Prima della rivoluzione è un film del 1964 diretto da Bernardo Bertolucci
Prima della rivoluzione è un film del 1964 diretto da Bernardo Bertolucci
L’Elegia dell’Incertezza: Un Viaggio in Prima della Rivoluzione
Nel 1964, il cinema italiano si trovava su una soglia sismica. Il Neorealismo, con la sua etica dello sguardo e la sua urgenza documentaria, si era ormai storicizzato, lasciando spazio a nuove inquietudini e a nuove grammatiche. In questo contesto di fermento, un ragazzo di ventidue anni, Bernardo Bertolucci, presentò al mondo la sua opera seconda: Prima della rivoluzione. Non fu solo un film; fu un manifesto generazionale, un grido strozzato in gola, un poema visivo sull’ambiguità che definì non solo la carriera del regista parmigiano, ma l’intera parabola della gioventù borghese che si apprestava a sognare il Sessantotto.
Il film si apre e si chiude sotto il segno di una malinconia profetica, incapsulata nella celebre citazione di Talleyrand che scorre sui titoli di testa: «Chi non ha vissuto negli anni prima della rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere». Questa frase non è un semplice orpello intellettuale; è la chiave di volta dell'intera architettura narrativa. Bertolucci, con una precocità sconcertante, ci parla della nostalgia non per un passato dorato, ma per un presente fragile che sta per essere spazzato via. La "dolcezza" di cui si parla è quella dell'incertezza, del limbo, di quel momento sospeso in cui tutto sembra possibile perché nulla è ancora accaduto. È la storia di Fabrizio, il giovane protagonista, che vive l'attesa di un cambiamento radicale – politico, esistenziale, sentimentale – che forse non avrà mai il coraggio di compiere fino in fondo.
Siamo a Parma, una città che Bertolucci dipinge con i colori dell'anima più che con quelli della geografia. Non è la Parma solare e operosa della cronaca, ma una città liquida, autunnale, pervasa da un senso di decadenza nobiliare. È un luogo dove il melodramma di Verdi risuona ancora tra i vicoli e dove il fiume Po scorre lento e indifferente, portando via con sé detriti e sogni. Fabrizio, interpretato da Francesco Barilli (che con il suo volto spigoloso e lo sguardo febbrile sembra uscito da un romanzo di Stendhal), è il tipico eroe bertolucciano: un intellettuale tormentato, lacerato da una contraddizione insanabile. Da un lato c'è l'ideologia marxista, abbracciata con il fervore teorico di chi vuole espiare la "colpa" delle proprie origini privilegiate; dall'altro c'è l'istinto viscerale, quasi biologico, di appartenenza alla borghesia, a quel mondo di riti, comodità e bellezza estetica da cui vorrebbe fuggire ma che, segretamente, ama.
La narrazione prende avvio da una frattura: la morte di Agostino. Agostino è l'amico inquieto, il "doppio" oscuro di Fabrizio, colui che vive il disagio senza filtri intellettuali. La sua morte, avvenuta per annegamento (un suicidio forse, o un incidente cercato), rappresenta il trauma originario. Se Fabrizio è la parola, Agostino era il corpo; se Fabrizio è la teoria, Agostino era la disperazione pura. La scena del funerale è uno dei primi esempi della regia virtuosistica di Bertolucci: la macchina da presa si muove nervosa, inquieta, rifiutando la staticità del dolore composto per cercare, tra i volti dei presenti, il senso di un vuoto incolmabile. Con la scomparsa di Agostino, Fabrizio perde la sua ancora emotiva e inizia a fluttuare in uno stato di deriva esistenziale.
È in questo vuoto che irrompe Gina. Interpretata da un'indimenticabile Adriana Asti, Gina è la giovane zia di Fabrizio, arrivata da Milano. Lei rappresenta l'elemento disturbante, l'irruzione del caos e della modernità nevrotica nella sonnolenta provincia parmigiana. Gina è bellissima, instabile, capricciosa, una donna che porta su di sé i segni di una fragilità psichica che affascina e spaventa Fabrizio. Tra zia e nipote nasce una relazione che sfida il tabù dell'incesto. Ma in Prima della rivoluzione, l'incesto non è trattato con morbosità scandalistica; è piuttosto una metafora politica e psicologica. Amare la propria zia significa, per Fabrizio, ripiegarsi su se stesso, ritornare nel grembo della propria famiglia, della propria classe sociale. È un atto di ribellione apparente che nasconde una profonda impossibilità di uscire dal proprio cerchio. Il loro amore è disperato, fatto di dialoghi sussurrati, di giochi di sguardi, di una sensualità che è sempre intellettualizzata.
La relazione tra Fabrizio e Gina si consuma in spazi che diventano estensioni dei loro stati d'animo. C'è la sequenza magistrale all'interno della Camera di San Paolo, dove gli affreschi del Correggio osservano silenziosi i due amanti, o quella nella camera oscura, dove la realtà viene capovolta e proiettata su un foglio bianco. Qui, Bertolucci gioca con il meta-cinema: la camera oscura è il cinema stesso, un luogo dove la vita viene filtrata, manipolata, resa immagine. Fabrizio e Gina giocano con le ombre, si nascondono, si cercano, consapevoli che il loro tempo è limitato. La loro "rivoluzione" privata è destinata a fallire perché non ha radici nella realtà, ma solo nel desiderio di evasione.
Mentre vive questa passione proibita, Fabrizio continua il suo dialogo politico con Cesare, il maestro elementare comunista, figura paterna e mentore ideologico (interpretato da Morando Morandini, noto critico cinematografico, scelta di casting che sottolinea la natura saggistica del film). Cesare è l'uomo della coerenza, colui che vive il marxismo nella prassi quotidiana, nell'insegnamento, nel contatto con il popolo. Fabrizio lo ammira, vorrebbe essere come lui, ma sente la propria inadeguatezza. I loro confronti sono impietosi: Cesare smaschera, con dolcezza ma con fermezza, la natura velleitaria del nipote. Fabrizio parla di rivoluzione, ma le sue parole suonano come recitate. La sua adesione al comunismo è estetica, non etica. "Ho la febbre del comunismo", dice, come se fosse una malattia romantica da cui, in fondo, si può guarire.
Bertolucci, che all'epoca era fortemente influenzato da Pier Paolo Pasolini (di cui era stato aiuto regista in Accattone) e dalla Nouvelle Vague francese (in particolare Godard), crea con questo film un ibrido stilistico straordinario. Da Pasolini prende l'amore per la sacralità del reale e per i volti, ma se ne distacca abbandonando il sottoproletariato per guardare dentro la propria casa, la borghesia. Da Godard prende la libertà formale: il montaggio discontinuo, i "jump cuts", l'uso della musica pop mescolata alla lirica, la macchina da presa a mano che segue i personaggi per le strade di Parma come se stesse prendendo appunti in diretta.
Uno dei momenti più alti del film è la scena all'Opera, durante una rappresentazione del Macbeth di Verdi. Qui, il teatro si specchia nella vita. La grandiosità della musica verdiana avvolge i piccoli drammi dei personaggi, elevandoli a tragedia. Gli sguardi che si incrociano tra i palchi, il vedere e l'essere visti, riassumono l'ipocrisia e il fascino della società parmigiana. Fabrizio si sente soffocare in quel rito sociale, eppure ne fa parte. È lì, vestito di tutto punto, accanto alla donna che non dovrebbe amare, in mezzo alla gente che dice di disprezzare. La contraddizione è palpabile, dolorosa. Bertolucci usa la musica di Verdi non come semplice colonna sonora, ma come un flusso sanguigno che pulsa sotto la pelle del film, ricordandoci che siamo in terra emiliana, dove il melodramma è un modo di sentire la vita.
Un altro personaggio chiave, seppur marginale in termini di minutaggio, è Puck, il proprietario terriero amico di Fabrizio, che vede il suo mondo scomparire. Puck è l'elegia del passato rurale che sta per essere cancellato dall'industrializzazione. La sua disperazione per il taglio degli alberi lungo il Po, per la fine di un'epoca in cui l'uomo viveva in simbiosi con la natura, tocca Fabrizio. È un altro tipo di morte, non fisica come quella di Agostino, ma culturale. Puck rappresenta ciò che Fabrizio sta per diventare: un sopravvissuto del proprio tempo, un uomo che guarda indietro perché il futuro non gli appartiene.
Il film procede verso un epilogo che ha il sapore amaro della resa. La "rivoluzione" non scoppia. L'amore "folle" con Gina si esaurisce, non per mancanza di sentimento, ma per l'impossibilità di sostenerne il peso contro le convenzioni sociali. Fabrizio compie la scelta più prevedibile e, per questo, più tragica: accetta la normalità. Decide di sposare Clelia, una ragazza della buona borghesia parmigiana, bella, rassicurante, priva di quelle oscurità che rendevano Gina così pericolosa. Clelia è l'ordine, la stabilità, il futuro scritto dai padri.
Il matrimonio finale non viene mostrato come un lieto fine, ma come una capitolazione. Fabrizio rientra nei ranghi. La sua ribellione giovanile viene archiviata come una fase necessaria di crescita, una "malattia" da cui si è guariti per diventare adulti responsabili e integrati. In questo senso, Prima della rivoluzione è un film profondamente pessimista, ma di un pessimismo lucido. Bertolucci ci dice che l'ideologia, per un borghese, è spesso solo una maschera, un tentativo disperato di negare la propria natura che, alla fine, riemerge prepotente.
Tuttavia, il giudizio del regista sul suo protagonista non è mai di condanna totale. C'è una pietà immensa per Fabrizio. Bertolucci si identifica con lui (Fabrizio è chiaramente un alter ego) e, condannandolo, condanna una parte di se stesso. Il regista sa che la bellezza del film risiede proprio in questa ambiguità irrisolta. Se Fabrizio fosse diventato un vero rivoluzionario, il film sarebbe stato un'opera di propaganda didascalica. Rimanendo un borghese pentito ma impotente, diventa un personaggio tragico moderno.
Stilisticamente, il film è un tripudio di invenzioni. La fotografia, curata da Aldo Scavarda, alterna momenti di realismo quasi documentaristico a impennate liriche, con un uso della luce che scolpisce i volti e gli stati d'animo. I movimenti di macchina sono fluidi, avvolgenti; la cinepresa non si limita a registrare l'azione, ma danza con i personaggi, li accarezza, li indaga. C'è una sensualità nella regia di Bertolucci che anticipa i suoi capolavori successivi come Il Conformista o Ultimo tango a Parigi. È un cinema che crede ciecamente nel potere dell'immagine, un cinema "retinico" che vuole sedurre lo spettatore prima ancora di convincerlo.
Importante è anche l'uso della voce fuori campo e del linguaggio. I personaggi parlano una lingua letteraria, a tratti enfatica, piena di citazioni e aforismi. Non è il linguaggio realistico della strada, ma quello interiorizzato di una generazione che ha letto troppi libri e visto troppi film. Questo scollamento tra il modo di parlare e la realtà circostante accentua il senso di isolamento dei protagonisti. Vivono in una bolla culturale che li protegge, ma al tempo stesso li separa dalla vita vera.
Prima della rivoluzione è anche un film sul tempo. Il tempo del fiume Po, che scorre immutabile; il tempo della storia, che preme alle porte; e il tempo soggettivo della memoria. Bertolucci riesce a catturare la sensazione fisica del tempo che passa, delle domeniche pomeriggio vuote, delle lunghe passeggiate senza meta. C'è una sequenza in cui Fabrizio corre in bicicletta, un omaggio alla libertà fisica, che però si scontra con la staticità della città di pietra che lo circonda.
L'eredità di questo film è immensa. Visto oggi, a più di sessant'anni di distanza, non ha perso nulla della sua forza eversiva. Anzi, appare ancora più profetico. Ha anticipato le disillusioni del dopo-'68 prima ancora che il '68 iniziasse. Ha raccontato la crisi dell'intellettuale di sinistra, diviso tra l'impegno politico e il richiamo del privilegio, un tema che attraverserà tutta la cultura italiana dei decenni successivi. Ma soprattutto, ha imposto Bernardo Bertolucci come un enfant prodige capace di unire la lezione dei maestri italiani (Rossellini, Pasolini) con la freschezza delle nuove avanguardie europee.
In conclusione, Prima della rivoluzione è un film di fantasmi. Fantasmi di un amico morto, fantasmi di un amore impossibile, fantasmi di un'ideologia mai pienamente realizzata. È un'opera che celebra il fallimento con una bellezza struggente. Fabrizio fallisce come rivoluzionario, fallisce come amante trasgressivo, ma nel suo fallimento ci regala un ritratto umano di rara intensità. È la storia di come si impara a convivere con la propria mediocrità, di come si accetta di essere "solo" uomini del proprio tempo e della propria classe, nonostante i sogni di gloria universale.
La chiusura del film, con quel senso di quiete apparente dopo la tempesta emotiva, lascia lo spettatore con un senso di vuoto e, allo stesso tempo, di pienezza artistica. Abbiamo assistito alla morte della giovinezza e alla nascita dell'età adulta, quella "dolcezza del vivere" che ora sappiamo essere solo un ricordo, un'illusione ottica creata dalla luce del proiettore. Bertolucci, con questo film, non ha fatto la rivoluzione politica, ma ha certamente compiuto una rivoluzione cinematografica, dimostrando che il cinema poteva essere, contemporaneamente, saggio filosofico, poema lirico e confessione intima. Un capolavoro imperfetto, vibrante, che continua a parlarci perché le contraddizioni di Fabrizio sono, in fondo, le contraddizioni di chiunque cerchi di trovare il proprio posto nel mondo, in bilico tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
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Il prigioniero del terrore (Ministry of Fear) è un film del 1944 diretto da Fritz Lang.
L'Architettura dell'Incubo: Un Viaggio nel Ministero della Paura di Fritz Lang
Nel 1944, mentre il mondo tratteneva il respiro nell'attesa della fine del secondo conflitto mondiale, Fritz Lang, maestro indiscusso dell'espressionismo tedesco ormai trapiantato a Hollywood, diresse un film che si colloca in una zona d'ombra affascinante e scivolosa: Il prigioniero del terrore (titolo originale Ministry of Fear). Basato sull'omonimo romanzo di Graham Greene, il film non è semplicemente un thriller di spionaggio o un’opera di propaganda antinazista, sebbene contenga elementi di entrambi. È piuttosto un viaggio onirico e febbrile nella paranoia, un noir psicologico dove la realtà si sfalda sotto i colpi di un destino beffardo e dove la colpa individuale si intreccia indissolubilmente con l'orrore collettivo della guerra.
La storia si apre con un'immagine che definisce immediatamente il tono dell'opera: un orologio che ticchetta in una stanza silenziosa. Siamo nel manicomio di Lembridge, in Inghilterra. Il protagonista, Stephen Neale, interpretato da un Ray Milland eccezionalmente fragile e nervoso, sta per essere dimesso dopo due anni di reclusione. La sua "pazzia" non è una malattia mentale degenerativa, ma il frutto di un trauma: ha aiutato la moglie, malata terminale, a morire. Questo atto di eutanasia, commesso per amore ma punito dalla legge e dalla sua stessa coscienza, lo rende un eroe tragico, marchiato dal senso di colpa fin dal primo fotogramma. Quando il direttore del manicomio gli apre la porta verso la libertà, lo avverte: "Il mondo là fuori è molto diverso da quello che ricorda". Mai profezia fu più vera. Neale esce dalla quiete clinica dell'istituto per entrare in un mondo che è letteralmente impazzito, sconvolto dai bombardamenti nazisti e dalle ombre lunghe dello spionaggio.
Il genio di Lang si manifesta subito nella sequenza successiva, che funge da innesco per l'intera vicenda (il cosiddetto inciting incident). Mentre aspetta il treno per Londra, Neale si imbatte in una festa di beneficenza di paese, una fiera apparentemente idilliaca organizzata dalle "Madri delle Nazioni Libere". Qui, in un'atmosfera di surreale normalità che stride con la guerra in corso, Neale vince una torta indovinandone il peso esatto. Questa torta, un oggetto banale e domestico, diventa il MacGuffin hitchcockiano del film, il motore immobile di tutta l'azione. Senza saperlo, Neale ha sottratto la torta a una spia nazista per cui era destinata, poiché al suo interno è nascosto un microfilm vitale. Da questo momento, la luminosa festa campestre si trasforma in un incubo. Lang utilizza la luce del sole in modo ingannevole: il male non si nasconde solo nel buio, ma anche dietro i sorrisi delle signore della carità e tra le bancarelle di una fiera.
Il viaggio in treno verso Londra segna il passaggio definitivo nel territorio del noir. Neale viene avvicinato da un uomo cieco che, ovviamente, non è cieco. La colluttazione, il furto della torta, l'arrivo in una Londra oscurata dal blackout: tutto contribuisce a creare un senso di disorientamento. Lang, che aveva vissuto sulla propria pelle la fuga dal nazismo, dipinge una Londra spettrale, fatta di macerie, nebbia e ombre espressioniste. Non è la Londra realistica dei documentari di guerra, ma una città-labirinto, una proiezione mentale delle paure del protagonista.
Ciò che distingue Il prigioniero del terrore da altri thriller dell'epoca è la condizione psicologica del suo eroe. Neale è un "narratore inaffidabile" per le autorità. Quando cerca di denunciare il complotto, nessuno gli crede a causa del suo passato psichiatrico. Questo è un tema caro a Lang (presente anche in M - Il mostro di Düsseldorf o Furia): l'individuo schiacciato da un sistema che non può o non vuole comprenderlo. Neale è solo contro tutti. La sua lotta non è solo contro le spie naziste, ma contro la percezione che il mondo ha di lui. Deve dimostrare di essere sano in un mondo malato, deve provare l'esistenza di una cospirazione che sembra troppo assurda per essere vera. La "follia" del manicomio appare quasi rassicurante rispetto alla lucida follia del nazismo che ha infiltrato la società civile.
Il "Ministero della Paura" del titolo non è un ufficio governativo reale, ma una metafora dell'organizzazione nazista che opera nell'ombra, usando il ricatto, il dubbio e il terrore psicologico come armi. I cattivi del film non indossano uniformi della Gestapo; sono sarti, medium, fratelli premurosi. La banalità del male è qui rappresentata nella sua forma più insidiosa. Emblematica è la figura di Willi Hilfe (interpretato da Carl Esmond) e di sua sorella Carla (Marjorie Reynolds), rifugiati austriaci che gestiscono un'organizzazione benefica. Neale si innamora di Carla e si affida a Willi, solo per scoprire che il tradimento si annida proprio dove ci si aspetta solidarietà.
Una delle sequenze più memorabili e studiate del film è quella della seduta spiritica. Qui Lang dà libero sfogo alla sua maestria visiva. In un appartamento borghese, un gruppo di persone si tiene per mano al buio, aspettando un messaggio dall'aldilà. La tensione è palpabile. Lang usa il buio non come assenza di luce, ma come materia densa, tattile. Quando una voce nel buio accusa Neale di aver ucciso la moglie, il privato e il politico collidono violentemente. La seduta finisce con uno sparo e un morto, e Neale si ritrova incastrato per un omicidio che non ha commesso. La scena è un capolavoro di montaggio e illuminazione, dove ogni ombra sembra nascondere una minaccia e ogni volto illuminato da una candela assume tratti grotteschi.
È interessante notare come il film si discosti dal romanzo di Graham Greene. Lo scrittore inglese disconobbe l'adattamento, trovandolo troppo focalizzato sull'azione e privo della profondità teologica e del tormento morale cattolico tipico delle sue opere. In effetti, Lang e lo sceneggiatore Seton I. Miller asciugarono molto la componente introspettiva per favorire il ritmo del thriller. Tuttavia, Lang sostituì la colpa religiosa con una "colpa visiva". Il mondo di Neale è visivamente opprimente; le inquadrature sono spesso inclinate, piene di sbarre, grate, scale a chiocciola che non portano da nessuna parte. L'architettura stessa del film intrappola il protagonista. Se Greene lavorava sulla parola e sulla coscienza, Lang lavora sullo spazio e sullo sguardo.
Un altro elemento fondamentale è l'uso del contesto bellico. I bombardamenti aerei non sono solo uno sfondo storico, ma intervengono attivamente nella trama. In una scena cruciale, una bomba colpisce l'edificio dove Neale sta indagando, permettendogli di fuggire o, in altri casi, distruggendo prove. Il caos della guerra è un agente del destino, una forza cieca che può salvare o uccidere indiscriminatamente. Questa visione fatalista è tipicamente langiana: l'uomo è una pedina in un gioco molto più grande di lui, dominato da forze che non può controllare.
Il rapporto tra Neale e Carla aggiunge una dimensione romantica che, pur essendo in parte una concessione alle logiche di Hollywood, serve a umanizzare il protagonista. Carla rappresenta la possibilità di redenzione, l'unica luce in un mondo di tenebra. Tuttavia, anche questo amore è nato sotto una cattiva stella, inquinato dal sospetto e dalla menzogna. La rivelazione che il fratello di lei è un nazista mette a dura prova il loro legame, costringendo Carla a scegliere tra il sangue e la giustizia.
Verso il finale, il film accelera verso una risoluzione più convenzionale, con sparatorie e inseguimenti, ma mantiene intatta la sua atmosfera angosciosa. La resa dei conti sul tetto, sotto la minaccia di un raid aereo, è visivamente potente, anche se forse meno sottile della prima parte del film. Il lieto fine, imposto dagli studios, appare quasi posticcio, una nota stonata in una sinfonia di disperazione. Vediamo Neale e Carla guidare verso il futuro, ma sappiamo che le cicatrici (del manicomio, della guerra, del tradimento) non scompariranno così facilmente.
Il prigioniero del terrore è spesso considerato un "Lang minore" rispetto a giganti come Metropolis o Il grande caldo, ma questa definizione è ingiusta. È un film che dimostra la straordinaria capacità del regista di adattarsi al sistema produttivo americano senza perdere la sua identità autoriale. La precisione geometrica delle inquadrature, l'uso espressivo del silenzio, la capacità di trasformare oggetti quotidiani (una torta, un paio di forbici da sarto, un biglietto del treno) in strumenti di terrore sono il marchio di fabbrica di un maestro.
Inoltre, il film anticipa molte delle tematiche che diventeranno centrali nel cinema della Guerra Fredda: la paura del nemico interno, la paranoia della sorveglianza, l'impossibilità di distinguere la verità dalla propaganda. Neale è un precursore degli antieroi hitchcockiani (come in Intrigo internazionale), l'uomo comune gettato in circostanze straordinarie, ma con un carico di dolore pregresso che lo rende più umano e vulnerabile.
In conclusione, Il prigioniero del terrore è un'opera densa, stratificata, dove la suspense non è fine a se stessa ma serve a esplorare la fragilità della mente umana. Fritz Lang ci mostra che il vero "Ministero della Paura" non ha sede a Berlino o a Londra, ma risiede nella nostra percezione della realtà, nella facilità con cui le certezze possono crollare lasciandoci soli, al buio, mentre fuori il mondo brucia. È un film sull'incertezza, realizzato in un'epoca di incertezze assolute, un saggio cinematografico su come la paura possa diventare l'unica compagna fedele dell'uomo moderno. Rivederlo oggi significa immergersi in un noir di rara eleganza, dove ogni ombra racconta una storia e ogni luce nasconde un segreto.
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Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil) è un film del 1953 diretto da John Huston
Se esiste un film che può essere definito un "glorioso fallimento" che ha saputo reinventarsi come capolavoro di culto, questo è senza dubbio Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil). Diretto nel 1953 da John Huston, il film rappresenta un'anomalia nel sistema hollywoodiano dell'epoca: un'opera che sfida i generi, nata nel caos, scritta giorno per giorno e recitata da un cast stellare che, per la maggior parte del tempo, non aveva idea di cosa stesse succedendo.
Spesso descritto come una parodia involontaria (o forse volontarissima) de Il mistero del falco (The Maltese Falcon, sempre di Huston), il film è oggi considerato il precursore del cinema "Camp" e una delle commedie nere più sofisticate mai realizzate. Nelle righe che seguono, esploreremo la genesi travagliata, la trama labirintica, i personaggi eccentrici e il motivo per cui, a distanza di settant'anni, continua ad affascinare i cinefili.
La storia della produzione di Beat the Devil è forse più avvincente della trama stessa. Tutto iniziò quando John Huston lesse l'omonimo romanzo del giornalista britannico Claud Cockburn (scritto sotto lo pseudonimo di James Helvick). Huston vide nel libro il potenziale per un film d'avventura e convinse Humphrey Bogart a produrlo attraverso la sua casa di produzione, la Santana Productions. Bogart investì gran parte del suo denaro personale, aspettandosi un successo commerciale solido, simile ai suoi precedenti noir.
Tuttavia, le cose presero una piega inaspettata fin dal principio. La sceneggiatura originale, scritta da Anthony Veiller e Peter Viertel, fu giudicata terribile sia da Huston che da Bogart poco prima dell'inizio delle riprese.
Con la troupe già stanziata a Ravello, sulla Costiera Amalfitana, e i costi che iniziavano a lievitare, Huston si trovò in una situazione disperata: aveva le location, le star, ma non aveva una storia.
Fu qui che avvenne l'impensabile. Huston chiamò il giovane e brillante scrittore Truman Capote, che si trovava a Roma in quel periodo. Capote, noto per il suo arguto cinismo e il suo stile barocco, accettò la sfida. Arrivò sul set e iniziò a riscrivere il copione giorno per giorno, spesso consegnando le pagine agli attori pochi minuti prima che la macchina da presa iniziasse a girare.
"Truman scriveva scene di puro capriccio. Trasformò quello che doveva essere un thriller d'azione in una farsa sofisticata e verbosa." — John Huston
La presenza di Capote cambiò radicalmente il tono del film. Eliminò la tensione drammatica tipica del thriller per sostituirla con dialoghi surreali, personaggi ossessionati dalle loro nevrosi e situazioni al limite dell'assurdo.
La trama di Il tesoro dell'Africa è volutamente tortuosa e, a tratti, irrilevante. È un MacGuffin esteso per la durata di un intero film.
La storia si svolge in un piccolo porto italiano (Ravello, anche se il film suggerisce che stiano aspettando di partire per l'Africa). Qui troviamo un eterogeneo gruppo di truffatori internazionali bloccati in attesa che la nave SS Nyanga venga riparata per poter salpare verso il Kenya britannico.
Il loro obiettivo? Acquisire terreni che presumibilmente contengono uranio.
Il gruppo è guidato dal corpulento e pomposo Peterson (Robert Morley) e include l'inquietante O'Hara (Peter Lorre), il maggiore Ross (Ivor Barnard) e l'italiano Ravello (Marco Tulli).
A loro si unisce, o meglio si contrappone, la coppia formata da Billy Dannreuther (Humphrey Bogart) e sua moglie Maria (Gina Lollobrigida). Billy è un americano decaduto che funge da intermediario per il gruppo di Peterson, sebbene li disprezzi apertamente.
La dinamica cambia con l'arrivo di una coppia di inglesi apparentemente innocui: Harry Chelm (Edward Underdown) e sua moglie Gwendolen (Jennifer Jones). Mentre Harry è un nobile annoiato e malaticcio, Gwendolen è una donna dalla fantasia sfrenata, capace di inventare storie assurde che finiscono per influenzare la realtà degli eventi.
Tra Billy e Gwendolen nasce un'attrazione basata sul reciproco cinismo e sulla noia, mentre Maria inizia a flirtare con Harry. Quello che segue è una serie di tradimenti, tentativi di omicidio falliti (come la scena in cui spingono un'auto giù dalla scogliera) e dialoghi infiniti sulla natura della menzogna.
Quando finalmente la nave parte, il viaggio si rivela disastroso. La nave affonda (o meglio, si arena) e il gruppo naufraga su una spiaggia africana, dove vengono arrestati da ufficiali arabi che sospettano siano spie o rivoluzionari. Il finale vede la dissoluzione del piano criminale non a causa di un intervento della polizia o di una moralità superiore, ma per pura incompetenza e caso. Billy ride di tutto ciò, in una risata liberatoria che chiude il film, sottolineando l'assurdità dell'esistenza.
Il vero cuore del film non è l'uranio, ma le interazioni tra questi personaggi grotteschi. Ogni attore porta sullo schermo una performance che sembra quasi una caricatura dei propri ruoli precedenti.
Bogart interpreta una versione stanca e disillusa di Sam Spade o Rick Blaine. Billy non è un eroe; è un uomo che ha visto tutto e non crede più a niente. La sua performance è notevole perché Bogart, in quel periodo, stava perdendo i denti a causa di un incidente automobilistico e aveva difficoltà a pronunciare le battute, il che aggiunge un senso di decadenza fisica al personaggio. Bogart odiava il film durante le riprese, lamentandosi del fatto che "non succedeva niente", ma la sua insofferenza reale si traduce perfettamente nell'insofferenza del personaggio verso i suoi compagni di viaggio.
Jennifer Jones, con una parrucca bionda ossigenata, è la vera rivelazione comica. Il suo personaggio vive in un mondo di fantasie. Gwendolen mente compulsivamente non per cattiveria, ma per rendere la vita più interessante. È lei il motore del caos narrativo, interpretando tutto ciò che vede attraverso la lente del romanzo d'avventura, ignorando i pericoli reali.
Questo fu il primo film in lingua inglese per la "Lollo". Il suo ruolo è quello della donna pragmatica, terrena, ossessionata dal denaro e dalla rispettabilità borghese, in netto contrasto con le fantasie di Gwendolen. La sua bellezza è abbagliante, ma Huston la usa per sottolineare quanto il personaggio di Billy sia distaccato: ha una delle donne più belle del mondo come moglie, ma sembra preferire le chiacchiere assurde con Gwendolen.
Robert Morley e Peter Lorre formano una coppia comica straordinaria.
Peterson (Morley) è un "villain" che sembra uscito da un libro per bambini: pomposo, verboso, ma fondamentalmente inefficace.
O'Hara (Lorre) è una parodia del suo stesso personaggio ne Il mistero del falco (Joel Cairo). Qui, il suo nome irlandese (O'Hara) contrasta comicamente con il suo accento tedesco e il suo aspetto. I suoi discorsi filosofici sul tempo e sul destino sono tra le perle scritte da Capote.
Il Maggiore Ross (Barnard) è forse il più inquietante: un piccolo uomo ossessionato da Hitler e dalla disciplina, che rappresenta la banalità del male ridotta a macchietta.
Il tesoro dell'Africa è stato definito da Roger Ebert come "il primo film camp della storia". Ma cosa significa in questo contesto?
John Huston prende tutti gli elementi del film noir e del film d'avventura esotico e li svuota di significato.
Il MacGuffin è inutile: L'uranio non viene mai trovato e a nessuno sembra importare davvero.
I cattivi non sono spaventosi: Sono ridicoli, litigiosi e spesso patetici.
L'eroe non agisce: Billy Dannreuther passa la maggior parte del film a bere, aspettare e fare commenti sarcastici.
Il film opera su un livello di meta-cinema. Gli attori sembrano consapevoli di recitare in una farsa. I dialoghi di Capote sono pieni di non sequitur e osservazioni bizzarre che non portano avanti la trama ma arricchiscono l'atmosfera di stravaganza. Ad esempio, le discussioni sulla cura dei cavalli o sulle abitudini mediche sono inserite nei momenti di massima tensione apparente.
Nonostante il tono farsesco, il film è visivamente splendido. La fotografia di Oswald Morris cattura la bellezza soleggiata e decadente dell'Italia del sud. A differenza dei noir cupi e urbani, qui il pericolo si annida sotto il sole accecante del Mediterraneo. L'uso delle location reali (Ravello) conferisce al film un'aria di autenticità che contrasta deliziosamente con l'artificialità della sceneggiatura.
Quando il film uscì nelle sale nel 1953, fu un disastro commerciale e critico.
Il pubblico, aspettandosi un nuovo Casablanca o La regina d'Africa, rimase sconcertato. Non riuscivano a capire se dovevano ridere o essere tesi.
Humphrey Bogart, che aveva investito i suoi soldi, perse una fortuna e arrivò a rinnegare il film, dicendo: "Solo i fonies (i falsi intellettuali) amano questo film."
La critica dell'epoca lo definì "confuso", "senza scopo" e "verboso".
Tuttavia, con il passare dei decenni, Il tesoro dell'Africa ha trovato la sua vera audience. La rivalutazione iniziò negli anni '60 e '70, quando i cineclub e i critici iniziarono ad apprezzare l'ironia e la sovversione delle regole hollywoodiane. Venne riconosciuto come un'opera avanti sui tempi, che anticipava la commedia moderna e il cinema postmoderno dei fratelli Coen o di Tarantino (per l'uso dei dialoghi "inutili").
Critici influenti come Roger Ebert lo inserirono nella lista dei "Grandi Film", lodandone proprio ciò che all'epoca fu criticato: la mancanza di una trama coerente a favore dell'atmosfera e dei personaggi. Ebert scrisse: "Beat the Devil non parla di ciò che accade, ma di come i personaggi reagiscono a ciò che non accade."
Per comprendere appieno lo spirito del film, bisogna conoscere alcuni aneddoti leggendari:
La scommessa di Huston: Si dice che Huston fosse più interessato al gioco d'azzardo che alle riprese. Durante la produzione, vinse una somma ingente da Robert Morley giocando a poker o baccarat.
La dentiera di Bogart: Come accennato, Bogart ebbe un incidente d'auto che gli danneggiò i denti e la lingua. Capote dovette adattare alcuni dialoghi per accomodare la sua dizione alterata, e un giovane attore britannico (Peter Sellers, non accreditato) fu chiamato per doppiare alcune righe di Bogart in post-produzione, imitando perfettamente la sua voce.
Il cameo di Capote: Truman Capote era così onnipresente sul set che la sua personalità influenzò anche la recitazione di Peter Lorre, che iniziò a imitare le movenze e la voce acuta dello scrittore in alcune scene.
Il tesoro dell'Africa non è un film per tutti. Chi cerca azione frenetica o una trama lineare rimarrà deluso. Ma per chi ama il cinema che gioca con se stesso, per chi apprezza l'arte della conversazione arguta e la vista di attori leggendari che si divertono a smantellare la propria immagine, è un'opera imprescindibile.
È un monumento al caso, alla creatività nata dalla disperazione e al genio eccentrico di John Huston e Truman Capote. In un mondo di cinema sempre più calcolato e prevedibile, questo "pasticcio" italiano rimane una boccata d'aria fresca, un cocktail servito ghiacciato sotto il sole di Ravello, dal sapore amaro ma indimenticabile.
Parlare di Moderato cantabile, il film del 1960 diretto da Peter Brook, significa immergersi in una delle operazioni cinematografiche più affascinanti e radicali del secolo scorso. Non è solo un film; è un esperimento di traduzione sensoriale, dove la parola letteraria di Marguerite Duras si trasforma in immagine, silenzio e, soprattutto, in un’atmosfera densa che avvolge lo spettatore come la nebbia del porto in cui è ambientato.
Il film nasce dall’incontro tra tre giganti della cultura del Novecento: la scrittura densa e ossessiva di Marguerite Duras (autrice del romanzo omonimo e qui sceneggiatrice), la visione teatrale e analitica di Peter Brook e l’intensità attoriale di Jeanne Moreau, che per questo ruolo vinse il premio come miglior attrice a Cannes. È un’opera che si colloca temporalmente nel pieno della Nouvelle Vague, pur mantenendo una sua austerità quasi astratta, lontana dai giochi di montaggio frenetici di Godard, preferendo invece la fissità dello sguardo e la dilatazione del tempo.
Il titolo stesso, mutuato dalle indicazioni musicali di una sonatina di Diabelli che il figlio della protagonista deve imparare a suonare, funge da chiave di lettura per l'intera vicenda. "Moderato" è la vita di Anne Desbarèdes: una vita regolata, borghese, grigia come la città portuale di Blaye in cui vive. È la moglie di un ricco industriale, vive in una villa isolata dietro un cancello imponente, circondata da domestici e rituali sociali che non le appartengono più, se mai le sono appartenuti. "Cantabile" è invece il desiderio che spinge sotto la superficie, la melodia che vorrebbe esplodere ma rimane costretta in un sussurro, in una tensione erotica e distruttiva che non trova mai uno sfogo catartico tradizionale.
La trama, se così si può definire un film fatto quasi interamente di attese e sottintesi, prende il via da un evento traumatico. Mentre Anne assiste alla lezione di piano del figlio, un urlo lacerante squarcia l'aria pomeridiana. In un caffè vicino al porto, un uomo ha ucciso la donna che amava. Non è un delitto dettato dall'odio, ma un atto di passione estrema, quasi mistica. Anne resta folgorata da questo evento. Quel grido diventa per lei lo specchio di una vitalità perduta, l’unica cosa "vera" in un mondo di conversazioni educate e cene di gala.
Spinta da un’attrazione morbosa e inspiegabile, Anne torna ogni giorno al bar del porto, il luogo del delitto. Lì incontra Chauvin, interpretato da un giovane Jean-Paul Belmondo, che qui spoglia i panni dell'eroe ribelle e scanzonato di Fino all'ultimo respiro per indossare quelli di un uomo riflessivo, quasi una proiezione dei desideri della protagonista. Chauvin è un operaio che lavorava per il marito di Anne; egli conosce i segreti della sua casa, i suoi orari, la sua prigione dorata.
Tra i due inizia un rituale quotidiano fatto di vino rosso e parole. Non si amano nel senso convenzionale del termine. La loro relazione è una sorta di indagine psicologica collettiva sul delitto a cui hanno assistito. Cercano di ricostruire i sentimenti dell'assassino e della vittima, di capire come si possa arrivare a desiderare la morte per mano dell'amato. In realtà, parlando degli "altri", Anne e Chauvin parlano di se stessi. Ogni bicchiere di vino consumato in quel bar sporco e fumoso rappresenta un mattone che cade dalla muraglia sociale che protegge (e isola) Anne.
Peter Brook, con la sua sensibilità teatrale, comprende perfettamente che la forza del racconto di Duras risiede nello spazio e nel vuoto. La cinepresa si sofferma sui volti, in particolare su quello di Jeanne Moreau, che diventa il vero paesaggio del film. La sua recitazione è fatta di micro-movimenti, di sguardi persi nel vuoto, di una stanchezza esistenziale che sembra pesare sulle sue spalle.
Le scenografie naturali di Blaye, con il fiume Gironda che appare come un confine invalicabile e gli alberi sferzati dal vento, amplificano il senso di isolamento. Brook utilizza il bianco e nero per appiattire la realtà, eliminando ogni distrazione cromatica e costringendo lo spettatore a concentrarsi sull'essenziale: la parola e il silenzio. Il film è dominato da una stasi che potrebbe apparire insostenibile per un pubblico abituato all'azione, ma è proprio in questa immobilità che si percepisce il terremoto interno della protagonista.
Uno dei momenti più alti del film, e della storia del cinema in generale, è la sequenza della cena alla villa dei Desbarèdes. Anne arriva in ritardo, visibilmente alterata dall'alcol bevuto con Chauvin, mentre fuori dal cancello l'uomo la aspetta nell'ombra. All'interno, si consuma il rituale borghese: portate ricercate, discorsi vacui sulla politica e l'economia, un ordine impeccabile.
Anne è fisicamente presente ma spiritualmente altrove. Il montaggio alternato tra il suo volto sofferente a tavola e la figura di Chauvin che vaga nel giardino crea una tensione parossistica. Lei emana l'odore del vino e del porto in quella sala cristallizzata dal profumo dei fiori e della cera. È il momento della rottura definitiva. La sua incapacità di mangiare, il suo malessere fisico, sono il rifiuto totale di quella classe sociale. È un suicidio sociale compiuto in diretta, sotto gli occhi di un marito gelido e di ospiti imbarazzati.
Moderato cantabile è forse l'esempio più riuscito di come la poetica del Nouveau Roman possa essere trasposta al cinema. Marguerite Duras non è interessata alla psicologia dei personaggi nel senso tradizionale del termine. Non ci spiega perché Anne sia infelice; ci mostra l'infelicità come un dato di fatto, come una condizione esistenziale legata all'oggettività delle cose.
Le parole scambiate tra Anne e Chauvin sono spesso ripetitive, circolari. "Ditemi qualcosa", chiede lei ossessivamente. Le risposte di lui sono frammenti, ipotesi, quasi dei sogni lucidi. La comunicazione non serve a trasmettere informazioni, ma a creare un legame ipnotico. Il linguaggio diventa un modo per evocare una realtà che non c'è, una passione che loro non hanno il coraggio di vivere se non per interposta persona.
Il figlio di Anne è l'unico legame reale che la tiene ancorata alla vita. Le scene della lezione di piano sono fondamentali per scandire il tempo del film. Il bambino che si rifiuta di imparare la sonatina, che sfida l'autorità della maestra, rappresenta la parte di Anne che ancora resiste, che non vuole piegarsi alla "misura" e alla "moderazione" imposta dal mondo.
Tuttavia, anche questo legame appare teso, sofferto. Anne ama suo figlio con una disperazione che rasenta l'angoscia. Lo trascina con sé nelle sue peregrinazioni al porto, esponendolo precocemente al vuoto della sua esistenza. Il bambino è testimone silenzioso della decadenza della madre, un piccolo punto fermo in un mondo che sta andando in pezzi.
Il film si chiude in modo enigmatico, lasciando lo spettatore con un senso di incompiutezza che è tipico delle opere durasiane. Non c'è un lieto fine, né una tragedia eclatante. C'è solo l'accettazione di una fine interiore. Anne ha attraversato lo specchio, ha guardato l'abisso della passione e della morte e ne è uscita trasformata, o forse semplicemente svuotata di ogni finzione.
Moderato cantabile rimane oggi un'opera di una modernità sconcertante. In un'epoca dominata dal rumore e dalla velocità, il film di Brook ci impone di fermarci, di ascoltare il peso di ogni singola parola e di osservare la bellezza tragica di un volto che si sgretola. È un film sulla solitudine femminile, sulla ricerca di un senso oltre le convenzioni e sulla capacità distruttiva (e salvifica) del desiderio.
Non è un film facile, richiede pazienza e abbandono. Ma per chi accetta di entrare nel suo ritmo "moderato", la ricompensa è un'esperienza estetica ed emotiva che vibra a lungo dopo che le immagini sono svanite. È la dimostrazione che il cinema può essere una forma d'arte purissima, capace di filmare l'invisibile: il movimento di un'anima che decide di perdersi per ritrovare, almeno per un istante, la verità di un urlo.
Gli Argonauti (Jason and the Argonauts) è un film del 1963 diretto da Don Chaffey.
Nel vasto e polveroso archivio del cinema fantastico, pochi titoli brillano con la stessa intensità intramontabile di Gli Argonauti (titolo originale: Jason and the Argonauts). Uscito nel 1963 e diretto ufficialmente da Don Chaffey, il film è in realtà il capolavoro assoluto, il manifesto programmatico e il testamento artistico di un altro uomo: Ray Harryhausen. Se il cinema è la fabbrica dei sogni, Harryhausen ne era il capo ingegnere, e Gli Argonauti rappresenta il momento in cui la sua tecnica, la leggendaria "Dynamation", raggiunse un vertice di perfezione tale da sfidare non solo la tecnologia dell'epoca, ma anche il tempo stesso.
A sessant'anni di distanza, in un’epoca dominata dalla fredda perfezione della computer grafica (CGI), guardare questo film non è un esercizio di nostalgia. È una lezione di "fisicità" cinematografica. È la dimostrazione che l'anima di un mostro non risiede nei pixel, ma nell'intenzione dell'animatore che muove un modello in lattice e metallo, fotogramma per fotogramma, infondendogli una vita che appare, paradossalmente, più tangibile della realtà stessa.
Per comprendere la grandezza di Gli Argonauti, bisogna prima immergersi nel contesto dei primi anni Sessanta. Il genere peplum, quel filone cinematografico che mescolava muscoli oliati, tuniche romane e mostri mitologici, stava vivendo una fase di transizione. L'Italia era la terra promessa delle produzioni americane, offrendo maestranze artigianali di altissimo livello e location mozzafiato a costi contenuti.
Sebbene Gli Argonauti sia una produzione Columbia Pictures, il suo cuore batte nel Mediterraneo. Gran parte degli esterni furono girati in Italia, in particolare a Palinuro e nella zona di Paestum, sfruttando quella luce naturale, dura e antica, che nessun teatro di posa avrebbe potuto replicare. Le rovine dei templi greci non erano scenografie di cartapesta, ma pietre millenarie che conferivano alla pellicola una gravitas, un peso storico che ancorava il fantastico alla realtà.
Tuttavia, a differenza dei tanti Hercules e Maciste che popolavano le sale dell'epoca, spesso caratterizzati da trame esili e realizzazioni frettolose, Gli Argonauti aveva un'ambizione diversa. Non voleva essere solo un film d'avventura; voleva essere un'epopea. La sceneggiatura cercava di condensare il poema epico di Apollonio Rodio, Le Argonautiche, in meno di due ore, mantenendo però intatto il senso del meraviglioso e, soprattutto, il rapporto capriccioso e crudele tra uomini e divinità.
Una delle scelte narrative più affascinanti del film è la rappresentazione dell'Olimpo. Lontano dall'essere entità astratte, gli dei sono presentati come annoiati e onnipotenti giocatori. Zeus (interpretato con solenne gravità da Niall MacGinnis) ed Era (una splendida Honor Blackman, che di lì a poco sarebbe diventata la Pussy Galore di Goldfinger) osservano le vicende umane attraverso una vasca d'acqua riflettente, ma soprattutto giocano una partita a scacchi cosmica.
Questa metafora non è sottile, ma è potente. Giasone è letteralmente una pedina nelle mani di Era, che può aiutarlo solo per un numero limitato di volte (un espediente narrativo geniale per mantenere la tensione, impedendo al "Deus ex machina" di risolvere ogni problema). Questa dinamica eleva il film sopra la media del genere: l'eroe non combatte solo contro mostri fisici, ma contro un destino che è, letteralmente, un gioco per entità superiori. La fragilità della condizione umana è esposta con una chiarezza disarmante: siamo giocattoli nelle mani del fato, e il nostro unico potere risiede nel coraggio di continuare il viaggio nonostante tutto.
Spesso, quando si analizza Gli Argonauti, la critica si concentra sulla recitazione di Todd Armstrong nel ruolo di Giasone. È innegabile che Armstrong, doppiato persino nella versione originale americana per mascherare un accento non adatto, non abbia il carisma shakespeariano di un Laurence Olivier. È il classico eroe "bello e impossibile", un po' legnoso, la cui mascella quadrata è più espressiva dei suoi occhi.
Tuttavia, rivedendo il film oggi, questa presunta debolezza appare funzionale. In un mondo dominato da statue di bronzo alte trenta metri e idre a sette teste, un protagonista troppo carismatico avrebbe distolto l'attenzione dalle vere star del film: le creature. Giasone è l'avatar dello spettatore, il vaso vuoto in cui proiettare le nostre paure e il nostro stupore.
Al suo fianco troviamo figure del mito trattate con un approccio quasi operaio. Ercole (Nigel Green) non è il semidio invincibile a cui siamo abituati, ma un uomo bonario, forte ma fallibile, la cui avidità scatena l'ira degli dei. Ila è intelligente ma fragile. Acasto è l'antagonista interno necessario per creare conflitto sulla nave Argo. La nave stessa, l'Argo, è un personaggio: un guscio di legno che protegge questi uomini minuscoli dall'immensità di un mare sconosciuto e pieno di orrori.
Ma arriviamo al cuore pulsante dell'opera: le creature di Ray Harryhausen. Se c'è una sequenza che definisce il concetto di "Terrore e Meraviglia" (il Sublime romantico), è l'incontro con Talos sull'Isola di Bronzo.
Quando Ercole e Ila rubano la spilla gigante dal tesoro degli dei, commettono un atto di hybris. La punizione è il risveglio di Talos. Harryhausen non si limita a far muovere una statua. Egli crea un sound design visivo. Il gigante di bronzo non si muove con fluidità; i suoi movimenti sono rigidi, meccanici, pesanti. Ogni volta che piega un ginocchio o gira la testa, sentiamo – quasi fisicamente – lo stridio del metallo ossidato che sfrega contro altro metallo.
La scena in cui Talos si china per guardare i minuscoli argonauti sulla spiaggia è un capolavoro di prospettiva forzata e composizione. La grandezza del gigante è resa non solo dalle dimensioni relative, ma dalla lentezza inesorabile con cui si muove. Non è un mostro che corre; è una forza della natura che non ha bisogno di affrettarsi, perché sa di essere inevitabile. La distruzione della nave Argo per mano di Talos è un momento scioccante per l'epoca: la "casa" degli eroi viene sbriciolata come un giocattolo, lasciandoli nudi di fronte al pericolo. La soluzione per sconfiggerlo (svitare il tappo sul tallone, unico punto debole come nell'Achille omerico) unisce l'ingegno alla meccanica, rendendo la vittoria credibile e sofferta.
Lasciata l'Isola di Bronzo, il tono del film cambia radicalmente. L'incontro con il profeta cieco Phineus (Patrick Troughton, futuro Doctor Who) ci porta in un territorio quasi horror. Le Arpie inviate da Zeus per tormentare il vecchio sono creature ripugnanti, un mix grottesco di donna e pipistrello.
Qui la tecnica di Harryhausen brilla per l'interazione. Vedere gli attori combattere contro queste creature volanti (che non erano lì sul set) richiede una sospensione dell'incredulità che la regia riesce a ottenere perfettamente. Le Arpie si muovono a scatti, con una frenesia nervosa che contrasta con la maestosità di Talos. Il loro stridio è penetrante. La scena della cattura delle Arpie con una rete gigante è un balletto tecnico complicatissimo: coordinare i movimenti della rete reale con i modelli animati in post-produzione è un'impresa che ancora oggi lascia a bocca aperta gli esperti di effetti visivi.
Prima di arrivare alla Colchide, gli Argonauti devono superare le Rocce Cozzanti (le Simplegadi). Nel mito erano scogli che si chiudevano stritolando le navi; nel film diventano un canyon instabile che crolla al passaggio della nave. Qui il film mostra un altro aspetto della grandezza di Harryhausen: l'uso delle miniature.
La distruzione della nave che precede l'Argo e l'intervento di Tritone che emerge dalle acque per tenere ferme le rocce è pura epica visiva. Tritone è rappresentato non come un mostro, ma come una divinità benevola e maestosa, con una muscolatura e una coda di pesce realizzate con una cura anatomica maniacale. L'acqua, elemento notoriamente difficilissimo da gestire in scala ridotta, è resa credibile (per l'epoca) attraverso un mix di riprese dal vero e schizzi generati in studio. È una sequenza che dà il senso della scala geografica del viaggio: questi uomini stanno esplorando i confini del mondo conosciuto.
L'arrivo nella Colchide segna l'atto finale. Qui Giasone incontra Medea e affronta l'Idra a sette teste per recuperare il Vello d'Oro. L'Idra è forse la creatura più complessa mai animata da Harryhausen fino a quel momento. Gestire sette teste, ognuna con un movimento indipendente, più le code biforcute, significava dover ricordare e calcolare decine di posizionamenti per ogni singolo fotogramma di pellicola.
L'Idra si muove con una fluidità serpentina, minacciosa e sibilante. A differenza di Talos, è organica. La battaglia è frenetica, ma è solo l'antipasto. Quando Giasone uccide l'Idra, il re Eeta (interpretato da Jack Gwillim) invoca la magia nera della notte. E qui, il film entra nella leggenda.
Se si dovesse salvare una sola scena dalla storia degli effetti speciali pre-digitali, molti sceglierebbero questa: la battaglia contro i sette scheletri, i "figli dei denti dell'Idra".
Dura meno di cinque minuti, ma richiese più di quattro mesi di lavoro certosino. La complessità tecnica è vertiginosa. Abbiamo tre attori reali che combattono contemporaneamente contro sette scheletri animati, con la cinepresa in movimento. Harryhausen dovette sincronizzare le spadate degli attori (che sul set colpivano il vuoto o degli stuntman che poi sarebbero stati "coperti") con i movimenti degli scheletri aggiunti mesi dopo.Ma al di là della tecnica, è l'impatto emotivo a colpire. Gli scheletri sono terrificanti perché sono inespressivi. Non ringhiano, non urlano; avanzano con scudi e spade, con un'agilità innaturale e scattante. L'urlo di guerra che emettono è un suono stridulo, non umano. La coreografia è un balletto di morte. Vediamo Giasone e i suoi compagni sudare, indietreggiare, venire sopraffatti dalla superiorità numerica e soprannaturale dei nemici.
La risoluzione dello scontro (Giasone si getta in mare, e gli scheletri lo seguono annegando, essendo stupidi costrutti magici) è forse sbrigativa, ma l'intensità di quel combattimento rimane insuperata. Nemmeno i moderni eserciti digitali de Il Signore degli Anelli o de La Mummia, pur tecnicamente perfetti, riescono a replicare quella sensazione di "presenza" fisica che hanno gli scheletri di Harryhausen. Si sente che occupano uno spazio reale, che la luce colpisce le loro ossa finte nello stesso modo in cui colpisce il volto degli attori.
Nessuna analisi di Gli Argonauti può dirsi completa senza citare Bernard Herrmann. Il compositore, famoso per la sua collaborazione con Alfred Hitchcock (le note stridule di Psycho sono opera sua), crea qui una partitura monumentale. Herrmann capì che per dare peso a creature che non esistevano, serviva una musica "pesante". Eliminò quasi completamente la sezione degli archi (i violini), considerata troppo dolce o romantica, e puntò tutto su una sezione di ottoni (trombe, tromboni, tube) e percussioni massiccia.
Il tema principale è una marcia potente, antica, minacciosa. Quando appare Talos, la musica non sottolinea solo la paura, ma la grandiosità meccanica. Durante la battaglia con gli scheletri, l'uso di xilofoni e strumenti a percussione legnosi imita il suono delle ossa che cozzano, creando una fusione perfetta tra audio e video. La musica di Herrmann non accompagna il film; lo sorregge, colmando il vuoto sensoriale lasciato dall'assenza di dialoghi nelle scene d'azione.
Viviamo in un'era di saturazione visiva. Possiamo vedere qualsiasi cosa un regista riesca a immaginare, resa con un fotorealismo assoluto. Eppure, spesso, questi spettacoli moderni ci scivolano addosso senza lasciare traccia. Perché? Forse perché il nostro cervello, a un livello inconscio, sa che non c'è sforzo fisico dietro quell'immagine.
Gli Argonauti ha un'anima diversa. Quando guardiamo Talos o l'Idra, percepiamo la mano dell'artista. Vediamo le imperfezioni, i leggeri tremolii della stop-motion, ma invece di allontanarci, questi difetti ci avvicinano. È come guardare un dipinto a olio rispetto a una fotografia digitale: la pennellata visibile non è un errore, è la firma dell'autore.
Inoltre, il film ha un ritmo narrativo che il cinema moderno ha in parte perso. Si prende i suoi tempi. Lascia respirare le inquadrature. Non ha paura del silenzio. La narrazione mitologica è rispettata nella sua essenza: il viaggio è pericoloso, gli dei sono ingiusti, e l'eroismo non sta nell'essere superpotenti, ma nell'essere ostinati.
Per chi gestisce un sito di cinema, parlare di Gli Argonauti non è solo un dovere storico, è un piacere. È un film che si presta a essere analizzato sotto mille luci: come adattamento letterario, come trionfo degli effetti speciali, come esempio di colonna sonora innovativa.
Non è un film perfetto. I dialoghi sono a tratti datati, la storia d'amore tra Giasone e Medea è appena abbozzata e il finale è improvviso (Zeus che dice "Per ora basta così, lasciali andare", sottolineando ancora una volta come tutto sia stato solo un passatempo divino). Ma i difetti scompaiono di fronte alla potenza visionaria dell'insieme.
Consigliare questo film ai lettori significa invitarli a fare un salto di fede. Significa dire loro: "Dimenticate per due ore la perfezione lucida della Marvel e venite a vedere come si costruiva la magia a mano". Perché Gli Argonauti non è invecchiato; è maturato. È diventato un classico, e come tutti i classici, non ha finito di dire quello che ha da dire. La battaglia degli scheletri rimarrà, per sempre, una delle sequenze più esaltanti mai impresse su pellicola, un monumento alla pazienza e alla creatività umana. È il cinema nella sua forma più pura: sogni che prendono corpo, un fotogramma alla volta.
Come vinsi la guerra (The General) è un film del 1926 di Buster Keaton, co-diretto con Clyde Bruckman
Nel 1926, il cinema muto stava raggiungendo il suo apice formale e tecnico, eppure nessuno avrebbe potuto prevedere che un uomo dal volto imperturbabile, soprannominato "la grande faccia di pietra", avrebbe partorito un’opera di tale ambizione da rischiare di porre fine alla sua stessa carriera. Quel film era Come vinsi la guerra (The General), diretto, prodotto e interpretato da Buster Keaton, con il supporto alla regia di Clyde Bruckman. Oggi lo consideriamo uno dei vertici assoluti della storia del cinema, una lezione di montaggio, geometria e coraggio fisico; tuttavia, all'epoca della sua uscita, fu un clamoroso insuccesso commerciale che segnò l'inizio della parabola discendente del genio di Keaton nel sistema degli studios.
Per parlare di questo film non si può prescindere dalla figura del suo creatore. Mentre Charlie Chaplin cercava la commozione attraverso il pathos e Harold Lloyd puntava sull’ottimismo frenetico dell’uomo moderno, Keaton esplorava il rapporto tra l'uomo e la macchina, tra l'individuo e un universo che sembra governato da leggi fisiche implacabili e spesso ironiche. In The General, questa ossessione trova la sua massima espressione attraverso la figura di una locomotiva, che non è un semplice oggetto di scena, ma un vero e proprio co-protagonista.
L’ispirazione per il film venne a Keaton leggendo il libro di memorie di William Pittenger, Daring and Suffering, che narrava un episodio reale della Guerra di Secessione americana avvenuto nel 1862, noto come la "Grande caccia alla locomotiva". Nella realtà, i soldati dell'Unione rubarono un treno sudista per sabotare le linee nemiche, inseguiti dagli ingegneri confederati. Keaton, con un intuito narrativo finissimo, decise di invertire le prospettive: il suo protagonista, Johnnie Gray, sarebbe stato un sudista. Non per ragioni politiche — il cinema di Keaton è raramente ideologico — ma perché nel 1926 il pubblico americano tendeva a simpatizzare maggiormente con l'eroe che lotta contro le avversità partendo da una posizione di svantaggio, e il Sud sconfitto offriva il terreno perfetto per questa dinamica da "underdog".
Keaton pretese un realismo assoluto. Rifiutò di girare in studio con modellini, nonostante i costi proibitivi. Cercò di noleggiare le vere locomotive dell'epoca, tra cui la vera "General" che era ancora conservata come cimelio, ma i proprietari glielo negarono quando capirono che si trattava di una commedia (temevano che il film ne ridicolizzasse la gloria storica). Non domo, Keaton scovò delle locomotive simili in Oregon, a Cottage Grove, dove i binari dell'epoca erano ancora utilizzabili e il paesaggio boscoso ricordava la Georgia e il Tennessee. Questo desiderio di verità storica portò il budget a superare i 750.000 dollari dell'epoca, una cifra astronomica che avrebbe pesato enormemente sul destino del film.
Il protagonista, Johnnie Gray, è un uomo dalle passioni semplici ma assolute: ama la sua locomotiva, la "General", e la bella Annabelle Lee. Quando scoppia la guerra, corre ad arruolarsi, ma viene scartato perché la sua professione di macchinista è considerata troppo preziosa per lo sforzo bellico. Johnnie però non riceve spiegazioni: viene semplicemente cacciato dall'ufficio reclutamento, passando agli occhi di Annabelle e della sua famiglia come un vigliacco.
Inizia qui il viaggio di un uomo che deve dimostrare il proprio valore non attraverso discorsi o atti eroici convenzionali, ma attraverso la persistenza e la padronanza della materia. Keaton interpreta Johnnie con la solita maschera di impassibilità. Non sorride mai, non perché sia privo di emozioni, ma perché è troppo impegnato a risolvere problemi. Il mondo di Keaton è un puzzle logico: se un ostacolo cade sui binari, non serve disperarsi; bisogna trovare il modo di rimuoverlo usando le leggi della leva o della velocità. Questa "intelligenza cinematica" è ciò che rende il film moderno ancora oggi: Johnnie non vince perché è il più forte, ma perché è quello che capisce meglio come funzionano le macchine e lo spazio intorno a lui.
Il cuore di Come vinsi la guerra è una struttura a specchio di una perfezione quasi matematica. La prima metà del film vede Johnnie all’inseguimento della sua locomotiva rubata dai nordisti (che hanno rapito involontariamente anche Annabelle). La seconda metà è la fuga di Johnnie che torna verso le linee sudiste con il treno e la ragazza, inseguito a sua volta dai nemici.
Questa struttura permette a Keaton di variare infinitamente i temi visivi. Ogni gag non è mai fine a se stessa, ma nasce organicamente dalla situazione. Pensiamo alla celebre sequenza del cannone: Johnnie cerca di sparare ai nemici dal treno, ma il cannone, a causa delle oscillazioni e dei binari curvi, finisce per puntare dritto verso di lui. La risoluzione della gag non avviene tramite un montaggio frenetico, ma grazie a un'inquadratura lunga e profonda che mostra l'intera traiettoria del pericolo. Keaton amava la profondità di campo perché permetteva allo spettatore di vedere il disastro che si preparava sullo sfondo mentre il protagonista agiva in primo piano.
La precisione millimetrica degli stunt di Keaton toglie il fiato. In una scena famosissima, Johnnie siede sulla sbarra di accoppiamento delle ruote della locomotiva mentre questa inizia a muoversi. È un’immagine di una potenza plastica straordinaria: l’uomo diventa parte integrante della macchina, un ingranaggio vivente che si muove in un ritmo ipnotico. In un'altra sequenza, deve rimuovere una traversina ferroviaria posta sui binari mentre si trova sul muso della locomotiva in corsa: lo fa colpendola con un'altra traversina, un gesto che richiese una coordinazione da chirurgo e un coraggio da folle, poiché un errore di pochi centimetri avrebbe significato il deragliamento e la morte.
Nonostante sia catalogato come commedia, Come vinsi la guerra possiede una dignità visiva che rivaleggia con i grandi drammi storici. Keaton si ispirò alle fotografie della Guerra Civile di Mathew Brady, cercando composizioni sporche, polverose e solenni. Le scene di battaglia non sono caricature; ci sono fumo, confusione, soldati che cadono. L'umorismo di Keaton si inserisce in questo contesto non come una parodia, ma come un elemento assurdo che sottolinea la follia della guerra.
L'apice della produzione fu la distruzione del ponte di Rockledge. Keaton decise che per la scena culminante, in cui una locomotiva nordista precipita nel fiume a causa del crollo del ponte, non avrebbe usato trucchi. Fece costruire un vero ponte di legno e vi fece passare sopra una vera locomotiva (la "Texas") mentre veniva dato alle fiamme. Fu lo scatto singolo più costoso della storia del cinema muto: 42.000 dollari bruciati in pochi secondi.
Migliaia di cittadini di Cottage Grove andarono ad assistere all'evento, che fu ripreso da sei diverse cineprese. Quando il treno precipitò nel fiume, il boato fu tale che molti rimasero terrorizzati. La locomotiva rimase nel letto del fiume per anni, diventando una macabra attrazione turistica prima di essere recuperata per il ferro durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo episodio dimostra la dedizione quasi religiosa di Keaton verso l'immagine cinematografica: il pubblico doveva vedere che stava accadendo davvero, perché solo nella realtà risiede la vera meraviglia.
Se si osserva il film oggi, si resta sbalorditi dalla sua velocità. Non ci sono i tempi morti tipici di molte produzioni dell'epoca. Il montaggio di Keaton è invisibile ma implacabile. Egli comprende che la commedia è fatta di ritmo e di gestione delle distanze. L'uso dei cartelli delle didascalie è ridotto al minimo indispensabile: la storia è raccontata puramente attraverso l'azione.
Un esempio magistrale è la scena in cui Johnnie taglia la legna per la caldaia mentre il suo treno corre verso il pericolo. Non vediamo solo il gesto, ma l'intero contesto spaziale. Keaton utilizza spesso inquadrature ampie che permettono di vedere contemporaneamente l'inseguitore e l'inseguito, creando una tensione che è allo stesso tempo esilarante e ansiogena. È un cinema che non ha bisogno di parole perché parla la lingua universale del movimento.
Quando il film uscì nelle sale nel febbraio del 1927, la reazione fu gelida. I critici rimasero sconcertati dal fatto che Keaton avesse cercato di fare una commedia su un evento drammatico come la Guerra Civile. Alcuni la trovarono "poco divertente", altri furono infastiditi dal realismo delle battaglie. Il pubblico, abituato alle gag più semplici e circensi dei suoi lavori precedenti, non comprese la sottigliezza di questo poema meccanico.
Il fallimento finanziario di The General fu il colpo di grazia per l'indipendenza artistica di Keaton. Poco dopo, fu costretto a firmare un contratto con la MGM, perdendo il controllo creativo sui suoi film e scivolando in un tunnel di alcolismo e depressione da cui sarebbe emerso solo molti anni dopo. Per decenni, il film fu quasi dimenticato, considerato un errore di ambizione di un attore che aveva voluto fare il passo più lungo della gamba.
La riscoperta iniziò negli anni '50 e '60, grazie a una nuova generazione di critici e cineasti che riconobbero in Keaton un autore totale. Orson Welles arrivò a definire The General "il più grande film mai realizzato", lodando la sua perfezione formale e la sua capacità di catturare l'essenza del mito americano. Oggi il film è regolarmente inserito nelle classifiche dei migliori capolavori di sempre dall'American Film Institute e da Sight & Sound.
Come vinsi la guerra non è solo un film divertente; è una riflessione sulla perseveranza umana. Johnnie Gray è l'uomo che non si arrende di fronte alla complessità delle macchine o all'ostilità degli eserciti. In un'epoca in cui siamo sommersi da effetti speciali digitali che svuotano l'immagine di peso e pericolo, guardare Keaton che corre sopra un treno in movimento nel 1926 restituisce al cinema la sua natura di "miracolo fisico".
Keaton ci insegna che la dignità non risiede nel successo, ma nel modo in cui affrontiamo gli ostacoli. Anche quando il mondo sembra deragliare, il suo Johnnie Gray rimane in piedi, aggiusta il cappello, prende un tronco di legno e continua a alimentare il fuoco della sua locomotiva. È questa inflessibile volontà di continuare a correre, nonostante tutto, che rende il film eterno.
In questa pellicola, il cinema ha trovato una delle sue definizioni più pure: una macchina che cattura altre macchine in movimento, guidata da un uomo che aveva capito, prima di chiunque altro, che un’inquadratura ben composta vale più di mille parole.
I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari, 雨月物語) è un film del 1953 diretto da Kenji Mizoguchi
Per capire l'impatto di questo film, dobbiamo fare un piccolo salto temporale al 1953. Il mondo occidentale stava appena iniziando a scoprire che il Giappone, uscito sconfitto e devastato dalla Seconda Guerra Mondiale, possedeva una cultura cinematografica di una raffinatezza inaudita. Dopo il successo di Rashomon di Kurosawa a Venezia nel 1951, fu proprio Mizoguchi, con Ugetsu, a confermare che il cinema nipponico non era un fenomeno passeggero.
Mizoguchi arrivò al Festival di Venezia e incantò la critica con una storia che sembrava antica come il mondo, eppure modernissima nel suo dolore. Il film vinse il Leone d'Argento, consacrando il regista come il "pittore della cinepresa". Ma I racconti della luna pallida d'agosto è molto più di un trofeo da festival: è un’opera che interroga l’ambizione maschile e il sacrificio femminile, temi carissimi a Mizoguchi, con una grazia che confina con l'ipnosi.
La narrazione si svolge nel XVI secolo, durante il turbolento periodo Sengoku, un'epoca di guerre civili incessanti dove la vita umana valeva quanto un pugno di riso. Al centro della vicenda abbiamo due fratelli (uno di sangue, l'altro acquisito) che rappresentano due facce della stessa medaglia dell'avidità umana.
Genjuro è un vasaio, un uomo onesto ma ossessionato dal profitto. Vede nella guerra non un pericolo, ma un'opportunità commerciale: i soldati hanno bisogno di stoviglie, i villaggi saccheggiati devono essere riforniti. La sua brama di ricchezza lo acceca, spingendolo a ignorare la sicurezza della moglie Miyagi e del figlioletto.
Dall'altra parte c'è Tobei, il cui desiderio è ancora più vacuo e pericoloso: vuole diventare un samurai. Tobei è la caricatura dell'ambizione virile; non ha nobiltà, non ha addestramento, ha solo una voglia matta di indossare un’armatura e ricevere il rispetto (o il timore) che deriva dalla lama di una katana.
Queste due linee narrative si separano quando i due uomini, trascinati dai loro sogni di gloria e denaro, abbandonano le rispettive mogli al loro destino. Mizoguchi ci mostra come l'ambizione maschile sia spesso costruita sulle ceneri della stabilità domestica, incarnata da donne che pagheranno un prezzo altissimo per i deliri dei loro compagni.
L'aspetto che rende Ugetsu un capolavoro immortale è il modo in cui Mizoguchi integra il fantastico nella realtà quotidiana. Non ci sono effetti speciali pacchiani, non ci sono mostri che balzano fuori dalle ombre. Il soprannaturale in Mizoguchi è una questione di atmosfera, di nebbia e di movimento della macchina da presa.
La sequenza della traversata del Lago Biwa è, senza esagerazione, una delle scene più belle mai filmate. I protagonisti scivolano su un'acqua piatta e opaca, circondati da una nebbia densa che sembra separare il mondo dei vivi da quello dei morti. Quando incontrano una barca che trasporta un uomo morente – una vittima dei pirati – il confine tra realtà e incubo si dissolve definitivamente.
È qui che la storia di Genjuro prende una piega spettrale. Una volta arrivato in città per vendere le sue ceramiche, viene adescato dalla bellissima e aristocratica Lady Wakasa. Genjuro finisce nel suo palazzo, un luogo fuori dal tempo, dove viene sedotto non solo dalla donna, ma da un’estetica di lusso e raffinatezza che non aveva mai osato sognare. Quello che Genjuro non sa – e che noi spettatori iniziamo a percepire attraverso i brividi della messa in scena – è che Lady Wakasa è un fantasma, una creatura legata alla terra da desideri non realizzati.
Questa parte del film è un trattato sulla seduzione dell'illusione. Genjuro crede di aver finalmente trovato la "vera vita", quando in realtà sta abbracciando il vuoto. Il contrasto tra la bellezza eterea delle scene nel palazzo e la cruda realtà della guerra che infuria fuori è straziante.
Se gli uomini inseguono sogni di fango e gloria, le donne di Mizoguchi portano il peso del reale. Miyagi, la moglie di Genjuro, è l'anima morale del film. La sua morte per mano di soldati affamati, mentre cerca di proteggere il figlio, è una scena di una violenza emotiva devastante, resa ancora più potente dalla sobrietà con cui viene filmata.
Ohama, la moglie di Tobei, subisce un destino altrettanto crudele. Mentre il marito spende i suoi ultimi soldi per comprare un'armatura rubata e spacciarsi per un eroe, lei viene aggredita e ridotta alla prostituzione. Quando i due si rincontrano in una casa di piacere – lui tronfio della sua nuova (e falsa) posizione sociale, lei distrutta nell'onore – il castello di carte delle ambizioni di Tobei crolla miseramente.
Mizoguchi è stato spesso definito un regista femminista, e in Ugetsu questo è evidente. Il regista non giudica le donne per la loro caduta, ma punta il dito contro un sistema patriarcale e bellico che le costringe al sacrificio per alimentare l'ego maschile. La redenzione, per i due protagonisti maschili, passerà attraverso il riconoscimento di questo debito inestinguibile.
Mizoguchi è celebre per la sua tecnica del "one scene, one shot" (una scena, un'inquadratura). Invece di usare il montaggio frenetico per creare tensione, preferisce lasciare che la cinepresa danzi attorno agli attori con lunghi piani sequenza. Questo stile non è solo una scelta estetica, ma una filosofia della visione: ci permette di percepire lo spazio e il tempo in modo fluido, quasi come se stessimo srotolando un emakimono, un rotolo dipinto giapponese.
Insieme al direttore della fotografia Kazuo Miyagawa (che lavorò anche a Rashomon), Mizoguchi crea un gioco di luci e ombre che trasforma il bianco e nero in una gamma infinita di grigi argentei. La luce non serve solo a illuminare, ma a creare profondità psicologica. Nel palazzo di Lady Wakasa, la luce è morbida, quasi lattiginosa, contribuendo alla sensazione di sogno. Al contrario, nelle scene del villaggio o del saccheggio, i contrasti sono netti, sporchi, reali.
Un altro elemento tecnico fondamentale è l'uso del suono e della musica di Fumio Hayasaka. Il ricorso a strumenti tradizionali come il flauto shakuhachi e i tamburi del teatro Nō crea un ponte costante tra il dramma umano e la dimensione spirituale. Il suono di un flauto può annunciare un fantasma o sottolineare la solitudine di una collina ventosa, agendo come una voce invisibile che commenta l'azione.
Il titolo Ugetsu monogatari deriva da una raccolta di racconti del 1776 scritta da Ueda Akinari. Il termine "Ugetsu" (Pioggia-Luna) evoca una notte di pioggia in cui la luna appare a tratti tra le nuvole, un'immagine classica della letteratura giapponese che simboleggia l'impermanenza e la natura illusoria del mondo.
Mizoguchi prende due racconti di Akinari (La casa tra le canne e La brama impura del serpente) e li fonde con elementi tratti da Guy de Maupassant. Questa commistione tra folklore orientale e sensibilità narrativa occidentale è ciò che rende il film così universale. La storia del vasaio che viene sedotto da un demone non è diversa dalle leggende europee sui patti col diavolo, ma qui è intrisa di una malinconia buddista che accetta il dolore come parte integrante dell'esistenza.
Il film ci dice che l'uomo è un essere che desidera sempre ciò che non ha, distruggendo nel processo ciò che è essenziale. La scena finale, in cui Genjuro torna a casa e trova (o crede di trovare) la moglie ad aspettarlo, è un capolavoro di montaggio invisibile e recitazione. Il movimento circolare della macchina da presa ci riporta al punto di partenza, ma nulla è più lo stesso. Il vasaio ha finalmente imparato l'arte della sua professione non per avidità, ma come atto di memoria e amore.
Guardare I racconti della luna pallida d'agosto oggi significa confrontarsi con un cinema che non ha paura del silenzio e della lentezza. In un'epoca di stimoli visivi costanti, Mizoguchi ci insegna a guardare nell'ombra.
Il film ha influenzato generazioni di registi, da Martin Scorsese ad Andrei Tarkovsky. La sua capacità di passare dal crudo realismo storico alla ghost story più rarefatta senza mai perdere coerenza è una lezione di regia che rimane insuperata. È un film che non si "guarda" soltanto: si abita, ci si perde dentro come Genjuro nella nebbia del lago, sperando di ritrovare la strada di casa con una consapevolezza nuova.
Non c'è una "scheda tecnica" che possa riassumere l'emozione della scena finale, dove il fumo che sale dalla fornace del vasaio si mescola alle preghiere per i defunti. È un momento di pura trascendenza cinematografica, dove la materia (l'argilla) si fa spirito, e il cinema si fa preghiera.
"L'uomo è un povero essere che cerca di afferrare la nebbia, dimenticando che ha già il sole tra le mani."
Questo potrebbe essere il sottotitolo ideale per l'opera di Mizoguchi. Un monito contro l'ambizione tossica e un inno alle gioie semplici e profonde che spesso sacrifichiamo sull'altare del successo o del potere.
Parlare di Ultimo tango a Parigi non significa solo analizzare un film, ma immergersi in un vero e proprio "caso" che ha segnato la storia del cinema, del costume e della giurisprudenza italiana. Uscito nel 1972, il capolavoro di Bernardo Bertolucci è un’opera viscerale, un urlo esistenziale che ha usato il sesso come linguaggio per esplorare la solitudine, il lutto e l’impossibilità di comunicazione tra gli esseri umani.
Andiamo a sviscerare questo colosso cinematografico, analizzandone le radici, le polemiche, la tecnica e l'eredità che ancora oggi, a decenni di distanza, continua a far discutere.
Agli inizi degli anni '70, Bernardo Bertolucci era un giovane regista di immenso talento, già reduce dal successo di Il conformista. Tuttavia, con Ultimo tango a Parigi, cercava qualcosa di diverso: voleva catturare l'essenza del desiderio e del dolore in una forma che fosse quasi pornografica nella sua sincerità emotiva, pur rimanendo nell'alveo del cinema d'autore.
L'idea nacque da una fantasia erotica del regista stesso: incontrare una donna sconosciuta per strada e avere un rapporto sessuale con lei senza sapere chi fosse, senza nomi, senza passato. Questa premessa diventa il fulcro della trama: Paul (interpretato da un Marlon Brando monumentale), un americano di mezza età che vaga per Parigi dopo il suicidio della moglie, incontra Jeanne (la giovanissima Maria Schneider) mentre entrambi visitano un appartamento vuoto in affitto.
Quello che segue non è una storia d'amore, ma un tentativo disperato di Paul di annullare la propria identità e la propria sofferenza attraverso il corpo dell'altro. La regola è chiara: "Non voglio sapere il tuo nome. Non hai un nome, e io non ne ho uno. Nessun nome."
La performance di Marlon Brando in questo film è spesso considerata una delle vette più alte della recitazione cinematografica mondiale. Brando non interpretava semplicemente Paul; stava mettendo a nudo se stesso. Bertolucci spinse l'attore a attingere ai propri ricordi d'infanzia, ai propri traumi e alle proprie fragilità.
Molti dei monologhi di Paul, inclusi quelli più crudi e strazianti, furono improvvisati o basati sulla vita reale di Brando. C’è una scena, in particolare, in cui Paul parla davanti alla salma della moglie morta, insultandola e poi supplicandola: in quei minuti, il confine tra finzione e realtà scompare. Brando usò il "metodo" portandolo all'estremo, creando un personaggio che è un misto di brutalità animale e vulnerabilità infantile.
Per Brando, il film fu un'esperienza devastante. Dopo le riprese, dichiarò di essersi sentito "violentato" spiritualmente dal regista, giurando che non avrebbe mai più dato così tanto di sé per un ruolo. Tuttavia, fu proprio questo sacrificio emotivo a rendere Paul un personaggio immortale: un uomo che cerca di affogare il dolore in una stanza vuota, lontano dalle convenzioni borghesi.
Non si può parlare di Ultimo tango a Parigi senza affrontare la pagina più buia della sua produzione: il trattamento riservato a Maria Schneider. All'epoca Jeanne aveva solo 19 anni, mentre Brando era un'icona di 48 anni e Bertolucci un regista affermato.
La celebre e famigerata "scena del burro" è diventata il simbolo del film, ma anche dell'abuso di potere sul set. Anni dopo, la Schneider rivelò che la scena non era presente nella sceneggiatura originale e che Bertolucci e Brando l'avevano pianificata all'insaputa della ragazza poco prima di girare, per ottenere una reazione di "umiliazione reale".
"Mi sono sentita umiliata e, a dire il vero, mi sono sentita un po' violentata, sia da Marlon che da Bertolucci," dichiarò l'attrice.
Questo aspetto ha cambiato radicalmente la percezione del film nel ventunesimo secolo. Sebbene l'opera rimanga un capolavoro estetico e narrativo, la sofferenza reale dell'attrice proietta un'ombra etica sul processo creativo di Bertolucci. Maria Schneider non si riprese mai completamente dal trauma di quel set, portando con sé un risentimento verso il film che l'aveva resa famosa, ma che l'aveva anche segnata profondamente.
Visivamente, il film è una meraviglia cromatica grazie alla fotografia di Vittorio Storaro. Il direttore della fotografia scelse di utilizzare toni caldi, arancioni e ambrati per gli interni dell'appartamento di Rue de l'Alboni, creando un contrasto netto con il blu freddo, grigio e malinconico degli esterni di Parigi.
L'appartamento diventa un utero protettivo, un luogo fuori dal tempo dove la luce sembra quasi solida. La cinepresa di Bertolucci si muove in modo fluido, quasi sensuale, seguendo i corpi dei protagonisti con una vicinanza che rasenta il claustrofobico.
A completare l'atmosfera contribuisce in modo decisivo la colonna sonora di Gato Barbieri. Il tema principale, un sassofono graffiante e malinconico, incarna perfettamente l'anima del film: è un tango lento, sporco, che parla di morte e desiderio. La musica non accompagna solo le immagini; le guida, sottolineando la disperazione di Paul e l'irrequietezza di Jeanne.
Il cuore filosofico del film risiede nel tentativo di Paul di creare una "terra di nessuno" esistenziale. Per lui, il nome, la professione e il passato sono catene. In un mondo che lo ha ferito a morte (il suicidio della moglie è un atto di violenza suprema contro il suo ego), Paul cerca la liberazione nell'anonimato.
Tuttavia, questo esperimento è destinato a fallire. Jeanne, che rappresenta la giovinezza e la borghesia che sta per "sistemarsi" (è fidanzata con un giovane regista interpretato da Jean-Pierre Léaud), non può vivere per sempre in quel vuoto pneumatico. Lei cerca la storia, il racconto, la definizione.
La tragedia si consuma quando Paul, improvvisamente, decide di rompere le sue stesse regole. Esce dall'appartamento, insegue Jeanne in un salone di ballo (dove si sta svolgendo un vero concorso di tango) e inizia a raccontarle chi è, a dichiararsi, a cercare una connessione umana "normale". Ma è troppo tardi. Jeanne è terrorizzata dalla realtà dell'uomo che ha di fronte, un uomo che non è più il suo amante misterioso, ma un "vecchio" sconosciuto e invadente. Il finale tragico è la chiusura inevitabile di un cerchio di incomunicabilità.
In Italia, il film subì un destino che oggi definiremmo surreale. Poco dopo l'uscita, la pellicola fu sequestrata per oscenità. Il processo fu lungo e tortuoso, arrivando fino alla Cassazione nel 1976. La sentenza fu durissima: la distruzione di tutte le copie del film (per fortuna ne furono salvate alcune presso la Cineteca Nazionale) e la condanna di Bertolucci alla perdita dei diritti civili per cinque anni (non poté nemmeno votare).
Il regista fu accusato di aver prodotto un'opera contraria al comune senso del pudore. Solo nel 1987 il film fu finalmente riabilitato e poté tornare nelle sale legalmente. Questo episodio rimane uno dei più grandi esempi di censura repressiva nella storia democratica italiana, dimostrando quanto il potere eversivo dell'immagine fosse temuto dalle istituzioni dell'epoca.
Il titolo non è casuale. Il tango è una danza di sottomissione, di sfida e di passione, ma in questo contesto è l'ultima danza prima della fine. La scena nel salone di ballo, dove coppie anziane danzano in modo meccanico e grottesco seguendo regole rigide, funge da contraltare alla libertà (seppur violenta) che Paul e Jeanne avevano cercato nell'appartamento.
Il contrasto tra la vitalità disperata di Paul e la rigidità della società borghese (rappresentata dal concorso di tango e dal fidanzato di Jeanne, che vive il cinema come un gioco intellettuale e superficiale) evidenzia la critica di Bertolucci verso un mondo che non sa più provare emozioni autentiche, preferendo la messa in scena della passione alla passione stessa.
Oggi, guardare Ultimo tango a Parigi significa confrontarsi con un'opera che ha cambiato il modo in cui il sesso viene rappresentato sullo schermo. Non è un film erotico nel senso tradizionale del termine; non cerca di eccitare, ma di disturbare. Ha aperto la strada a registi come Catherine Breillat, Lars von Trier e Gaspar Noé, che hanno continuato a esplorare il confine tra arte e pornografia, dolore e piacere.
Il film resta anche un documento straordinario della Parigi post-sessantotto, una città che stava perdendo il suo romanticismo classico per diventare il palcoscenico di una nuova, amara modernità.
Nonostante le polemiche etiche, che sono fondamentali per comprendere l'opera nel suo contesto produttivo, Ultimo tango a Parigi rimane un monumento alla vulnerabilità umana. È il racconto di come due persone possano essere vicine fisicamente fino all'estremo, rimanendo però galassie lontane sul piano dell'anima.
Bertolucci, con questo film, ha dimostrato che il cinema può essere un atto di auto-analisi brutale. Attraverso Paul, ha esplorato le sue paure e le sue ossessioni. L'appartamento di Rue de l'Alboni non è solo una location, è uno spazio mentale dove le regole della società vengono sospese per vedere cosa resta dell'uomo una volta spogliato di tutto.
La risposta che il film ci dà è nichilista e dolorosa: ciò che resta è un bambino sperduto che urla nel buio, cercando una madre o un amante, e che trova invece solo il freddo marmo di un balcone parigino.
La grandezza del film risiede proprio in questa sua capacità di non offrire consolazione. Non c'è redenzione per Paul, e non c'è crescita per Jeanne, che finisce per rifugiarsi nell'omicidio e nella menzogna pur di tornare alla sua rassicurante vita borghese. È un film che scotta, che sporca e che costringe lo spettatore a guardarsi dentro, chiedendosi quanto della propria identità sia reale e quanto sia solo un "nome" dato dagli altri.
In conclusione, Ultimo tango a Parigi è un'opera d'arte totale, dove regia, recitazione, fotografia e musica si fondono per creare un'esperienza sensoriale e intellettuale che, nel bene e nel male, è impossibile dimenticare. È il testamento di un'epoca in cui il cinema non aveva paura di essere pericoloso, di offendere e di morire pur di dire la verità.
Il 1930 è un anno cruciale per la storia del cinema e, in particolare, per l'evoluzione di quello che sarebbe diventato il "Maestro del Brivido". Mentre l'industria cinematografica barcollava ancora sotto l'impatto fragoroso del sonoro, Alfred Hitchcock si muoveva già con l'agilità di chi aveva capito che la parola non doveva solo accompagnare l'immagine, ma manipolarla. Omicidio! (Murder!) non è solo un "whodunit" (un giallo classico "chi è stato?") in salsa teatrale; è un laboratorio a cielo aperto dove Hitchcock sperimenta soluzioni tecniche che avrebbero definito il linguaggio cinematografico moderno.
Basato sul romanzo Enter Sir John di Clemence Dane e Helen Simpson, il film ci trascina in un'Inghilterra sospesa tra l'eleganza aristocratica e lo squallore dei camerini di provincia, offrendoci un saggio magistrale su come la realtà e la finzione possano diventare indistinguibili.
La storia si apre con una premessa classica: Diana Baring, una giovane attrice di una compagnia itinerante, viene trovata accanto al corpo senza vita di una sua collega, Edna Druce. Diana è in stato di shock, non ricorda nulla e, cosa peggiore per la legge, non ha un alibi. Tutti gli indizi puntano verso di lei. Durante il processo, undici giurati su dodici sono convinti della sua colpevolezza. L'unico a nutrire un dubbio è Sir John Menier, interpretato da un impeccabile Herbert Marshall.
Sir John non è un investigatore qualunque; è un attore e un drammaturgo di fama, un uomo che vive di finzione. Il suo sospetto non nasce da prove forensi, ma da un'intuizione artistica: la scena del crimine gli sembra "recitata male". Dopo aver ceduto alla pressione degli altri giurati e aver votato per la condanna a morte, il rimorso lo spinge a iniziare un'indagine privata per salvare Diana dal patibolo.
Qui emerge il primo grande tema hitchcockiano: il teatro come specchio della vita. Sir John decide di trattare l'indagine come la stesura di un dramma. Invita il sospettato principale a un'audizione per un nuovo spettacolo, usando il copione come una trappola per far emergere la verità. È una citazione colta dell'Amleto ("il dramma è la cosa in cui catturerò la coscienza del re"), ma filtrata attraverso la lente cinica e tecnica del cinema degli anni '30.
In Omicidio!, Hitchcock non si accontenta di registrare i dialoghi. In una delle scene più celebri della storia del cinema delle origini, vediamo Sir John che si rade davanti allo specchio mentre ascolta la radio. Ciò che sentiamo, tuttavia, non è solo la musica trasmessa (il preludio di Tristano e Isotta di Wagner), ma i suoi pensieri.
È il primo esempio documentato di monologo interiore sonoro. All'epoca, non esisteva il montaggio sonoro come lo conosciamo oggi; non si potevano sovrapporre tracce diverse in post-produzione con facilità. Per ottenere quell'effetto, Hitchcock dovette nascondere un'orchestra di trenta elementi dietro il set e far registrare la voce di Marshall mentre la musica suonava dal vivo, sincronizzando il tutto sul momento.
Questa scena è fondamentale perché trasforma lo spettatore in un complice. Non stiamo solo guardando un uomo che riflette; siamo dentro la sua testa. Il rasoio che scorre sulla pelle diventa un metronomo della tensione, mentre la musica di Wagner eleva il dilemma morale del protagonista a una dimensione tragica.
Un altro aspetto affascinante di Omicidio! è la lunga sequenza della camera di consiglio della giuria. Hitchcock dedica molto tempo a mostrare le dinamiche tra i dodici giurati, trasformando la discussione in una sorta di commedia umana. Vediamo i pregiudizi di classe, la fretta di tornare a casa per cena, l'indifferenza burocratica di fronte alla vita di una donna.
Sir John è l'unico che cerca di applicare una logica razionale, ma viene inizialmente sopraffatto dalla mediocrità del gruppo. Questa sequenza anticipa di quasi trent'anni le atmosfere di La parola ai giurati di Sidney Lumet, dimostrando quanto Hitchcock fosse interessato non solo al "chi" avesse ucciso, ma al "come" la società reagisce alla devianza e alla colpa.
In questo microcosmo, l'attore Sir John è l'unico che possiede gli strumenti per vedere oltre le apparenze, proprio perché è abituato a smascherare le finzioni. Tuttavia, c'è un'ironia sottile: Sir John usa la sua superiorità intellettuale e sociale quasi come un gioco, finché non si rende conto che il tempo stringe e la forca è reale, non un effetto speciale da palcoscenico.
L'indagine di Sir John lo conduce verso Handel Fane, un acrobata che si esibisce in un numero di trapezio vestito da donna. Il personaggio di Fane è uno dei più complessi e controversi della filmografia giovanile di Hitchcock. Il suo "segreto", che nel film viene definito con il termine d'epoca "half-caste" (meticcio), era all'epoca considerato un movente scandaloso e sufficiente per il ricatto e la follia.
Sebbene oggi questa motivazione possa apparire datata o problematica, nel contesto del 1930 rappresentava l'alterità assoluta, l'uomo che vive tra due mondi e non appartiene a nessuno. La sua ambiguità di genere (l'esibirsi in abiti femminili) e la sua origine etnica lo rendono l'opposto speculare del solido e aristocratico Sir John.
Hitchcock aveva trascorso del tempo negli studi della UFA in Germania durante gli anni '20, assorbendo le lezioni dell'Espressionismo. In Omicidio!, questa influenza è evidente nell'uso delle ombre e nella profondità di campo. La prigione dove Diana attende la morte è un luogo di geometrie angoscianti, dove le sbarre proiettano ombre lunghe che sembrano dita che ghermiscono la protagonista.
Allo stesso tempo, il film mantiene una certa ironia britannica. I dialoghi sono serrati, spesso brillanti, e il personaggio di Sir John porta con sé una leggerezza che bilancia l'orrore del delitto. Hitchcock gioca con la cinepresa, facendola muovere con una libertà insolita per i primi film sonori, che erano solitamente statici a causa delle ingombranti cabine insonorizzate necessarie per le telecamere. In Omicidio!, la macchina da presa "recita" insieme agli attori, inseguendo sguardi e dettagli rivelatori.
Riscoprire questo film significa assistere alla nascita di un genere. Molti degli elementi che ameremo in La donna che visse due volte o Psycho sono già qui, in stato embrionale:
L'ossessione per l'identità: Chi siamo quando non recitiamo un ruolo?
Il voyeurismo: Il piacere e il pericolo di guardare gli altri.
La manipolazione dello spettatore: L'uso del suono e del montaggio per creare una verità soggettiva.
Omicidio! è un film che non invecchia perché parla di una verità universale: siamo tutti, in qualche modo, attori su un palcoscenico che non abbiamo scelto, cercando disperatamente di non sbagliare le battute prima che cali il sipario.
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I sette samurai (七人の侍?, Shichinin no samurai) è un film del 1954 diretto da Akira Kurosawa.
Parlare de I sette samurai significa immergersi non solo in un film, ma nella sorgente stessa di gran parte del cinema d'azione e d'avventura moderno. Uscito nel 1954, questo capolavoro di Akira Kurosawa ha ridefinito il linguaggio visivo, la struttura narrativa e il concetto di eroismo, influenzando registi che vanno da Sergio Leone a George Lucas, fino a Steven Spielberg. È un'opera monumentale che, nonostante la durata che sfiora le quattro ore, non spreca un solo fotogramma, muovendosi con la precisione di una katana ben affilata.
La storia ci porta nel Giappone del XVI secolo, durante l'era Sengoku, un periodo di guerre civili incessanti dove la figura del samurai stava perdendo il suo prestigio e la sua stabilità economica, lasciando spazio ai ronin, guerrieri senza padrone che vagavano per le campagne. Kurosawa sceglie questo contesto non per una celebrazione nostalgica del passato, ma per esplorare una condizione umana universale: la disperazione e la solidarietà nata dal fango.
Il presupposto è ingannevolmente semplice: un villaggio di contadini, stanco di essere razziato ogni anno da una banda di feroci briganti, decide di assumere dei samurai per difendersi. Ma i contadini non hanno denaro, non hanno prestigio; tutto ciò che possono offrire è il riso, il cibo quotidiano che loro stessi stentano a procurarsi. È qui che Kurosawa compie il suo primo miracolo narrativo: trasforma una transazione economica impossibile in un trattato morale. Chi accetterebbe di rischiare la vita in cambio di una ciotola di riso? Solo uomini che hanno perso tutto, tranne il proprio onore, o uomini che cercano un senso in un mondo che sembra averlo smarrito.
La prima ora del film è dedicata al reclutamento, una struttura che oggi diamo per scontata (pensiamo a Ocean's Eleven o agli Avengers), ma che Kurosawa ha perfezionato qui. Ogni samurai aggiunto al gruppo non è solo una spada in più, ma una sfumatura diversa dell'animo umano.
A guidarli c'è Kambei Shimada, interpretato dal leggendario Takashi Shimura. Kambei è la saggezza stanca, un uomo che ha combattuto molte battaglie e le ha perse quasi tutte, eppure possiede una gravità morale che attira gli altri a sé. La sua introduzione, in cui si taglia il codino da samurai per fingersi un monaco e salvare un bambino rapito, è una delle scene più iconiche della storia del cinema: stabilisce immediatamente che l'eroismo, per Kurosawa, è un atto di rinuncia, non di vana gloria.
Accanto a lui troviamo figure indimenticabili: il giovane e impetuoso Katsushiro, che vede il mondo con gli occhi dell'idealismo; il silenzioso e letale Kyuzo, un maestro di spada che cerca la perfezione tecnica sopra ogni cosa; e, naturalmente, l'uragano di emozioni che è Kikuchiyo, interpretato da un immenso Toshiro Mifune. Kikuchiyo è il falso samurai, un contadino che ha rubato un certificato di nobiltà e che agisce come un ponte (spesso violento e buffonesco) tra le due classi sociali. È lui a rinfacciare ai samurai la loro ipocrisia e ai contadini la loro codardia, essendo il prodotto di entrambi i mondi.
Una volta arrivati al villaggio, il film cambia marcia, diventando un trattato di strategia militare e sociologia. Kurosawa dedica tempo meticoloso a mostrarci come i samurai addestrano i contadini, come fortificano le difese e, soprattutto, come cercano di colmare l'abisso di diffidenza che separa chi impugna la spada da chi impugna la zappa.
L'azione non è mai casuale. Kambei disegna una mappa, assegna postazioni, conta i nemici eliminandoli uno a uno da un conteggio mentale e visivo che lo spettatore può seguire. Questa chiarezza geografica e tattica è ciò che rende le battaglie di Kurosawa così coinvolgenti: sappiamo sempre dove ci troviamo, chi sta rischiando e perché. Il villaggio diventa un organismo vivente che deve imparare a coordinarsi per sopravvivere. Non è una lotta di "supereroi" contro cattivi senza volto, ma una lotta di logoramento dove ogni errore costa una vita reale.
Visivamente, I sette samurai è stato un terremoto. Kurosawa, insieme al direttore della fotografia Asakazu Nakai, ha utilizzato tecniche all'avanguardia per l'epoca, come l'uso di più telecamere contemporaneamente per riprendere la stessa azione da angolazioni diverse. Questo ha permesso un montaggio frenetico e dinamico che cattura il caos della battaglia senza mai perdere la coerenza.
L'uso del teleobiettivo ha permesso di "comprimere" lo spazio, portando lo spettatore nel mezzo della mischia, tra gli zoccoli dei cavalli e gli schizzi di fango. E poi c'è la pioggia. La battaglia finale si svolge in un diluvio torrenziale che trasforma il campo di battaglia in una palude. Non è una pioggia estetica, è una pioggia pesante, che acceca, che raffredda, che rende i movimenti pesanti e disperati. Nel fango, samurai e briganti diventano uguali: creature sporche che lottano per un centimetro di terra. Kurosawa spoglia il combattimento da ogni patina di romanticismo cavalleresco, restituendoci la sua verità fisica e brutale.
Il cuore filosofico del film risiede nel rapporto tra i samurai e i contadini. Inizialmente, i contadini temono i samurai quasi quanto i briganti; sanno che i guerrieri sono predatori naturali che spesso portano via le loro figlie e il loro raccolto. Kikuchiyo esplode in un monologo devastante in cui accusa i samurai di aver reso i contadini ciò che sono: ladri, bugiardi e vigliacchi. "Chi li ha resi così? Siete stati voi! Voi samurai, con le vostre guerre!" grida Mifune in una scena che toglie il fiato.
Questa tensione non si risolve mai del tutto, e culmina in un finale che è tra i più malinconici del cinema mondiale. Dopo la vittoria, i contadini tornano immediatamente alle loro vite, cantando mentre piantano il nuovo riso, ignorando quasi completamente i samurai rimasti. Kambei, guardando le tombe dei compagni caduti, pronuncia la frase definitiva: "Anche questa volta abbiamo perso. Non sono i samurai ad aver vinto. Sono i contadini."
È una riflessione profonda sul ruolo del guerriero: uno strumento necessario nel momento del caos, ma un elemento estraneo e inutile nel momento della pace. I contadini sono legati alla terra, sono eterni; i samurai sono foglie portate via dal vento della storia.
Non si può sottovalutare l'impatto di questo film sulla cultura globale. Pochi anni dopo la sua uscita, Hollywood ne realizzò un remake western, I magnifici sette, spostando l'azione alla frontiera messicana ma mantenendo intatta la struttura dei personaggi. Ma l'influenza va oltre i remake diretti. L'idea del "gruppo di esperti reclutati per una missione impossibile" è diventata un pilastro del cinema d'azione.
Senza Kyuzo, il samurai silenzioso e perfetto, non avremmo forse molti degli eroi taciturni del cinema contemporaneo. Senza la dinamica tra Kambei e Katsushiro, non avremmo la classica struttura maestro-allievo che ha alimentato saghe come Star Wars. Kurosawa ha creato un linguaggio universale perché ha saputo fondere l'estetica orientale con una sensibilità narrativa occidentale (era un grande ammiratore di John Ford), creando qualcosa di completamente nuovo e senza tempo.
I sette samurai non è solo un film di spade; è una riflessione sulla dignità, sul sacrificio disinteressato e sulla ciclicità della vita. Con i suoi tempi dilatati, i suoi personaggi scolpiti nella roccia e la sua regia visionaria, rimane una visione obbligatoria per chiunque voglia capire cos'è il Cinema con la "C" maiuscola. È un'opera che ci ricorda che l'eroismo più grande non è quello che cerca la gloria, ma quello che accetta di combattere una battaglia persa, nel fango e sotto la pioggia, solo perché è la cosa giusta da fare.
Se il cinema avesse un testamento visivo, un’opera che riassume la grandezza, la tragedia e la follia dell’essere umano, quel testamento si chiamerebbe Ran. Diretto nel 1985 da Akira Kurosawa, il film non è solo un adattamento del Re Lear di Shakespeare; è un affresco apocalittico dove il colore, il sangue e il silenzio degli dèi si fondono in un’esperienza sensoriale che, a quarant'anni dalla sua uscita, rimane insuperata.
In questa analisi approfondita, esploreremo come "L'Imperatore" del cinema giapponese abbia sfidato la cecità, l'industria e il destino per consegnarci il suo capolavoro definitivo.
Per capire Ran, bisogna capire l’uomo che l'ha creato. Negli anni '80, Akira Kurosawa era una figura paradossale: venerato in Occidente da registi come Spielberg, Coppola e Lucas, ma quasi ostracizzato in patria. L’industria giapponese lo considerava "finito", troppo costoso e troppo ancorato a un cinema epico che non andava più di moda.
Dopo un tentativo di suicidio nel 1971 e anni di inattività forzata, Kurosawa era tornato alla ribalta grazie ai suoi ammiratori americani e sovietici (Dersu Uzala, Kagemusha). Ma Ran era il progetto che covava da un decennio. Era la sua risposta al mondo: un’opera monumentale che richiedeva una precisione pittorica assoluta.
Kurosawa, che era nato come pittore prima di diventare regista, durante gli anni di attesa dipinse centinaia di storyboard a olio. Ogni inquadratura di Ran esiste prima su tela che su pellicola. In questo periodo, la sua vista stava peggiorando drasticamente: sul set di Ran, era quasi cieco e doveva fare affidamento sui suoi assistenti che interpretavano i suoi dipinti per posizionare le cineprese. Questo conferisce al film una qualità onirica e scultorea: è il cinema visto da un uomo che guarda con l'occhio della mente.
Ran rappresenta il vertice del periodo "tardo" di Kurosawa. Se i suoi primi capolavori (I Sette Samurai, Rashomon) erano intrisi di un certo umanesimo e della speranza che l'individuo potesse fare la differenza, Ran è nichilista. È il film di un uomo anziano che osserva la storia umana e non vede altro che un ciclo infinito di violenza.
La carriera di Kurosawa è un ponte tra Oriente e Occidente. Ran incarna perfettamente questa fusione: la struttura è shakespeariana, ma l'anima è puramente giapponese, radicata nel periodo Sengoku (l'epoca degli stati belligeranti) e nelle convenzioni del teatro Noh.
Il titolo stesso, Ran (乱), significa "caos", "rivolta" o "disordine". La sceneggiatura, scritta da Kurosawa insieme a Hideo Oguni e Masato Ide, opera un cambiamento fondamentale rispetto a Re Lear: trasforma le tre figlie del Re in tre figli maschi del Signore della Guerra, Hidetora Ichimonji.
Questa scelta non è casuale. Nel Giappone feudale, la successione era una questione di vita o di morte tra clan. Il film inizia con la celebre parabola delle tre frecce (ispirata alla leggenda del signore Mori Motonari): una freccia si spezza facilmente, tre insieme sono indistruttibili. Hidetora usa questo esempio per spiegare la necessità di unità tra i figli. Tuttavia, il figlio minore Saburo spezza le tre frecce sul suo ginocchio, dimostrando che l'unione è un'illusione se basata sulla falsità.
Mentre Shakespeare si concentra sul tradimento filiale, Kurosawa aggiunge uno strato di karma. Hidetora non è una vittima innocente; è un tiranno che ha costruito il suo impero sul sangue e sul dolore, bruciando castelli e sterminando famiglie. La sua rovina non è solo sfortuna, è la conseguenza inevitabile della sua crudeltà passata.
Sostituire l'iconico Toshiro Mifune (con cui Kurosawa aveva rotto i rapporti anni prima) non era facile. Nakadai offre un'interpretazione diametralmente opposta a quella che avrebbe dato Mifune. Il suo Hidetora è una figura del teatro Noh: il trucco pesante, i movimenti stilizzati, gli occhi sbarrati. La sua discesa nella follia è fisica; lo vediamo rimpicciolirsi, diventare un fantasma bianco che vaga tra le rovine del suo orgoglio.
Se Hidetora è il cuore del film, Lady Kaede ne è il motore oscuro. Harada interpreta uno dei "villain" più spaventosi della storia del cinema. Moglie del figlio maggiore, il suo obiettivo è distruggere il clan Ichimonji dall'interno come vendetta per lo sterminio della sua famiglia. La scena in cui minaccia il cognato Jiro con un pugnale, per poi passare a una seduzione carnale e violenta, è un capolavoro di tensione. Il fruscio del suo vestito di seta sul pavimento è uno dei suoni più inquietanti del film.
In Ran, il colore non è decorativo, è narrativo. Kurosawa assegna un colore primario a ciascuno dei tre figli e alle loro armate:
Giallo per Taro (il primogenito).
Rosso per Jiro (l'ambizioso).
Blu per Saburo (il leale).
Questa distinzione cromatica permette allo spettatore di seguire la coreografia caotica delle battaglie, ma serve anche a sottolineare la frammentazione di un'entità che doveva essere unica.
La sequenza dell'attacco al castello è una pietra miliare. Kurosawa sceglie di eliminare i suoni della battaglia — grida, nitriti, clangore di spade — sostituendoli con la partitura orchestrale di Toru Takemitsu, ispirata a Mahler. È un massacro silenzioso e coreografato, una danza di morte che si conclude solo quando Hidetora esce dal castello in fiamme, in trance, tra le schiere di soldati che si aprono al suo passaggio come davanti a un demone.
Nota di produzione: Il castello che brucia nel film non era un modellino. Fu costruito un vero castello sulle pendici del Monte Fuji per il solo scopo di essere dato alle fiamme. Una sola ripresa, nessuna possibilità di errore.
I Costumi: Emi Wada vinse l'Oscar per i costumi. Ci vollero due anni per tessere a mano i 1.400 costumi necessari, utilizzando tecniche tradizionali di tintura della seta. Il risultato è una ricchezza materica che oggi, nell'era del digitale, appare miracolosa.
La morte di Yoko Yaguchi: Durante le riprese, la moglie di Kurosawa, che gli era stata accanto per 40 anni, morì. Il regista si prese un solo giorno di pausa per il funerale, tornando sul set il giorno dopo. Il cast e la troupe notarono che il dolore personale di Kurosawa sembrava fluire direttamente nella solitudine di Hidetora.
Il Budget: Con 12 milioni di dollari dell'epoca, fu il film più costoso mai prodotto in Giappone fino a quel momento.
L'influenza del Noh: Il modo in cui Hidetora siede, cammina e cade è strettamente codificato dalle regole del teatro Noh, dove l'attore deve esprimere l'essenza spirituale del personaggio piuttosto che il suo realismo psicologico.
Il finale: L'immagine finale del giovane cieco Tsurumaru, solo sull'orlo di un precipizio mentre lascia cadere l'immagine del Buddha, è una delle più potenti riflessioni cinematografiche sull'abbandono divino.
Ran non è un film facile. È un'opera che richiede attenzione e che non offre consolazione. È il grido di un artista che, alla fine della sua vita, guarda il mondo e vede dèi che piangono o, peggio, che restano in silenzio mentre gli uomini si distruggono a vicenda.
Eppure, in questa oscurità, c'è una bellezza così assoluta che eleva lo spettatore. La precisione di Kurosawa, la sua capacità di trasformare un campo di battaglia in un quadro e un uomo impazzito in un simbolo universale, rendono Ran un'esperienza necessaria per chiunque ami il cinema. È la prova che il caos, se filtrato dal genio, può diventare arte immortale.
mubi
Il testamento del dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse) è un film del 1933 diretto da Fritz Lang.
Parlare de Il testamento del dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse) significa inoltrarsi in uno dei territori più affascinanti, oscuri e profetici della storia del cinema. Girato nel 1933 da Fritz Lang, questo film non è solo il seguito del capolavoro muto del 1922, ma rappresenta un punto di rottura totale: è l'ultimo grido di libertà artistica di un genio prima che l'oscurità del nazismo avvolgesse la Germania, ed è, al contempo, uno dei thriller più moderni mai concepiti.
In questo 2026, a quasi un secolo di distanza, guardare l'opera di Lang fa ancora un certo effetto. La sua capacità di mescolare il poliziesco procedurale, il misticismo espressionista e la satira politica feroce è qualcosa che raramente è stato replicato con tale potenza.
Il 1933 è l'anno in cui Adolf Hitler sale al potere. Fritz Lang, già celebrato per Metropolis e M - Il mostro di Düsseldorf, sente l'aria farsi irrespirabile. Il testamento del dottor Mabuse nasce in questo clima di paranoia e violenza imminente. Lang utilizza il genere "crime" per lanciare un avvertimento disperato.
La storia produttiva del film è leggendaria quanto la pellicola stessa. Dopo aver visto il film, Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, decise di vietarlo immediatamente. Ufficialmente, il motivo era che il film "metteva in pericolo la sicurezza pubblica", mostrando come un piccolo gruppo di criminali potesse mettere in ginocchio lo Stato. In realtà, Goebbels aveva capito perfettamente che Lang stava mettendo in scena una parodia del nazismo: i motti terroristici pronunciati da Mabuse somigliavano spaventosamente ai discorsi del Führer.
Il film si apre con un ritmo frenetico, quasi insostenibile per l'epoca. Il dottor Mabuse, il genio del male che avevamo lasciato folle alla fine del primo film, si trova ora rinchiuso in un manicomio criminale diretto dal dottor Baum. Mabuse è catatonico: non parla, non si muove, ma scrive incessantemente. Scrive piani dettagliati per rapine, attentati dinamitardi, sabotaggi e contraffazione di valuta.
Fuori dal manicomio, una misteriosa organizzazione criminale sta mettendo in atto questi piani con una precisione militare. I membri della banda non conoscono il loro capo; ricevono ordini da dietro una tenda, da una voce incorporea. Qui Lang introduce uno dei temi cardine della modernità: la potenza della parola e della propaganda. Il male non ha bisogno di un corpo fisico per agire; gli basta un'idea, un "testamento" scritto che altri eseguiranno ciecamente.
Ad indagare su questa scia di terrore torna l'ispettore Lohmann, lo stesso burbero e razionale detective che avevamo conosciuto in M. Lohmann rappresenta la logica, l'ordine e l'umanità che cerca di arginare una follia che sembra contagiosa.
Lang è stato uno dei primi registi a capire che il sonoro non doveva essere solo un accompagnamento del visivo, ma uno strumento narrativo autonomo. La scena iniziale è un esempio magistrale: si svolge in una fabbrica, tra rumori industriali assordanti che impediscono ai personaggi di parlare. La tensione è puramente uditiva.
Ma l'uso più innovativo del suono riguarda la voce di Mabuse. La rivelazione che il capo della banda è solo un grammofono posto dietro una tenda è un'intuizione geniale. Lang ci dice che il leader carismatico è una finzione tecnologica, un'illusione sonora che manipola le masse. È una critica feroce all'uso che il nazismo stava iniziando a fare della radio e dei megafoni per ipnotizzare il popolo tedesco.
A differenza del film del 1922, dove Mabuse era un uomo in carne e ossa, un maestro del travestimento e dell'ipnosi, qui il personaggio subisce una trasfigurazione. Quando il Mabuse fisico muore a metà del film, il "Mabusismo" non finisce. Il suo spirito, la sua ossessione per l'anarchia e la distruzione, si trasferisce nel dottor Baum attraverso una sorta di possessione psichica.
Lang trasforma il thriller in un horror psicologico e metafisico. Il male è un virus che infetta le menti più brillanti. Il dottor Baum, un uomo di scienza dedito alla cura dei malati, finisce per diventare lo strumento di un morto. Questa è la profezia di Lang: la cultura, la scienza e la medicina tedesca stavano per essere infettate da un'ideologia di morte che avrebbe trasformato persone rispettabili in carnefici.
Il film vive di un dualismo visivo straordinario. Da un lato abbiamo le scene d'azione, le rapine e gli inseguimenti d'auto (realizzati con una perizia tecnica incredibile per l'epoca), che anticipano il genere noir americano degli anni '40. Dall'altro, Lang mantiene forti radici nell'Espressionismo tedesco.
Le inquadrature: Spesso asimmetriche, cariche di ombre che sembrano soffocare i personaggi.
Le sovrimpressioni: Quando lo spirito di Mabuse appare a Baum, Lang usa effetti speciali ottici che ancora oggi conservano un fascino inquietante.
La scenografia: Il manicomio e il laboratorio di Baum sono labirinti mentali, pieni di cartelle cliniche, libri e specchi, che riflettono la frammentazione della psiche umana.
L'inseguimento finale tra Lohmann e Baum è un pezzo di cinema d'azione purissimo, ma si conclude in un luogo carico di significato: il manicomio. Baum, ormai completamente folle, torna nella cella di Mabuse e inizia a strappare il "testamento" del suo maestro.
È un finale ambiguo. Sebbene Lohmann sia riuscito a fermare la scia di attentati, la sensazione è che il male non sia stato davvero sconfitto, ma solo ricondotto nel luogo della follia da cui era partito. Lang sembra dirci che la ragione può vincere le battaglie, ma la pulsione distruttiva dell'umanità rimarrà sempre in agguato, pronta a manifestarsi sotto nuove forme.
Il testamento del dottor Mabuse ha influenzato generazioni di registi. È impossibile non vedere l'ombra di Mabuse nei cattivi di James Bond (uomini misteriosi che comandano imperi del crimine da stanze segrete), o nel Joker di Christopher Nolan (per la sua volontà di creare "un ordine superiore attraverso l'anarchia").
L'opera è anche un testamento personale del regista. Poco dopo l'uscita (e il bando) del film, Lang fuggì dalla Germania. La leggenda racconta che Goebbels, pur avendo vietato il film, offrì a Lang la direzione dell'industria cinematografica del Reich. Lang, terrorizzato, fuggì la sera stessa verso Parigi, portando con sé solo pochi effetti personali e la consapevolezza di aver previsto, con il suo cinema, la catastrofe che stava per colpire il mondo.
"Il mio film mostra come una banda di criminali possa utilizzare slogan pseudopolitici per mascherare i propri obiettivi criminali." (Fritz Lang, riflettendo sul film anni dopo).
In un mondo dove la manipolazione dell'informazione, l'uso degli algoritmi per influenzare il pensiero e il ritorno di figure carismatiche e divisive sono temi centrali, il film di Lang appare dolorosamente attuale. Ci ricorda che le parole hanno un peso, che la tecnologia può essere usata come un velo per nascondere il vuoto di potere e che la vigilanza razionale (l'ispettore Lohmann) è l'unica difesa che abbiamo contro il caos.
Il gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame) è un film muto del 1923 diretto da Wallace Worsley
Se vogliamo parlare di pietre miliari che hanno plasmato l'immaginario collettivo del cinema horror e drammatico, non possiamo prescindere da Il gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame) del 1923. Diretto da Wallace Worsley, questo capolavoro del cinema muto non è solo un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo, ma rappresenta l'apice della carriera di Lon Chaney, l'uomo dai mille volti, e il momento in cui la Universal Pictures decise di puntare tutto sulla grandiosità produttiva.
A distanza di oltre un secolo dalla sua uscita, il film conserva una potenza visiva e una carica emotiva che molti remake moderni, carichi di effetti digitali, faticano a replicare. È un'opera che parla di deformità, desiderio, ingiustizia sociale e della titanica lotta tra la purezza d'animo e la crudeltà del mondo.
La Genesi di un "Super Jewel"
All'inizio degli anni '20, la Universal non era ancora la "casa dei mostri" che conosciamo oggi. Il produttore Irving Thalberg (che poco dopo sarebbe diventato una leggenda alla MGM) voleva elevare il prestigio dello studio creando quello che definiva un "Super Jewel", un film dal budget astronomico e dalle ambizioni artistiche smisurate.
La scelta cadde sull'opera di Hugo, ma il vero motore del progetto fu Lon Chaney. Chaney non era solo l'attore protagonista; fu lui a spingere per il film, a collaborare alla sceneggiatura e a supervisionare ogni dettaglio del trucco e della scenografia. Il risultato fu una produzione da oltre un milione di dollari del 1923, una cifra folle per l'epoca, che portò alla costruzione di una delle scenografie più imponenti mai viste a Hollywood.
Uno degli aspetti più sbalorditivi del film è la ricostruzione della Cattedrale di Notre Dame e della piazza circostante. Negli studi della Universal City, venne edificato un set che occupava ettari di terreno. La facciata della cattedrale era alta come un palazzo di dieci piani, costruita con una precisione architettonica maniacale per l'epoca.
Ma non era solo una questione di dimensioni. Worsley e il suo team riuscirono a ricreare la "Corte dei Miracoli", il quartiere dei mendicanti e dei reietti di Parigi, infondendo nel film un'atmosfera sporca, brulicante e pericolosa. Il contrasto tra la maestosità della chiesa e il fango delle strade parigine funge da metafora visiva per la struttura sociale dell'epoca, dove l'alto e il basso si scontrano continuamente.
Non si può parlare di questo film senza dedicare un capitolo a parte alla performance di Lon Chaney. Il suo Quasimodo è una creatura di dolore puro. Chaney, noto per le sue trasformazioni estreme, si sottopose a torture fisiche reali per interpretare il campanaro:
Il Trucco: Indossava una protesi sulla schiena (la "gobba") fatta di gomma e gesso che pesava circa 20 chili.
La Limitazione Fisica: Era imbracato in modo da non poter stare dritto, costringendolo a una camminata claudicante e contorta per tutta la durata delle riprese.
Il Volto: Utilizzò protesi dolorose per deformare l'occhio e la bocca, oltre a denti finti e parrucche selvagge.
Tuttavia, il genio di Chaney non risiede nel trucco, ma nella capacità di far trasparire l'umanità attraverso quella maschera grottesca. Il suo Quasimodo non è un mostro cattivo, ma un essere isolato dal mondo che conosce solo la lealtà verso il suo padrone e, successivamente, una devozione angelica verso Esmeralda. La scena della flagellazione pubblica è, ancora oggi, una delle più strazianti della storia del cinema: il dolore fisico di Quasimodo si trasforma in umiliazione pubblica, e solo il gesto di pietà di Esmeralda (interpretata da Patsy Ruth Miller) che gli offre dell'acqua riesce a spezzare il ciclo della violenza.
Il film di Worsley si prende diverse libertà rispetto al testo di Victor Hugo, in parte per ragioni di censura e in parte per adattarsi al gusto del pubblico dell'epoca. Una delle modifiche più significative riguarda il personaggio di Claude Frollo.
Nel romanzo di Hugo, Frollo è l'arcidiacono della cattedrale, un uomo tormentato dalla lussuria e dalla colpa, la vera figura tragica e malvagia della storia. Nel film del 1923, per non offendere le autorità religiose, il ruolo di Frollo viene "sdoppiato":
L'Arcidiacono: Rimane un uomo pio e benevolo.
Jehan Frollo: (Interpretato da Brandon Hurst) Diventa il vero antagonista, un nobile malvagio e lussurioso che brama Esmeralda e manipola Quasimodo.
Questa scelta sposta il focus dal conflitto spirituale e filosofico a un più tradizionale scontro tra bene e male (melodramma), ma non indebolisce la forza della narrazione cinematografica, che si concentra maggiormente sulla dinamica della folla e sulla redenzione del protagonista.
Wallace Worsley dimostrò un'abilità incredibile nel gestire le scene di massa. Il film impiega migliaia di comparse, specialmente nelle sequenze finali della rivolta dei mendicanti. L'assalto alla cattedrale è un pezzo di bravura tecnica: Quasimodo che lancia pietre enormi e versa piombo fuso (interpretato da una combinazione di effetti di luce e liquidi scenici) dalla sommità di Notre Dame per respingere la folla è un'immagine iconica.
L'uso della luce è un altro elemento fondamentale. Sebbene il cinema espressionista tedesco stesse nascendo proprio in quegli anni, Il gobbo di Notre Dame utilizza già ombre profonde e tagli di luce drammatici per sottolineare la claustrofobia della torre campanaria e l'oscurità dei sotterranei di Parigi.
Il film esplora la dicotomia tra bellezza esteriore e bruttezza interiore. Phoebus, il capitano delle guardie, è un uomo di bell'aspetto ma superficiale (anche se in questa versione è più eroico che nel libro), mentre Quasimodo rappresenta la bellezza dell'anima intrappolata in un corpo deforme.
Ma c'è anche un forte sottotesto politico. La folla dei mendicanti, la "Corte dei Miracoli", rappresenta la rabbia repressa del popolo che può esplodere in una violenza cieca e distruttiva. La cattedrale non è solo un edificio religioso, ma un santuario fisico e morale, l'unico luogo dove la legge degli uomini (spesso ingiusta) può essere sospesa.
Per molti anni, si è temuto che il film potesse andare perduto. Molte pellicole mute dell'epoca sono andate distrutte a causa del deterioramento del nitrato d'argento. Fortunatamente, diverse copie sono sopravvissute, permettendo restauri che oggi ci mostrano la pellicola in una qualità sorprendente.
Il gobbo di Notre Dame del 1923 ha gettato le basi per quello che sarebbe diventato il genere "Monster Movie" degli anni '30. Senza il Quasimodo di Chaney, probabilmente non avremmo avuto il Frankenstein di Boris Karloff nello stesso modo. Chaney ha insegnato al pubblico che si può provare empatia per il "mostro", che la paura può trasformarsi in compassione.
"Non è una creatura di fango, è un uomo che la società ha trasformato in un demone e che solo l'amore può riportare alla luce."
Questa citazione (rielaborata dai sentimenti espressi nelle didascalie del film) riassume perfettamente il cuore pulsante dell'opera.
Guardare questo film nel 2026 significa connettersi con le radici primordiali del cinema. Nonostante l'assenza del sonoro, il film "urla" attraverso le espressioni degli attori e la grandezza delle scenografie. La performance di Lon Chaney rimane insuperata per intensità fisica: ogni suo gesto comunica un secolo di sofferenza e un istante di speranza.
È un film che ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, l'arte della visione. La capacità di Worsley di trasformare un set di cartapesta e gesso in una città pulsante di vita e morte è un testamento all'artigianato dell'epoca d'oro di Hollywood.
Black (cinema) power
Panther è un film del 1995 diretto da Mario Van Peebles, scritto dal padre Melvin Van Peebles, riguardante la storia delle Pantere Nere.
Rabbia ad Harlem (A Rage in Harlem) è un film del 1991 prodotto negli Stati Uniti e diretto da Bill Duke.
Boyz n the Hood - Strade violente (Boyz n the Hood) è un film del 1991 scritto e diretto da John Singleton.
Fallen Angels
serie televisiva antologica neo-noir statunitense trasmessa dal 1° agosto 1993 al 19 novembre 1995
I’LL BE WAITING di Tom Hanks con B. Kirby, M. Helgenberger, Usa, 1993
DEAD END FOR DELIA di Phil Joanou, con G. Oldman, G. Anwar, Usa, 1993
MURDER, OBLIQUELY di Alfonso Cuaron con L. Dern, A. Rickman, Usa, 1993
THE QUIET ROOM di Steven Soderbergh con J. Mantegna, B. Bedelia, Usa, 1993
UNA SERIE TELEVISIVA DI CULTO, TRATTA DA PICCOLI CAPOLAVORI DEL “NOIR”. CON REGISTI AFFERMATI E DEBUTTI ECCELLENTI.
E’ prodotta e garantita da Sydney Pollack la serie di telefilm Fallen Angels, che negli States è diventata un autentico caso televisivo (ed è già stata seguita da una seconda serie). Tratti da short-stories dei più grandi autori del noir, i sei episodi sono differenti ma bagnano tutti nella sensibilità e nelle atmosfere inconfondibili del genere. Accanto a registi affermati come Steven Soderbergh, Phil Joanou e Jonathan Kaplan, li dirigono due debuttanti notissimi al pubblico cinematografico, Tom Cruise e Tom Hanks, con l’aggiunta di Alfonso Cuaron, giovane cineasta messicano particolarmente apprezzato da Pollack.
In Dead End for Delia una bellissima donna viene uccisa nei pressi di una discoteca. Indaga sul delitto un poliziotto (Gary Oldman), ex-marito della vittima. Il soggetto deriva da un racconto di William Campbell Gault.
Si deve alla penna di Jim Thompson quello di Murder, Obliquely, dove Annie (Laura Dern) crede di avere trovato l’uomo dei suoi sogni. Ma il principe azzurro ha una relazione con una misteriosa bellezza (Diane Lane), che all'improvviso scompare. Anne comincia a sospettare che l’uomo sia il colpevole della sparizione.
Tratto da una storia di James Ellroy, The Quiet Room mette in scena la doppia vita di un insospettabile: il poliziotto Joe Mantegna, che ha messo su una organizzazione a delinquere assieme a una collega.
The Frightening Frammis è intitolato il debutto dietro la macchina da presa di Cruise, da un racconto di Jonathan Craig. Dove un uomo che ha derubato la moglie è coinvolto in una truffa dalla “dark lady” Babe (Isabella Rossellini).
Tom Hanks, che proprio in questi mesi esordisce nel lungometraggio, ha scelto come banco di prova un racconto del grande Cornell Woolrich. I’ll Be Waiting è la storia di un poliziotto d’albergo (Bruno Kirby) che s’invaghisce di una ragazza e tenta di aiutarla, provocando un sacco di guai.
FRIGHTENING FRAMMIS di Tom Cruise con P. Gallagher, N. Travis, Usa, 1993
cineteca
Il jazz ha fornito al cinema indimenticabili colonne sonore. E le esistenze dei suoi protagonisti hanno ispirato sceneggiatori e registi. Il cinema ha ricambiato fissando la documentazione audiovisiva di straordinarie esecuzioni, nei luoghi mitici della storia del jazz. Spesso non si tratta di film con solo valore documentario, in quanto operatori e registi hanno saputo fare interagire i due linguaggi. E' per questo che Cineteca ha scelto, in parallelo con il ciclo su cinema e jazz, una serie di rarissimi documenti (attingendo dalla preziosa collezione di Cinemazero di Pordenone). La posizione di onore è per Dudley Murphy: un personaggio tutto da riscoprire: a Parigi negli anni '20, collaboratore di Fernand Léger per Ballet mécanique; poi co-sceneggiatore di Dracula di Tod Browning, autore di vari film tra cui The Emperor Jones (1933), tratto da Eugene O'Neill. Di Murphy presentiamo St. Louis Blues (1929), prima apparizione cinematografica di Bessie Smith e Black and Tan Fantasy (1929), una performance di Duke Ellington nel mitico Cotton Club con la partecipazione della ballerina Fred Washington. Segue Yamecraw, tratto dall'omonima opera di James P. Johnson, con scenografie e effetti di gusto espressionista. E poi ancora Symphony in Black, prima apparizione cinematografica di Billie Holyday. Jammin' the Blues in cui il celebre fotografo di "Life" Gjon Mili riprendendo il sax tenore Lester Young ci ha dato uno dei documenti più importanti del jazz moderno. In chiusura un cartoon Paramount di Dave Fleisher in cui Cab Calloway "duetta" con Betty Boop.
Antonio Costa
ST. LOUIS BLUES di Dudley Murphy, Usa, 1929 BLACK AND TAN FANTASY di Dudlay Murphy, Usa, 1929 YAMECRAW di Murray Roth, Usa, 1930 SYMPHONY IN BLACK (A Rhapsody of Negro Life) di Fred Waller, Usa 1934 JAMMIN' THE BLUES di Gjon Mili, Usa, 1944 MINNIE THE MOOCHER di Dave Fleischer, Usa, 1932