Da: Il Potere Nascosto delle Donne
[...] Questo libro è, dunque, un viaggio tanto personale quanto stori co attraverso le esperienze che hanno forgiato la mia comprensione del movimento femminista. Vuole rappresentare un poderoso grido di denuncia contro le discriminazioni di genere e i pregiudizi ancora diffusi nella società italiana e non solo, mettendo in luce il persistere di un modello patriarcale che, nonostante alcuni progressi formali, continua a limitare le opportunità e le libertà delle donne. Attraverso fatti, testimonianze e storie, ho voluto fotografare un’ampia gamma di situazioni in cui le donne subiscono discriminazioni e violenze, sia nella sfera pubblica che privata. La mia analisi mette in discussione l’idea che il trattamento disuguale riservato alle donne sia “normale”, evidenziando come tale mentalità perpetui una cultura di sottomissione e oppressione. Il libro incoraggia alla riflessione su come il sessismo e l’odio misogino permeino ancora molte sfere della società, alimentando un sistema di controllo e di dominio maschile. Ho voluto sottolineare l’importanza di riconoscere che questa situazione non è accettabile e non deve essere considerata normale solo perché usuale, ma piuttosto va valutata come 20 un’emergenza sociale che richiede un’immediata azione e cambia mento. È quindi un invito all’azione, un’opportunità per noi tutte di ribellarci alle limitazioni imposteci dalla società e di lottare per la nostra emancipazione. È un richiamo alla consapevolezza e alla solidarietà femminile, offrendo soluzioni e suggerimenti per superare le barriere e raggiungere una maggiore parità di genere. [...]
[...] Le “nuove streghe” sono le donne “colpevoli” di non voler obbedire agli schemi sessisti in cui le si vorrebbe ancora ingabbiate, ma che esse hanno spezzato conquistando leggi di dignità, parità, autodeterminazione. Una rivoluzione maldigerita dal maschilismo, che per questo è alla ricerca di un risarcimento contro la nuova antropologia di donna che irreversibilmente avanza. Un maschilismo alla riconquista della superiorità perduta, e che emerge nella ferocia di maschi assassini la cui unica legge è il sopruso, espressione del più becero controllo patriarcale sulle donne di cui violano e deturpano il corpo, per lasciare il segno tangibile del loro possesso… fino all’omicidio. Ecco allora che al maschilismo non si deve dare tregua. Ed è importante smascherarlo nella sua strategia di abuso, invasività che nulla ha a che fare con l’affettività. Anche quando s’insinua per circuire con parvenze di protezione, che calibra tra “tenerezza amorosa” e “ricatto affettivo” per ottenere meglio la subordinazione dell’“altra da sé”, che resta sempre e comunque l’oggetto dell’egoità narcisisti co-maschilista, che nella mistificazione misogino-sessista rispolvera la favola dell’“eterno femminino”, in esercizi di stile sulle “connaturate” doti delle donne: dolcezza, sentimento, amabilità, grazia. Che disvelate significano: soggezione, sopportazione, obbedienza, rassegnazione su cui tanti maschi continuano ad accomodarsi pensando 103 Uno strumento linguistico fondamentale che spiega le parole in maniera chiara e guida il lettore a un uso corretto della lingua. 153 di aver diritto a quel ruolo stereotipato di servizio sacrificale delle donne. Ma gli stereotipi resistono. [...]
[...] L’educazione gioca un ruolo cruciale nella formazione delle prospettive e dei valori di ogni individuo, influenzando direttamente il modo in cui percepiamo la parità di genere e rispettiamo la diversità. Un aspetto chiave è il linguaggio utilizzato nella comunicazione quotidiana, specialmente all’interno delle famiglie. Spesso, i genitori trasmettono inconsapevolmente stereotipi di genere ai propri figli attraverso il linguaggio utilizzato. L’affermare che certi compiti o interessi sono “da femmina” o “da maschio” contribuisce a radicare ruoli di genere rigidi, ostacolando la strada verso la parità. La responsabilità nella perpetuazione di stereotipi di maschilismo, tuttavia, spesso non è esclusiva degli uomini, ma coinvolge anche le donne. La società, infatti, è permeata da norme culturali e sociali che possono influenzare il comportamento di entrambi i sessi. Le 158 donne stesse, a volte, possono aderire a schemi culturali patriarca li, magari inconsciamente, contribuendo più o meno involontaria mente alla diffusione di determinati stereotipi. Questo fenomeno può essere il risultato di una socializzazione che insegna a interiorizzare certi ruoli di genere, spingendo sia gli uomini che le donne a conformarsi ad aspettative predefinite. La lotta contro gli stereotipi di genere coinvolge entrambi i sessi e richiede un impegno collettivo per cambiare le percezioni e promuovere una visione più equa e inclusiva della società. Un esempio tangibile è l’idea che gli uomini “aiutino” le donne nelle faccende domestiche. Questo concetto sottolinea implicitamente che le responsabilità domestiche sono principalmente a carico delle donne, e che la partecipazione degli uomini è un atto di generosità o gentilezza. Cambiare il linguaggio è cruciale: quando un uomo contribuisce alle faccende domestiche, non sta “aiutando”, bensì sta svolgendo la sua parte nel benessere familiare. Riconoscere che entrambi i partner hanno responsabilità equilibrate crea una mentalità più equa e rispettosa. Inoltre, è essenziale smantellare l’idea che il lavoro domestico sia specifica mente attribuibile a un genere. Una donna che lavora e chiede al suo partner di partecipare alle faccende di casa non sta chiedendo un “aiuto”, ma sta chiedendo una collaborazione attiva. Tutti i membri della famiglia devono contribuire in modo equo, senza presunzioni rigide sui ruoli di genere. Cambiare il linguaggio e l’approccio richiede un impegno collettivo. L’educazione, sia a casa che nelle istituzioni, deve promuovere la consapevolezza della parità di genere, incoraggiando la riflessione critica sul linguaggio utilizzato e sulle aspettative culturali. Le famiglie e la scuola giocano entrambe un ruolo fondamentale nell’educazione degli individui, contribuendo in modo complementare alla loro formazione e al loro sviluppo. [...]
Da: Il Giardino dei Gelsomini
[...] Per molto tempo aveva creduto che la vita vera fosse altrove. Che la salvezza abitasse in luoghi lontani, in volti sconosciuti, in emozioni travolgenti. Ma quel giorno, tra i cespugli di gelsomini in fiore, comprese finalmente ciò che già aveva intravisto all’inizio del viaggio: non c’è alcun luogo in cui andare, se prima non impari ad abitarti.
Il “Cerchio della Guarigione” non era una meta fisica, né un rituale misterioso. Era un ritorno. Un lento, coraggioso ritorno a sé. Un tornare a casa, sì — ma non a una casa fatta di mura e mobili. A una casa interiore. Alla propria verità. Era stato un cammino tortuoso, a volte luminoso, altre oscuro come un fondale marino. Aveva dovuto affrontare le proprie ombre, dialogare con i propri demoni, guardare in faccia le parti di sé che per anni aveva nascosto. Eppure, proprio lì, negli abissi dell’anima, aveva trovato le risposte che cercava. Non in grandi rivelazioni, ma in piccoli gesti quotidiani.
Nel perdonarsi. Nel permettersi di sentire. Nel restare, anche quando l’istinto le diceva di fuggire.
Come Ulisse, anche lei aveva intrapreso un’odissea. Non tra isole, mostri e tempeste, ma tra memorie, paure, ricordi mai davvero sepolti. Come lui, aveva affrontato sirene seducenti — voci interiori che promettevano soluzioni facili, fughe indolori. Come lui, era caduta e si era rialzata, a volte per orgoglio, altre per pura fame di luce. E, come lui, non era tornata più la stessa. Anzi: aveva scoperto che quella casa interiore, la sua Itaca, non l’aveva mai davvero lasciata. Era rimasta lì, in attesa, paziente. Come un luogo familiare che, se non lo abiti per troppo tempo, ti sembra estraneo. Ma poi basta varcarne di nuovo la soglia, spolverare le stanze dimenticate, e poco a poco tutto torna ad avere senso. All’inizio aveva riaperto solo le stanze essenziali: la cucina dell’anima, dove si nutre la gioia semplice; la camera del riposo, dove finalmente il cuore smette di lottare; il bagno della purificazione, dove le lacrime lavano il vecchio e aprono al nuovo. Poi, una alla volta, aveva aperto anche le altre: quelle che custodivano rabbie, colpe, amori perduti, desideri taciuti. E non le aveva più richiuse.
Ora, la sua casa era vissuta. Non impeccabile, ma viva. Non brillava di perfezione, ma profumava di verità. [...]
[...] In questa parte del mondo, una persona solitaria viene percepita come triste, e il bisogno di stare soli è facilmente confuso con la malinconia. Al contrario, chi sceglie la solitudine non è necessariamente triste, anzi, potrebbe rivelarsi molto più in armonia con se stesso di quanto si pensi. Lavorare su se stessi non è una forma di individualismo malato; piuttosto, più la vita si sviluppa all'interno di noi, più lo scenario esterno perde poco a poco d’importanza. “𝑁𝑜𝑛 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑎 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑠𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖”, pensa, rievocando una frase di Etty Hillesum nel suo Diario.
Esistono due tipi di solitudine: una che riempie di tristezza e fa sentire persi, senza una direzione; l'altra, invece, dona forza e gioia. La prima è caratterizzata dalla sensazione di non avere più alcun legame con le persone intorno a sé, di essere completamente separati da loro. Sembra che la vita non abbia più senso, che tutto sia privo di coerenza. Al contrario, l'altra forma di solitudine rende forti e sicuri. In quei momenti, ci si sente connessi a tutti e a tutto, persino a Dio. Si sente di far parte di un grande insieme, condividendo una forza profonda che risiede in noi.
Nadine notava come alcune coppie sembrassero unite più per abitudine che per amore. Sorrisi forzati, sguardi distratti, foto di convenienza e quel silenzioso accordo sui tradimenti che si consumavano nell’ombra, come se vivessero in una bolla di indifferenza reciproca. Si chiedeva: “Cosa significa davvero l'amore? In un mondo in cui molti si sentono infelici nonostante abbiano un partner, come possono rassegnarsi a vivere una vita di finzione, priva di autenticità? Perché si accontentano di relazioni insoddisfacenti?”
La sua mente si perdeva in considerazioni sul costo della felicità. “È così difficile liberarsi dalle catene delle aspettative sociali? È possibile che l'autenticità sia sacrificata sull'altare della stabilità e delle convenzioni?” “Si può vivere una vita intera nell’autoinganno e nella dissociazione emotiva?” Le domande si affollavano nella sua testa. E, in un momento di vulnerabilità, un pensiero la attraversò: “Qual è il prezzo della verità?”
Con una sensazione di disagio, comprese che a volte la verità era un peso insostenibile per taluni, ma necessaria per vivere appieno. In quel momento, anelava ardentemente alla libertà di essere se stessa, lontana dalle maschere che molti sembravano indossare. Sentiva il bisogno di allontanarsi dalla consueta compagnia e desiderava uno spazio tutto per sé. [...]
[...] La casa aveva assorbito tutto il sole dell’estate, arroventando il tetto e le pareti. Nadine si strappò la camicetta di dosso, impaziente di liberarsi dal tessuto appiccicoso. Si versò dell'acqua fresca sulle spalle, lasciando che le gocce cadessero sul pavimento di pietra rossa, cercando solo un attimo di sollievo dal calore soffocante. Poi saltò sul letto e spense la luce. Dalla finestra, si intravedeva il pallido contorno del Monte Pinedo. Centinaia di volte aveva cercato di decifrarne le forme, distesa sul letto. Un grido di civetta, proveniente dalla forra del bosco, riecheggiava in lontananza, profondo e cavernoso. Cullata da quel mormorio notturno e dal silenzio avvolgente, si lasciò andare al sonno, il suo corpo 127 finalmente rilassato mentre l'oscurità le faceva da coperta. Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Con un sospiro, allungò una mano tremante e accese la lampada sul comodino, illuminando la stanza con una luce fioca. Guardò la sveglia e vide che erano le tre e mezzo. Un gemito le sfuggì mentre cercava di spazzare via la sensazione di agitazione che la pervadeva. Con un altro sospiro, spegnendo la luce, si ritrovò sotto le lenzuola, cercando con tutte le sue forze di tornare nel mondo dei sogni. Ma la sua mente era come un turbine, incapace di placarsi. I pensieri riguardanti la sua casa le affollavano la mente, come presenze ostinate che rifiutavano di andarsene. Da quando si era separata da Jan, quel luogo sembrava essere diventato il riflesso del proprio stato d'animo: bisognoso di cure e di rinnovamento. Era giunto il momento di ristrutturare la casa, di cancellare i segni del passato e di dare inizio a una nuova vita. In quel momento, Andrea sembrava essere l'unica persona capace di aiutarla in questo compito. [...]
[...] Superati i trent’anni le cose diventano più importanti, più sacre. L’amore non è più un impeto 186 tumultuoso; è un sentimento che si svolge entro i confini del “Ti amo nonostante” e non più del “Ti amo perché”, tipico dell’adolescenza. La pelle si fa più spessa, più impermeabile alla tempesta di relazioni e amicizie leggere di quando non si hanno responsabilità. Tornando a casa dopo una serata fuori, ci si sdraia sul letto aspettando che la verità delle ore trascorse con gente mai vista prima si depositi sul fondo della pancia, coprendo l’umore artefatto che occorre per parlare con persone sostanzialmente estranee. I mesi si esauriscono in un giorno, qualche volta si ha la sensazione di non aver scelto le cose che si hanno attorno, di non riconoscersi nelle strade intraprese appena qualche anno prima. Altre volte, quando meno lo si aspetta, ecco che un evento minuscolo scardina la porta che ci separa dall’esterno, e siamo accecati da un’epifania che rende tutto perfettamente chiaro, prima di sprofondare nuovamente nel buio. È un bacio, un fiore coloratissimo, un amore infelice eppure ineludibile descritto come l’architetto della nostra vita, è l’ago conficcato nei polmoni. Chiuse gli occhi e lasciò che i ricordi si impossessassero di lei. Vide se stessa fanciulla, correre su per la collina, il sorriso luminoso di chi ancora credeva che il mondo fosse un luogo sicuro e pieno di meraviglie. Rivide la ragazza che era stata, piena di sogni e di paure, alla ricerca di se stessa tra le pagine dei suoi diari. Ma c’era anche un altro ricordo che si faceva strada, uno più recente, più doloroso. L’ultima volta che era stata lì, era stata in 187 compagnia di sua madre. Un pomeriggio di fine estate, poco prima che partisse per le vacanze. Lei l’aveva portata su quella collina, come facevano sempre, e le aveva parlato con la voce dolce e ferma che la contraddistingueva. Le aveva detto di non avere paura di partire, che il mondo era grande e che avrebbe trovato il suo posto. Ma poi, con un sorriso triste, le aveva chiesto di non dimenticare mai le sue radici. "La morte di una persona cara apre grosse voragini," rifletté, "e molti ricordi riemergono come frammenti dimenticati nel fondo di un mare calmo, le cui acque vengono agitate dall’improvvisa tempesta della perdita. [...]
Da: Being one of the group
[... ] Fifteen American third-year university students studying art history in Italy were invited by fifteen Italian ESL students to a lecture/debate in English on cultural differences between their two countries, held at the University of Rome. After the debate, the students were free to mill and converse in the lecture hall while a lawn picnic was being set up outside. A video camera was present in the room and was constantly pointed at the table up front where the lecturer and the discussion moderator sat. The camera was equipped with an Eibl-Eibesfeldt lens, i.e., a hidden mirror arrangement which permitted filming anywhere in the room unnoticed; audio came from a tiny radio microphone concealed on one of the students. By rotating the hidden mirror, the cameraman was able to keep the camera constantly focused on the ‘wired’ student as she wandered from one group to another engaging in conversation. To make sure the student acted as naturally as possible, she was told, when the lecture began, that the microphone batteries had gone dead and thus there would be no audio recording; since the microphone was sewn inside her dress, she had to leave it there. One wall of the lecture room had a panel mirror so that the faces of any group standing in front of it could be filmed either directly or as a reflection. Unfortunately, no group spontaneously formed in front of the mirror; thus in some cases, gaze must be reconstructed through the interactional dynamics. All students were informed afterwards of the video recording and consent was obtained for its use. [...]
[...] Achieving footing in multicultural group conversations requires an acute awareness of not only linguistic elements, such as turn-taking, politeness strategies, and register, but also cultural norms that dictate appropriate behavior. For instance, the pace at which one speaks, the amount of direct eye contact made, the level of assertiveness, and even non-verbal cues like hand gestures or posture can all influence how an individual is perceived by the group. Without an understanding of these subtleties, an L2 learner’s attempts to contribute may be misinterpreted as rude, timid, or inappropriate, further distancing them from the group’s core dynamic.
Moreover, the reality is that these cultural and communicative subtleties are not typically taught in L2 classrooms. Learners are rarely exposed to authentic, unscripted group interactions where such cues are in play, leaving them unprepared for the challenges they will face outside of the classroom. Consequently, when they enter into real-world group conversations, they may feel overwhelmed by the rapid exchanges and nuanced cultural references that they have not been trained to interpret or respond to. This often results in a sense of being "left out" or not fully accepted as a participant in the conversation, despite their linguistic capabilities. [... ]
[... ] In an ideal world, individuals would naturally engage in meaningful exchanges, eager to learn from one another, fostering a shared foundation of values and embracing creative diversity. However, this is often not the reality faced by second language (L2) learners, who find themselves navigating complex cultural landscapes that may not align with their own experiences or values.
For L2 learners, the key to successful interaction lies in the ability to meet their conversational partners more than halfway, embracing a genuine cultural exchange rather than simply adhering to memorized scripts or guidelines. Authentic engagement requires more than surface-level knowledge of cultural norms; it demands an effort to connect with the underlying existential values that shape the other culture. This deeper understanding goes beyond learning what topics are considered acceptable or the dos and don'ts of polite conversation. It calls for empathy and openness, allowing L2 learners to genuinely relate to their interlocutors. By embracing a shared value system, L2 learners can cultivate a sense of belonging, facilitating richer dialogues and creating authentic relationships.
In this way, being "one of the group" transcends mere linguistic proficiency; it involves an emotional and cultural investment that fosters a true sense of community. Only by recognizing and appreciating the foundational values of another culture can L2 learners authentically integrate and thrive within that cultural milieu, enriching their own experience while contributing to a more diverse and interconnected world. [...]