Autunno
Sotto il cielo che si fa pesante,
un frutto giallo, sconosciuto,
rotola via,
e il suo riso acido vibra nell’aria,
battito di una stagione in transito.
Camminando, il passo si fa cauto,
il mondo si riduce a un cerchio di foglie,
dove l’estate si aggrappa
con un ultimo respiro,
mentre l’autunno,
con la sua tavolozza di toni sfumati,
avanza lento.
Fermati, appoggiati a quel tronco,
sentine il respiro,
l’eco di storie antiche,
mentre il fumo si alza,
un segnale nel cielo,
un pensiero che si allontana
verso un punto indefinito.
In quel momento di attesa,
si placa la malinconia,
e aggiungi una goccia di purezza
al vaso stracolmo dell’anima.
E nell’atto di osservare,
il mondo si ferma,
e tu diventi parte di esso,
una nota in una sinfonia di colori,
una foglia che danza,
un respiro che si fa poesia.
In questo scorrere di giorni,
c’è vita, c’è bellezza,
c’è un’infinità di attimi
che aspettano solo di essere colti
come foglie gialle nella mano.
Sotto il melo
Rientrai a casa,
stranamente mite era il cielo
per il tempo dell’anno.
La panchina sotto il melo mi aspettava,
come un abbraccio caldo mi cingeva.
Seduta, osservavo il vicino
scavare la terra come a voler
raccogliere la notte stessa,
e tra i rami un blu crescente
annunciava la sera che germogliava.
Troppo bello per essere vero,
i giorni svanivano nell’odore di fieno,
tra l’erba, sparsi giocattoli,
come frammenti di sole caduto.
Lontano, il riso dei bambini
si rifrangeva tra le pareti della casa
fino a me, fino al melo,
fino al cuore che ascoltava.
E poi le ali dei cigni
tracciarono archi nel cielo,
silenzio e vuoto si allungavano
sulla terra che respirava piano.
Ma tu venisti a sederti accanto a me,
esatto: eri tu,
sotto il melo,
mite e vicino come un’estate rara,
un dono inatteso
per l’età nostrana.
Do
.
La sera
Avevi ragione tu, amore mio,
non finisce mai davvero una sera.
Ci sono luci che restano accese
anche quando il giorno si ritira piano,
e ci sono nomi che il cuore
non smette di pronunciare in silenzio,
e solo lui mi avrà ascoltato.
Abbiamo creduto fosse follia,
una stagione breve, una corsa di vento —
ma l’anima ha radici profonde,
e certi addii germogliano ricordi.
Ti penso come si pensa un profumo,
un’ombra che non si tocca,
una finestra che si apre sull’azzurro.
Non ci ritroveremo più,
lungo l'interminabile cammino.
Non ti cerco più, eppure
sei nell’aria che respiro,
nell’attimo che precede la sera,
in quel punto fragile
dove finisce il tempo e comincia l’infinito.
E allora sì, mia dolce nostalgia,
resta con me, discreta compagna,
non brandire la tua spada, ma cingimi lieve,
ché un giorno ho amato — davvero —
e ché da quel fuoco
non si guarisce,
quella fiamma si custodisce,
per disfarsi, senza dolore,
di se stessi.
Sera d’agosto
In quella luce di fine estate
di sere tristi e bagnate
mi accorcerò anch'io
come quei raggi
sempre più pallidi e sbiechi
a svanire nel cuore?
Al calar della sera
un po' tutta l'anima duole
ma è solo l'estate che muore.
Le ombre lunghe della sera
In questo mese di luce che indugia
sui tetti caldi e sulle ringhiere,
al vento che sospinge
un ostinato odore di mare
e di campi che ancora ardono al sole,
mentre l'anno si piega a metà strada
e l'autunno, timido, si affaccia
con occhi sognanti di cieli increspati,
le mie mani raccolgono il respiro
di una lunga estate che con indolenza sfuma.
Solidarietà
C’è ancora abbastanza estate
per sollevare il mondo;
quanto più lieve sarebbe il cammino
se ogni cuore reggesse un vicino.
Se ognuno allungasse la mano,
ogni peso si farebbe più lieve,
ogni passo più breve.
I cuori si intrecciano, le braccia si fan ali,
e il cielo sorride tra luci e viali.
Come viti ordite in un unico albero,
come fiumi che scorrono e non restano soli,
così ognuno accoglie e si sente leggero,
trasformando il fardello in oro sincero.
E l’estate resta, luminosa e dolce,
perché insieme la vita è più piena e forte.
Ogni gesto conta, ogni mano si tende,
ogni cuore aperto che mai si arrende.
Pioggia d’estate
Arriva senza preavviso,
come certi pensieri che avevi nascosto
sotto il sole cocente.
Scroscia sull’asfalto che fuma,
sulle finestre chiuse per tenere fuori l’afa,
sulle zanzare in volo basso e sulle promesse
lasciate in sospeso.
Nella pianura padana,
dove l’umidità si incolla alla pelle
e ogni respiro sa di nebbia anche a luglio,
la pioggia è una tregua sensuale e crudele:
ti sfiora, ti libera,
e subito dopo ti restituisce al caldo,
più pesante di prima.
Ma per un istante…
tutto tace.
L’aria si spezza, il cielo si arrende,
e anche dentro di te,
qualcosa si allenta.
Perché la pioggia d’estate
non lava via il passato,
lo risveglia.
E te lo sussurra addosso,
goccia dopo goccia.
Il tuo autunno
Una tua ruga, segno di storie,
mi rapisce più dell’acerbo candore;
la tua carne morbida, campo arato,
è frutto maturo, più del verde innato.
Mi abbandono al tuo fianco,
memoria di amori, canto sincero
di uno stanco guerriero.
Preferisco la tua pelle, da Cronos segnata,
a quella liscia dell’illusione andata.
C'è nella tua stagione un calore profondo,
che l’estate non sa dare, dono fecondo;
il tuo autunno è dolce, più di ogni primavera,
nel tuo antico abbraccio ritrovo la mia sfera.
Tutto quel mare di gioventù effimera
non vale l'antico rifugio che prepari tu:
batte, il tuo inverno, sui ciliegi in fiore,
ogni tuo segno tronfio del mio lascivo ardore.
Vince la dolcezza che mi mostri intera,
su quel petalo chiuso, prima della sera.
Quotidianità
La gente ha il cuore stanco,
assuefatto al morso lento della noia.
La casa è un ventre gravido,
di oggetti e di silenzi,
che ogni mattina partorisce lo stesso volto,
gemello anonimo del tempo.
Il tavolo, re muto,
regna su piatti colmi e anime vuote.
La vita tarda ad arrivare —
È un treno smarrito che ha perso la stazione.
Le pareti, vestite di bruma,
sono madri con pelle di pietra:
non ascoltano, non tremano,
soffocano ogni grido prima che nasca.
Fuori, i fiori hanno perso gli occhi,
non cercano più la luce.
Gli uccelli tacciono, o forse volano
in un cielo che nessuno osa guardare.
Il pappagallo, attore tragico,
ripete la stessa battuta,
mentre i cani sfilano
in maschere da carnevale funebre.
La gente vaga nella notte
come sonnambuli in cerca di sogni disfatti,
e dorme quando il sole traccia versi
che nessuno legge.
Si va dal medico come davanti a un oracolo,
dal neurologo per contare ombre,
dallo psichiatra per misurare
l’eco del vuoto che ci scava.
E l’anima —
fragile uccello in gabbia —
non trova mai il ramo giusto
su cui posarsi e dire: “casa”.
POESIE DI NATALE
Neve e fiamma
La fiamma scoppietta negli antichi alari,
scintille volteggiano come astri cadenti
e gettano ombre leggere sui nudi muri,
destando ricordi d’infanzia dormienti.
L’aria è un intreccio di cannella e muschio,
di vin brulé che fuma tra le mani
un miracolo lieve di casa e memoria,
un rito di calore che avvolge e placa.
Natale è un flauto d’alba, un fremito di radici
che in Tuo nome espande acuti suoni.
Anche le stelle, azzurrognole e eterne,
ascoltano, ubriache di solitudine e cielo.
Fuori, la neve intesse merletti sottili,
infagottati i fanciulli esultano in coro,
impastando di bianco e carote pupazzi
tra gote rosse e zampogne nostrane.
Lontano, un corvo, solitario, gracchia,
e, traversando il terso cielo,
aggiunge un’eco nera e grave
alla magica notte, per tutti, santa.
Perché Tu, piccolo Dio che nasci e rinasci,
tra i rami di pesco e la carne del tempo:
sei voce che scuote il cristallo del cielo,
che desta il sasso, il mare, il nulla dell’anima umana.
Invisibile aria, Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di Te si impregna.
Sei d’ogni radice il mistero alto e soave,
che innerva il tralcio e lo spinge a fiorire.
Ogni gesto è un piccolo rito sacro:
una coperta che avvolge le spalle,
un dono deposto in silenzio,
una mano di madre che accarezza il tempo
e ne placa il respiro nella culla di lana.
Il mio Natale non urla, non sfavilla invano:
si posa, ascolta, respira.
Sobrio e parco, ma così pieno di luce
che ogni cuore ritrova in sé
il segreto luogo del ritorno.
.
Natale in sospeso
Nel silenzio dei lampioni spenti
la neve cade, greve come pensieri stanchi,
sui tetti e sulle strade
dove passi incerti si incrociano
con luci fredde, arancioni, lontane.
Non c’è gioia che gridi,
solo il fiato lieve di chi cammina
davanti a vetrine illuminate
che riflettono desideri lucidi,
più lucidi dei sogni veri.
Un albero senza stelle si piega
sotto il peso cieco dei regali,
e noi, spettatori distratti,
accendiamo fiammiferi di memoria
per scaldare le nostre ore brevi.
Natale è questo:
una pausa tra un respiro e l’altro,
un filo sottile di parole dette e taciute,
la promessa che, anche se il tempo scorre,
qualcosa di fragile resta
a rischiarare il buio.