scuri erano i suoi occhi, una corona di folte ciglia ne delimitavano la figura. Profondo e intenso era il suo sguardo soprattutto quando si estraniava dal resto del mondo.
Gli capitava spesso di incantarsi a fissare fuori il mondo che si srotolava davanti ai suoi occhi in un incessante andirivieni di gente e automobili che correvano come schegge impazzite.
“Che inutile affanno impegna l’uomo!” diceva spesso tra sé e sé. “Sì, gli uomini sono occupati a correre dalla mattina alla sera, svolgendo un lavoro che spesso non scelgono e di cui non si sentono neanche motivati, sono bramosi e ansiosi del fine settimana per poter assaporare un po’ di pace ma, una volta arrivati al sabato, insoddisfatti e inappagati, agognano il lunedì, perché incapaci di trovare nell’inerzia qualcosa che possa colmare il loro ozio”.
Per fortuna per lui non era così, amava molto la sua solitudine, anche se la sorte lo aveva costretto a tale dimensione, aveva fatto di questa una vera possibilità di espressione della propria interiorità.
E dalla finestra guardava ogni cosa e imparava a conoscere gli altri come espressione dei molteplici sé che ognuno intrinsecamente possiede.
Da quella finestra poteva scorgere i tetti delle case del vicinato, spioventi e a terrazze, popolati da antenne e parabole, abitati da colombi rannicchiati in cerca di riparo dalle intemperie e, dove il suo sguardo non riusciva più ad arrivare, una montagna nascosta in parte dalla foschia.
Conosceva tutti nel vicinato, il piccolo quartiere in cui abitava non aveva più segreti. Conosceva i rumori, le voci, i profumi, le abitudini della gente che vi abitava; sebbene non avesse intessuto rapporti di amicizia con nessuno di loro si sentiva in famiglia, lui, che famiglia non aveva. Al mattino gli faceva compagnia la voce della signora del piano di sopra che canticchiava canzoni di vecchia data, alcune sconosciute, altre stonate ma in tutte risuonava il suo timbro chiaro e acuto. Per non parlare di Piero, il tenore, la cui voce faceva vibrare i vetri delle porte del vicinato. E la radio della famiglia Colasanti, ad alto volume dal momento che il nonno di Teresa non sentiva bene e da qualche anno aveva perso anche la vista. L’odore delle torte del Bar Cappuccio, appena sfornate si insinuava dalle strette aperture degli infissi rovinati, al mattino e a sera, con incredibile puntualità. E i fiori della signora Fiordealisa. In realtà si chiamava Lisa, ma la sua passione per i fiori e il profumo che emanava casa sua ogni qualvolta ne apriva la porta d’ingresso, ne aveva fatto una dea della natura.
Anche il gatto Pilù faceva ormai parte della grande famiglia del suo piccolo quartiere, era pasciuto e con grandi occhi verdi e ogni pomeriggio saltava giù sul suo davanzale e si imbambolava ritto e melanconico ad aspettare il suo arrivo, a sera.
Adorava il radioso sorriso di Dario, un piccolo lattante di tre mesi. ‘Dario m’illumino d’immenso’ lo aveva soprannominato. Aveva occhi color del mare, una lieve e chiara peluria sul capo e guance di pesca molto carnose.
I bambini lo avevano sempre attratto per la loro innocenza, per il loro essere indifesi e, nei loro occhi, lui si specchiava spesso sia per ricordare la sua infanzia sia per allontanare la sua inquietudine.
Come ogni sera si trovò di fronte alla finestra, bisognoso di far spaziare l’occhio verso l’infinito panorama che gli proponeva la vista di casa sua, dopo una intensa giornata di lavoro al pc. Di fronte a lui l’appartamento della signora Fiordealisa era tutto illuminato, le tende aperte lasciavano vedere ogni cosa in quella stanza, la tavola apparecchiata, la televisione accesa e Fiordealisa in piedi di fronte a Silvio agitava le braccia in modo esagitato, e camminava da una parte all’altra della stanza con uno sguardo oscurato. Silvio era seduto con i gomiti poggiati sulla tavola, lo sguardo fisso sul piatto. L’atmosfera non era delle migliori e questo lui lo aveva capito da un po’, da quando i gerani della signora Fiordealisa soffrivano di solitudine, spenti i loro colori e indebolita la loro forma, rispecchiavano i suoi malumori e le sue preoccupazioni.
“Cosa può essere successo”, si chiedeva, “di così importante da allontanare la signora dalla sua mansione giornaliera di cura e di attenzioni per i suoi fiori?”.
Tempo prima anche lui era stato preso da una forte ansia che lo aveva alienato.
Aveva avvertito, d’improvviso, come una strana sensazione di inadeguatezza verso il mondo circostante. Non riusciva a provare interesse per chi viveva senza essere consapevole di perseguire uno scopo ben preciso.
Tale diversità lo aveva allontanato da tutti.
“Molti si lasciano vivere!”, almeno questo era quello che percepiva nelle parole della gente.
Lungamente si era dato affanno, trascinato dalla fiumana di gente che come automi viaggiano per tutto il giorno, rincorrendo il nulla.
Ma questo non era quello che voleva e lo aveva capito a sue spese.
Non capiva se era il tempo a inseguire lui o lui ad inseguire il tempo.
Spesso si era sentito soffocato da un moto perpetuo di impegni che non gli lasciavano spazio. Ma questo spazio lui lo voleva veramente?
Cosa voleva dire vivere?
Cos’era ‘vita’?
La notte il silenzio gli parlava, lo impauriva il vuoto che intorno a sé si creava, il nulla che prendeva tante forme, la stasi forzata e la sua coscienza che trasudava dai pori della pelle.
L’inquietudine invadeva il suo petto e si impadroniva dell’addome dove regnava il groviglio di nervi fitti come trama di tessuto.
Non era vita.
Questa sensazione lo aveva preso d’improvviso disorientando e sconvolgendo la sua esistenza.
La sua incompiutezza come uomo lo aveva spinto a ricredere in se stesso, nelle sue capacità e possibilità, a ricreare un nuovo uomo in una nuova dimensione, a ridipingere la sua vita, sentirla come forza, come spinta verso la realizzazione dei propri desideri.
La solitudine gli aveva dato la possibilità di poter guardarsi dentro in un gioco dinamico di specchi che riflettono le innumerevoli sfaccettature del suo animo. Così aveva imparato a riconoscere le vocine interiori che gli sussurravano cosa era meglio per lui, la strada da intraprendere nei momenti di indecisione, la lotta verso la realizzazione di quei sogni collezionati e dimenticati.
La leggerezza era il suo nuovo abito, non viveva più per lavorare ma lavorava per vivere e tutto il resto della giornata era una pennellata fresca di creatività.
Il mare, il suo odore, la sua voce lo facevano vibrare, la musica dondolava la sua mente e lo immergeva nell’infinito e le parole, il dolce suono delle parole, delle poesie lo emozionavano a tal punto da sentire un’implosione dentro.
“Vivere è curiosità del domani!”, diceva e aveva cominciato ad amare l’imprevedibilità delle cose, la casualità come gioco del destino che cambia gli eventi inaspettatamente, che disordina e ordina le cose dando ai perché risposte tante volte cercate e mai trovate.
“La gente non ha più tempo per conoscersi, per sorridersi, per amarsi, nessuno dedica più parole, i rapporti sono affrettati e superficiali, rapporti dovuti e non voluti, rapporti di comodo, svuotati della magia che li potrebbe caratterizzare. Pochi riescono a instaurare vere relazioni rendendosi affidabili e responsabili delle decisioni prese, pochi conducono una vita integra, onesta e coerente con le proprie idee”.
E questa era stata una delle sue più grandi sofferenze. Sì, aveva fatto l’esperienza della sofferenza, aveva conosciuto il vortice della disperazione causata dalla disillusione. Aveva amato una donna che aveva reso la sua vita una favola. Si riteneva fortunato di avere potuto condividere tante emozioni di aver visto l’infinito nei suoi occhi.
Ma un giorno lei se ne era andata senza lasciare nessuna traccia, nessuna parola. Ammalato d’amore, disorientato dalla vita, dopo mesi di solitudine e incapacità di poter reagire aveva trovato la forza, per caso, leggendo poche pagine di un libro dimenticato o lascito su una panchina nel grande viale della città. Parole che avevano il gusto della speranza, della forza. Parole che segnavano la strada, un percorso che nasceva dalla propria interiorità, una spinta vitale che emergeva dalle cose. La vita era come una scatola piena di amore, di solitudine, di sofferenza, di tristezza, di felicità, di disperazione, di buio e di luce, di vita e di morte, e di ogni cosa si consigliava di fare esperienza perché ogni cosa era un piccolo pezzetto di vita che andava conosciuto e vissuto. La sofferenza per l’abbandono era anche nella scatola e andava affrontata con coraggio, con determinazione senza lasciarsi irretire da essa, ma imparando a gestirla e ad abbandonarla. “Non tutto dura per sempre, abbi fiducia nel processo, nel tuo processo di rinascita” consigliava il libro.
Per caso, il destino gli aveva offerto il modo per poter guardarsi dentro, per migliorare e crescere, imparando a non definirsi, perché ogni definizione di sé è morte e non evoluzione. Aveva imparato a meravigliarsi, a guardare con stupore le infinite verità che esistono e a non farsi più domande e soprattutto a non darsi più risposte.
Era un uomo nuovo e ora sentiva la vita fluire dentro sé.
Si voltò, guardò fuori dalla finestra, la stanza della signora Fiordealisa era ancora accesa, in quell’istante Silvio con uno scatto si alzò e aprendo la porta di casa scappò via e Fiordealisa si lasciò cadere sulle ginocchia sconvolta.
La solarità di Firdealisa era stata velata da qualcosa. I suoi gerani, nei giorni a seguire, si andavano accasciando su se stessi.
Libero pensò di voler fare qualcosa per lei.
Capì che doveva aiutare chi si era fermata in mezzo al tunnel dell’angoscia.
Aveva la possibilità di fornirle quegli stessi strumenti che lui aveva usato per capire e rinascere e che gli avevano dato la possibilità di percorrere il tunnel per ritrovare la luce. Così prese il libro che gelosamente custodiva e lo lasciò davanti la porta di Fiordealisa.