Tre ciotole è un film del 2025 diretto da Isabel Coixet.
Tre ciotole è un film del 2025 diretto da Isabel Coixet.
La Geometria degli Addii: Un’Immersione in Tre Ciotole
Nel panorama cinematografico del 2025, Tre ciotole emerge come un'opera di rara delicatezza e struggente intensità, un film che dialoga con lo spettatore attraverso il linguaggio dei silenzi, dei corpi e, inaspettatamente, del cibo. Diretto dalla regista catalana Isabel Coixet, autrice da sempre sensibile alle geografie emotive dell'animo umano (ricordiamo La mia vita senza me o La vita segreta delle parole), il film rappresenta un punto di incontro culturale e spirituale tra la sensibilità iberica e la profondità letteraria italiana, essendo l'adattamento dell'omonimo romanzo di Michela Murgia, pubblicato poco prima della sua scomparsa. Non si tratta, tuttavia, di una semplice trasposizione: Coixet prende la materia incandescente e frammentata del testo di Murgia e la ricompone in una narrazione visiva che ha il respiro di un lungo addio, ma anche la vitalità di una rinascita.
La storia si apre su una frattura, apparentemente banale ma definitiva. Siamo a Roma, ma non la Roma da cartolina del Colosseo o dei Fori Imperiali; è una Roma più intima, fatta di interni ombrosi, di cucine vissute e di una luce autunnale che accarezza i sanpietrini di Trastevere senza renderli leziosi. Marta, interpretata da un'eterea e spigolosa Alba Rohrwacher, e Antonio, un intenso Elio Germano, sono una coppia che ha esaurito il proprio tempo. La loro separazione avviene non con urla o piatti rotti, ma con la stanchezza di chi ha provato a tenere insieme i pezzi per troppo tempo. Antonio decide di andarsene, lasciando Marta in un appartamento che improvvisamente sembra troppo grande, troppo silenzioso. Antonio è uno chef, un uomo per cui il cibo è linguaggio, cura, espressione di sé; Marta, al contrario, inizia a sviluppare un rapporto conflittuale con l'atto di nutrirsi.
È proprio qui che il film innesta il suo cuore tematico. Dopo la separazione, Marta scivola in una forma di anoressia emotiva che diventa presto fisiologica. Il cibo perde sapore, la fame svanisce. Quello che inizialmente sembra il sintomo psicosomatico di un cuore spezzato si rivela essere il segnale di qualcosa di più organico e terribile. La diagnosi medica arriva come una sentenza che paradossalmente porta ordine nel caos: non è solo dolore, è malattia. Una neoplasia che cambia le regole del gioco. Tuttavia, Coixet compie una scelta registica radicale e coraggiosa, rifiutando categoricamente l'estetica del "cancer movie" hollywoodiano. Non ci sono scene madri in ospedale con luci fredde e volti scavati dal trucco prostetico; la malattia è trattata come un'assenza, un'ombra che si allunga sulle giornate ma che non definisce interamente l'identità della protagonista. È un "elefante nella stanza" che Marta decide di addomesticare a modo suo.
Il titolo, Tre ciotole, fa riferimento a un rituale, a un metodo di contenimento. Per riprendere controllo sulla sua vita e sul suo corpo che la tradisce, Marta riduce la complessità dell'esistenza a tre semplici contenitori di cibo quotidiani. È un tentativo di misurare l'incommensurabile, di dare una forma finita a un dolore infinito. Le ciotole diventano il simbolo di una sopravvivenza minimale, essenziale. Coixet filma questi oggetti con la reverenza di una natura morta, trasformando il riso, le verdure, i piccoli bocconi in elementi liturgici. Il cibo, che era il legame con Antonio (lo chef), diventa ora lo strumento solitario di Marta per restare ancorata al mondo.
La performance di Alba Rohrwacher è il pilastro su cui si regge l'intera architettura emotiva del film. L'attrice lavora per sottrazione, con una recitazione fatta di micro-espressioni, di sguardi persi nel vuoto e di una fisicità che si fa via via più diafana ma mai fragile nel senso di "debole". La sua Marta è una donna che scopre una forza inedita proprio nel momento della massima vulnerabilità. C'è una scena, in particolare, in cui la vediamo ballare da sola in casa, un movimento sgraziato e liberatorio che ricorda la danza macabra ma vitalissima di certi personaggi femminili del cinema d'autore europeo. È il momento in cui il corpo, pur malato, rivendica il suo diritto al piacere e all'occupazione dello spazio.
Dall'altra parte, Elio Germano offre il ritratto di un uomo smarrito. Il suo Antonio non è il "cattivo" che abbandona la donna malata; è un uomo che se ne va prima di sapere, e che quando sa, si ritrova in una terra di nessuno. Il suo tentativo di riavvicinamento non è mosso solo dal senso di colpa, ma da un amore che si è trasformato, che ha perso la componente erotica per acquisire quella caritatevole e solidale, ma che si scontra con il muro eretto da Marta. Marta non vuole essere salvata, né vuole essere compatita. La dinamica tra i due sovverte i cliché: è lei, la malata, a dettare i tempi e i modi della relazione, mentre lui, il sano, appare spesso più fragile, incapace di gestire l'enormità di ciò che sta accadendo.
Registicamente, Isabel Coixet opta per il formato 4:3, una scelta che "ingabbia" i personaggi, costringendoli a stare vicini, eliminando l'aria ai lati dell'inquadratura. Questo formato quasi quadrato accentua il senso di claustrofobia domestica ma, allo stesso tempo, focalizza l'attenzione in modo maniacale sui volti. Non c'è via di fuga per lo spettatore: siamo costretti a guardare Marta negli occhi, a vedere ogni ruga, ogni tremore. Tuttavia, il film si apre visivamente nei flashback o nei momenti di sogno, dove si passa talvolta a un 16mm sgranato che sa di memoria e nostalgia, creando un contrasto materico tra il presente nitido e doloroso e un passato imperfetto ma caldo.
Un ruolo fondamentale è giocato dai personaggi secondari, che fungono da coro greco attorno alla tragedia silenziosa di Marta. Silvia D'Amico, nel ruolo della sorella Elisa, porta una ventata di pragmatismo e nevrosi quotidiana che bilancia l'astrazione di Marta. E poi c'è la figura della dottoressa, interpretata dalla magnetica Sarita Choudhury, che con la sua presenza scenica riesce a trasformare le consultazioni mediche in momenti di confronto filosofico sulla vita e sulla morte. Non è il medico distaccato, ma una guida, quasi una sciamana moderna che accompagna Marta nel suo percorso di accettazione.
Il film affronta anche il tema della "vita segreta" degli oggetti e dei luoghi. L'appartamento di Marta cambia insieme a lei. Coixet, con la sua attenzione ai dettagli (eredità forse della sua formazione pubblicitaria, ma elevata a poesia), ci mostra come la luce cambi nelle diverse ore del giorno, come la polvere si posi sui libri non letti, come le piante sul balcone crescano o muoiano indipendentemente dai drammi umani. C'è un panteismo di fondo: la vita continua, indifferente e bellissima, nonostante la nostra mortalità.
La sceneggiatura, scritta dalla stessa Coixet con Enrico Audenino, riesce nell'impresa di mantenere la voce letteraria di Michela Murgia pur facendola diventare cinema puro. I dialoghi sono scarni, essenziali. Molto viene detto attraverso ciò che non viene pronunciato. Il testo di Murgia, che era una raccolta di racconti intrecciati, qui trova un'unità narrativa più forte, focalizzandosi sulla storia di Marta come filo conduttore, ma mantenendo quella struttura a "cerchi concentrici" in cui il dolore di uno risuona in quello degli altri. Si sente l'eco delle riflessioni della scrittrice sarda sulla "queerness" della famiglia e delle relazioni: i legami che si formano o si riformano nel film non sono quelli tradizionali, ma nuove alleanze nate dalla necessità e dall'affetto puro.
Il finale del film merita una riflessione a parte. Non c'è una chiusura netta, non c'è il miracolo della guarigione né la pornografia della morte in diretta. C'è invece una festa, un momento di aggregazione che sa di commiato ma anche di celebrazione. È una scelta che spiazza e commuove: di fronte alla fine, l'unica risposta possibile è la condivisione. Marta riunisce attorno a sé (e alle sue ciotole metaforiche) le persone che hanno attraversato la sua vita, in un gesto che è insieme di resa e di estrema potenza. La festa d'addio diventa un inno alla vita che resta, un passaggio di testimone.
Tre ciotole non è un film facile. Richiede allo spettatore la disponibilità a immergersi in un ritmo lento, meditativo. Non cerca la lacrima facile, ma lavora su un livello più profondo, quello della risonanza interiore. È un film sulla porosità dei confini: tra salute e malattia, tra amore e disamore, tra fame e sazietà. Coixet ci dice che siamo tutti "ciotole", contenitori fragili che possono rompersi in qualsiasi momento, ma che proprio per questo hanno il dovere di essere riempiti di senso, di bellezza e di cura finché sono integri.
In conclusione, l'opera si configura come un testamento visivo che onora la memoria di Michela Murgia senza farne un santino. È un film vivo, pulsante, che usa la malattia non come fine ma come lente d'ingrandimento per osservare le dinamiche umane. La regia di Coixet, mai così matura e controllata, e le interpretazioni magistrali del cast italiano, rendono Tre ciotole un tassello fondamentale del cinema europeo del 2025, un'opera che ci ricorda come, anche quando il corpo tradisce, lo spirito può trovare nuove forme per abitare il mondo, magari semplicemente imparando a dosare la vita, una ciotola alla volta.
sky
Sons (Vogter) è un film del 2024 scritto e diretto da Gustav Möller.
L'Abisso dietro le Sbarre: Un’Analisi di Sons (Vogter)
Quando Gustav Möller ha debuttato sulla scena internazionale con The Guilty - Il Colpevole nel 2018, ha ridefinito il concetto di tensione cinematografica, dimostrando come un’unica stanza e un telefono potessero generare più suspense di un blockbuster d’azione. Sei anni dopo, con Sons (in originale Vogter, che significa letteralmente "Custode" o "Guardiano"), il regista danese torna a esplorare i confini della moralità umana, ma questa volta allarga l'inquadratura, passando dall'isolamento uditivo di un centralino di polizia alla claustrofobia fisica e psicologica di un carcere di massima sicurezza. Presentato in concorso alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, Sons si configura non solo come un thriller psicologico teso e vibrante, ma come una tragedia greca moderna ambientata tra cemento armato e vetri blindati, dove il concetto di giustizia si sgretola sotto il peso di un dolore materno insostenibile.
La narrazione ruota interamente attorno alla figura di Eva, interpretata da una magistrale Sidse Babett Knudsen, attrice capace di comunicare interi abissi emotivi con un semplice tremolio della palpebra. Eva è un’agente di custodia esemplare, rispettata dai colleghi e dai detenuti per la sua correttezza e la sua apparente imperturbabilità. La sua vita all’interno del carcere è scandita da routine precise, controlli di sicurezza e un approccio riabilitativo che sembra credere sinceramente nella possibilità di recupero dell'essere umano. Tuttavia, questa facciata di professionalità si incrina irreparabilmente quando, un giorno, attraverso i monitor di sorveglianza, i suoi occhi incrociano quelli di un nuovo detenuto appena trasferito: Mikkel. Il giovane, interpretato da Sebastian Bull, è un concentrato di rabbia e violenza, un ragazzo dal passato oscuro che risveglia in Eva un trauma mai sopito. Senza rivelare nulla ai suoi superiori o ai colleghi, Eva chiede immediatamente il trasferimento nel reparto di massima sicurezza, il blocco Q Zero, dove Mikkel è recluso. È qui, in questo ambiente ostile e iper-controllato, che inizia una discesa agli inferi che trasforma la pellicola da un dramma carcerario a uno studio viscerale sulla vendetta e sull'abuso di potere.
Ciò che rende Sons un'opera profondamente inquietante è il modo in cui Möller ribalta le aspettative dello spettatore riguardo ai ruoli di "vittima" e "carnefice". Inizialmente, siamo portati a empatizzare con Eva. Intuiamo che Mikkel è responsabile di qualcosa di terribile che ha distrutto la vita della donna, e la sua presenza nel carcere sembra offrire l'opportunità per una qualche forma di catarsi o giustizia. Tuttavia, man mano che la narrazione procede, le azioni di Eva diventano sempre più moralmente ambigue, se non apertamente mostruose. Utilizzando la sua posizione di autorità, Eva inizia una sistematica campagna di persecuzione psicologica e fisica nei confronti del ragazzo. Gli nega i diritti fondamentali, lo provoca, manipola le situazioni per metterlo in difficoltà, sfruttando le zone d'ombra del regolamento carcerario per trasformare la sua detenzione in un inferno personale. Il regista ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: il dolore, per quanto profondo e legittimo, non nobilita l'animo umano, ma può corromperlo fino a renderlo irriconoscibile. Eva non cerca giustizia nel senso legale del termine; cerca una retribuzione biblica, occhio per occhio, che finisce per renderla speculare all'oggetto del suo odio.
L'architettura del carcere gioca un ruolo fondamentale in questa dinamica, elevandosi quasi al rango di co-protagonista. Möller e il suo direttore della fotografia, Jasper Spanning, utilizzano gli spazi angusti, le luci al neon fredde e le superfici riflettenti per creare un senso di oppressione costante. A differenza dei classici film carcerari americani, spesso caratterizzati da sbarre arrugginite e oscurità, la prigione di Sons è moderna, asettica, scandinava. È un luogo dove tutto è visibile, un panopticon tecnologico dove la privacy è inesistente. Questo ambiente sterile rende ancora più scioccante la violenza emotiva che vi si consuma. Il contrasto tra l'ordine apparente dell'istituzione e il caos interiore di Eva crea una dissonanza cognitiva che tiene lo spettatore in uno stato di perenne disagio. La prigione diventa una metafora della mente di Eva: una gabbia costruita per contenere impulsi pericolosi, le cui pareti stanno lentamente cedendo sotto la pressione.
Il cuore pulsante del film è, senza dubbio, il duello attoriale tra Knudsen e Bull. Sidse Babett Knudsen offre una performance di una fisicità straordinaria. Il suo corpo è costantemente teso, come una corda di violino pronta a spezzarsi. La vediamo respirare affannosamente, trattenere le lacrime, e poi esplodere in momenti di ferocia calcolata che gelano il sangue. La sua Eva è un personaggio tragico, una madre a cui è stato strappato tutto e che, nel tentativo di riempire quel vuoto, decide di riempirlo con l'odio. Dall'altra parte, Sebastian Bull conferisce a Mikkel una vulnerabilità inaspettata. Se all'inizio appare come il tipico detenuto violento, col passare dei minuti emerge la sua natura di ragazzo perduto, a sua volta vittima di un sistema e di circostanze che lo hanno indurito. Il rapporto che si instaura tra i due è complesso, quasi simbiotico. C'è una scena chiave nel film in cui la dinamica di potere sembra fluttuare, dove carceriera e prigioniero sembrano riconoscersi l'uno nell'altro come due anime dannate, legate indissolubilmente dal crimine che ha incrociato i loro destini.
Tematicamente, Sons pone interrogativi scomodi sul sistema penitenziario e sulla sua funzione. Il film sembra chiedersi: a cosa serve la prigione? A punire? A riabilitare? O è semplicemente un deposito per ciò che la società non vuole vedere? Eva, che dovrebbe essere l'agente della riabilitazione, diventa l'agente della distruzione. Il sistema, con le sue gerarchie e le sue regole, fallisce nel proteggere il detenuto dalla sua custode. I colleghi di Eva, pur notando il suo comportamento strano, sono lenti a intervenire, protetti da un codice di silenzio e solidarietà tra divise che spesso copre gli abusi. Möller critica sottilmente l'istituzione, mostrando come il potere assoluto su un altro essere umano, anche in un contesto democratico e regolamentato come quello danese, sia una tentazione troppo forte e pericolosa.
La regia di Möller conferma il suo talento nel gestire spazi chiusi e tempi dilatati. Non c'è bisogno di grandi scene d'azione o di effetti speciali; la tensione è costruita attraverso i silenzi, gli sguardi, il rumore di una chiave che gira nella toppa o il ronzio di una porta automatica. La colonna sonora è minimale, spesso sostituita dai suoni ambientali amplificati che aumentano il senso di realismo e immediatezza. Ogni inquadratura è studiata per isolare i personaggi, spesso ripresi di spalle o attraverso vetri che li separano dal mondo e, simbolicamente, dalla loro stessa umanità. C'è una precisione chirurgica nel modo in cui il film è montato, un ritmo che non lascia scampo e che trascina lo spettatore verso un finale che si preannuncia inevitabilmente tragico.
Tuttavia, Sons non è un film perfetto o facile. Alcuni critici hanno notato come la sceneggiatura richieda, in certi passaggi, una notevole sospensione dell'incredulità. La facilità con cui Eva riesce a farsi trasferire nel reparto di massima sicurezza e a manipolare le procedure senza destare immediati sospetti può sembrare forzata per chi conosce le rigide procedure carcerarie. Inoltre, rispetto alla linearità perfetta di The Guilty, qui la trama rischia talvolta di avvitarsi su se stessa, con alcune decisioni dei personaggi che appaiono dettate più dalle necessità narrative che da una logica psicologica coerente. Ma questi difetti passano in secondo piano di fronte alla potenza emotiva dell'opera. Il film non cerca il realismo documentaristico, ma la verità emotiva. È un'esplorazione iperrealistica di uno stato mentale alterato dal lutto.
Il finale del film merita una riflessione a parte, senza scadere nello spoiler eccessivo. Non offre risposte facili o consolatorie. Non c'è una vera redenzione per Eva, né una salvezza completa per Mikkel. Ciò che rimane è la sensazione di un ciclo di violenza che è difficile da spezzare. Il titolo Sons (Figli) assume così un significato duplice e doloroso: si riferisce al figlio che Eva ha perso, la cui assenza è il motore immobile della storia, ma anche a Mikkel, che è figlio di qualcuno, un essere umano che, nonostante i suoi crimini, è stato affidato alla custodia dello Stato. Il film ci costringe a chiederci fino a che punto una madre può spingersi per amore del proprio figlio, e se quell'amore può trasformarsi in un'arma capace di distruggere un altro "figlio".
In conclusione, Sons (Vogter) è un'opera di grande impatto, che conferma Gustav Möller come una delle voci più interessanti del cinema europeo contemporaneo. È un film che scava nel buio dell'anima umana, illuminando gli angoli più remoti dove si nascondono il desiderio di vendetta e la disperazione. Grazie a una regia rigorosa e a un'interpretazione monumentale di Sidse Babett Knudsen, il film trascende il genere del thriller carcerario per diventare un dramma universale sul dolore e sulla perdita. È un'esperienza cinematografica che lascia il segno, un pugno nello stomaco che costringe lo spettatore a interrogarsi sulla natura della giustizia e sulla fragilità della morale quando viene messa alla prova dal trauma più indicibile. Non è un film che si guarda per intrattenimento leggero, ma un viaggio necessario e doloroso nella complessità della condizione umana.
raiplay
I falchi della notte (Nighthawks) è un film del 1981 diretto da Bruce Malmuth
La Città delle Ombre: Caccia all'Uomo in I Falchi della Notte
Nel 1981, il cinema d’azione americano si trovava in una fase di transizione cruciale. L’epoca d’oro della "New Hollywood", con il suo realismo sporco e i suoi antieroi moralmente ambigui degli anni '70 (pensiamo a Il braccio violento della legge o Serpico), stava lentamente cedendo il passo all'era dei blockbuster muscolari e patinati che avrebbero dominato gli anni '80. In questo interregno sismico si colloca I falchi della notte (Nighthawks), un thriller poliziesco ruvido, cupo e stranamente profetico, che funge da anello di congiunzione tra il poliziesco urbano e il film d'azione puro. Diretto ufficialmente da Bruce Malmuth (ma con una pesante, e spesso non accreditata, ingerenza della star protagonista), il film rappresenta un tentativo affascinante di portare il terrorismo internazionale nel cuore della mela newyorkese, anticipando paure che sarebbero divenute tragicamente attuali decenni dopo.
Al centro della scena troviamo Sylvester Stallone nel ruolo di Deke DaSilva. Siamo in un momento particolare della carriera di Stallone: Rocky lo ha reso una leggenda, ma Rambo (First Blood) non è ancora uscito (arriverà l'anno successivo, nel 1982). Stallone cerca di diversificare, di scrollarsi di dosso l'ottimismo del pugile di Philadelphia per indossare i panni di un detective della strada, un poliziotto della vecchia scuola che opera nei bassifondi di New York. DaSilva, insieme al suo partner Matthew Fox (interpretato da un carismatico Billy Dee Williams), è un esperto in operazioni sotto copertura, ma del tipo più basso: scippi, rapine, teppismo da marciapiede. Il film ci introduce a loro mentre operano travestiti da anziane signore o da sbandati, immergendoci subito in una New York notturna, pericolosa, illuminata da neon tremolanti e pervasa da un senso di decadenza urbana palpabile.
Tuttavia, la minaccia che sta per abbattersi sulla città non viene dai vicoli del Bronx, ma dall'Europa. L'antagonista è Wulfgar, interpretato da un magnifico Rutger Hauer al suo esordio in una produzione hollywoodiana. Hauer, con i suoi occhi di ghiaccio e una presenza scenica magnetica, ruba letteralmente la scena ogni volta che appare. Wulfgar è un terrorista internazionale, un mercenario che ha servito varie cause rivoluzionarie ma che, in realtà, sembra mosso solo da un narcisismo psicotico e da un amore perverso per la distruzione. Dopo aver compiuto un attentato a Londra in un grande magazzino (una scena di violenza improvvisa e scioccante), Wulfgar si trova braccato dalle autorità europee e decide di spostare il suo teatro di guerra a New York, sottoponendosi a una chirurgia plastica per cambiare volto e sfuggire alla cattura.
La trama si configura quindi come un classico gioco del gatto e del topo, ma con una variante sostanziale: il gatto (DaSilva) non vuole giocare. DaSilva e Fox vengono trasferiti a forza nell'ATAC (Anti-Terrorist Action Command), una nuova unità speciale creata per contrastare Wulfgar. Qui emerge il conflitto ideologico del film: la brutalità istintiva della strada contro la fredda strategia dell'intelligence federale. DaSilva è riluttante; per lui un poliziotto deve fronteggiare criminali che conosce, che capisce. Il terrorismo è un mostro alieno, una violenza indiscriminata che non segue le regole del "codice della strada". C'è una scena emblematica durante l'addestramento, in cui l'esperto dell'interpol (interpretato da Nigel Davenport) chiede a DaSilva se sarebbe capace di sparare a un terrorista che si fa scudo con un ostaggio. La risposta esitante di DaSilva sottolinea la sua umanità, in netto contrasto con la spietatezza chirurgica di Wulfgar.
Uno degli aspetti più interessanti di I falchi della notte è proprio la caratterizzazione del villain. Rutger Hauer costruisce un mostro moderno: elegante, colto, capace di sedurre una donna un momento prima di ucciderla. Wulfgar non è un fanatico religioso o politico nel senso stretto; è un predatore che gode del potere di vita e di morte. La sceneggiatura gli concede momenti di agghiacciante lucidità, come quando entra nelle discoteche di New York, annusando l'aria, scegliendo le sue vittime o i suoi contatti con la precisione di un lupo in un ovile. La sua presenza trasforma New York da giungla urbana a campo di battaglia internazionale.
La regia di Malmuth (o di Stallone, a seconda delle versioni sulla travagliata produzione) riesce a sfruttare al meglio le location. La New York ritratta non è quella scintillante di Woody Allen, ma una metropoli livida, umida, caotica. La fotografia privilegia i toni scuri, i blu notturni, i grigi dell'asfalto bagnato. Questa atmosfera è perfettamente accompagnata dalla colonna sonora di Keith Emerson (dei famosi Emerson, Lake & Palmer). Le musiche, un mix di rock progressivo e sintetizzatori pulsanti, conferiscono al film un ritmo ansiogeno, a tratti datato ma incredibilmente efficace nel creare tensione. Il basso martellante accompagna le sequenze di pedinamento, trasformandole in una danza macabra.
Il film contiene almeno due sequenze d'azione che sono entrate nella storia del genere. La prima è l'inseguimento nella metropolitana, che culmina in una sparatoria tesa e claustrofobica. Ma è la scena della funivia di Roosevelt Island a rimanere impressa nella memoria collettiva. Wulfgar prende in ostaggio un gruppo di delegati ONU su una cabina della funivia sospesa sopra l'East River. È un momento di cinema purissimo: la tensione spaziale, il vuoto sotto i piedi, l'impotenza della polizia a terra, e DaSilva che deve agire sospeso nel nulla. Qui vediamo la fisicità di Stallone, non ancora gonfiata dagli steroidi degli anni successivi, ma atletica, nervosa, reattiva. La sequenza è girata con un senso del pericolo reale, senza l'abuso di CGI che caratterizzerà il cinema decenni dopo.
Tuttavia, I falchi della notte non è esente da difetti, molti dei quali derivano dalla sua produzione problematica. Si narra che il film fosse nato inizialmente come una sceneggiatura per Il braccio violento della legge III, per poi essere riadattato. Le tensioni sul set tra Stallone e il regista portarono a un montaggio finale che sembra a tratti frettoloso, con buchi di sceneggiatura e transizioni brusche. La sottotrama riguardante l'ex moglie di DaSilva (interpretata da Lindsay Wagner, la "Donna Bionica") appare posticcia, inserita forse per dare una dimensione privata al protagonista che però non viene mai pienamente esplorata. Inoltre, la durata del film (poco più di 90 minuti) suggerisce che molto materiale sia stato tagliato, lasciando alcune dinamiche tra i personaggi solo abbozzate.
Nonostante queste imperfezioni, o forse proprio grazie a esse, il film possiede un fascino grezzo e nichilista. È un'opera che non cerca di rassicurare lo spettatore. La violenza è secca, brutale, priva di coreografie eleganti. Quando Wulfgar usa il suo coltello o piazza una bomba, non c'è glorificazione, solo orrore. Il finale, in particolare, è un capolavoro di ribaltamento delle aspettative. Senza svelare troppo, la resa dei conti finale non avviene in un luogo pubblico spettacolare, ma nell'intimità di una casa, e vede Stallone utilizzare uno stratagemma (un travestimento) che richiama l'inizio del film, chiudendo il cerchio narrativo in modo perfetto. Quella scena finale, con la sua esplosione di violenza improvvisa e il fermo immagine che ne segue, lascia lo spettatore stordito, senza il trionfalismo tipico degli action successivi.
In prospettiva storica, I falchi della notte è un film importante perché segna il passaggio del testimone. Da un lato c'è l'eredità del poliziesco anni '70, fatto di indagini lente, burocrazia e realismo; dall'altro c'è l'anticipazione dell'eroe d'azione solitario che deve infrangere le regole per salvare il mondo, figura che Stallone (e Schwarzenegger) avrebbero codificato negli anni a venire. Ma qui, DaSilva è ancora un uomo vulnerabile. Sanguina, ha paura, commette errori. Non è una macchina da guerra indistruttibile, è solo un poliziotto stanco che è stato costretto a combattere una guerra che non voleva.
Il confronto attoriale tra Stallone e Hauer rimane il cuore pulsante dell'opera. Se Stallone porta il peso e la gravitas dell'eroe proletario, Hauer porta l'eleganza e la follia del male assoluto. È raro, nei film d'azione, trovare un antagonista così ben delineato, capace di oscurare il protagonista. Hauer conferisce a Wulfgar una dimensione quasi tragica: è un uomo senza patria, senza ideali reali, condannato a correre e uccidere fino alla fine.
In conclusione, I falchi della notte è un film "cerniera", un neo-noir metropolitano che merita di essere riscoperto e rivalutato. Non ha la perfezione formale di Blade Runner (dove Hauer reciterà l'anno dopo) o l'impatto culturale di Rambo, ma possiede un'onestà di fondo e una capacità di intrattenere mantenendo alta la tensione che molti thriller moderni hanno perso. È un ritratto di una New York che non esiste più, una città di fantasmi e predatori, dove la linea tra ordine e caos è sottile come il cavo di una funivia sospesa nel vuoto. Un'opera livida, tesa come una corda di violino, che ci ricorda come il vero terrore non sia quello che esplode con fragore, ma quello che ti osserva silenzioso dall'altro lato della strada, confondendosi tra la folla della notte.
sky/now
Giorno maledetto (Bad Day at Black Rock) è un film del 1955 diretto da John Sturges.
Esistono film che non invecchiano perché la loro struttura è talmente solida, e il loro messaggio talmente universale, da trascendere le mode del tempo. Giorno maledetto (Bad Day at Black Rock), uscito nel 1955 e diretto da un magistrale John Sturges, è esattamente uno di questi gioielli. Non è solo un capolavoro di tensione; è un'opera che ha avuto il coraggio di guardare dritto negli occhi l'anima nera dell'America, mescolando i codici del Western classico con quelli del Noir e del dramma sociale.
Immaginate un deserto abbacinante, una cittadina che sembra un miraggio di polvere e un segreto così pesante da schiacciare chiunque provi a scalfirlo. Ecco dove ci porta Sturges.
Il film si apre con un’immagine iconica: un treno aerodinamico, il Streamliner, che frena bruscamente in mezzo al nulla, a Black Rock, una minuscola stazione sperduta nel deserto dell'Arizona. È un evento eccezionale; il treno non si ferma lì da quattro anni. Dalla carrozza scende un uomo solo, vestito di nero, con un braccio sinistro infilato in tasca: John J. Macreedy, interpretato da uno Spencer Tracy in uno dei suoi ruoli più potenti e misurati.
Macreedy è un veterano della Seconda Guerra Mondiale. La sua presenza è calma, ma la sua sola apparizione scatena un’ondata di paranoia collettiva. Perché è venuto? Cosa vuole? La cittadina di Black Rock non è accogliente; è una comunità chiusa, guardinga, composta da uomini che sembrano avere tutti qualcosa da nascondere. Il contrasto tra la modernità del treno e la natura quasi primordiale della cittadina stabilisce immediatamente il tono della pellicola: il passato sta per scontrarsi con un presente che chiede conto dei propri peccati.
Sebbene Giorno maledetto sia ambientato nel 1947, dunque nel secondo dopoguerra, respira l'aria del Western. C'è il saloon, c'è il deserto, ci sono gli uomini duri e c'è lo sceriffo ubriacone e inutile. Tuttavia, Sturges opera una de-costruzione del mito della frontiera. Black Rock non è il luogo della libertà, ma della prigionia psicologica.
Macreedy sta cercando un uomo di nome Komoko, un contadino giapponese-americano. Non appena pronuncia quel nome, l'atmosfera si gela. I residenti, guidati dal carismatico e minaccioso Reno Smith (un eccellente Robert Ryan), cercano di scoraggiarlo, di intimidirlo, di sabotarlo. Macreedy scopre presto che Komoko non è "andato via" come dicono tutti; Komoko è stato vittima di un crimine orrendo commesso dalla comunità stessa all'indomani dell'attacco di Pearl Harbor.
Il film diventa così una caccia all'uomo al contrario: l'uomo con un braccio solo, apparentemente vulnerabile, diventa il predatore morale che costringe i colpevoli a confrontarsi con la propria coscienza (o con la mancanza di essa).
La forza di Giorno maledetto risiede anche nelle interpretazioni di un cast di supporto che definire "stellare" è riduttivo. Oltre a Tracy e Ryan, troviamo:
Ernest Borgnine e Lee Marvin: interpretano i due scagnozzi di Smith, bulli brutali che incarnano la violenza cieca e l'obbedienza acritica.
Walter Brennan: nel ruolo di Doc Velie, l'unico cittadino che conserva un briciolo di decenza, ma che è paralizzato dalla paura.
Anne Francis: l'unica presenza femminile, che rappresenta la via di fuga ma anche la complicità passiva.
La dinamica tra Spencer Tracy e Robert Ryan è il fulcro del film. Tracy recita con una sottrazione millimetrica: ogni suo gesto, ogni sguardo sopra il colletto rialzato della giacca, comunica un'autorità morale incrollabile. Ryan, d'altra parte, dà vita a un villain complesso, non una semplice caricatura, ma un uomo divorato dall'odio razziale e dalla necessità di mantenere il potere sul suo piccolo feudo di polvere.
Ciò che rende Giorno maledetto un film rivoluzionario per il 1955 è il suo coraggio politico. È stato uno dei primi film hollywoodiani di alto profilo ad affrontare apertamente il trattamento riservato ai giapponesi-americani durante la Seconda Guerra Mondiale.
Mentre il mondo festeggiava la vittoria contro il fascismo, in patria l'odio razziale portava all'internamento di migliaia di cittadini innocenti e, come suggerisce il film, a episodi di violenza sommaria. Komoko non è solo una vittima; è il simbolo di una vergogna nazionale che l'America degli anni '50 preferiva seppellire. Macreedy, portando con sé la medaglia al valore del figlio di Komoko (morto in Italia salvando la vita proprio a Macreedy), funge da specchio della verità.
Nota di stile: Sturges non mostra mai Komoko. La sua assenza è più potente di qualsiasi flashback. È un vuoto che urla, un fantasma che infesta ogni vicolo di Black Rock.
John Sturges è un maestro dell'economia narrativa. Il film dura solo 81 minuti, ma non c'è un secondo sprecato. L'uso del CinemaScope (il formato panoramico) è tra i migliori della storia del cinema. Invece di usare lo spazio ampio per mostrare grandi battaglie, Sturges lo usa per isolare i personaggi. Spesso vediamo Macreedy da un lato dell'inquadratura e gli abitanti di Black Rock dall'altro, separati da un immenso vuoto che sottolinea l'isolamento morale del protagonista.
Un'altra scena leggendaria è il combattimento nel bar. Macreedy, provocato ripetutamente da Coley Trimble (Ernest Borgnine), reagisce usando il karate (o meglio, tecniche di difesa ravvicinata derivate dalle arti marziali orientali). Per il pubblico del 1955, vedere un uomo con un solo braccio atterrare un gigante usando la tecnica anziché la forza bruta fu uno shock visivo e narrativo incredibile. È il trionfo dell'intelligenza e della disciplina sulla violenza barbara.
Il film è intriso di simbolismo. Il braccio mancante di Macreedy non è solo un residuo della guerra; è la rappresentazione fisica del "sacrificio" che l'America ha compiuto, ma è anche ciò che lo rende un "diverso", permettendogli di empatizzare con Komoko.
Black Rock è, metaforicamente, un'isola. È circondata dal deserto come se fosse circondata dall'acqua. È un luogo dove il tempo si è fermato al giorno del crimine. La risoluzione finale, con il fuoco che purifica (letteralmente e metaforicamente) le menzogne di Reno Smith, è una chiusura necessaria e catartica.
Perché riscoprirlo oggi?
Giorno maledetto rimane attuale perché parla di complicità. Non è solo un film su chi ha premuto il grilletto, ma su chi è rimasto a guardare, su chi ha taciuto per convenienza e su chi ha avuto paura di parlare. In un'epoca di polarizzazione e di tensioni sociali, il monito del film è cristallino: l'indifferenza è la culla dell'ingiustizia.
La pellicola ci ricorda che la legge non sempre coincide con la giustizia, e che ci vuole un individuo eccezionale per scuotere una comunità dal suo torpore morale. Spencer Tracy, con la sua interpretazione granitica, ci regala un eroe umano, stanco, ma assolutamente incorruttibile.
In definitiva, Giorno maledetto è un meccanismo di precisione. È un thriller che tiene incollati alla sedia, un dramma che commuove e un saggio politico che fa riflettere. John Sturges ha creato un'opera che sfida le definizioni, regalandoci uno dei finali più asciutti e potenti del cinema classico: il treno riparte, Macreedy se ne va, ma Black Rock non sarà mai più la stessa. Il silenzio è stato rotto.
raiplay
Bernie è un film del 2011 diretto da Richard Linklater
Se esiste un film capace di sfidare ogni etichetta di genere, oscillando con grazia tra la commedia nerissima, il documentario antropologico e il dramma giudiziario, quel film è senza dubbio Bernie. Uscito nel 2011 e diretto da quel camaleonte della regia che è Richard Linklater, la pellicola ci trascina nel cuore profondo dell'East Texas per raccontarci una storia così assurda che, se non fosse terribilmente vera, sembrerebbe il parto della mente di uno sceneggiatore sotto l'effetto di troppi caffè.
Bernie non è solo il racconto di un omicidio; è un'esplorazione sociologica su quanto la "gentilezza" possa pesare più della legge sulla bilancia della giustizia popolare.
Al centro di tutto c'è Bernie Tiede. Immaginate l'uomo più gentile del mondo: un assistente necroforo che non si limita a preparare i corpi, ma consola le vedove, canta con voce angelica durante i funerali, partecipa a ogni attività cittadina e sembra spinto da un’empatia quasi soprannaturale. Jack Black qui offre la performance della vita, abbandonando (in parte) la sua tipica esuberanza fisica per lavorare di sottrazione, adottando un accento texano dolciastro e movenze misurate che rendono il personaggio tanto adorabile quanto, a tratti, inquietante nella sua perfezione.
Bernie arriva a Carthage, una cittadina dove tutti si conoscono, e diventa in breve tempo il cittadino più amato. È l'amico che tutti vorrebbero, il genero ideale, l'uomo che rende la morte un passaggio meno traumatico grazie alla sua dedizione al lavoro e al prossimo.
La svolta avviene quando Bernie incontra Marjorie Nugent, interpretata da una glaciale e magistrale Shirley MacLaine. Marjorie è l'esatto opposto di Bernie: è la donna più ricca della città, ma anche la più odiata. È acida, arrogante, isolata dalla sua stessa famiglia e pronta a trattare chiunque come un servo.
Contro ogni logica, tra i due nasce un legame. Bernie diventa il suo compagno costante, il suo assistente personale, il suo unico amico. Ma quello che inizia come un atto di carità cristiana si trasforma presto in una prigione dorata. Marjorie diventa ossessiva, possessiva e psicologicamente violenta, riducendo Bernie a uno stato di servitù totale.
Il film descrive questo rapporto come una lenta erosione della volontà. Vediamo Bernie, l'uomo che sorride a tutti, appassire sotto i colpi del carattere impossibile di Marjorie. Ed è qui che accade l'impensabile: in un momento di totale esaurimento nervoso, Bernie spara quattro colpi di fucile alla schiena della signora Nugent.
Quello che segue l'omicidio è la parte più surreale del film. Bernie non scappa, non si dispera in modo plateale. Nasconde il corpo di Marjorie in un congelatore a pozzetto, sotto strati di cibo surgelato, e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Per nove mesi, Bernie racconta a tutti che la signora Nugent è malata, in viaggio o troppo impegnata per ricevere visite.
Nel frattempo, Bernie inizia a usare il vasto patrimonio della vedova per fare del bene. Finanzia borse di studio, aiuta i commercianti locali, compra ali per l'organo della chiesa e regala auto a chi ne ha bisogno. La città di Carthage fiorisce grazie ai soldi di una donna morta, amministrati dall'uomo più generoso della comunità.
Il paradosso morale: La comunità riceve più beneficio da Marjorie morta e "gestita" da Bernie, di quanto ne avesse mai ricevuto da Marjorie viva. Questo solleva una domanda scomoda: il valore di una persona risiede nella sua esistenza biologica o nell'impatto (positivo o negativo) che ha sugli altri?
Richard Linklater compie una scelta stilistica geniale: intervalla la narrazione cinematografica con interviste a veri cittadini di Carthage (i cosiddetti "gossipers"). Questi personaggi, che siedono sotto i loro portici o nelle tavole calde, commentano i fatti con un umorismo involontario e una schiettezza tipicamente texana.
Le loro testimonianze non sono solo un espediente comico, ma servono a costruire il contesto culturale in cui il delitto è maturato. Attraverso le loro parole, capiamo che a Carthage essere gentili è una virtù superiore all'essere onesti. Molti cittadini, anche dopo la scoperta del cadavere, continuano a difendere Bernie, arrivando a dire che "Marjorie meritava di essere uccisa" o che "Bernie deve aver avuto le sue buone ragioni".
A rompere l'idillio tra il killer gentile e la comunità arriva Danny Buck Davidson, il procuratore distrettuale interpretato da un Matthew McConaughey in stato di grazia (siamo in pieno periodo "McConaissance"). Danny Buck è un uomo di legge tutto d'un pezzo, con un pizzico di esibizionismo politico, che si rende conto di una realtà assurda: non riesce a trovare una giuria imparziale a Carthage perché tutti amano l'imputato e odiano la vittima.
Il conflitto del film si sposta quindi dal "chi ha ucciso" (che sappiamo fin dall'inizio) al "come si può condannare qualcuno che la società ha già perdonato". Danny Buck è costretto a chiedere un cambio di sede per il processo, spostandolo in una città dove la "magia" di Bernie non ha effetto, per evitare che l'uomo venga assolto per acclamazione popolare nonostante la confessione.
Bernie scava nelle pieghe dell'ipocrisia sociale e religiosa. Bernie Tiede è un uomo che ha costruito la sua intera identità sulla negazione del sé a favore degli altri. Il suo omicidio non è un atto di cattiveria, ma l'esplosione violenta di una personalità che non ha mai imparato a dire "no".
Uno dei momenti più celebri del film è il monologo di uno dei cittadini che spiega le diverse zone del Texas utilizzando una mappa. Questa scena non è solo colore locale; serve a spiegare come la cultura dell'East Texas (più simile al Sud profondo, con i suoi boschi e la sua religiosità opprimente) influenzi il comportamento dei personaggi. Bernie è un prodotto di quell'ambiente: educato, devoto, ma capace di nascondere segreti terribili dietro una facciata di decoro.
Il film ci mette in una posizione scomoda. Tipicamente, nei film true crime, empatizziamo con la vittima. Qui, Linklater e MacLaine rendono Marjorie Nugent così odiosa che lo spettatore si ritrova quasi a fare il tifo per Bernie. È un esperimento di manipolazione emotiva: quanto siamo disposti a perdonare a un assassino se la vittima era una persona sgradevole?
Linklater mantiene una fedeltà impressionante ai fatti reali. Il vero Bernie Tiede è stato effettivamente condannato, e il film ha avuto un impatto reale sulla sua vita: dopo l'uscita della pellicola, sono emersi nuovi dettagli sugli abusi subiti da Bernie nell'infanzia, che hanno portato a una revisione della sua pena.
Bernie è un film prezioso perché non cerca di dare risposte facili. Non santifica Bernie (ci ricorda costantemente che ha sparato a una donna anziana alle spalle) e non demonizza Marjorie oltre il necessario (mostrandoci anche la sua solitudine). È una ballata noir che parla della complessità dell'animo umano e della bizzarria della vita di provincia.
La regia di Linklater è invisibile ma precisissima, capace di dare spazio agli attori e alle "facce" reali del Texas. Jack Black, in particolare, dimostra una profondità che pochi gli accreditavano, regalandoci un personaggio che rimane impresso per la sua tragica dolcezza.
In definitiva, Bernie ci insegna che la verità non è mai bianca o nera, specialmente se viene raccontata davanti a una tazza di tè dolce in un pomeriggio afoso del Texas. È un film che fa ridere di gusto, ma che lascia un retrogusto amaro e una domanda persistente: cosa faremmo noi se la persona più gentile che conosciamo facesse la cosa più terribile immaginabile?
prime
Il professore e il pinguino (The Penguin Lessons) è un film del 2024 diretto da Peter Cattaneo
Il professore e il pinguino (The Penguin Lessons), diretto da Peter Cattaneo e presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival del 2024, è uno di quei film che sembrano arrivare al momento giusto per ricordarci la bellezza della gentilezza disinteressata. Tratto dall'omonimo libro di memorie di Tom Michell, il film vede come protagonista un magistrale Steve Coogan nei panni di un insegnante britannico la cui vita viene stravolta dall'incontro con un piccolo, testardo pinguino di Magellano.
Ecco un'analisi approfondita di questa pellicola, che mescola sapientemente il dramma storico, la commedia britannica e la tenerezza del legame tra uomo e natura.
La storia si svolge a metà degli anni '70. Tom Michell (Steve Coogan) è un uomo che sembra aver scelto l'esilio volontario. Disilluso dalla vita in Gran Bretagna, accetta un posto di insegnante in una prestigiosa ma austera scuola bilingue in Argentina. Il Paese, tuttavia, non è il paradiso che sperava: è un luogo sull'orlo del collasso politico, segnato da un'inflazione galoppante e dall'ombra cupa del regime militare.
Durante una breve vacanza in Uruguay, Tom si imbatte in una scena straziante: una spiaggia ricoperta di petrolio dopo un disastro ambientale, dove centinaia di pinguini giacciono morti o morenti. Tra questi, uno è ancora vivo. Nonostante il suo pragmatismo britannico gli suggerisca di non intervenire, Tom non riesce a voltarsi dall'altra parte. Pulisce l'animale e cerca di rimetterlo in mare, ma il pinguino si rifiuta di lasciarlo.
Ribattezzato Juan Salvador (Giovanni Salvatore), il pinguino diventa il compagno di viaggio clandestino di Tom. Il professore riesce a contrabbandarlo attraverso la frontiera e a portarlo nel suo appartamento all'interno del collegio maschile dove insegna. Quello che inizia come un "salvataggio temporaneo" si trasforma in una convivenza che cambierà per sempre il clima della scuola e la vita interiore di Tom.
Peter Cattaneo è un regista che ha costruito la sua carriera sulla capacità di trovare l'umanità nelle situazioni più disparate. Se in Full Monty aveva esplorato la dignità della classe operaia attraverso lo spogliarello, qui utilizza un pinguino come catalizzatore per esplorare la solitudine e la guarigione emotiva.
Cattaneo evita sapientemente le trappole del sentimentalismo spicciolo. Non trasforma Juan Salvador in un animale parlante o in una caricatura Disney; il pinguino resta un pinguino, con le sue esigenze, i suoi odori e la sua goffaggine. La forza della regia sta nel mostrare come la presenza di un essere così vulnerabile eppure resiliente riesca a "scongelare" le barriere emotive degli esseri umani che lo circondano.
Steve Coogan offre una delle sue interpretazioni più mature. Il suo Tom Michell è un uomo che nasconde il dolore dietro un velo di ironia e distacco professionale. È un insegnante che ha perso la scintilla, che vede il suo lavoro come una routine necessaria per sopravvivere in un Paese che non comprende appieno.
L'interazione tra Coogan e il pinguino (interpretato da veri pinguini addestrati con l'ausilio di minimi effetti digitali per la sicurezza degli animali) è il cuore pulsante del film. Coogan recita con gli occhi: la sua trasformazione da uomo chiuso in se stesso a protettore affettuoso è graduale e credibile. Le conversazioni che Tom intrattiene con Juan Salvador — che ovviamente non risponde se non con piccoli versi e movimenti della testa — fungono da confessionale, permettendo al pubblico di accedere ai pensieri più intimi del protagonista.
Juan Salvador non è solo un "personaggio carino". Nel contesto del film, rappresenta l'innocenza che cerca di sopravvivere in un mondo sporco (letteralmente, a causa del petrolio, e metaforicamente, a causa della politica).
Nella scuola, il pinguino diventa una sorta di terapeuta non ufficiale. I ragazzi del collegio, spesso figli di famiglie benestanti ma emotivamente distanti, trovano in Juan Salvador un confidente. Particolarmente toccante è il rapporto tra il pinguino e un giovane studente emarginato, che grazie alla cura per l'animale trova il coraggio di uscire dal proprio guscio. Juan Salvador diventa il centro gravitazionale di una comunità frammentata, ricordando a tutti — insegnanti e studenti — il valore dell'empatia.
Un aspetto che eleva Il professore e il pinguino rispetto ad altri film sugli animali è il suo sfondo storico. Il film non ignora la realtà brutale dell'Argentina dell'epoca. Le sparizioni, i posti di blocco militari e il senso di paura costante permeano l'atmosfera.
Questa scelta narrativa crea un contrasto potente: mentre Tom si preoccupa di trovare del pesce fresco per il suo pinguino sulla terrazza della scuola, fuori dalle mura del collegio il mondo sta cambiando in modo violento. La vulnerabilità del pinguino riflette la vulnerabilità dei cittadini sotto una dittatura. Questa tensione politica aggiunge uno strato di gravitas che rende il finale del film ancora più impattante.
Il tema centrale è che, salvando Juan Salvador, Tom finisce per salvare se stesso. La responsabilità di prendersi cura di un altro essere vivente lo costringe a riconnettersi con il mondo esterno e con i propri sentimenti. È un inno alla "cura" intesa come atto rivoluzionario in un mondo cinico.
Sebbene non sia un film di denuncia ecologista in senso stretto, la sequenza iniziale del disastro petrolifero è un potente promemoria dell'impatto distruttivo dell'uomo sulla natura. Il fatto che Juan Salvador sia un "sopravvissuto" rende la sua presenza una testimonianza vivente della fragilità del nostro ecosistema.
Il film esplora la profondità dei legami che possiamo formare con creature diverse da noi. Non c'è bisogno di un linguaggio comune quando c'è il mutuo soccorso. Il pinguino non è un giocattolo, ma un individuo con una propria dignità e personalità.
La ricostruzione dell'Argentina degli anni '70 è impeccabile. Dai costumi alle auto d'epoca, fino alla fotografia calda e leggermente sgranata, il film trasporta lo spettatore in un'epoca passata. Le location, che spaziano dalle spiagge selvagge dell'Uruguay ai corridoi polverosi del collegio argentino, contribuiscono a creare un senso di isolamento e scoperta.
La colonna sonora accompagna delicatamente le scene, sottolineando i momenti di umorismo senza mai sovrastare la naturalezza delle interpretazioni. Cattaneo sceglie spesso il silenzio o i suoni ambientali, lasciando che siano i gesti di Coogan e i movimenti del pinguino a parlare.
Il professore e il pinguino è un film raro. In un panorama cinematografico spesso dominato da grandi franchise o drammi eccessivamente cupi, questa pellicola brilla per la sua semplicità e la sua onestà intellettuale. Non cerca di stupire con effetti speciali, ma con la verità dei sentimenti.
È una storia che parla di come le piccole azioni — come pulire le piume di un uccello sporco di catrame — possano avere un effetto domino incredibile sulle persone intorno a noi. È un film che fa ridere (la scena del bagno del pinguino è un piccolo gioiello di commedia fisica) e che fa riflettere profondamente sulla nostra capacità di amare e proteggere.
Nota di riflessione: Mentre guardiamo Tom Michell lottare per la vita di Juan Salvador, non possiamo fare a meno di chiederci quanto spesso ignoriamo le "richieste d'aiuto" che ci arrivano ogni giorno, non solo dalla natura, ma anche dalle persone accanto a noi.
In definitiva, la pellicola di Peter Cattaneo è un tributo alla vita in tutte le sue forme, un promemoria che anche nei tempi più bui della storia, esiste sempre uno spazio per la compassione. Se amate le storie che scaldano il cuore senza spegnere il cervello, questo è un film che non potete assolutamente perdere.
sky/now
La vita va così è un film del 2025 diretto da Riccardo Milani.
Con "La vita va così", Riccardo Milani compie un'operazione coraggiosa e poetica: sposta il suo sguardo dalle montagne d'Abruzzo di Un mondo a parte alle coste selvagge e millenarie della Sardegna. Il film si ispira a una storia vera che ha del leggendario, quella di Ovidio Marras, il pastore che con il suo ostinato "no" riuscì a fermare un colosso dell'edilizia di lusso che voleva cementificare il paradiso di Capo Malfatano.
Milani trasforma questa cronaca giudiziaria e umana in una commedia sociale di rara potenza, dove il riso non è mai fine a se stesso, ma serve a veicolare una riflessione profonda sul senso di appartenenza e sul valore incalcolabile della dignità.
Il cuore pulsante del film è la figura di Efisio Mulas, interpretato non da un attore professionista ma da un vero pastore di 84 anni, Giuseppe Ignazio Loi. Questa scelta di casting è il primo grande colpo di genio di Milani: la faccia di Loi, scavata dal sole e dal vento, è la mappa geografica e morale del film.
La trama si sviluppa attorno a un bivio epocale. Siamo alla fine degli anni '90, sulla soglia del nuovo millennio. Un potente gruppo immobiliare milanese, guidato dal carismatico e spregiudicato Giacomo (un immenso Diego Abatantuono), ha un piano ambizioso: trasformare una lingua di costa incontaminata nel sud della Sardegna in un resort ultra-lusso. L'unico ostacolo? Un piccolo appezzamento di terra di proprietà di Efisio, un sentiero millenario che il pastore usa per portare le sue pecore al mare.
Efisio non vuole i milioni offerti. Non vuole il "progresso" promesso. Semplicemente, lui è lì da sempre, e i suoi avi prima di lui. Per Giacomo e per la sua squadra di consulenti, questo rifiuto è inconcepibile: in un mondo dove tutto ha un prezzo, Efisio è l'anomalia che rischia di far crollare un impero.
Il film gioca magistralmente sullo scontro tra due mondi che non si capiscono, pur parlando la stessa lingua.
Abatantuono torna a collaborare con Milani offrendo una performance stratificata. Il suo Giacomo è l'incarnazione del capitalismo rampante milanese, ma non è un cattivo da fumetto. È un uomo convinto che il benessere passi per il cemento e il profitto, un predatore che però, nel corso del film, inizia a subire il fascino ipnotico di quella terra che vorrebbe distruggere. I suoi scambi con Efisio sono lezioni di filosofia involontaria: da una parte il logorio della velocità e del "fare", dall'altra la stasi sacra di chi sa aspettare le stagioni.
Dopo il successo di Un mondo a parte, Virginia Raffaele si conferma la musa di Milani. Interpreta Francesca, la figlia di Efisio. È il personaggio "ponte": vive il conflitto tra l'amore per il padre e la voglia di un futuro diverso per la sua comunità, spesso tentata dalle promesse di lavoro e sviluppo. La Raffaele compie un lavoro straordinario sulla lingua sarda, evitando la macchietta e donando a Francesca una fierezza malinconica che è l'anima emotiva della pellicola.
Sorprendente la prova di Aldo Baglio nel ruolo di Mariano, il capo cantiere incaricato di mediare tra l'azienda e i locali. Aldo si stacca completamente dalla comicità del trio e offre un ritratto di uomo pragmatico, "di mezzo", che si ritrova incastrato tra il dovere professionale e il richiamo delle proprie radici.
In La vita va così, la Sardegna non è un fondale, ma un personaggio attivo. Milani, insieme ai direttori della fotografia Simone D’Onofrio e Saverio Guarna, evita accuratamente l'effetto "cartolina Costa Smeralda". La Sardegna che vediamo è quella aspra di Teulada, fatta di rocce calcaree, arbusti di mirto e un mare che non è ludico, ma è un confine metafisico.
Il film indugia sui tempi lunghi: il silenzio dei pascoli, il suono dei campanacci, il rumore del vento che sferza le scogliere. Questa lentezza narrativa è funzionale a far sentire allo spettatore il peso del tempo di Efisio, contrapposto al montaggio frenetico delle scene ambientate negli uffici di Milano o nei cantieri. La natura qui è "scandalosa" perché è rimasta intatta, e il film ci sfida a chiederci: abbiamo davvero il diritto di cambiarla?
Il titolo, "La vita va così", è una frase che torna spesso nel film. È l'espressione di un fatalismo che non è rassegnazione, ma accettazione dei cicli naturali e della propria identità.
Una parte consistente del film segue il lungo contenzioso legale. Vediamo come il sistema cerchi di piegare Efisio attraverso cavilli burocratici, espropri e pressioni sociali. La comunità stessa si spacca: ci sono i giovani che sperano in un impiego nel resort e i vecchi che temono la fine del loro mondo. Milani ha il merito di non nascondere queste contraddizioni, rendendo il film una cronaca onesta di una lotta di classe moderna.
Attraverso il personaggio di Giacomo, il film solleva una questione attualissima nel 2026: esiste un capitalismo etico? È possibile portare sviluppo senza distruggere l'identità? La risposta del film è affidata alla figura della giudice Giovanna (Geppi Cucciari, tagliente e precisa nel suo ruolo), chiamata a decidere se il diritto di un singolo pastore possa prevalere sull'interesse economico di migliaia di persone.
Perché questo film ha battuto ogni record di incassi in Italia, arrivando a sfidare persino i numeri di colossi come Avatar nel mercato nazionale? La risposta risiede nel bisogno del pubblico di ritrovare storie di integrità.
In un mondo digitale, veloce e spesso privo di radici, la figura di un pastore che rifiuta milioni di euro per continuare a camminare sulla sua terra ha una forza magnetica. Il film su Netflix ha beneficiato di un passaparola globale, diventando un simbolo della lotta ambientalista e del movimento per la tutela dei territori.
Milani è riuscito a fare quello che gli riesce meglio: unire l'Italia. Ha fatto ridere i milanesi delle proprie nevrosi e ha commosso i sardi (e non solo) per la dignità del loro popolo. La sequenza finale, con Efisio che guarda l'orizzonte mentre le ruspe si allontanano, è già entrata nella storia del nostro cinema: un momento di silenzio assordante che vale più di mille dialoghi.
Con questo lavoro, Riccardo Milani completa una sorta di "trilogia della restanza" (iniziata idealmente con Grazie Ragazzi e proseguita con Un mondo a parte). È un cinema che si occupa degli ultimi, degli invisibili, di chi vive ai margini del sistema produttivo ma ne conserva il cuore morale.
La sua regia è diventata col tempo più essenziale, meno legata ai tempi della televisione e più vicina a un realismo poetico che ricorda a tratti il miglior Ermanno Olmi, ma con la capacità di intrattenimento tipica della grande commedia all'italiana. Milani ci dice che "la vita va così" solo se glielo permettiamo, e che a volte, per andare avanti, bisogna avere il coraggio di stare fermi.
La vita va così è un film necessario perché ci ricorda che la memoria è un'azione politica. Non è un caso che nel 2026 sia il titolo più consigliato dagli algoritmi di Netflix: in un'epoca di cambiamenti climatici e incertezza, la fermezza di Efisio Mulas è una bussola per tutti noi.
È un'opera che diverte, indigna e infine consola, lasciandoci addosso il profumo del sale e della terra sarda, e la consapevolezza che, dopotutto, la dignità non è in vendita. Un capolavoro di equilibrio che segna l'apice della carriera di Riccardo Milani.
Nella vasta e scintillante filmografia di Dino Risi, il regista che più di ogni altro ha saputo vivisezionare l'anima dell'Italia del boom economico, esiste un titolo che spesso viene oscurato dai giganti come Il sorpasso o I mostri. Si tratta de Il giovedì, pellicola del 1964 che rappresenta forse il punto più alto della sensibilità malinconica di Risi. Se in altri film il regista usa il bisturi per deridere i vizi nazionali, qui usa una lente d'ingrandimento per osservare la fragilità di un uomo che cerca disperatamente di non apparire per quello che è: un perdente.
Uscito in un periodo di transizione per la società italiana, il film è un ritratto intimo, quasi cameristico, che si svolge nell'arco di una singola giornata. È la storia di un incontro, di un confronto generazionale e, soprattutto, di una grande menzogna che crolla sotto il peso della tenerezza.
Al centro della narrazione troviamo Dino (interpretato da un immenso Walter Chiari), un uomo sulla quarantina che vive di espedienti, bugie e una perenne, frenetica insicurezza. Dino è il prototipo dell'italiano medio degli anni '60 che non è riuscito a salire sul carro del benessere: vive in una stanza in affitto, ha debiti ovunque e la sua "attività" lavorativa è talmente nebulosa da risultare inesistente.
Tuttavia, Dino possiede quella parlantina, quella "scioltezza" tipica dei personaggi di Walter Chiari, che usa come scudo contro la realtà. Quando lo incontriamo, è il suo giorno: è giovedì, il giorno in cui, dopo anni di assenza e battaglie legali con l'ex moglie (una donna pragmatica e benestante che vive ora con un industriale svizzero), gli è concesso di vedere suo figlio Robertino.
Dino non vuole presentarsi al figlio come l'uomo fallito che è. La sua intera giornata è costruita come una messa in scena teatrale. Affitta una macchina che non può permettersi, mente sul suo lavoro, inventa amicizie influenti e cerca di proiettare l'immagine di un padre dinamico, moderno e di successo. È un uomo che recita la parte del "dongiovanni" e dell'uomo d'affari per nascondere il vuoto di un'esistenza priva di radici.
A fare da contraltare a questa figura esplosiva e sconclusionata c'è Robertino (Roberto Ciccolini), un bambino di otto anni che sembra aver saltato a piè pari l'infanzia per approdare direttamente a una maturità precoce e un po' triste. Cresciuto in un ambiente asettico, disciplinato e lussuoso tra la Svizzera e i quartieri alti di Roma, Robertino è l'esatto opposto di suo padre.
Il bambino osserva Dino con una curiosità mista a scetticismo. Non ride alle battute del padre, non si lascia incantare dai regali vistosi e sembra percepire immediatamente l'inconsistenza delle storie che gli vengono raccontate. Il rapporto tra i due è, inizialmente, una serie di cortocircuiti:
Dino cerca il divertimento fracassone, la spiaggia, il rumore.
Robertino cerca logica, puntualità e risposte serie.
In questo scontro, Risi mette in luce il fallimento della figura paterna tradizionale. Dino non sa come fare il padre perché lui stesso non è mai diventato adulto; è un eterno "vitellone" rimasto intrappolato in un'adolescenza prolungata.
La struttura del film segue i due protagonisti attraverso diverse tappe nella città di Roma e sul litorale. Ogni tappa è un tassello che rivela la psicologia di Dino e il progressivo sciogliersi del ghiaccio nel cuore di Robertino.
Una delle sequenze più significative è l'incontro con Elsa (Michèle Mercier), la fidanzata di Dino. Elsa è una donna che lo ama ma che è esausta della sua immaturità. In sua presenza, la maschera di Dino scivola per la prima volta: vediamo l'uomo stanco, l'uomo che deve chiedere soldi, l'uomo che non ha un piano per il futuro. Robertino assiste a queste crepe nella facciata paterna con un silenzio che è più eloquente di mille rimproveri.
Il viaggio prosegue verso la spiaggia di Ostia. Qui, in un'ambientazione che ricorda le solitudini felliniane ma con un occhio molto più cinico e asciutto, Dino cerca di impressionare il figlio con la sua presunta prestanza fisica e la sua popolarità. Ma la spiaggia è deserta, il tempo è incerto, e il senso di malinconia si fa quasi insostenibile. È in questi momenti che il film di Risi smette di essere una commedia e diventa un dramma esistenziale mascherato.
Dino Risi è spesso ricordato come il regista "cattivo" della commedia all'italiana, colui che non risparmiava nulla ai suoi personaggi. In Il giovedì, però, la sua cattiveria è temperata da una profonda pietas.
Il regista non giudica Dino per le sue bugie. Al contrario, sembra comprenderne l'origine: la paura di non essere amato se non si è "qualcuno". La macchina da presa di Risi indugia sui primi piani di Walter Chiari, catturando i momenti in cui il sorriso si spegne e gli occhi rivelano lo smarrimento.
Il montaggio è serrato nelle scene di città, per riflettere l'ansia di Dino, ma si distende nei momenti di confronto tra padre e figlio, lasciando che il silenzio tra i due diventi il vero protagonista. Risi utilizza l'urbanistica di Roma — non quella dei monumenti, ma quella dei nuovi quartieri moderni e un po' freddi — per sottolineare l'alienazione dei suoi personaggi.
Il cuore del film risiede nel finale, uno dei momenti più commoventi di tutto il cinema italiano dell'epoca. Dopo una giornata passata a cercare di essere un "super-papà" da rotocalco, Dino crolla. La stanchezza e la consapevolezza della propria inadeguatezza hanno il sopravvento.
È proprio in questo momento di fragilità totale, quando Dino smette di mentire e si mostra per quello che è — un uomo solo, povero e un po' ridicolo — che scatta la vera connessione con Robertino. Il bambino, che aveva rifiutato il padre "eroe", accoglie il padre "uomo".
C'è una scena bellissima in cui i due sono in macchina e Robertino, finalmente, si addormenta sulla spalla di Dino. È un gesto di fiducia assoluta che non ha bisogno di parole. La bugia è finita, la verità è dolorosa, ma ha permesso la nascita di un legame reale. Il ritorno di Robertino alla madre è inevitabile, e il giovedì volge al termine, ma qualcosa è cambiato profondamente in entrambi.
Il film è una critica sottile ma feroce al mito del benessere a tutti i costi. Dino sente di dover possedere una bella macchina e avere soldi in tasca per essere un uomo rispettabile. Il film ci dice che questa rincorsa al consumo ha distrutto i rapporti umani autentici, sostituendoli con una recita sociale permanente.
Dino rappresenta la crisi del maschio italiano del dopoguerra. Non è più il patriarca autoritario, ma non è ancora l'uomo consapevole dei propri limiti. È un individuo sospeso, che cerca conferme nelle donne e nel successo materiale, ma che si sente intimamente svuotato.
Robertino rappresenta una generazione di bambini "adultizzati" troppo presto dalla mancanza di affetto reale e dall'eccesso di benessere materiale. La sua serietà è un atto d'accusa contro un mondo di adulti che gioca a fare la guerra o a fare i soldi, dimenticandosi della semplicità.
Non si può parlare de Il giovedì senza celebrare la performance di Walter Chiari. Spesso relegato a ruoli brillanti o televisivi, qui Chiari dimostra una gamma drammatica straordinaria. Il suo Dino è logorroico, fastidioso, patetico, ma anche infinitamente simpatico. Chiari mette nel personaggio molto della sua vita reale: quel senso di instabilità e quel fascino un po' sgualcito che lo hanno reso un'icona.
L'attore riesce a rendere credibile il passaggio dalla gioia forzata alla disperazione silenziosa in pochi fotogrammi. La sua interpretazione è il motore che impedisce al film di scivolare nel patetismo, mantenendo un equilibrio perfetto tra risata e pianto.
Il giovedì è un film prezioso perché non cerca il colpo di scena o la morale facile. Ci dice che la vita è fatta di momenti rubati, di piccoli giovedì che non cambiano il corso del destino (Dino probabilmente tornerà ai suoi debiti e Robertino alla sua disciplina svizzera), ma che lasciano un segno indelebile nell'anima.
È un film sulla dignità degli sconfitti e sulla bellezza del perdono. Dino Risi, con la sua regia asciutta e il suo sguardo disincantato, ci regala una lezione di umanità che è ancora oggi straordinariamente attuale. In un mondo che ci chiede costantemente di essere "vincenti" e di mostrare sui social la versione migliore di noi stessi, il povero Dino ci ricorda che solo quando smettiamo di fingere diventiamo degni di essere amati.
Riflessione finale: Il giovedì ci insegna che non sono i grandi eventi a definire un rapporto tra padre e figlio, ma la capacità di stare seduti insieme in un silenzio che non fa più paura.
Final Destination Bloodlines è un film del 2025 diretto da Zach Lipovsky e Adam Stein
Il 2025 sarà ricordato dagli appassionati del cinema horror come l'anno in cui la Morte ha ripreso il suo posto legittimo sul grande schermo. Dopo un silenzio durato quasi quattordici anni – un'eternità nell'industria cinematografica odierna, dove i franchise vengono spremuti annualmente – Final Destination: Bloodlines è arrivato nelle sale non solo come un semplice sequel, ma come una celebrazione del venticinquesimo anniversario della saga iniziata nel 2000.
Diretto dal duo visionario composto da Zach Lipovsky e Adam Stein, e prodotto dalla mente creativa dietro la trilogia di Spider-Man del MCU, Jon Watts, il film rappresenta un tentativo ambizioso di evolvere la formula classica del "progetto della Morte" senza tradirne le radici viscerali.
Per comprendere l'importanza di Bloodlines, bisogna guardare al vuoto che ha riempito. L'ultimo capitolo, Final Destination 5 (2011), era stato un successo di critica e pubblico grazie a un colpo di scena finale che chiudeva un cerchio narrativo perfetto, collegandosi direttamente all'apertura del primo film. Sembrava la conclusione definitiva.
Tuttavia, il concetto alla base di Final Destination – l'inevitabilità della morte e i complessi meccanismi di Rube Goldberg attraverso i quali essa opera – è troppo potente per rimanere inattivo. La genesi di Bloodlines è stata lunga e travagliata, segnata dalla pandemia e dagli scioperi di Hollywood del 2023, ma ciò ha permesso agli sceneggiatori Lori Evans Taylor e Guy Busick (già noto per il rilancio di Scream) di affinare uno script che rispondesse a una domanda fondamentale: come si può innovare una formula che si ripete identica da cinque film?
La risposta è arrivata attraverso la visione di Lipovsky e Stein. I due registi, noti per il thriller sci-fi indipendente Freaks (2018), hanno ottenuto l'incarico grazie a una presentazione leggendaria: durante la riunione su Zoom con i produttori, hanno simulato un incidente mortale in diretta, con tanto di ventilatore a soffitto che si staccava e "decapitava" uno dei due. Questo mix di ingegno tecnico e black humor è diventato il cuore pulsante di Bloodlines.
Come suggerisce il sottotitolo, Bloodlines (Linee di Sangue) sposta l'attenzione dal gruppo casuale di sopravvissuti a qualcosa di più profondo e ancestrale: la genealogia.
La protagonista è Stefani (interpretata da Brec Bassinger), una giovane donna tormentata da incubi vividi riguardanti una catastrofe imminente. A differenza dei film precedenti, dove la premonizione colpiva un evento specifico (aereo, autostrada, montagne russe), qui la minaccia è legata al passato. Stefani scopre che la sua esistenza è un'anomalia: è discendente di uno dei sopravvissuti originali che la Morte non è riuscita a reclamare decenni prima.
Il film introduce il concetto che la Morte non dimentica e non perdona, ma soprattutto, "accumula interessi". Se qualcuno scampa al proprio destino e procrea, i discendenti sono considerati "vite rubate", debiti che devono essere saldati. La premonizione iniziale avviene durante il crollo di una torre panoramica in un parco cittadino – una sequenza spettacolare che rivaleggia con l'incidente del ponte del quinto capitolo – ma la vera novità è la caccia sistematica all'albero genealogico.
Questa premessa narrativa alza la posta in gioco emotiva. Non si tratta più solo di salvare sé stessi, ma di proteggere la propria famiglia e il proprio diritto di esistere. Il tema del trauma generazionale, molto in voga nell'horror moderno (da Halloween a Hereditary), viene qui declinato nel linguaggio splatter e cinetico tipico del franchise.
Zach Lipovsky e Adam Stein hanno portato una freschezza visiva che mancava dai tempi del secondo capitolo diretto da David R. Ellis. La loro regia si distingue per l'uso creativo della tecnologia e della prospettiva.
Se nei primi anni 2000 la paura nasceva da oggetti analogici (tubi che perdono, viti allentate), in Bloodlines la Morte manipola il mondo digitale e la domotica. Vediamo scene in cui veicoli a guida autonoma, smart home e dispositivi indossabili diventano strumenti di esecuzione. Tuttavia, i registi sono stati attenti a mantenere quella fisicità granguignolesca che i fan amano.
Una delle sequenze più memorabili del film coinvolge un centro di smistamento pacchi automatizzato (chiaro riferimento alla logistica moderna tipo Amazon). La coreografia dei nastri trasportatori, dei bracci robotici e dei sensori laser crea una danza macabra di tensione insostenibile. Lipovsky e Stein dimostrano una maestria nel montaggio alternato, mostrando il "disegno" della Morte che prende forma pezzo dopo pezzo, illudendo lo spettatore di aver capito come avverrà il colpo, per poi sorprendere con una direzione completamente diversa all'ultimo secondo.
Inoltre, l'uso della CGI è stato sapientemente bilanciato con effetti pratici. I registi hanno dichiarato in diverse interviste di voler tornare alla "matericità" delle morti, rendendo il gore tangibile e doloroso, evitando l'effetto "cartone animato" che aveva afflitto Final Destination 4 (The Final Destination).
Un'analisi di Final Destination: Bloodlines non può prescindere dalla figura di William Bludworth, interpretato dall'iconico Tony Todd.
La presenza di Todd nel film assume un valore quasi sacro e malinconico, considerando la scomparsa dell'attore avvenuta nel novembre del 2024, poco prima dell'uscita del film. In Bloodlines, il ruolo del misterioso coroner viene espanso. Non è più solo un nunzio che spiega le regole del gioco ("La Morte non ama essere ingannata"), ma diventa parte integrante della mitologia.
Il film esplora, attraverso flashback e narrazione, il passato di Bludworth, suggerendo (senza mai confermare del tutto, mantenendo il mistero) che egli stesso potrebbe essere un sopravvissuto che ha fatto un patto, o forse un agente terreno della Morte stessa. La performance di Todd è, come sempre, magnetica: la sua voce profonda e la sua presenza scenica gravitas ancorano il film, fornendo quel ponte necessario tra il nuovo cast giovane e la storia ventennale della saga. Vedere Bludworth interagire con i discendenti dei protagonisti del passato chiude un cerchio narrativo emozionante per i fan di lunga data.
Il cuore pulsante di ogni Final Destination sono le sequenze di morte, e Bloodlines non delude. La creatività messa in campo dagli sceneggiatori e dai registi raggiunge vette di sadismo ingegnoso.
Il film gioca costantemente con le aspettative del pubblico, noto come "red herring" (false piste). In una scena ambientata in una palestra (un classico topos dell'horror), lo spettatore viene portato a temere pesi instabili, cavi tesi e liquidi scivolosi. La tensione viene costruita su questi elementi, per poi risolvere la scena con un elemento esterno completamente inaspettato che innesca una reazione a catena.
C'è anche una certa auto-ironia. I personaggi, essendo nel 2025, sono vagamente consapevoli delle "leggende urbane" riguardanti il volo 180 o l'incidente della Route 23. Questo meta-cinema permette ai personaggi di tentare contromosse più intelligenti rispetto al passato, come isolarsi in ambienti imbottiti e privi di oggetti pericolosi. Ovviamente, il film dimostra brillantemente che non esiste luogo sicuro: anche una stanza vuota può diventare letale se le fondamenta dell'edificio cedono o se un difetto microscopico nell'impianto di aerazione innesca un disastro.
Al di là del sangue e dello spettacolo, Bloodlines tocca corde filosofiche interessanti. Il tema centrale è il determinismo contro il libero arbitrio. Se i nostri antenati dovevano morire e sono sopravvissuti, noi siamo un "errore" nel codice dell'universo?
Il film riflette un'ansia tipica della Generazione Z: la sensazione di aver ereditato un mondo (e dei problemi) spezzato dalle generazioni precedenti. I protagonisti pagano il prezzo per le azioni dei loro nonni o genitori. La Morte non è un mostro con la maschera o un demone; è l'entropia, è l'ordine naturale che cerca di correggere un'anomalia. In un'epoca di crisi climatica e incertezza globale, l'idea che l'universo stia cercando di "fare pulizia" risuona in modo inquietante.
Inoltre, il concetto di "Bloodlines" introduce un dilemma morale: sacrificarsi per salvare la propria stirpe o cercare di ingannare la Morte sacrificando qualcun altro? Il film riprende la regola introdotta nel quinto capitolo ("Vita per vita"), ma la complica con i legami affettivi, rendendo le scelte dei personaggi strazianti.
Final Destination: Bloodlines riesce nell'impresa di rivitalizzare un brand che molti consideravano defunto. Zach Lipovsky e Adam Stein hanno confezionato un prodotto che rispetta sacralmente le regole del gioco (le premonizioni, i segnali, le catene di eventi), ma le aggiorna per un pubblico contemporaneo abituato a ritmi più serrati e a una narrazione più sofisticata.
Non è un film che cerca di elevare l'horror a dramma d'essai ("elevated horror"), ma accetta con orgoglio la sua natura di slasher soprannaturale, offrendo intrattenimento puro, tensione magistrale e quel senso di ineluttabilità che ti spinge a guardarti intorno con sospetto ogni volta che entri in una stanza o sali su un aereo.
Con Bloodlines, la Morte ha dimostrato ancora una volta di essere l'antagonista cinematografico definitivo: invisibile, invincibile e paziente. E come ci ha ricordato l'ultima, indimenticabile performance di Tony Todd, non importa quanto corriamo o quanto ci nascondiamo: alla fine, il disegno si completa sempre.
sky/now
Ultima notte a Soho (Last Night in Soho) è un film del 2021 diretto da Edgar Wright.
C'è qualcosa di profondamente seducente e, allo stesso tempo, di intrinsecamente pericoloso nella nostalgia. È quella nebbia dorata che filtra i ricordi, cancellando le asperità del passato per lasciarci solo il calore dei colori saturi e il ritmo di una musica che sembrava più vera. Edgar Wright, con Ultima notte a Soho (2021), decide di squarciare questo velo. Non è solo un film; è un’operazione di chirurgia estetica al contrario, dove il regista scortica la superficie scintillante della "Swinging London" degli anni '60 per rivelare il marciume, il sangue e il trauma che si celano sotto i neon di Piccadilly Circus.
Uscito in un periodo in cui il cinema sentiva il bisogno di tornare a respirare visioni originali, questo lavoro rappresenta una deviazione netta per Wright. Se lo avevamo amato per il montaggio frenetico e l'ironia della "Trilogia del Cornetto" o per l'energia cinetica di Baby Driver, qui ci troviamo di fronte a un autore che abbraccia il thriller psicologico e l'horror gotico moderno, pur mantenendo intatta la sua ossessione per il ritmo e la sincronia audiovisiva.
La storia ruota attorno a Eloise (una straordinaria Thomasin McKenzie), una ragazza della Cornovaglia con un amore viscerale per il passato. Eloise non vive nel 2021; lei abita i vinili di sua nonna, disegna abiti che sembrano usciti da un numero di Vogue del 1964 e possiede una sensibilità che scivola spesso nel paranormale. Quando viene ammessa a una prestigiosa scuola di moda a Londra, il suo entusiasmo si scontra immediatamente con la realtà cinica e crudele della metropoli moderna.
Londra, nel film di Wright, è un organismo predatore. Le compagne di corso di Eloise sono l'incarnazione della meschinità contemporanea, spingendo la ragazza a rifugiarsi in una stanza in affitto a Soho, gestita dall'enigmatica Ms. Collins (interpretata dalla leggendaria Diana Rigg, nel suo ultimo ruolo). È qui che il confine tra realtà e sogno inizia a sfaldarsi. Ogni notte, quando Eloise chiude gli occhi, non si limita a sognare gli anni '60: lei li attraversa.
In queste incursioni notturne, Eloise non è più solo una spettatrice. Diventa l'ombra, o meglio, il riflesso di Sandie (Anya Taylor-Joy). Sandie è tutto ciò che Eloise vorrebbe essere: sicura di sé, magnetica, bionda, ambiziosa e dotata di un talento che sembra destinato a conquistare il mondo. La sequenza del loro primo incontro visivo, mediato da uno specchio nel Cafe de Paris, è un capolavoro di tecnica cinematografica. Senza l'uso massiccio di CGI, Wright e il suo direttore della fotografia, Chung-hoon Chung, orchestrano una danza di riflessi in cui le due attrici si scambiano di posto in tempo reale.
Inizialmente, l'esperienza è inebriante. Eloise trae forza dai successi di Sandie. La sua timidezza svanisce, i suoi bozzetti migliorano, cambia persino colore di capelli per assomigliare alla sua musa notturna. Ma la nostalgia, come dicevamo, è un inganno. Ben presto, la scalata di Sandie verso il successo si rivela una discesa agli inferi fatta di sfruttamento, uomini predatori (incarnati dal viscido Jack, interpretato da Matt Smith) e compromessi morali che trasformano il sogno in una prigione.
Il cuore pulsante di Ultima notte a Soho risiede nella sua critica feroce alla romantizzazione del passato. Wright ci pone una domanda scomoda: perché desideriamo così tanto tornare in un'epoca che, per una donna, era profondamente pericolosa e limitante?
Mentre Eloise osserva la vita di Sandie sgretolarsi, il film muta pelle. Le luci calde e invitanti dei club si trasformano in rossi violenti e blu elettrici che ricordano il Giallo all'italiana di Dario Argento e Mario Bava. Gli uomini che circondano Sandie diventano ombre senza volto, fantasmi letterali che iniziano a perseguitare Eloise anche nella sua vita diurna. Qui il film affronta il tema della mascolinità tossica e della violenza sistemica. Soho non è solo il quartiere del divertimento; è un cimitero di sogni infranti dove le mura trasudano i peccati di generazioni di uomini che hanno considerato il corpo femminile come una merce di scambio.
"Londra è un posto dove si può facilmente scomparire, o essere calpestati." Questa frase risuona per tutto il film, ricordandoci che la bellezza della metropoli è costruita su strati di sofferenza dimenticata.
Dal punto di vista tecnico, Wright conferma di essere uno dei registi più dotati della sua generazione. La colonna sonora non è un semplice accompagnamento, ma il midollo spinale del film. Canzoni come "Downtown" di Petula Clark o "You're My World" di Cilla Black vengono utilizzate prima nella loro forma originale, gioiosa e speranzosa, per poi essere rallentate o distorte, diventando nenie funebri che accompagnano scene di tensione insostenibile.
Il montaggio, curato da Paul Machliss, lavora per associazione d'idee e di forme. Il passaggio dal presente al passato avviene spesso attraverso un movimento di macchina o un taglio sonoro che annulla i decenni. Wright utilizza Soho come un set a cielo aperto, riuscendo a catturare l'essenza del quartiere oggi — caotico, sporco, rumoroso — e a sovrapporvi la sua versione idealizzata del passato, creando un contrasto visivo che alimenta il senso di alienazione della protagonista.
Bisogna spendere parole importanti per il cast. Thomasin McKenzie carica sulle sue spalle tutta la fragilità e il terrore del film; i suoi occhi grandi sono il portale attraverso cui noi proviamo l'orrore della scoperta. Al suo opposto, Anya Taylor-Joy usa la sua bellezza eterea per creare un personaggio che è al tempo stesso un'icona e una vittima, una creatura che sembra fatta di luce finché l'oscurità non la inghiotte.
Inoltre, la presenza di veterani come Terence Stamp e Diana Rigg conferisce al film un peso specifico enorme. Loro sono il cinema degli anni '60 che torna a trovarci, portando con sé non solo il fascino di quell'epoca, ma anche i suoi segreti più oscuri. Il fatto che questo sia stato l'ultimo film di Rigg aggiunge un livello di malinconia extratestuale che rende le sue scene ancora più potenti.
Nella seconda metà, Ultima notte a Soho abbraccia pienamente l'horror. Gli spettri degli uomini che hanno abusato di Sandie iniziano a manifestarsi a Eloise in modo aggressivo. Questi "uomini grigi" rappresentano il trauma collettivo e l'impossibilità di ignorare il dolore altrui quando si decide di scavare nella storia.
Il film è stato criticato da alcuni per il suo cambio di tono repentino e per un finale che vira verso il "grand guignol", ma è una scelta coerente con la visione di Wright. Il trauma non è lineare, non è pulito. È disordinato, spaventoso e spesso violento. La risoluzione del mistero, legata all'identità di chi ha ucciso chi nel passato, ribalta le aspettative dello spettatore, costringendoci a riconsiderare chi sia la vera vittima e chi il carnefice. È un finale che parla di sopravvivenza a ogni costo e delle cicatrici permanenti che la violenza lascia sull'anima e sui luoghi.
In definitiva, Ultima notte a Soho è un film stratificato che funziona a più livelli. È un'ode all'artigianato cinematografico, un thriller avvincente e una riflessione socio-culturale sulla nostalgia tossica. Edgar Wright ci avverte: il passato è un bel posto da visitare nei nostri sogni, ma non è un luogo in cui si può vivere. Se proviamo a restarci troppo a lungo, i fantasmi di ciò che è stato verranno a chiederci il conto.
Il film ci lascia con un senso di inquietudine ma anche con una strana forma di catarsi. Eloise impara a navigare nel presente senza rinnegare la sua passione, ma con una consapevolezza nuova: la consapevolezza che ogni epoca ha le sue ombre e che la nostra responsabilità è non distogliere lo sguardo.
Ultima notte a Soho non è solo il miglior film "di genere" del 2021, ma è una testimonianza della maturità artistica di un regista che ha saputo evolversi dal citazionismo pop verso una narrazione più profonda, oscura e necessaria. È un viaggio psichedelico che inizia con un ballo e finisce con un incendio, lasciandoti addosso il profumo di pioggia sull'asfalto di Londra e l'eco di una canzone che non riuscirai più a smettere di canticchiare.
raiplay
Departures (おくりびと, Okuribito"colui che saluta") è unfilm del 2008 diretto da Yōjirō Takita
Parlare di Departures (Okuribito) significa immergersi in un’opera che, pur trattando il tema più universale e temuto di tutti — la morte — lo fa con una delicatezza tale da trasformare il lutto in un atto di suprema bellezza. Uscito nel 2008 e vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero, il capolavoro di Yōjirō Takita non è solo una storia sulla fine, ma un inno alla dignità, alla riconciliazione e alla capacità di trovare la propria vocazione nei luoghi più inaspettati.
La storia ruota attorno a Daigo Kobayashi, un violoncellista che ha dedicato tutta la sua vita alla musica, investendo cifre astronomiche per uno strumento professionale. Tuttavia, il destino ha altri piani: la sua orchestra a Tokyo viene sciolta per mancanza di pubblico. Daigo si ritrova così con un debito enorme, una carriera finita prima ancora di decollare e il peso di un sogno infranto.
Insieme alla moglie Mika, decide di tornare nel suo paese natale nella prefettura di Yamagata, occupando la casa lasciatagli dalla madre defunta. È qui che avviene l’incontro che cambierà la sua vita. Rispondendo a un annuncio di lavoro per "assistenza ai viaggi", Daigo pensa di aver trovato un impiego in un'agenzia turistica. Scopre invece che la "partenza" a cui si riferisce l'annuncio non è un viaggio verso una meta esotica, ma l'ultimo viaggio dell'essere umano. Il lavoro consiste nel Nōkan, il rito giapponese di preparazione e vestizione dei defunti davanti ai familiari.
Il contrasto iniziale è brutale. Daigo, un artista sensibile, si ritrova a maneggiare corpi senza vita, affrontando l'odore della decomposizione e lo stigma sociale che in Giappone circonda chiunque entri in contatto con la morte.
Il cuore pulsante del film risiede nella rappresentazione meticolosa del rito della vestizione. Non è un atto puramente tecnico o igienico; è una coreografia silenziosa. Il nōkanshi (il maestro cerimoniale) deve lavare il corpo, vestirlo con il kimono funebre e truccarlo per restituirgli un aspetto sereno, il tutto senza mai esporre le nudità del defunto allo sguardo dei presenti.
In queste scene, la regia di Takita diventa quasi documentaristica ma intrisa di poesia. Vediamo le mani di Daigo — mani abituate a sfiorare le corde di un violoncello — imparare a muoversi con la stessa grazia sulla pelle fredda di chi non c'è più. Questo parallelismo tra la musica e il rito funebre è fondamentale:
La precisione: Come ogni nota deve essere perfetta, così ogni gesto della vestizione deve essere impeccabile.
Il rispetto: Il corpo non è un oggetto, ma il contenitore di una storia che merita di essere onorata un'ultima volta.
La catarsi: La famiglia, osservando la cura dedicata al proprio caro, passa dal dolore straziante a una forma di accettazione pacifica.
Un aspetto centrale di Departures è la critica sociale. In Giappone, il concetto di kegare (impurità) è ancora profondamente radicato. Chi lavora con la morte è spesso visto come "sporco" o moralmente sospetto. Daigo vive questa discriminazione sulla propria pelle: un vecchio amico lo rinnega e persino sua moglie Mika, una volta scoperta la verità, lo abbandona definendo il suo lavoro "disgustoso".
Questa tensione mette in luce una grande ipocrisia umana: tutti moriamo, ma nessuno vuole guardare in faccia chi si occupa di prepararci all'eternità. La grandezza del personaggio di Daigo sta nel non arrendersi. Nonostante la vergogna iniziale, egli comprende che il suo non è un lavoro degradante, ma una missione di estrema pietà. La sua crescita interiore avviene nel momento in cui smette di vergognarsi e inizia a vedere la bellezza nel dare dignità all'ultimo addio.
Un personaggio indimenticabile è Sasaki, il titolare dell'agenzia NK. Interpretato da un magistrale Tsutomu Yamazaki, Sasaki è la guida spirituale di Daigo. È un uomo che ha accettato la propria mortalità e quella degli altri con un pragmatismo intriso di filosofia.
Memorabile è la scena in cui Sasaki e Daigo mangiano insieme del cibo prelibato (delle ghiandole di pesce o del pollo fritto). Sasaki spiega che, per vivere, dobbiamo mangiare ciò che è stato vivo. "I morti aiutano i vivi a mangiare", suggerisce sottilmente. Questo momento sottolinea il legame indissolubile tra la vita e la morte: non sono opposti, ma parti di un unico ciclo nutritivo e spirituale. La vitalità con cui Sasaki mangia contrasta con la staticità dei corpi che prepara, ricordandoci che la consapevolezza della fine è ciò che rende il sapore della vita così intenso.
È impossibile parlare di Departures senza menzionare la colonna sonora composta da Joe Hisaishi (celebre per le sue collaborazioni con Hayao Miyazaki). La musica non è un semplice accompagnamento, ma la voce dell'anima di Daigo.
Il tema principale, eseguito al violoncello, è malinconico ma solenne. Quando Daigo suona il suo vecchio strumento in mezzo ai campi della sua infanzia, la musica unisce la terra e il cielo. Il violoncello ha un timbro che ricorda molto da vicino la voce umana; è uno strumento che vibra contro il petto di chi lo suona. Questa connessione fisica riflette il modo in cui Daigo "sente" il dolore e la pace dei defunti che prepara. La musica diventa il ponte che permette a Daigo di elaborare il proprio trauma infantile: l'abbandono da parte del padre.
Il climax emotivo del film riguarda il rapporto di Daigo con il padre, fuggito quando lui era solo un bambino. Per tutta la vita, Daigo ha nutrito risentimento, ricordando a malapena il volto dell'uomo che lo aveva lasciato.
Il simbolo di questo legame è la "Lettera-Pietra" (ishibumi). Daigo ricorda che, da piccolo, lui e il padre si erano scambiati delle pietre sulla riva di un fiume. In un'epoca antica, prima della scrittura, le persone si scambiavano pietre per comunicare i propri sentimenti: una pietra liscia indicava serenità, una ruvida indicava preoccupazione.
Quando Daigo viene chiamato a preparare il corpo di un uomo trovato morto in solitudine, scopre che si tratta di suo padre. Inizialmente riluttante, decide di eseguire lui stesso il rito del Nōkan. In quel momento, scopre che il padre stringeva ancora tra le mani la piccola pietra liscia che Daigo gli aveva regalato decenni prima. È una rivelazione devastante e bellissima: il padre non lo aveva mai dimenticato. Attraverso il rito funebre, Daigo non sta solo lavando il corpo del padre, ma sta pulendo la propria anima dal peso dell'odio. Il cerchio si chiude.
Nonostante sia profondamente radicato nella cultura e nelle tradizioni giapponesi, Departures parla un linguaggio universale. Ci interroga su come vorremmo essere ricordati e su come vorremmo dire addio ai nostri cari.
L'estetica: La fotografia esalta la bellezza della natura di Yamagata, con le sue montagne innevate e i fiumi che scorrono, ricordandoci la transitorietà di ogni cosa.
L'umorismo: Il film ha momenti sorprendentemente divertenti. Il "black humor" e le gag sulle incomprensioni iniziali alleggeriscono il tema pesante, rendendolo accessibile senza mai essere irrispettoso.
L'empatia: Ogni defunto che Daigo incontra ha una storia: la nonna che amava i calzini colorati, la ragazza transessuale che voleva solo essere accettata dalla famiglia, la vecchia signora del bagno pubblico. Attraverso questi brevi ritratti, il film ci mostra un'umanità variegata e fragile.
In conclusione, Departures è un film che insegna a non aver paura dell'oscurità. Ci dice che la morte non è un muro, ma una porta (come dice il personaggio del fornaio/crematore). È un atto d'amore finale che richiede coraggio, compassione e, soprattutto, una profonda umanità. Vedere questo film non è un'esperienza deprimente; al contrario, si esce dalla visione con una voglia rinnovata di respirare, di perdonare e di guardare alle persone che amiamo con occhi diversi, consapevoli della preziosità di ogni singolo istante condiviso.
mymoviesone
Chilly Scenes of Winter è un film del 1979, diretto da Joan Micklin Silver
Se il cinema degli anni Settanta è stato spesso il regno dei grandi gesti, delle parabole criminali e delle rivoluzioni culturali, esiste un sottobosco di pellicole più intime, quasi sussurrate, che hanno saputo catturare l’essenza della vita quotidiana con una precisione chirurgica e un calore inaspettato. Chilly Scenes of Winter (1979), diretto dalla pioniera Joan Micklin Silver, è esattamente questo: un piccolo gioiello di realismo malinconico, una commedia romantica che non ha paura di essere profondamente triste e, proprio per questo, straordinariamente vera.
Tratto dal romanzo d’esordio di Ann Beattie, una delle voci più lucide della letteratura americana contemporanea nel descrivere l'apatia della classe media, il film rappresenta un’anomalia nel panorama dell'epoca. In un periodo in cui Hollywood cercava il grande successo commerciale, Joan Micklin Silver — una delle pochissime donne a riuscire a dirigere con regolarità in quegli anni — scelse di raccontare una storia di ossessione amorosa che rifiuta ogni facile sentimentalismo.
Prima di addentrarci nella narrazione, è fondamentale capire la genesi travagliata di quest'opera. Originariamente distribuito dalla United Artists con il titolo Head Over Heels, il film fu inizialmente un insuccesso. La produzione, temendo che il tono malinconico e il finale ambiguo allontanassero il pubblico, impose un montaggio diverso e un titolo più solare, nel tentativo di venderlo come una classica commedia brillante.
Fu solo qualche anno dopo, nel 1982, che il film venne ridistribuito con il suo titolo originale, Chilly Scenes of Winter, e con il finale voluto dalla regista. Questa versione "restaurata" nello spirito permise al pubblico di riscoprire un’opera che non parlava di un amore trionfante, ma della difficoltà di lasciare andare il passato in un mondo che sembra essersi fermato sotto una coltre di neve perenne.
La storia si svolge in una grigia e gelida Salt Lake City. Il protagonista è Charles Richardson (interpretato da un magistrale John Heard), un archivista statale che conduce un'esistenza ordinaria e vagamente deprimente. Charles è un uomo colto, sensibile, ma è completamente bloccato: la sua vita è ferma al momento in cui Laura (Mary Beth Hurt) lo ha lasciato.
Laura è una donna sposata che, durante una breve separazione dal marito (un uomo noioso e prevedibile soprannominato "Ox"), ha avuto una relazione con Charles. Ma mentre per lei quella parentesi è stata un tentativo fallito di cambiare vita, per Charles è diventata l'unica ragione di esistenza. Il film ci trascina nel turbine dei suoi ricordi, alternando il presente — fatto di attese telefoniche, appostamenti sotto casa di lei e cene solitarie — ai flashback dei momenti felici trascorsi insieme.
Ciò che rende Chilly Scenes of Winter così moderno è il modo in cui tratta l'ossessione di Charles. Non c'è nulla di violento o di "thriller" nel suo comportamento; è un’ossessione domestica, fatta di piccoli gesti. Charles cucina piatti complicati sperando che lei passi a trovarlo, lava i suoi vestiti dimenticati come se fossero reliquie, e discute della sua assenza con chiunque sia disposto ad ascoltarlo.
Joan Micklin Silver è abilissima nel mostrarci come l'amore non corrisposto possa trasformarsi in una forma di auto-sabotaggio. Charles non vede la realtà per quella che è: vede solo la versione di Laura che ha costruito nella sua testa. Il contrasto tra il calore dorato dei ricordi e la luce bluastra, fredda e piatta del presente invernale è una metafora visiva potente dello stato psicologico del protagonista.
Il cuore pulsante del film è l'interazione tra i personaggi, tutti caratterizzati da una profonda solitudine che cercano di colmare come possono.
John Heard (Charles): Heard offre una delle sue migliori interpretazioni di sempre. Riesce a rendere Charles amabile nonostante il suo comportamento sia, a tratti, patetico. C’è una dignità silenziosa nel suo dolore, una vulnerabilità che impedisce allo spettatore di giudicarlo troppo duramente.
Mary Beth Hurt (Laura): È la scelta perfetta per il ruolo. Non è la "femme fatale" irraggiungibile, ma una donna reale, confusa, stanca di dover scegliere tra la sicurezza di un matrimonio mediocre e l'intensità soffocante dell'amore di Charles. La sua Laura è una persona che cerca solo un po' di pace, rendendo il rifiuto nei confronti di Charles ancora più doloroso perché logico.
Peter Riegert (Sam): L'amico di Charles, un venditore di scarpe disoccupato, rappresenta l'elemento comico ma altrettanto malinconico. Sam è la voce della ragione, colui che cerca di riportare Charles alla realtà, pur essendo lui stesso un fallito secondo i canoni della società. La loro chimica è straordinaria e regala alcuni dei dialoghi più brillanti del film.
Gloria Grahame (La madre di Charles): In uno dei suoi ultimi ruoli, la diva del noir interpreta una donna instabile, incline a tentativi di suicidio teatrali e alla ricerca perenne di attenzione. Il rapporto tra lei e Charles aggiunge un ulteriore strato di complessità, suggerendo che l'incapacità dell'uomo di costruire relazioni sane affondi le radici in una famiglia disfunzionale e soffocante.
È interessante notare come una storia focalizzata su un'ossessione maschile sia diretta da una donna. Silver non adotta mai uno sguardo giudicante, ma evita anche di glorificare il comportamento di Charles. Se il film fosse stato diretto da un uomo dell'epoca, forse Laura sarebbe stata dipinta come una "rompipalle" o una donna crudele. Invece, grazie alla sensibilità della regista, comprendiamo perfettamente le ragioni di lei.
La regia è naturalistica, priva di fronzoli. Silver lascia che siano gli attori e gli ambienti a parlare. Le scenografie — case piene di oggetti inutili, uffici governativi asettici, parcheggi innevati — trasmettono un senso di claustrofobia suburbana che è tipico della narrativa di Ann Beattie. Il tempo nel film sembra dilatarsi, proprio come succede quando si aspetta qualcuno che non arriverà.
Chilly Scenes of Winter può essere letto anche come un requiem per gli ideali degli anni Sessanta. I personaggi sono tutti sulla trentina, figli di un’epoca di grandi speranze che si sono infrante contro la realtà dell'inflazione, della disoccupazione e della noia della provincia americana. Non ci sono più grandi battaglie da combattere, solo la sopravvivenza emotiva quotidiana.
Charles che prepara il "brodo di coda di bue" o che si perde nei suoi cataloghi è l'emblema di una generazione che ha sostituito l'attivismo con il collezionismo e la nostalgia. La "freddezza" del titolo non è solo climatica, è esistenziale. È il gelo che avvolge chi si accorge che la propria giovinezza sta scivolando via senza aver lasciato un segno indelebile.
Senza svelare troppo per chi non lo avesse visto, il finale della versione originale (quella del 1982) è ciò che eleva il film a capolavoro del genere. Rifiutando la risoluzione zuccherina imposta dai produttori, Silver ci regala una conclusione aperta, agrodolce e profondamente umana. Ci dice che la guarigione da un amore perduto non avviene con un colpo di scena teatrale, ma con la lenta, faticosa accettazione che la vita continua, anche se fuori continua a nevicare.
È un finale che rispetta l'intelligenza dello spettatore e la coerenza dei personaggi. Charles non "vince", ma forse, per la prima volta, inizia a vedere il mondo intorno a sé senza il filtro del ricordo di Laura.
In un'epoca di algoritmi e di app d'incontri che rendono le relazioni fluide e spesso superficiali, Chilly Scenes of Winter ci ricorda il peso specifico dei sentimenti. È un film che parla a chiunque sia rimasto sveglio di notte a fissare il soffitto pensando a un "e se...", a chiunque abbia conservato un oggetto insignificante solo perché apparteneva a qualcuno che non c'è più.
Il film è invecchiato benissimo perché non si affida alle mode, ma alla verità psicologica. La colonna sonora, che spazia dal pop dell'epoca a brani più classici, accompagna perfettamente questo viaggio nel tempo interiore. È una pellicola che richiede pazienza, capace di offrire un conforto strano e malinconico, come una tazza di tè caldo bevuta davanti a una finestra mentre fuori imperversa la tempesta.
In conclusione, l'opera di Joan Micklin Silver è un atto di resistenza artistica. È la dimostrazione che il cinema può essere grande anche quando parla di piccole cose, e che le "scene invernali" della nostra vita, per quanto gelide, possiedono una bellezza intrinseca che merita di essere raccontata con onestà e rispetto.
mubi
Late Night With the Devil - In onda con il diavolo (Late Night With the Devil) è un film del 2023 diretto da Cameron e Colin Cairnes.
Se il cinema horror degli ultimi anni ha cercato spesso rifugio nel passato, pochi film sono riusciti a farlo con la precisione chirurgica e l'atmosfera soffocante di Late Night With the Devil (In onda con il diavolo). Uscito nel 2023 e diretto dai fratelli australiani Cameron e Colin Cairnes, questo film non è solo un omaggio estetico agli anni '70, ma un'esplorazione inquietante del prezzo che siamo disposti a pagare per il successo, confezionato come se fosse un reperto storico maledetto.
Preparati, perché stiamo per sintonizzarci su una frequenza che non dovrebbe essere disturbata.
Il film si presenta sotto forma di un documentario che introduce il "master tape" mai visto prima di una puntata speciale dello show notturno Night Owls, andata in onda la notte di Halloween del 1977. Il conduttore, Jack Delroy (interpretato da un magistrale David Dastmalchian), è un uomo sull'orlo del baratro. Dopo la tragica morte della moglie e un calo drastico degli ascolti che minaccia di far cancellare il suo programma, Jack decide di giocarsi il tutto per tutto con una puntata dedicata all'occulto.
La genialità dei fratelli Cairnes risiede nella ricostruzione maniacale del linguaggio televisivo dell'epoca. Non si tratta solo di filtri vintage: è il ritmo, sono le inquadrature, è la dizione dei personaggi e, soprattutto, sono le interruzioni pubblicitarie (momenti in cui la telecamera continua a girare "dietro le quinte" in bianco e nero) a creare un senso di realtà disturbante. Il film ci trascina in un'epoca in cui la TV era il fuoco attorno a cui si riuniva la tribù moderna, ma era anche un mezzo capace di distorcere la percezione della realtà.
Al centro di tutto c'è Jack Delroy. Dastmalchian, un attore che per anni ha brillato in ruoli secondari, qui trova la performance della vita. Il suo Jack è il ritratto della disperazione mascherata da carisma televisivo. È l'uomo che sorride alla telecamera mentre dentro sta urlando, un venditore di fumo che ha iniziato a credere alle proprie menzogne o, peggio, che ha smesso di curarsi delle conseguenze pur di battere la concorrenza (rappresentata dall'ombra ingombrante di Johnny Carson).
Il film suggerisce fin da subito che Jack non è del tutto estraneo a forze oscure. Viene menzionata la sua appartenenza a "The Grove", un misterioso ed esclusivo club d'élite nel bosco (chiaro riferimento al reale Bohemian Grove), dove si mormora che i potenti della terra compiano rituali pagani per assicurarsi il favore della sorte. Questa sottotrama aggiunge uno strato di paranoia: il male che sta per scatenarsi in diretta è un incidente o il saldo di un debito contratto da Jack tempo prima?
La puntata speciale è strutturata come un crescendo di tensione, grazie a un cast di ospiti perfettamente calibrato che rappresenta le diverse facce della reazione umana all'inspiegabile:
Christou, il sensitivo: Un medium teatrale che sembra inizialmente un ciarlatano, finché qualcosa di autenticamente doloroso e inspiegabile non lo colpisce durante una seduta, rompendo la facciata dello spettacolo.
Carmichael il Congiuratore: Un ex illusionista diventato scettico di professione (ispirato alla figura reale di James Randi). È l'antagonista razionale, colui che cerca di smontare ogni fenomeno paranormale con la logica, portando una tensione costante tra ciò che vediamo e ciò che vogliamo credere.
La Dottoressa June Ross-Mitchell e Lilly: Il cuore pulsante dell'orrore. Una parapsicologa che ha portato con sé l'unica sopravvissuta a un suicidio di massa di una setta satanica. Lilly, la ragazzina, sostiene di essere abitata da un'entità che chiama "Il Signor Dimonio".
Il conflitto tra Carmichael, che urla al trucco, e la Dottoressa Mitchell, che cerca di trattare Lilly con dignità scientifica, crea una polveriera emotiva. E Jack, nel mezzo, non fa che soffiare sul fuoco, ignorando i segnali di pericolo pur di vedere i grafici dello share salire verso l'alto.
Mentre molti horror moderni abusano della CGI (computer grafica), Late Night With the Devil sceglie la strada degli effetti pratici e del trucco "old school" nelle scene madri. Quando il sovrannaturale esplode finalmente sul palco di Night Owls, l'impatto è viscerale. C'è qualcosa di profondamente disturbante nel vedere un corpo deformarsi o una manifestazione demoniaca sotto le luci asettiche di uno studio televisivo, tra i sorrisi delle vallette e gli applausi registrati.
La scelta della regia di alternare il colore della trasmissione (caldo, sgranato, rassicurante) al bianco e nero dei fuori onda (freddo, sporco, rivelatore) permette di esplorare la dualità del mezzo televisivo. Nei momenti di pausa, vediamo un Jack Delroy fragile, manipolatore e terrorizzato, che cerca di tenere insieme i pezzi di un piano che gli sta sfuggendo di mano. È in questi intermezzi che il film scava nel tema del lutto: il fantasma della moglie Madeleine aleggia su ogni inquadratura, ponendo lo spettatore di fronte a una domanda terribile: fino a che punto si può sfruttare il proprio dolore per il consumo pubblico?
Il film cattura perfettamente il clima della "Satanic Panic" che iniziò a serpeggiare negli Stati Uniti proprio alla fine degli anni '70. Era un periodo di crisi economica, incertezza politica e un crescente timore che culti oscuri si nascondessero nelle periferie tranquille. I fratelli Cairnes usano questa paranoia collettiva come carburante, rendendo il pubblico in studio (e noi spettatori) complici di un voyeurismo pericoloso.
C’è una critica feroce alla televisione come entità predatrice. Il male nel film non è solo il demone che potrebbe o meno abitare Lilly; il vero male è la telecamera, è il desiderio di Jack di "dare alla gente quello che vuole", anche se ciò significa sacrificare la propria anima o la sicurezza dei presenti. In questo senso, il film è estremamente attuale, riflettendo la nostra ossessione contemporanea per i contenuti estremi, i reality show senza filtri e la fama istantanea.
È interessante notare (ed è un punto di onestà che ci tengo a sottolineare) che il film ha generato una piccola polemica al momento della sua uscita per l'uso di tre immagini generate tramite IA per alcuni "intermezzi" pubblicitari. Sebbene si tratti di pochi secondi su un intero lungometraggio, la cosa ha fatto discutere molto la comunità artistica. Tuttavia, questo dettaglio non toglie nulla alla potenza della regia e della sceneggiatura, che rimangono un esempio di artigianato cinematografico di alto livello. È quasi ironico che un film che parla di "mezzi tecnologici che manipolano la realtà" sia finito al centro di una discussione sulla tecnologia più discussa dei nostri anni, il 2026.
Senza fare spoiler eccessivi, il finale di Late Night With the Devil è una rottura totale della forma. Il linguaggio televisivo si sgretola, la distinzione tra set e realtà scompare e il film si trasforma in un incubo psichedelico che ricorda le visioni di Ken Russell o il primo Cronenberg. La logica lineare viene abbandonata per fare spazio a una verità emotiva e orrorifica che lega tutti i fili lasciati in sospeso: il club segreto, la morte di Madeleine, l'ambizione di Jack.
Non è un film che ti rassicura. Ti lascia con la sensazione sgradevole di aver assistito a qualcosa che non dovevi vedere, come se avessi davvero trovato un nastro maledetto in una vecchia soffitta.
Late Night With the Devil è una boccata d'aria fresca (o meglio, di aria viziata da studio televisivo) nel panorama horror. Riesce nell'impresa difficile di essere sia un esercizio di stile impeccabile che una storia con un cuore nero e pulsante. Ci ricorda che l'orrore più grande non viene dall'inferno, ma dalla nostra incapacità di dire "basta" quando la nostra etica viene messa all'asta per un punto di share in più.
È un film "maestoso" nella sua crudeltà e brillantemente orchestrato. Se ami l'estetica vintage, il paranormale e i personaggi complessi, questa è una visione obbligatoria che ti farà guardare il tuo televisore (o il tuo monitor) con un po' più di sospetto la prossima volta che si spegne improvvisamente.
prime
Selvaggi in fuga (Hunt for the Wilderpeople) è un film del 2016 diretto da Taika Waititi.
Se c’è un film che riesce a incapsulare l'anima eccentrica, selvaggia e profondamente umana della Nuova Zelanda, quello è senza dubbio Selvaggi in fuga (Hunt for the Wilderpeople). Uscito nel 2016, poco prima che il regista Taika Waititi venisse assorbito dalla macchina colossale dei Marvel Studios per dirigere Thor: Ragnarok, questa pellicola rappresenta l'apice della sua poetica "indie". È un film che non chiede permesso, che mescola il lutto con la slapstick comedy, il dramma sociale con l'azione anni '80, il tutto avvolto in un caldo maglione di lana grezza neozelandese.
Non si tratta semplicemente di una commedia d’avventura; è una favola moderna sulla ricerca di appartenenza. Basato sul libro Wild Pork and Watercress del leggendario autore neozelandese Barry Crump, il film prende la struttura classica del "road movie" e la priva, per gran parte del tempo, della strada stessa. Al suo posto c'è il "bush", la foresta pluviale impenetrabile, umida e "maestosa" (o majestical, come direbbe il protagonista Ricky Baker), che diventa il palcoscenico per una delle coppie più improbabili e amabili della storia del cinema recente.
La narrazione si apre con l'arrivo di Ricky Baker, interpretato da uno straordinario Julian Dennison. Ricky è un ragazzino di città, orfano, sballottato da una famiglia affidataria all'altra. È descritto dai servizi sociali come un "cattivo soggetto": sputa, rompe cose, scappa e, crimine supremo, "gironzola". Ma quando scende dall'auto della polizia, con la sua felpa colorata e le scarpe da ginnastica immacolate, vediamo solo un bambino rotondo e insicuro che cerca di proiettare un'immagine da gangster per proteggersi dal rifiuto.
Viene portato in una fattoria sperduta ai margini della civiltà per vivere con Bella Faulkner e suo marito Hec. Bella è il cuore pulsante del primo atto: una donna di un calore materno travolgente, capace di uccidere un cinghiale a mani nude con la stessa naturalezza con cui prepara una borsa dell'acqua calda a forma di gatto per Ricky. Hec, interpretato dal veterano Sam Neill, è il suo opposto: un uomo di poche parole (e quasi tutte grugnite), analfabeta, chiuso in se stesso, che tollera Ricky solo per amore della moglie.
La magia del film inizia quando Ricky, grazie all'amore incondizionato e bizzarro di Bella, inizia ad abbassare le difese. Per la prima volta, qualcuno festeggia il suo compleanno. Per la prima volta, ha un cane (che chiama Tupac). Sembra che l'equilibrio sia stato trovato. Ma Waititi, fedele al suo stile che oscilla tra risata e lacrima, spezza questo idillio improvvisamente. La morte improvvisa di Bella funge da catalizzatore narrativo. È un evento traumatico che rischia di rispedire Ricky nel sistema di affidamento minorile, un destino che il ragazzo preferisce evitare dandosi alla macchia.
Il cuore del film è la fuga. Ricky scappa nel bush, illudendosi di poter sopravvivere come un eroe dei film d'azione, ma finisce per perdersi e finire le scorte di cibo in poche ore. Hec lo ritrova facilmente, ma a causa di un infortunio alla caviglia, i due sono costretti a rimanere nella foresta per settimane. Nel frattempo, un malinteso colossale si diffonde nella civiltà: le autorità credono che Hec, impazzito per il dolore, abbia rapito il ragazzo e possa fargli del male. Scatta così una caccia all'uomo nazionale.
Qui il film brilla nella scrittura dei personaggi. Hec e Ricky sono speculari. Entrambi sono stati scartati dalla società: Ricky perché "problematico", Hec perché vecchio e incapace di integrarsi nel mondo moderno. Hec è l'archetipo del Southern Man neozelandese: stoico, pratico, emotivamente stitico. Ricky è il prodotto della cultura pop globalizzata: cita Scarface, compone Haiku per elaborare i suoi sentimenti e aspira alla "Skux Life" (una vita da dritto, da figo).
Il loro viaggio è un processo di apprendimento reciproco. Hec insegna a Ricky a sopravvivere nella natura, a cacciare e a orientarsi. Ricky, a sua volta, insegna a Hec a dare un nome alle emozioni e, letteralmente, a leggere. La scena in cui Ricky legge a Hec e i due discutono della trama, o quella in cui compongono haiku sul falò, sono momenti di intimità maschile raramente visti al cinema, privi di retorica e colmi di tenerezza goffa. Sam Neill offre qui una delle sue migliori performance di sempre: il suo Hec non ha bisogno di monologhi strappalacrime; il suo dolore e il suo affetto passano attraverso uno sguardo, un sospiro, o il modo in cui accetta un pezzo di cioccolata.
Ogni eroe ha bisogno di un antagonista, e in Selvaggi in fuga questo ruolo è ricoperto da Paula, l'agente dei servizi sociali. Paula non è un semplice "cattivo"; è una caricatura grottesca e spassosa dell'autorità statale ossessiva. Il suo mantra "Nessun bambino lasciato indietro" diventa una minaccia militare. Paula tratta la ricerca di Ricky come se fosse la caccia a Rambo, portando nel film un livello di assurdità che bilancia il realismo emotivo di Hec e Ricky.
La contrapposizione è tematica: da una parte c'è la libertà anarchica e disordinata della natura (il bush, Hec, Ricky), dall'altra l'ordine rigido, sterile e spesso insensato della società (Paula, la polizia, il riformatorio). Waititi ci dice chiaramente da che parte stare. La società vuole "aggiustare" Ricky, normalizzarlo, mentre Hec e il bush gli permettono di essere se stesso, accettando le sue stravaganze come risorse e non come difetti.
Dal punto di vista visivo, Taika Waititi utilizza il paesaggio neozelandese non come semplice sfondo, ma come co-protagonista. La fotografia cattura la grandezza soffocante e bellissima delle catene montuose e delle foreste dense. Ma Waititi evita l'effetto cartolina alla "Signore degli Anelli"; il suo bush è fangoso, freddo, reale.
Stilisticamente, il film è un pastiche gioioso. Ci sono montaggi a 360 gradi che mostrano il passare del tempo, accompagnati da una colonna sonora synth-pop quasi anni '80 che conferisce al tutto un'atmosfera onirica e avventurosa. La sequenza finale, un inseguimento automobilistico che coinvolge un camioncino rosso scassato (soprannominato "Crumpy" in omaggio all'autore del libro), macchine della polizia, elicotteri e mezzi blindati, è un omaggio sfacciato ai film d'azione americani, ma riletto in chiave kiwi: è epico, ma anche ridicolo, perché avviene su strade sterrate fangose con protagonisti che non hanno nulla dei supereroi.
L'uso dell'umorismo in Selvaggi in fuga è chirurgico. Waititi è maestro nel "bathos", la tecnica di costruire un momento di alta tensione drammatica per poi sgonfiarlo immediatamente con una battuta banale o un evento goffo. Questo non sminuisce il dramma, anzi, lo rende più digeribile e umano. Si ride con i personaggi, mai di loro, anche quando si trovano nelle situazioni più assurde, come l'incontro con Psycho Sam (interpretato dal comico Rhys Darby), un eremita complottista che vive tra i cespugli e che rappresenta l'estremo logico della vita al di fuori della società.
Sotto la superficie di commedia avventurosa, il film affronta con delicatezza il tema dell'elaborazione del lutto. Sia Hec che Ricky hanno perso Bella, l'unica persona che li capiva. La loro fuga è, in un certo senso, un rifiuto di affrontare un mondo senza di lei. Hec vuole sparire nel bush per morire (metaforicamente o letteralmente), mentre Ricky scappa per non affrontare la realtà di essere di nuovo solo.
Il momento di svolta arriva quando Hec ammette di essere analfabeta e Ricky capisce che la durezza del vecchio non è odio, ma vergogna e dolore. Lì si forma una nuova famiglia. Non è la famiglia nucleare tradizionale, e non è nemmeno la famiglia affidataria imposta dallo stato. È una famiglia scelta, forgiata nelle avversità, basata sul rispetto reciproco e sulla condivisione di un trauma. Il concetto māori di Whānau (famiglia allargata e comunitaria) permea il film: i legami che contano sono quelli che costruiamo e nutriamo.
Il finale del film è agrodolce e perfetto. Non c'è un "e vissero tutti felici e contenti" convenzionale. Hec va in una casa di riposo (o meglio, in una struttura di riabilitazione), Ricky va in una nuova famiglia affidataria che finalmente lo capisce. Ma il legame resta. La scena finale, con i due che si ritrovano per andare a caccia dell'uccello Huia (ritenuto estinto, simbolo di speranza e di cose perdute che possono essere ritrovate), chiude il cerchio. Non vivono insieme, ma appartengono allo stesso branco.
Selvaggi in fuga è diventato rapidamente il film neozelandese con il maggior incasso di tutti i tempi in patria (superando un altro classico, Boy, sempre di Waititi). Ha lanciato Julian Dennison sulla scena internazionale (portandolo poi a recitare in Deadpool 2) e ha ricordato al mondo che Sam Neill è un tesoro nazionale capace di spaziare tra generi con una facilità disarmante.
In conclusione, questo film è un inno alla diversità, alla resilienza e alla bellezza di essere degli "outcast", degli emarginati. Ci insegna che non importa quanto la vita possa sembrare un vicolo cieco o una foresta inestricabile: se hai un buon compagno di viaggio, un po' di spirito d'avventura e magari una barretta di cioccolata, puoi trovare la tua strada. È "maestoso", divertente, commovente e assolutamente indimenticabile. Taika Waititi ha creato un classico istantaneo che, proprio come i suoi protagonisti, rifiuta di essere ingabbiato in una sola definizione.
netflix
Vivere è facile con gli occhi chiusi è un film del 2013 diretto da David Trueba
Vivere è facile con gli occhi chiusi (Vivir es fácil con los ojos cerrados), scritto e diretto da David Trueba nel 2013, non è solo un film; è una carezza cinematografica che si posa su un’epoca di transizione, un racconto di formazione incrociato che utilizza la Storia con la "S" maiuscola come sfondo per le piccole, ma fondamentali, rivoluzioni personali. Il titolo, preso in prestito dal celebre verso di Strawberry Fields Forever ("Living is easy with eyes closed"), racchiude in sé l'essenza della pellicola: una critica gentile ma ferma all'indifferenza e un invito a tenere gli occhi spalancati, anche quando ciò che si vede fa male.
La vicenda si svolge nell’Andalusia del 1966, un’epoca in cui la Spagna era ancora immersa nel grigiore della dittatura franchista, un regime che cercava di mantenere il controllo sulle menti e sui costumi mentre il resto del mondo iniziava a vibrare sotto i colpi della rivoluzione culturale degli anni '60. In questo contesto facciamo la conoscenza di Antonio, interpretato da un immenso Javier Cámara. Antonio è un professore di inglese e latino in una scuola cattolica, un uomo colto, intriso di un’umanità disarmante e, soprattutto, un fan sfegatato dei Beatles.
Antonio non usa i testi scolastici tradizionali; insegna l'inglese ai suoi allievi usando le canzoni dei Fab Four. Per lui, quelle liriche non sono solo canzonette, ma veicoli di libertà, messaggi in codice che arrivano da un mondo dove tutto sembra possibile. Quando viene a sapere che John Lennon si trova ad Almería per girare il film Come ho vinto la guerra di Richard Lester, Antonio non esita: sale sulla sua Seat 850 e intraprende un viaggio verso il sud. Il suo obiettivo è semplice e quasi infantile nella sua purezza: vuole incontrare Lennon per chiedergli di inserire i testi delle canzoni nelle copertine degli album, affinché i suoi studenti possano capirle correttamente.
Il film si trasforma rapidamente in un road movie dell’anima. Lungo il tragitto, la solitudine di Antonio si intreccia con quella di due autostoppisti che caricherà a bordo, trasformando un pellegrinaggio individuale in un'avventura collettiva.
Il primo è Juanjo, un adolescente in fuga da un padre autoritario e retrogrado, un poliziotto che rappresenta perfettamente la faccia rigida e repressiva della Spagna di quegli anni. Juanjo è scappato perché si rifiuta di tagliarsi i capelli, un gesto simbolico di ribellione contro un destino già scritto.
La seconda è Belén, una ragazza di vent'anni che porta con sé un segreto pesante per l'epoca: è incinta e sta scappando dalla vergogna e dall'isolamento a cui la società e la sua famiglia vorrebbero condannarla. Belén incarna la vulnerabilità femminile in un sistema patriarcale, ma possiede anche una forza silenziosa che emergerà durante il viaggio.
Questi tre personaggi, così diversi per età ed esperienze, formano una famiglia improvvisata. Trueba è magistrale nel descrivere la chimica che si crea tra loro: non c'è traccia di retorica o di sentimentalismo stucchevole. Il loro legame nasce dal bisogno di essere ascoltati e dalla necessità di trovare un luogo, fisico o mentale, dove non essere giudicati.
L'arrivo ad Almería sposta il film in una dimensione quasi mitologica. La terra è arida, bruciata dal sole, un paesaggio che sembra uscito da uno spaghetti western (molti dei quali venivano girati proprio lì). Qui, la ricerca di Lennon diventa una sorta di caccia al tesoro. Lennon non è mai mostrato chiaramente nel film; è un’ombra, una presenza costante ma sfuggente, quasi una divinità laica che osserva i protagonisti da lontano.
Questa scelta narrativa di Trueba è brillante: il film non riguarda l’incontro con una star, ma l’effetto che l’idea di quella star ha sulle persone comuni. John Lennon, che in quel periodo stava vivendo una profonda crisi personale e creativa (fu proprio ad Almería che iniziò a scrivere Strawberry Fields Forever), funge da catalizzatore per il cambiamento dei protagonisti. Antonio, con la sua ostinazione gentile, sfida le guardie del corpo e le convenzioni sociali, dimostrando ai suoi due giovani amici che l’entusiasmo e la determinazione possono aprire porte apparentemente blindate.
Uno dei temi centrali della pellicola è il ruolo dell’educatore. Antonio non è solo un insegnante di lingue; è un maestro di vita. In un’epoca in cui l’istruzione era sinonimo di indottrinamento e punizioni corporali, Antonio sceglie l'empatia. La scena in cui spiega il significato di "Help!" dei Beatles è emblematica: trasforma un grido d'aiuto musicale in una lezione sulla solidarietà umana.
Il suo personaggio è l'antitesi del regime franchista. Laddove il regime vuole occhi chiusi e bocche cucite, Antonio insegna a guardare e a parlare. "In questo paese c’è molta gente che vive con gli occhi chiusi", dice in un momento chiave del film. La sua missione non è solo portare i testi delle canzoni ai suoi ragazzi, ma dare loro gli strumenti per decodificare il mondo e per non avere paura di essere diversi.
David Trueba sceglie una regia pulita, luminosa, che si affida quasi interamente alla forza delle interpretazioni. La fotografia di Daniel Vilar esalta i contrasti tra il buio degli interni (simbolo della chiusura sociale) e l'abbagliante luce del deserto di Almería (simbolo di una libertà ancora da conquistare).
Il ritmo del film è pacato, rispetta i tempi del viaggio e dei dialoghi. Non ci sono grandi colpi di scena, ma una serie di piccoli momenti di rivelazione. La colonna sonora, curata da Pat Metheny, accompagna il viaggio con delicatezza, fondendosi con l'atmosfera malinconica e speranzosa che pervade ogni scena. Metheny riesce a catturare l'essenza della musica dei Beatles senza mai scivolare nella cover didascalica, creando un ponte sonoro tra l'America, l'Inghilterra e la Spagna.
Il film è stato un trionfo ai Premi Goya (gli Oscar spagnoli) del 2014, vincendo sei statuette, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore Protagonista. Questo successo non è stato dovuto solo alla qualità tecnica della pellicola, ma alla sua capacità di toccare un nervo scoperto nella memoria collettiva spagnola. Vivere è facile con gli occhi chiusi parla di un passato che molti ricordano con dolore, ma lo fa con una dignità e un ottimismo che raramente si trovano nei film storici.
È un tributo a quella generazione di spagnoli che, pur vivendo nell'oscurità della dittatura, hanno saputo sognare un futuro diverso, spesso aggrappandosi a frammenti di cultura straniera, a dischi importati clandestinamente o a film proibiti. È un inno alla dignità degli "invisibili", di coloro che non hanno fatto la storia nei libri di testo, ma l'hanno costruita giorno dopo giorno con piccoli atti di coraggio.
In definitiva, Vivere è facile con gli occhi chiusi è un film sulla bellezza della vulnerabilità. Alla fine del viaggio, Antonio, Juanjo e Belén non hanno cambiato il mondo, ma sono cambiati loro. Antonio ha ottenuto i suoi testi (Lennon manterrà la promessa e da quel momento in poi i testi appariranno negli album dei Beatles, a partire da Sgt. Pepper), Juanjo ha trovato il coraggio di affrontare il padre, e Belén ha smesso di vergognarsi del proprio futuro.
Il film ci lascia con una lezione preziosa: la vita è difficile, spesso ingiusta e spaventosa, ma chiuder gli occhi per non vedere non è mai la soluzione. La vera libertà sta nel guardare in faccia la realtà, per quanto arida possa sembrare, e trovarvi comunque un motivo per sorridere, per insegnare e per continuare a camminare. Come Antonio, dovremmo tutti cercare la nostra "Almería", non per incontrare un mito, ma per scoprire quanto possiamo essere maestosi nella nostra semplicità.
mymoviesone
Detour è un film del 2016 diretto da Christopher Smith
Se c'è una cosa che il cinema di genere ci ha insegnato, è che una deviazione può cambiarti la vita, o distruggerla definitivamente. Quando parliamo di Detour (conosciuto anche come Detour - Fuori controllo), il film del 2016 scritto e diretto da Christopher Smith, ci troviamo di fronte a un oggetto filmico che è molto più di un semplice thriller hitchcockiano o di un neo-noir d'atmosfera. È un labirinto mentale travestito da road movie, un esercizio di stile che gioca con la percezione dello spettatore tanto quanto i suoi protagonisti giocano con il fuoco.
Per capire Detour, bisogna prima inquadrare il suo artefice. Christopher Smith è un regista che ha fatto della manipolazione temporale e strutturale il suo marchio di fabbrica. Lo abbiamo visto con Triangle, dove il tempo si ripiegava su se stesso in un loop infinito, e lo ritroviamo qui, in una veste apparentemente più lineare ma profondamente stratificata. Smith non si limita a raccontare una storia; preferisce sezionarla, mostrandoci le diverse possibilità che scaturiscono da un unico, fatidico momento di esitazione.
Il titolo stesso richiama inevitabilmente l'omonimo capolavoro di Edgar G. Ulmer del 1945, un pilastro del noir classico dove il destino cinico schiacciava il protagonista senza pietà. Il film del 2016 non ne è un remake, ma ne eredita il fatalismo: l'idea che, una volta imboccata la strada sbagliata, non ci sia modo di tornare indietro, se non pagando un prezzo altissimo.
La trama parte da un presupposto classico: Harper, interpretato da un efficace e tormentato Tye Sheridan, è uno studente di legge brillante ma emotivamente devastato. Sua madre è in coma dopo un terribile incidente d'auto e Harper è convinto che il colpevole sia il suo patrigno, Vincent (Stephen Moyer), un uomo viscido che sembra già proiettato verso una nuova vita mentre la moglie giace in un letto d'ospedale.
Il cuore pulsante del film non è però nel "cosa" accade, ma nel "come" viene mostrato. Smith utilizza un espediente narrativo audace: la biforcazione. Dopo una notte di bevute in un bar malfamato, dove Harper incontra Johnny Ray (Emory Cohen), un criminale da strapazzo con un'energia pericolosa e imprevedibile, il film si divide letteralmente in due.
Vediamo due realtà parallele: in una, Harper accetta la proposta di Johnny Ray di uccidere il patrigno a Las Vegas e parte con lui e la sua compagna Cherry (Bel Powley). Nell'altra, Harper si sveglia con i postumi della sbornia, decide di non aver fatto nulla e rimane a casa, dovendo però gestire le conseguenze psicologiche e legali dei suoi sospetti. Questa scelta stilistica trasforma il film in un puzzle. Lo spettatore è costretto a seguire entrambi i binari, cercando di capire quale sia la realtà e quale la fantasia, o se entrambe stiano collidendo in un modo che ancora non ci è dato comprendere.
Il cast è uno dei punti di forza assoluti di Detour. Tye Sheridan, che all'epoca stava consolidando la sua fama prima di blockbuster come Ready Player One, conferisce ad Harper una vulnerabilità quasi infantile. È un ragazzo che gioca a fare l'adulto vendicatore, ma i cui occhi tradiscono una paura costante. La sua trasformazione, o meglio, la sua discesa agli inferi, è gestita con una sottigliezza rara per il genere.
Dall'altra parte abbiamo la coppia formata da Johnny Ray e Cherry. Emory Cohen interpreta Johnny con una fisicità prepotente; è una miccia corta, un uomo che vive di impulsi e che rappresenta tutto ciò che Harper non è: azione pura, priva di morale o riflessione. Bel Powley, nel ruolo di Cherry, è forse il personaggio più complesso. Inizialmente sembra la classica femme fatale del noir, la ragazza del gangster intrappolata in una vita che non vuole, ma Smith le regala sfumature di malinconia e resilienza che rompono il cliché, rendendola il vero perno emotivo della sezione "on the road".
"Il noir non riguarda mai il delitto perfetto, ma l'imperfezione dell'animo umano che lo commette."
Questa citazione ideale riassume il rapporto tra i tre. Non sono geni del crimine; sono anime perse che si scontrano in un deserto polveroso, guidate da risentimento e disperazione.
Visivamente, Detour è un'esperienza vibrante. Smith abbandona le tonalità cupe del noir tradizionale per abbracciare una fotografia satura, ricca di contrasti cromatici. Il viaggio verso Las Vegas è immerso in una luce accecante che non illumina la verità, ma sembra piuttosto bruciare i contorni della realtà.
L'uso costante dello split-screen (lo schermo diviso) non è solo un omaggio al cinema degli anni '70 di Brian De Palma, ma una necessità tematica. Serve a ricordarci costantemente la dualità di Harper: il bravo ragazzo e l'assassino potenziale, la legge e il crimine, il dovere filiale e la sete di sangue. È un film che vive di riflessi, di inquadrature che si specchiano l'una nell'altra, creando una sensazione di vertigine costante.
La regia di Smith è cinetica, nervosa quando serve, ma capace di fermarsi su dettagli apparentemente insignificanti che torneranno ad avere un peso nel terzo atto. Ogni inquadratura sembra suggerire che ci stiamo perdendo qualcosa, che il "trucco" del regista sia proprio davanti ai nostri occhi, nascosto in piena luce.
Senza entrare nel territorio degli spoiler, è necessario analizzare come il film gestisca la sua complessa struttura senza mai diventare frustrante. Molti thriller che usano linee temporali multiple rischiano di confondere lo spettatore per il puro gusto di farlo. Detour, invece, usa la confusione come strumento empatico. Ci sentiamo confusi perché Harper stesso è in uno stato di dissociazione traumatica.
Il montaggio è il vero protagonista silenzioso del film. Il modo in cui le scene della vita domestica di Harper (la linea temporale "statica") si intrecciano con il viaggio violento verso il Nevada crea un ritmo sincopato. Questa alternanza serve a costruire una tensione che esplode solo nel finale, quando i pezzi del puzzle iniziano a incastrarsi in modo inaspettato. Smith è un maestro nel portarti a credere a una versione dei fatti per poi sfilarti il tappeto da sotto i piedi, non con un colpo di scena gratuito, ma con una rivelazione che era stata preparata meticolosamente fin dai primi minuti.
Al di là della superficie da thriller, Detour scava in temi esistenziali piuttosto densi. Il film esplora il concetto di giustizia privata in un modo cinico: Harper vuole giustizia per sua madre, ma per ottenerla deve distruggere se stesso. La legge, che lui studia con passione, si rivela impotente di fronte al dolore personale, spingendolo verso un caos primordiale rappresentato da Johnny Ray.
C'è poi il tema del caso. Quanto della nostra vita è deciso da una parola detta o non detta in un bar alle due di notte? Il film suggerisce che siamo tutti a un solo "detour" di distanza dal diventare versioni irriconoscibili di noi stessi. Questa visione nichilista è tipica del noir, ma Smith la aggiorna all'era contemporanea, dove l'identità è fluida e la verità è spesso una questione di prospettiva.
In un panorama cinematografico spesso dominato da thriller preconfezionati e prevedibili, Detour brilla per la sua ambizione e la sua audacia formale. Non è un film perfetto – a tratti la sua complessità rischia di soffocare l'emozione pura – ma è un'opera dotata di una personalità straripante.
È un film che richiede attenzione, che invita alla seconda visione per scovare tutti gli indizi seminati lungo la strada. È una lezione di regia su come trasformare un budget contenuto in un'opera visivamente ricca e narrativamente stimolante. Christopher Smith conferma qui la sua capacità di manipolare i generi, regalandoci un noir che non ha paura di sporcarsi le mani con il postmodernismo, pur rimanendo ancorato a una storia di passioni umane molto classiche: amore, odio e vendetta.
In definitiva, Detour è un viaggio che vale la pena intraprendere, sapendo che la destinazione finale non sarà mai quella che avevamo immaginato all'inizio del tragitto. È un promemoria del fatto che, a volte, perdersi è l'unico modo per trovarsi veramente, anche se quello che troviamo alla fine della strada potrebbe non piacerci affatto.
prime
Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) è un film del 1970 diretto da Ettore Scola
Se c’è un film che incarna perfettamente il punto di rottura e, allo stesso tempo, la massima fioritura della commedia all'italiana, quello è senza dubbio Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca). Uscito nel 1970, in un’Italia che ancora sentiva gli echi del Sessantotto e si affacciava con incertezza ai complessi anni di piombo, il capolavoro di Ettore Scola non è solo un racconto d'amore e di tradimento. È una satira spietata, un esperimento linguistico e un ritratto sociologico di una classe proletaria che cerca di imitare i sentimenti "alti" letti nei fotoromanzi, finendo per schiantarsi contro la realtà cruda della cronaca nera.
Il titolo stesso, con quel sottotitolo tra parentesi che richiama i titoli strillati dei quotidiani scandalistici dell'epoca, ci avverte subito: non stiamo guardando una tragedia greca, ma un fatto di cronaca popolare, sporco, disordinato e profondamente umano.
Al centro della vicenda c’è un triangolo amoroso destinato al disastro, composto da tre figure indimenticabili del nostro cinema. Marcello Mastroianni è Oreste, un muratore romano, comunista convinto (almeno a parole), già sposato con una donna molto più anziana di lui e profondamente insoddisfatto. Monica Vitti è Adelaide, una fioraia ambulante che vive di sogni romantici e suggestioni melense. Infine, Giancarlo Giannini è Nello, un pizzaiolo toscano, giovane, aitante e forse un po' più integrato nel nascente consumismo rispetto a Oreste.
Il film segue l’incontro tra Oreste e Adelaide durante una festa dell'Unità, l’esplosione della loro passione e la successiva intromissione di Nello, amico di Oreste, che finisce per innamorarsi della stessa donna. Quello che potrebbe essere un banale canovaccio da vaudeville viene però elevato da Scola a una riflessione antropologica. I tre protagonisti non hanno gli strumenti culturali per gestire la complessità dei loro sentimenti. Parlano una lingua che è un impasto assurdo di dialetto, slogan politici e frasi fatte rubate alle riviste come Grand Hotel. È proprio questa "alienazione linguistica" a rendere il film così potente: cercano di vivere un amore da film, ma lo fanno con i piedi nel fango della periferia romana.
Una delle scelte più coraggiose di Scola è la rottura della quarta parete. I personaggi non si limitano a vivere la loro storia, ma la commentano rivolgendosi direttamente allo spettatore, come se fossero in un'aula di tribunale (che è poi la cornice narrativa del film). Questo espediente trasforma il pubblico in giuria e, allo stesso tempo, in complice.
La struttura è un continuo flashback che ricostruisce il "delitto" annunciato. Questa frammentazione narrativa permette a Scola di alternare momenti di comicità travolgente a momenti di una tristezza infinita. Vediamo Oreste che cerca di giustificare la sua gelosia patologica citando i diritti del lavoratore, o Adelaide che tenta il suicidio in modi grotteschi che sembrano parodie della letteratura romantica. È un cinema che riflette sul proprio potere di influenzare le masse: i protagonisti si comportano come si comportano perché hanno visto troppi film, hanno letto troppi rotocalchi e non sanno più distinguere la propria vita dalla finzione che consumano.
Visivamente, Dramma della gelosia è un’esplosione di colori e di suggestioni visive che oggi definiremmo "Kitsch". Scola e lo scenografo Luciano Ricceri immergono i personaggi in un mondo di plastica, luci al neon, fiori finti e pizze che sembrano opere d'arte contemporanea. La fotografia di Carlo Di Palma cattura una Roma che sta cambiando pelle: non è più la città neorealista delle rovine, ma la metropoli che si riempie di cartelloni pubblicitari e di una modernità sgangherata.
C’è una scena madre che riassume perfettamente questa estetica: la sequenza della pizza condivisa tra Adelaide e Nello, dove l’atto del mangiare diventa un rituale erotico e volgare al tempo stesso. La telecamera indugia sui dettagli, sulla farina, sulla mozzarella che fila, trasformando un alimento quotidiano in un feticcio di desiderio che scatena la follia di Oreste. È in questi momenti che il film tocca vette di grottesco che pochi altri registi sono riusciti a raggiungere con tale equilibrio.
Non si può parlare di questo film senza rendere omaggio alle prove attoriali. Marcello Mastroianni, premiato a Cannes per questo ruolo, compie un lavoro di decostruzione della sua immagine di "latin lover". Il suo Oreste è un uomo distrutto, spettinato, perennemente sudato, che esprime una disperazione così autentica da risultare quasi insopportabile. La sua gelosia non è nobile; è una malattia che lo divora, rendendolo ridicolo e tragico contemporaneamente.
Monica Vitti è, se possibile, ancora più straordinaria. In quegli anni la Vitti stava passando dai ruoli dell'incomunicabilità di Antonioni alla commedia pura, e qui fonde le due anime. La sua Adelaide è una donna fragile che cerca disperatamente un’identità attraverso l’amore degli uomini. La scena in cui "sviene" per l'emozione ogni volta che si trova davanti a un conflitto è un saggio di tecnica recitativa e di tempi comici perfetti.
Giancarlo Giannini, nel ruolo di Nello, offre la spalla ideale. Il suo accento toscano e la sua baldanza giovanile creano il contrasto perfetto con l'abbrutimento di Oreste. Nello rappresenta la nuova classe lavoratrice, quella che non si riconosce più nei vecchi valori ideologici ma si perde nel piacere immediato.
Scola, regista profondamente politico, inserisce nel film una critica sottile ma feroce al fallimento delle ideologie di fronte alle pulsioni primordiali. Oreste è un iscritto al Partito Comunista, ma il suo impegno politico è svuotato di senso dalla sua ossessione amorosa. C’è una scena emblematica durante un comizio: Oreste cerca di concentrarsi sui problemi del proletariato, ma i suoi occhi cercano continuamente Adelaide tra la folla.
Il film suggerisce che la "rivoluzione" è impossibile se l'individuo è ancora schiavo di dinamiche possessive arcaiche. La gelosia, in questo contesto, viene vista come una forma di proprietà privata applicata ai sentimenti, il peccato originale di un uomo che a parole vorrebbe collettivizzare tutto, ma che nei fatti non accetta di condividere "la sua" donna. È un cortocircuito ideologico che Scola dipinge con un’ironia amara, sottolineando l'inadeguatezza dell'uomo comune di fronte ai grandi cambiamenti sociali.
Man mano che il film procede, la componente comica si assottiglia per lasciare spazio a una discesa agli inferi senza ritorno. I tentativi di ménage à trois falliscono miseramente perché nessuno dei tre ha la maturità per sostenerli. Il triangolo si spezza e si ricompone in forme sempre più malate, tra ospedali psichiatrici, tentati omicidi e una povertà morale che fa male al cuore.
Il finale è un capolavoro di crudeltà e pietà. La "cronaca" del titolo prende il sopravvento e la realtà si riprende tutto il suo spazio, lasciando i protagonisti in frantumi. Non c’è catarsi, non c’è redenzione. Resta solo la sensazione di aver assistito a un banchetto di emozioni sprecate, consumate con la stessa voracità di una pizza mangiata in fretta in un vicolo buio.
Dramma della gelosia rimane oggi un film di una modernità sconcertante. Ha anticipato il modo in cui i media avrebbero plasmato la percezione dei sentimenti popolari e ha saputo raccontare l'Italia del boom economico con una lucidità che non scade mai nel cinismo gratuito. Scola ha avuto il coraggio di ridere delle disgrazie dei suoi protagonisti non per cattiveria, ma per mostrare quanto possa essere assurda la condizione umana quando perde il contatto con la propria verità interiore.
È un’opera che andrebbe studiata non solo per la sua perfezione tecnica, ma per come riesce a farci amare tre personaggi profondamente sbagliati, rendendoli specchi delle nostre stesse debolezze. Se la commedia all'italiana è stata grande, è perché ha saputo guardare nel fango e trovarci, nonostante tutto, una scintilla di commovente umanità.
mubi
Bring Her Back - Torna da me (Bring Her Back) è un film del 2025 diretto da Danny e Michael Philippou.
C'è un’energia strana, quasi elettrica, che circonda il lavoro di Danny e Michael Philippou. Se con il loro esordio, Talk to Me, avevano dimostrato che due ragazzi cresciuti a pane e YouTube (sotto il marchio RackaRacka) potevano ridare vita a un genere spesso asfissiato dai cliché, con Bring Her Back - Torna da me, uscito in questo 2025, hanno confermato di essere tra le voci più originali e viscerali del panorama horror contemporaneo.
Non è un compito facile parlare di questo film senza cadere nella tentazione di fare un paragone costante con la loro opera prima, ma è necessario farlo per capire quanto i due gemelli australiani siano maturati. Se Talk to Me era un’esplosione di adrenalina adolescenziale e nichilismo, Bring Her Back è un’opera decisamente più stratificata, quasi "adulta" nella sua ferocia, che scava nelle piaghe del lutto con una cattiveria che raramente si vede nelle produzioni mainstream, pur mantenendo quel marchio di fabbrica A24 che garantisce una certa eleganza formale.
Al centro della narrazione troviamo una straordinaria Sally Hawkins. La scelta del cast, di per sé, è stata un colpo di genio. La Hawkins ha sempre avuto questa capacità innata di trasmettere una vulnerabilità luminosa, quasi ultraterrena, e vederla sprofondare nel gorgo dell'orrore psicofisico dei Philippou crea un contrasto che è il vero motore del film. Non interpreta la classica "final girl" e nemmeno la madre terrorizzata dei film di genere anni '80; è una donna consumata dal desiderio impossibile di annullare la morte.
Il titolo, Bring Her Back, non è solo un imperativo o una preghiera, ma una maledizione. Il film esplora quel territorio grigio e pericoloso dove il dolore smette di essere un processo di guarigione e diventa un'ossessione distruttiva. La trama si dipana attorno all'idea che la linea tra il nostro mondo e "l'altro" non sia solo sottile, ma porosa, pronta a rompersi sotto il peso di un desiderio egoistico. I Philippou non cercano la paura facile attraverso il salto sulla sedia (anche se i jump scares ci sono e colpiscono come treni in corsa), ma costruiscono una tensione costante basata sulla consapevolezza che ogni azione della protagonista la sta allontanando irrimediabilmente dall'umanità.
Visivamente, i fratelli Philippou hanno fatto un salto di qualità enorme. In questo film, la macchina da presa sembra dotata di vita propria. Si muove con una cinetica che ricorda i loro primi video virali, ma con una precisione chirurgica. C’è una scena in particolare, verso la metà della pellicola, girata quasi interamente in un unico, soffocante piano sequenza, che cattura una discesa simbolica e letterale negli inferi domestici. È qui che si vede la loro abilità: sanno quando essere frenetici e quando restare immobili, lasciando che l'orrore si manifesti negli angoli bui dell'inquadratura.
L'uso del sonoro merita una menzione a parte. Se hai avuto modo di vederlo al cinema, avrai notato come il design audio sia progettato per farti sentire fisicamente a disagio. Non si tratta solo di musica inquietante; sono i suoni organici, gli scricchiolii, i respiri pesanti e quel ronzio sotterraneo che sembra vibrare direttamente nelle ossa dello spettatore. In Bring Her Back, il silenzio è spesso più terrificante delle urla.
In un’epoca in cui la CGI spesso appiattisce la fisicità dell'orrore, Danny e Michael rimangono fedeli alla loro filosofia degli effetti pratici. C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui mostrano la violenza e la deformazione. Non è mai "pulita". È sporca, umida, dolorosa. Le creature – o meglio, le manifestazioni di ciò che sta "dall'altra parte" – non sono mostri digitali senz'anima, ma presenze che sembrano avere un peso e una consistenza.
Questo realismo viscerale serve a sottolineare il tema centrale: il corpo come prigione e come tramite. La sofferenza fisica della protagonista diventa lo specchio della sua agonia mentale. La Hawkins si è sottoposta a una prova fisica non indifferente, restituendo una performance che passa dal sussurro al grido primordiale senza mai sembrare forzata. È un horror che ti resta addosso non tanto per il sangue versato, ma per il senso di inevitabilità che permea ogni scena.
Molti film dell'orrore moderni cercano di offrire una sorta di catarsi, un finale che, per quanto amaro, chiuda il cerchio. I Philippou, invece, sembrano godere nel lasciare lo spettatore in uno stato di sospensione etica. Bring Her Back interroga direttamente chi guarda: fino a che punto saresti disposto a spingerti per riavere chi hai perso? E, soprattutto, saresti in grado di accettare che ciò che torna non è mai ciò che è andato via?
È un film profondamente pessimista, ma di quel pessimismo lucido che serve a esplorare la natura umana. Non c’è spazio per la speranza spicciola. La discesa agli inferi non è un viaggio di sola andata per sbaglio, ma una scelta deliberata dettata dall'amore trasformato in veleno. Questo lo rende un film molto più cupo rispetto a Talk to Me. Se il loro primo film era un monito sui pericoli delle dipendenze e della ricerca dell'evasione, questo è un trattato sull'incapacità di lasciare andare.
Arrivati a questo punto del 2026, possiamo guardare a Bring Her Back come al film che ha definitivamente consacrato i Philippou non più come "fenomeni del web prestati al cinema", ma come autori con la A maiuscola. Hanno saputo gestire un budget più importante e una produzione internazionale senza perdere la loro identità anarchica.
Il film ha anche acceso dibattiti interessanti sulla rappresentazione del lutto nel cinema di genere. Mentre titoli come Hereditary o The Babadook usavano il soprannaturale come metafora quasi clinica della depressione, Bring Her Back è molto più diretto, quasi brutale. Non chiede scusa per la sua natura di film dell'orrore; abbraccia i tropi del genere per poi distorcerli in qualcosa di nuovo e profondamente inquietante.
In conclusione, Bring Her Back - Torna da me è un’esperienza cinematografica che richiede stomaco, non tanto per le scene cruente, quanto per la sua capacità di scavare dentro le paure più recondite legate alla perdita. È un film che non ti lascia andare una volta uscito dalla sala, che ti spinge a guardarti alle spalle e a chiederti se quel rumore nella stanza accanto sia solo il vento o qualcosa che abbiamo disperatamente cercato di richiamare indietro.
I fratelli Philippou hanno creato un'opera che è allo stesso tempo un omaggio al cinema horror classico e una spinta verso il futuro del genere, dimostrando che non servono grandi spiegazioni o mitologie eccessivamente complicate quando hai a disposizione una regia solida, un'attrice immensa e un'idea che tocca le corde più profonde dell'animo umano.
prime
Greenland 2: Migration è un film del 2026 diretto da Ric Roman Waugh.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato dal cinema di Ric Roman Waugh, è che l’apocalisse non è mai la fine, ma solo un cambio di scenario particolarmente brutale. Con l’uscita di Greenland 2: Migration, approdato nelle sale italiane proprio in questi giorni di fine gennaio 2026, il regista torna a collaborare con Gerard Butler per dimostrarci che sopravvivere all’impatto di una cometa è stata, paradossalmente, la parte facile.
Mentre il primo capitolo era una corsa contro il tempo scandita dal ticchettio dei frammenti celesti, questo sequel trasforma il survival movie in un’odissea esistenziale, un "road movie" attraverso le macerie di un continente che non riconosciamo più.
Il film ci accoglie con un salto temporale di cinque anni. Non siamo più nel caos frenetico dell’evacuazione, ma nel silenzio claustrofobico del bunker in Groenlandia dove avevamo lasciato la famiglia Garrity. Quei cinque anni non sono passati senza lasciare tracce: John (Butler) è un uomo segnato, non più solo un ingegnere che cerca di proteggere i suoi, ma un ingranaggio di una micro-società sotterranea che sta esaurendo risorse e speranza.
L'incipit è folgorante: la natura, scossa dagli assestamenti tettonici post-impatto, decide che il rifugio non è più sicuro. Un devastante terremoto e il conseguente tsunami costringono i sopravvissuti a uscire all'aperto, rivelando un mondo che è l'opposto di quello che ricordavano. L'Europa è un deserto congelato, sferzato da tempeste elettromagnetiche e piogge acide, dove il cielo non è mai del tutto azzurro. La "Migrazione" del titolo non è una scelta, ma un imperativo biologico: muoversi o morire.
La trama si dipana lungo un percorso che attraversa un’Europa spettrale. I Garrity, insieme alla dottoressa Amina, intraprendono un viaggio disperato verso il sud, verso un presunto cratere in Francia dove, secondo alcune teorie scientifiche e voci tra i sopravvissuti, la vita starebbe ricominciando a germogliare grazie a condizioni atmosferiche uniche.
Ciò che rende Migration interessante è la sua capacità di mostrare la regressione della civiltà. Non vediamo solo mostri o bande alla Mad Max (anche se i predoni non mancano), ma vediamo la disperazione burocratica dei piccoli avamposti militari e la nascita di nuove, fragili comunità che lottano per un pezzo di terra coltivabile. Una delle sequenze più impressionanti è senza dubbio la traversata del Canale della Manica: non più un braccio di mare, ma una distesa di fango e relitti, un paesaggio lunare che i protagonisti devono percorrere a piedi, sfidando tempeste di sabbia tossica e la costante minaccia di cecchini.
Gerard Butler conferma qui la sua evoluzione in "Everyman" del cinema d'azione: è stanco, imbolsito dal tempo passato sottoterra, e per di più deve fare i conti con i primi sintomi di una malattia da radiazioni. Non è un eroe invincibile, ma un padre che sa di avere i giorni contati e vuole solo assicurarsi che suo figlio abbia un futuro.
A proposito del figlio, Roman Griffin Davis subentra nel ruolo di Nathan Garrity (sostituendo il precedente attore per via della crescita naturale del personaggio). Davis porta una freschezza drammatica notevole: il suo Nathan non è più il bambino spaventato con l'insulina, ma un adolescente nato e cresciuto nel trauma, diviso tra il desiderio di esplorare il mondo esterno e il terrore di ciò che esso nasconde. La chimica con Morena Baccarin resta il cuore pulsante del film; Allison non è più la "moglie in attesa di soccorso", ma una leader pragmatica che gestisce le crisi con una freddezza che il marito sembra aver perso.
Ric Roman Waugh mantiene lo stile "sporco" e realistico che ha caratterizzato il primo film. Nonostante il budget più elevato, la CGI è usata con estrema parsimonia per enfatizzare la desolazione degli ambienti reali. La scelta di girare in Islanda e in altre location europee spoglie restituisce un senso di gelo che arriva dritto allo spettatore.
Il regista si concentra sui dettagli: il suono del vento che fischia tra le lamiere, il respiro pesante nelle maschere antigas, la luce livida che filtra attraverso le nuvole perenni. È un horror ambientale in cui il nemico non è solo l'uomo cattivo, ma il pianeta stesso che sta cercando di espellere i suoi abitanti.
"Greenland 2 non è solo un disaster movie, è una riflessione su cosa resta di noi quando il mondo che abbiamo costruito ci viene strappato via. Non sono i crateri a fare paura, ma l'indifferenza del cielo sopra di noi."
Senza fare troppi spoiler, il finale di Migration è decisamente più complesso di quello del 2020. Se il primo film finiva con un messaggio di speranza (le comunicazioni radio che riprendono), questo sequel ci interroga su quale tipo di vita valga la pena vivere in un mondo post-apocalittico. La ricerca del "cratere perfetto" diventa una metafora della resilienza umana, ma anche dell'incapacità dell'uomo di accettare la fine.
È un film che parla al nostro presente, toccando temi come il cambiamento climatico e le migrazioni forzate, senza mai diventare una lezione di morale. È intrattenimento puro, ma con un'anima pesante e terrosa. In questo inizio di 2026, Greenland 2: Migration si candida a essere uno dei survival thriller più solidi degli ultimi anni, chiudendo (forse) un cerchio iniziato sotto la pioggia di cenere di cinque anni fa.
al cinema
Testo: Attraverso il ghiaccio e il freddo dell'inverno Lungo Nicollet Avenue Una città in fiamme ha combattuto fuoco e ghiaccio Sotto gli stivali di un occupante L'esercito privato di Re Trump dal DHS Armi allacciate ai loro cappotti Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge O almeno così racconta la loro storia Contro il fumo e i proiettili di gomma Alle prime luci dell'alba I cittadini si sono schierati per la giustizia Le loro voci risuonavano nella notte E c'erano impronte insanguinate Dove avrebbe dovuto esserci pietà E due morti lasciati a morire su strade innevate Alex Pretti e Renee Good Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce Cantare attraverso la nebbia insanguinata Prenderemo posizione per questa terra E lo straniero in mezzo a noi Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato Nell'inverno del '26 Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis I teppisti federali di Trump hanno picchiato Il suo viso e il suo petto Poi abbiamo sentito gli spari E Alex Pretti giaceva nella neve, morto La loro pretesa era legittima difesa, signore Semplicemente non ci credo I tuoi occhi Sono il nostro sangue e le nostre ossa E questi fischietti e telefoni Contro le sporche bugie di Miller e Noem Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce Piangere attraverso la nebbia insanguinata Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis Ora dicono di essere qui per far rispettare la legge Ma calpestano i nostri diritti Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio Puoi essere interrogato o deportato a vista Con i canti dell'ICE fuori ora Il cuore e l'anima della nostra città persistono Attraverso vetri rotti e lacrime di sangue Per le strade di Minneapolis Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce Cantare attraverso la nebbia insanguinata Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato Nell'inverno del '26 Prenderemo posizione per questa terra E per lo straniero in mezzo a noi Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis
Il male non esiste (Aku wa sonzai shinai) è un film del 2023 diretto da Ryūsuke Hamaguchi.
Dopo il successo mondiale e l’Oscar per Drive My Car, Ryūsuke Hamaguchi avrebbe potuto scegliere qualsiasi strada: una grande produzione internazionale, un cast hollywoodiano o un adattamento letterario ambizioso. Invece, con la sensibilità che contraddistingue i grandi maestri, ha scelto di tornare "piccolo", quasi invisibile, per dirigere un’opera che nasce dal silenzio e dal ritmo della terra. Il male non esiste (Aku wa Sonzai Shinai) non è solo un film, ma un’esperienza sensoriale e filosofica che interroga lo spettatore sul significato profondo della convivenza, del progresso e della natura stessa.
La nascita di questo film è peculiare quanto il suo contenuto. Tutto ha inizio quando la compositrice Eiko Ishibashi, che aveva già collaborato con Hamaguchi per la colonna sonora di Drive My Car, ha chiesto al regista di creare delle immagini per accompagnare le sue performance dal vivo. Il progetto iniziale si chiamava GIFT, un’opera muta destinata a essere sonorizzata live. Tuttavia, durante le riprese nel piccolo villaggio di Mizubiki, Hamaguchi si è reso conto che il materiale umano e narrativo che stava raccogliendo meritava una vita propria, una voce e una struttura narrativa completa. Da qui è nato il lungometraggio, che ha poi vinto il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia.
Questa origine "musicale" è percepibile in ogni fotogramma. La musica di Ishibashi non è un semplice sottofondo, ma una forza elementale che guida la macchina da presa. Ci sono momenti in cui il suono si interrompe bruscamente, lasciando lo spettatore in un vuoto improvviso che genera un’inquietudine sottile, quasi a suggerire che l'equilibrio della natura sia fragile e costantemente minacciato da un'interruzione esterna.
Il film si apre con una sequenza di straordinaria bellezza e semplicità: la macchina da presa è rivolta verso l’alto, inquadrando le cime degli alberi che scorrono contro il cielo invernale. È una prospettiva che ci costringe a rallentare, a sintonizzarci su un tempo che non è quello frenetico delle città giapponesi, ma quello delle stagioni. Conosciamo quindi Takumi, un uomo di poche parole che vive con la figlia Hana nel villaggio di Mizubiki, non lontano da Tokyo.
Takumi è il "tuttofare" della comunità. Lo vediamo raccogliere l’acqua purissima del ruscello per il ristorante locale, tagliare la legna con una precisione metodica, riconoscere le piante selvatiche. È un uomo che appartiene al luogo, ma che mantiene un distacco quasi sacrale. La sua esistenza, e quella dei suoi vicini, è regolata da una regola non scritta: il rispetto per ciò che sta "a monte". In un ecosistema montano, chi vive più in alto ha la responsabilità morale di non inquinare l’acqua di chi vive più in basso. È un concetto di etica geografica che diventa la metafora centrale dell’intero film.
La quiete di Mizubiki viene scossa dall'annuncio di un progetto edilizio: una società di consulenza di Tokyo, la Playmode, intende costruire un sito di "glamping" (campeggio di lusso) proprio nel bosco. Il conflitto non viene però messo in scena come la classica battaglia tra Davide e Golia, o tra ambientalisti eroici e capitalisti senza scrupoli. Hamaguchi sceglie una via molto più sottile e, per certi versi, spiazzante.
La sequenza centrale dell’assemblea pubblica è un capolavoro di scrittura cinematografica. I due rappresentanti della società, Takahashi e Mayuzumi, si presentano davanti ai cittadini con rendering patinati e risposte evasive. Non sono persone malvagie; sono semplicemente impiegati di un'agenzia di talenti che è stata incaricata di gestire il progetto per ottenere sussidi governativi post-pandemici. Sono "pedine" di un sistema che non comprendono fino in fondo.
Gli abitanti del villaggio, d'altro canto, non protestano con urla o cartelli. Pongono domande tecniche, precise e devastanti: dove andranno gli scarichi delle fosse settiche? Chi controllerà il rischio di incendi boschivi durante la notte? Perché il sito è stato progettato proprio sul sentiero dei cervi? È qui che emerge la frattura: la città vede la natura come un "prodotto", un’attrazione estetica da consumare nel weekend; il villaggio vede la natura come una necessità vitale che richiede manutenzione e conoscenza.
Hamaguchi compie un’operazione geniale nella seconda metà del film: decide di seguire Takahashi e Mayuzumi nel loro viaggio di ritorno verso Tokyo e poi di nuovo verso il villaggio. Attraverso i loro dialoghi in auto, scopriamo la loro mediocrità, ma anche la loro stanchezza. Takahashi, in particolare, sembra quasi affascinato dalla vita di Takumi. È un uomo di mezza età stanco dello smog e della pressione aziendale, che arriva a pensare di potersi "convertire" alla vita rurale, magari diventando il custode del glamping.
Questa umanizzazione dei rappresentanti del progresso serve a sottolineare il tema del titolo: il male non esiste, almeno non nella forma caricaturale a cui il cinema ci ha abituati. Non c'è un cattivo che vuole distruggere il bosco per pura malvagità. C'è solo un'incredibile ignoranza e una disconnessione tra le azioni compiute in un ufficio di Tokyo e le conseguenze fisiche che quelle azioni hanno "a valle". Il male, suggerisce Hamaguchi, è l’assenza di consapevolezza, è il non sapere che l’acqua che sporchiamo oggi sarà quella che qualcun altro dovrà bere domani.
I cervi sono presenze costanti, seppur invisibili, per gran parte della pellicola. Takumi spiega che i cervi non sono pericolosi a meno che non vengano feriti o messi alle strette. Questo dettaglio, apparentemente marginale, diventa fondamentale per comprendere il finale del film. Il cervo rappresenta la natura nella sua essenza più pura: non è buona, non è cattiva, è semplicemente reagente.
Se l'uomo occupa il sentiero del cervo, il cervo deve spostarsi. Se l'uomo ferisce il cervo con una freccia e non lo uccide, il cervo diventa imprevedibile e potenzialmente letale. È la legge del contrappasso naturale. La decisione di costruire il glamping esattamente sulla via di passaggio degli animali è l’atto simbolico che rompe l'equilibrio. Non è solo un problema di ecologia, è un’interferenza in un ritmo millenario che non accetta compromessi commerciali.
Il film culmina in un finale che ha diviso critici e pubblico per la sua natura enigmatica e quasi onirica. Senza svelare troppo per chi non lo avesse visto, la ricerca della piccola Hana, scomparsa nel bosco al tramonto, trasforma il film da dramma sociale a thriller metafisico.
In questa sequenza finale, il tempo sembra dilatarsi. La nebbia scende, i colori si fanno cupi e la musica di Ishibashi diventa una presenza ossessiva. Il gesto violento e improvviso che chiude la narrazione è scioccante perché sembra arrivare dal nulla, eppure è perfettamente coerente con la tesi del film. Quando l’equilibrio viene rotto, la reazione non segue la logica della morale umana, ma quella della sopravvivenza e della protezione del territorio.
Takumi agisce non come un uomo che punisce un colpevole, ma come un elemento della natura stessa che rimuove una minaccia. È un atto che ci lascia con un senso di soffocamento (letterale e figurato), costringendoci a riconsiderare tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento.
Visivamente, Il male non esiste è un’opera di sottrazione. Hamaguchi evita i virtuosismi tecnici fini a se stessi. Preferisce i piani sequenza lunghi, che permettono allo spettatore di osservare il lavoro manuale di Takumi (come il taglio dei ciocchi di legno) sentendone quasi lo sforzo fisico e l’odore della resina. La fotografia di Yoshio Kitagawa cattura la luce fredda dell’inverno giapponese, restituendo un’immagine della natura che è maestosa ma priva di sentimentalismi.
Il regista usa il silenzio come uno strumento narrativo. Molte scene si svolgono senza dialoghi, lasciando che siano i rumori del bosco — il vento tra i rami, il ghiaccio che scricchiola, lo scorrere dell'acqua — a parlare. Questo approccio richiede allo spettatore una partecipazione attiva, un abbandono dei ritmi narrativi tradizionali per entrare in una dimensione più contemplativa.
Il male non esiste è un film profondamente politico pur non parlando mai di politica in senso stretto. È un monito sulla nostra responsabilità collettiva. Ci ricorda che viviamo tutti "a valle" di qualcuno e che ogni nostra piccola comodità, come un weekend in un campeggio di lusso con il wi-fi e l'acqua corrente nel bosco, ha un costo che spesso viene pagato da altri.
Hamaguchi non ci dà lezioni di morale. Non ci dice che il villaggio è il paradiso e la città è l'inferno. Al contrario, ci mostra come la contaminazione sia inevitabile. Anche Takumi, nel suo essere un uomo della natura, è parte di un ingranaggio che sta cambiando. Il film ci lascia con una domanda sospesa: in un mondo dove tutto è connesso, è davvero possibile evitare di fare del male? O il male è semplicemente il nome che diamo alle conseguenze inevitabili della nostra presenza su questo pianeta?
Uscendo dalla visione, resta addosso una sensazione di inquietudine feconda. Il male non esiste è un’opera che continua a crescere nella mente dello spettatore per giorni, come una foresta che si riprende lentamente i propri spazi dopo che l'uomo ha smesso di calpestarli. È la conferma che Ryūsuke Hamaguchi è oggi uno dei pochissimi registi capaci di filmare l'invisibile, rendendo tangibile l'anima segreta del mondo.
Elisa è un film del 2025 diretto da Leonardo Di Costanzo
Parlare di Elisa, l’ultimo lavoro di Leonardo Di Costanzo presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia nel 2025, significa immergersi in un cinema che non cerca mai la strada più semplice. Se con Ariaferma il regista ci aveva chiusi tra le mura di un carcere in dismissione per esplorare l'umanità sospesa tra guardie e ladri, con Elisa compie un passo ulteriore: entra direttamente nelle crepe della mente umana, lì dove il ricordo si fa trauma e la colpa si trasforma in un muro invalicabile.
Il film, uscito nelle sale nel settembre del 2025, segna una maturità stilistica impressionante per Di Costanzo, confermando la sua capacità di trattare la cronaca nera non come un oggetto da vivisezionare per il gusto del macabro, ma come un territorio etico in cui interrogarci tutti. È un’opera densa, stratificata, che richiede allo spettatore non solo attenzione, ma una vera e propria disponibilità emotiva a stare nel disagio.
Per comprendere la profondità di questo racconto, bisogna partire dalle sue radici. Il film è liberamente ispirato a un saggio fondamentale della criminologia italiana contemporanea: "Io volevo ucciderla" di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali. Il libro analizza il caso di Stefania Albertani, che nel 2009 sconvolse la cronaca per la freddezza e l'apparente assenza di movente del delitto.
Di Costanzo, insieme ai co-sceneggiatori Bruno Oliviero e Valia Santella, compie un’operazione di sottrazione tipica del suo cinema. Non gli interessa il procedural, non gli interessa mostrarci le indagini della polizia o il clamore mediatico. Il regista sposta l'asse temporale a dieci anni dopo il delitto. Troviamo la protagonista, Elisa (interpretata da una monumentale Barbara Ronchi), già condannata e reclusa. Il film non si chiede "chi è stato?", ma "chi è diventata?".
La premessa narrativa è di una semplicità disarmante, ma carica di tensione. Elisa vive la sua prigionia in una sorta di stasi emotiva. Sostiene di non ricordare le dinamiche dell'omicidio della sorella maggiore, né il motivo per cui ne abbia bruciato il cadavere. È come se avesse steso un velo pietoso, o forse protettivo, tra la sua coscienza e l'atto compiuto.
L’elemento perturbatore è l’arrivo di Alaoui, un criminologo interpretato da Roschdy Zem, che non si presenta come un inquisitore, ma come un ricercatore. Il loro incontro dà vita a un duello dialettico che ricorda le atmosfere di certi drammi da camera, dove lo spazio fisico della stanza dei colloqui diventa vasto quanto un deserto. Alaoui non cerca una confessione legale — quella c'è già stata — ma cerca la verità del soggetto.
Il rapporto tra i due è il cuore pulsante del film. Da un lato abbiamo la resistenza di Elisa, che ha costruito la sua identità carceraria sulla dimenticanza; dall'altro la pazienza metodica di Alaoui, che usa il dialogo come uno scalpello per scrostare le bugie che Elisa ha raccontato prima di tutto a se stessa.
Se Elisa funziona così bene, gran parte del merito va a Barbara Ronchi. L’attrice compie un lavoro di sottrazione che è raro vedere nel cinema contemporaneo, spesso incline all'overacting quando si parla di follia o criminalità. La sua Elisa non è un mostro, né una vittima sacrificale. È una donna che sembra aver "spento la luce" dentro di sé.
La Ronchi recita con lo sguardo fisso, con piccoli movimenti delle mani, rendendo tangibile il peso di quel segreto che lei stessa finge di non possedere più. Quando, nel corso del film, i ricordi iniziano a riaffiorare attraverso l'uso sapiente dei flashback, la sua trasformazione fisica è minima ma devastante. Non ci sono urla catartiche, ma un lento sgretolarsi della maschera che è molto più doloroso da guardare.
Accanto a lei, Roschdy Zem offre una spalla perfetta. La sua recitazione è misurata, priva di giudizio morale, incarnando quell'approccio della giustizia riparativa che Di Costanzo sembra voler suggerire come unica via d'uscita dall'abisso.
La scelta strutturale di Di Costanzo è quella di un montaggio (curato da Carlotta Cristiani) che non segue una linea retta. Il film procede per frammenti. Vediamo la Elisa del presente, prigioniera non solo del carcere ma della sua stessa amnesia, e la Elisa del passato, una giovane donna schiacciata dalle aspettative familiari.
Emergono dettagli inquietanti: il fallimento di un'azienda del padre che lei ha cercato di nascondere, le bugie tessute per mesi per mantenere un'apparenza di normalità, fino al punto di rottura. Questa parte del film evoca inevitabilmente L'avversario di Emmanuel Carrère. Come nel libro dello scrittore francese, anche qui il delitto nasce da un eccesso di "normalità" che non riesce più a contenere la pressione della menzogna.
Il paesaggio gioca un ruolo fondamentale. Spostando l'azione tra il Canton Ticino e l'Alto Adige, il regista e il direttore della fotografia Luca Bigazzi creano un'atmosfera sospesa. Le montagne imponenti e le vallate silenziose non sono semplici sfondi, ma diventano la proiezione esterna dell'isolamento di Elisa. La luce di Bigazzi è fredda, tagliente, capace di illuminare i volti senza mai riscaldarli, mantenendo quella distanza analitica che è la cifra stilistica del film.
Elisa non è un film sull'omicidio, ma sulla responsabilità. Di Costanzo interroga lo spettatore su una questione scomoda: è possibile perdonare chi non ha ancora pienamente accettato la propria colpa?
Il film esplora la "genealogia del male" senza mai cadere nel determinismo sociale. Non ci dice che Elisa ha ucciso perché era povera o perché i genitori erano cattivi. Anzi, la figura del padre (interpretato da Diego Ribon) è tragica proprio nella sua incapacità di comprendere come quella figlia "perfetta" sia potuta scivolare nell'orrore. La sua scelta finale di perdonare, o almeno di tentare un riavvicinamento, è uno dei momenti più alti del film, che solleva interrogativi profondi sul senso del castigo.
C'è anche un forte discorso sulla parola. In un'epoca di sovraesposizione comunicativa, il film di Di Costanzo ci ricorda che ci sono verità che non possono essere dette subito, che richiedono un tempo di maturazione interno. Il dialogo tra Elisa e Alaoui è un percorso di riappropriazione del linguaggio: nominare l'orrore per poter, forse, un giorno lasciarselo alle spalle.
All'uscita nel 2025, il film ha diviso la critica, come spesso accade per le opere che rifiutano il sensazionalismo. Alcuni hanno accusato il regista di eccessivo intellettualismo, di aver creato un'opera troppo "chiusa" e clinica. Tuttavia, a distanza di mesi, Elisa si è rivelato uno dei titoli più resistenti nella memoria del pubblico.
In un mercato cinematografico saturato da true crime che spettacolarizzano il dolore, Di Costanzo ha scelto la via del rigore. Ha scelto di non mostrare la violenza in modo esplicito (se non in brevissimi, accecanti bagliori), preferendo mostrarne le conseguenze devastanti sull'anima. È un film che non ti dà risposte consolatorie. Non c'è una "guarigione" miracolosa alla fine dei 105 minuti di proiezione, ma c'è la presa di coscienza.
Il finale, che riprende una camminata simile a quella iniziale ma con una consapevolezza diversa, racchiude tutto il senso dell'opera. La libertà non è uscire da una cella, ma smettere di mentire a se stessi.
Con Elisa, Leonardo Di Costanzo chiude idealmente una trilogia sull'istituzione e l'individuo iniziata con L'intervallo e proseguita con Ariaferma. Se nel primo il focus era la strada e la criminalità organizzata, e nel secondo era lo Stato e la convivenza forzata, qui il focus è la famiglia e la psiche individuale.
È un film che conferma come il regista ischitano sia oggi uno dei pochi capaci di utilizzare la macchina da presa come uno strumento di indagine filosofica. Non c'è un solo fotogramma sprecato, non c'è una nota della colonna sonora (di Giorgio Matteo e Aki Oliviero) che cerchi di manipolare le emozioni dello spettatore. Tutto è asciutto, necessario, quasi severo.
In definitiva, Elisa è un'opera che parla di noi, della nostra difficoltà ad accettare le nostre ombre e del coraggio che serve per guardarle in faccia. È un film che, pur essendo uscito solo l'anno scorso, sembra già destinato a diventare un punto di riferimento per chiunque voglia approcciarsi al genere drammatico con onestà e profondità.
sky
Lost in Translation - L'amore tradotto (Lost in Translation) è un film del 2003 diretto da Sofia Coppola
Esistono film che non si limitano a raccontare una storia, ma preferiscono evocare uno stato d'animo, un’atmosfera sospesa tra la veglia e il sonno, tra il sorriso e la malinconia. Lost in Translation - L'amore tradotto, scritto e diretto da Sofia Coppola nel 2003, è esattamente questo: un delicato acquerello cinematografico che cattura quel senso di smarrimento esistenziale che tutti, prima o poi, proviamo nel sentirci stranieri non solo in un paese lontano, ma nella nostra stessa vita.
Uscito in un periodo in cui il cinema americano cercava nuove voci indipendenti, il film ha consacrato Sofia Coppola come una regista capace di un’estetica intima e rarefatta, lontana dai fasti barocchi del padre Francis Ford, ma dotata di una sensibilità visiva e narrativa assolutamente unica.
Il palcoscenico di questa vicenda è una Tokyo frenetica, caotica eppure profondamente alienante. La città non è solo una scenografia, ma un vero e proprio personaggio che agisce sui protagonisti. Attraverso gli occhi di Bob Harris e Charlotte, Tokyo appare come un caleidoscopio di luci al neon, messaggi pubblicitari incomprensibili e tradizioni millenarie che convivono con la tecnologia più spinta.
La scelta del Park Hyatt Hotel come nucleo dell'azione è fondamentale. È un "non-luogo" di lusso, una torre di vetro che isola i protagonisti dal resto del mondo. Qui, tra il bar panoramico e le camere silenziose, il fuso orario diventa una metafora della condizione umana: Bob e Charlotte sono costantemente fuori sincrono rispetto al resto dell'umanità. Soffrono di un'insonnia che non è solo fisica, ma spirituale; sono svegli quando il mondo dorme e sognano quando dovrebbero agire.
Al centro della narrazione troviamo due figure apparentemente distanti, unite però dalla stessa sensazione di invisibilità. Bob Harris, interpretato da un Bill Murray in stato di grazia, è una stella del cinema al tramonto, giunto a Tokyo per girare uno spot pubblicitario di un whisky giapponese per due milioni di dollari. Bob è stanco: il suo matrimonio è ridotto a scambi di fax su campioni di moquette, la sua carriera è un ricordo sbiadito e il suo spirito è logorato dal cinismo. Murray recita "sottotono", usando lo sguardo e i piccoli gesti per comunicare una tristezza infinita mascherata da un’ironia stanca.
Dall'altra parte c'è Charlotte, una giovanissima Scarlett Johansson al suo primo ruolo veramente maturo. Charlotte è una neolaureata in filosofia che ha seguito a Tokyo il marito John, un fotografo di moda rampante e perennemente impegnato. Mentre il marito si immerge nel glamour superficiale del suo lavoro, Charlotte resta indietro, chiusa nella sua stanza d'albergo a guardare la città dall'alto o a vagare per i templi di Kyoto senza trovare una risposta alla domanda che la tormenta: "Cosa dovrei fare della mia vita?".
L'incontro tra i due non avviene sotto il segno della passione carnale, ma sotto quello del riconoscimento. Si vedono perché sono gli unici a sentirsi invisibili in quella folla oceanica. La loro connessione è un'ancora di salvezza in un mare di incomprensione.
Il titolo originale, Lost in Translation, gioca sul doppio senso del termine "traduzione". C'è ovviamente la barriera linguistica, rappresentata magistralmente nella scena dello spot pubblicitario. Bob riceve istruzioni lunghissime e appassionate dal regista giapponese, che l'interprete traduce in una singola, scarna frase in inglese. In quel momento, Bob capisce che qualcosa di essenziale si è perso nel passaggio tra le due culture.
Tuttavia, il film suggerisce che la vera "traduzione mancata" sia quella tra gli esseri umani, anche quando parlano la stessa lingua. Bob non riesce a comunicare con la moglie lontana; Charlotte non riesce a farsi capire da un marito che vive di apparenze. La loro amicizia diventa quindi un tentativo di creare un linguaggio nuovo, fatto di silenzi, sguardi complici e un senso dell'umorismo condiviso che funge da scudo contro l'assurdità del mondo circostante.
Sofia Coppola firma un'opera che vive di dettagli. La sua regia non cerca l'enfasi, ma si sofferma sulla bellezza delle piccole cose: il modo in cui la luce colpisce un vetro, il rumore del ghiaccio nel bicchiere, il caos di una sala karaoke. La fotografia di Lance Acord, sgranata e calda nonostante l’uso prevalente di luci naturali e notturne, contribuisce a creare un senso di intimità quasi documentaristica.
Il film evita accuratamente i cliché della commedia romantica. Non ci sono grandi dichiarazioni, non ci sono ostacoli esterni da superare se non la propria inerzia emotiva. La Coppola filma l'attesa, il tempo morto, quei momenti della vita che solitamente vengono tagliati al montaggio ma che qui costituiscono l'essenza stessa dell'esperienza umana.
Un altro elemento cruciale è la colonna sonora, curata da Kevin Shields (dei My Bloody Valentine). Brani dream-pop e shoegaze di artisti come Air, Phoenix e The Jesus and Mary Chain avvolgono le immagini in una nuvola sonora che amplifica il senso di distacco e nostalgia. La musica non accompagna l'azione, ma la culla, rendendo Tokyo una città onirica dove tutto sembra possibile eppure nulla è concreto.
Una delle sequenze più celebri e significative del film è la notte trascorsa da Bob e Charlotte fuori dall'hotel, insieme agli amici locali di lei. Per la prima volta, i due escono dal loro guscio dorato e si immergono nella Tokyo reale. La scena del karaoke è il cuore emotivo di questa sezione: Charlotte canta "Brass in Pocket" dei Pretenders, cercando di attirare l'attenzione di Bob, mentre lui risponde con una versione struggente di "More Than This" dei Roxy Music.
In quel momento, attraverso le parole di canzoni scritte da altri, i due protagonisti riescono finalmente a dirsi ciò che provano. È un momento di pura liberazione, dove la vergogna scompare e resta solo la gioia di aver trovato un complice. La notte si conclude con un momento di pace assoluta, dove le barriere di età e di status sociale si dissolvono di fronte alla semplicità di un legame autentico.
Il finale di Lost in Translation è uno dei più discussi e amati della storia del cinema recente. Dopo giorni trascorsi insieme, è arrivato il momento per Bob di tornare negli Stati Uniti. L'addio formale nell'atrio dell'hotel è freddo, deludente, come se la magia si fosse spezzata tornando alla luce del sole. Tuttavia, mentre Bob si reca all'aeroporto in taxi, scorge Charlotte nella folla.
Scende dall'auto, la raggiunge e la abbraccia. In quel momento, le sussurra qualcosa all'orecchio che noi spettatori non possiamo sentire. Il suono è volutamente coperto dal rumore della strada e dalla musica.
Quel sussurro rappresenta il segreto intoccabile della loro relazione. È la prova che non tutto deve essere condiviso con il pubblico, che esistono momenti di intimità che appartengono solo a chi li vive.
Che le abbia detto "Ti amo", "Andrà tutto bene" o un semplice ringraziamento, non ha importanza. Ciò che conta è il sorriso di Charlotte dopo quel sussurro: una ragazza che ha trovato la forza di affrontare il proprio futuro grazie a un incontro fortuito con uno sconosciuto che l'ha saputa "tradurre" correttamente.
In definitiva, Lost in Translation è un film sulla transizione. Charlotte è in una fase di transizione tra la giovinezza e l'età adulta; Bob è in transizione tra la maturità e il declino. Tokyo è una città in perenne transizione tecnologica e culturale.
La pellicola ci insegna che non è necessario avere tutte le risposte. A volte, basta sedersi al bar di un hotel con qualcuno che si sente smarrito quanto noi, ordinare un drink e guardare le luci della città, accettando che perdersi è spesso l'unico modo per ritrovarsi veramente.
Sofia Coppola ha creato un capolavoro di sottrazione, dove ciò che viene omesso è importante quanto ciò che viene mostrato. È un inno alla gentilezza, alla comprensione reciproca e alla bellezza fugace dei legami che non hanno bisogno di etichette per esistere.
A distanza di oltre vent'anni, il film continua a esercitare un fascino magnetico. Ha trasformato il Park Hyatt di Tokyo in una meta di pellegrinaggio per cinefili e ha ridefinito la carriera di Bill Murray, dimostrando che sotto la maschera dell'attore comico batteva il cuore di un grande interprete drammatico.
Ma soprattutto, Lost in Translation ha dato voce a una generazione di "anime perse" che non si riconoscevano nei ritmi frenetici e produttivi della società moderna. Ha legittimato la malinconia non come patologia, ma come forma di consapevolezza poetica.
The Wrecking Crew è un film del 2026 , diretto da Ángel Manuel Soto
Il 2026 si è aperto con un rombo di motori e il fragore di vetri infranti, portando finalmente nelle sale una delle pellicole più attese degli ultimi anni: The Wrecking Crew. Diretto con una mano ferma e un senso estetico vibrante da Ángel Manuel Soto, il film rappresenta non solo un ritorno trionfale al genere della buddy comedy d’azione, ma anche la consacrazione definitiva di un’alchimia attoriale che il pubblico sognava da tempo. Al centro dell'opera troviamo il duo composto da Jason Momoa e Dave Bautista, due giganti che, sotto la guida di Soto, riescono a trasformare quello che poteva essere un semplice film di genere in un’esperienza cinematografica travolgente, capace di bilanciare una fisicità imponente con un’ironia sorprendentemente sottile.
La genesi di questo progetto è di per sé una storia di passione e determinazione. Tutto è nato da un’idea condivisa sui social media dai due protagonisti, che hanno saputo interpretare il desiderio dei fan di vederli finalmente insieme in un contesto che esaltasse sia la loro mole che il loro carisma. Ángel Manuel Soto, fresco del successo e della sensibilità mostrata in lavori precedenti, ha saputo infondere alla pellicola un’anima che va oltre le esplosioni coreografate. La sua regia non si limita a inquadrare l'azione, ma la vive, utilizzando movimenti di macchina cinetici e una palette cromatica calda e satura che rende ogni scena un quadro dinamico, quasi a voler richiamare l'estetica dei classici del genere degli anni Novanta, pur mantenendo un piede ben saldo nella modernità tecnica del 2026.
La trama, scritta con ritmo incalzante da Jonathan Tropper, ci trascina in un vortice di eventi che vede i due protagonisti interpretare due figure diametralmente opposte, costrette a collaborare per sventare un complotto criminale che minaccia di radere al suolo non solo la loro reputazione, ma interi quartieri. La forza di The Wrecking Crew non risiede tanto nell’originalità dell'intreccio poliziesco, quanto nella gestione dei tempi comici e nella costruzione dei personaggi. Bautista interpreta un poliziotto tutto d'un pezzo, metodico e quasi stoico nel suo approccio al dovere, mentre Momoa è la mina vagante, un concentrato di energia caotica e istinto puro. Il titolo stesso del film, che letteralmente si traduce come "squadra di demolizione", non si riferisce solo alla loro capacità di distruggere ogni cosa lungo il cammino, ma anche alla loro abilità nel demolire le barriere caratteriali l'uno dell'altro.
Dal punto di vista tecnico, il film è un gioiello di coreografia. Soto ha scelto di ridurre al minimo l'uso della CGI per le scene di combattimento, preferendo un approccio fisico e materico. Ogni pugno sembra pesare tonnellate e ogni inseguimento trasmette un senso di pericolo reale, merito anche di un lavoro sugli stunt che nel 2026 stabilisce nuovi standard per il cinema d’intrattenimento. Tuttavia, tra una sparatoria e l’altra, il regista trova lo spazio per momenti di riflessione e di umanità, esplorando il tema della fratellanza e del sacrificio. È qui che il tocco di Soto si avverte maggiormente: la sua capacità di rendere "umani" questi moderni Ercole permette allo spettatore di connettersi emotivamente con la storia, rendendo la risata più sincera e la tensione più palpabile.
Ambientato in una metropoli che diventa essa stessa protagonista, con i suoi vicoli oscuri e le sue luci al neon che riflettono lo stato d'animo dei personaggi, il film gode anche di una colonna sonora energica che mescola rock classico e sonorità moderne, scandendo perfettamente il passaggio dalle sequenze introspettive a quelle di puro caos. La sceneggiatura di Tropper brilla particolarmente nei dialoghi: gli scambi tra Momoa e Bautista sono rapidi, carichi di sarcasmo e privi di quei cliché logori che spesso affliggono le commedie d'azione. C'è una freschezza nel modo in cui i due attori interagiscono, una naturalezza che suggerisce una profonda amicizia fuori dal set, traslata con successo sullo schermo.
In definitiva, The Wrecking Crew non è solo il film che ha dominato il botteghino in questa prima parte del 2026, ma è la prova che il cinema d'azione ha ancora molto da dire quando viene affidato a registi con una visione chiara e ad attori disposti a mettersi in gioco. Ángel Manuel Soto ha confezionato un prodotto che diverte, emoziona e lascia lo spettatore con quel senso di soddisfazione che solo il grande cinema popolare sa regalare. È un’opera che celebra il potere della collaborazione e la bellezza del caos controllato, ricordandoci perché amiamo così tanto andare al cinema: per vedere giganti dal cuore d’oro che, tra una battuta e un’esplosione, salvano la giornata senza mai prendersi troppo sul serio.
prime
The Ugly Stepsister (Den Stygge Stesøsteren) è un film del 2025 diretto da Emilie Blichfeldt.
Il cinema del 2025 ha trovato una delle sue voci più feroci e visivamente dirompenti in Emilie Blichfeldt, che con il suo lungometraggio d'esordio, The Ugly Stepsister (titolo originale: Den stygge stesøsteren), ha compiuto un’operazione di chirurgia narrativa senza anestesia su una delle fiabe più radicate nell'inconscio collettivo: Cenerentola. Ma dimenticate le zucche che diventano carrozze o i topini canterini della Disney. Blichfeldt ci trascina in un incubo pastorale norvegese dove la bellezza è un bene di lusso che si paga con la carne e il sangue.
Al centro della narrazione non troviamo la fanciulla dalle scarpette di cristallo, ma la "sorellastra brutta", una figura che nella tradizione letteraria dei fratelli Grimm subisce mutilazioni atroci pur di compiacere una madre ambiziosa e un principe ossessionato dalla perfezione. Blichfeldt prende questo dettaglio cruento — spesso edulcorato dalle versioni moderne — e lo trasforma nel motore immobile del suo film. La protagonista non è un mostro di malvagità, ma una giovane donna intrappolata in un sistema estetico che non prevede per lei un posto nel mondo.
Il film esplora la psicologia della disperazione. La sorellastra, interpretata con una fisicità quasi dolorosa, diventa l'incarnazione della nostra ossessione contemporanea per il miglioramento di sé. Nonostante l'ambientazione sia sospesa in un tempo mitico e rurale, il sottotesto parla direttamente alla cultura dei social media, dei filtri e della chirurgia estetica estrema. Qui, però, non ci sono cliniche asettiche, ma lame affilate, bende imbevute di aceto e una madre che, con un amore distorto e feroce, convince la figlia che la sofferenza fisica è un investimento necessario per la scalata sociale.
The Ugly Stepsister si inserisce con prepotenza nel filone del body horror, ma lo fa con una sensibilità squisitamente nordica. Emilie Blichfeldt utilizza il corpo come un campo di battaglia. La macchina da presa non distoglie mai lo sguardo quando la carne viene tagliata, cucita o compressa. C’è una scena centrale, quella del tentativo di far calzare la scarpetta, che ridefinisce il concetto di tensione cinematografica: il suono del metallo contro l'osso e la vista della deformità "corretta" con la forza evocano una reazione viscerale nello spettatore.
Tuttavia, il sangue non è mai gratuito. Ogni ferita rappresenta un pezzo di identità che viene rimosso per fare spazio alla maschera della "principessa". Blichfeldt è magistrale nel mostrare come l'orrore non risieda tanto nell'atto del taglio, quanto nella naturalezza con cui esso viene accettato dalla società circostante. Il principe stesso non è un liberatore, ma un esteta crudele, il cui amore è condizionato da una simmetria millimetrica che la protagonista non possiede naturalmente.
Visivamente, il film è un paradosso vivente. La fotografia di The Ugly Stepsister alterna paesaggi mozzafiato, fatti di fiordi nebbiosi e foreste ancestrali, a interni claustrofobici e sporchi. Questo contrasto serve a sottolineare la discrepanza tra la bellezza "naturale" e quella "costruita". I colori sono saturi, quasi iperrealisti, ricordando a tratti l'estetica di registi come Ari Aster, ma con una sporcizia e una matericità tipicamente europea.
I costumi meritano una menzione a parte. Non sono abiti regali nel senso classico, ma armature di seta e pizzo che sembrano soffocare chi le indossa. La sorellastra appare costantemente a disagio nei suoi vestiti, come se la sua vera natura cercasse di esplodere fuori da quelle cuciture troppo strette. Il trucco, invece di abbellire, evidenzia le imperfezioni, rendendo ogni poro e ogni cicatrice un elemento drammatico fondamentale. Blichfeldt gioca con il concetto di "uncanny valley": più la protagonista cerca di apparire perfetta, più il suo aspetto diventa inquietante e alieno.
Emilie Blichfeldt ha dimostrato con questo film una maturità registica sorprendente per un'esordiente. Già nota per i suoi cortometraggi provocatori che esploravano il desiderio femminile e l'accettazione del corpo, in The Ugly Stepsister riesce a fondere la satira sociale con l'orrore psicologico. La sua regia è audace, priva di compromessi, capace di passare da momenti di una delicatezza quasi lirica a esplosioni di violenza grafica senza mai perdere la coerenza del tono.
Il film sfida lo spettatore a guardare oltre la distinzione binaria tra "bello" e "brutto". Ci spinge a chiederci: chi è il vero mostro? La ragazza che si taglia il tallone per amore o per ambizione, o la cultura che le dice che solo così potrà essere degna di uno sguardo? Blichfeldt non offre risposte facili o finali consolatori. Al contrario, ci lascia con un senso di profonda inquietudine sulla direzione che la nostra società sta prendendo nel suo culto fanatico della bellezza standardizzata.
Un aspetto che eleva The Ugly Stepsister sopra la media dei film di genere è il suo uso magistrale del comparto sonoro. In un’opera dove le parole sono spesso armi — le critiche della madre, i commenti velenosi della società — il silenzio diventa un rifugio o una minaccia. Il sound design enfatizza ogni rumore organico: il respiro affannato, il fruscio dei tessuti pesanti, il rumore del cibo masticato con fatica.
La colonna sonora, che mescola canti popolari norvegesi riarrangiati in chiave distorta a composizioni d'avanguardia, crea un tappeto sonoro che sembra provenire direttamente dalle viscere della terra. Non c’è spazio per la musica trionfale delle favole classiche. Qui la musica accompagna la discesa agli inferi della protagonista, diventando più cacofonica man mano che il suo corpo viene martoriato.
The Ugly Stepsister è molto più di un semplice horror. È un'autopsia del desiderio femminile e una critica feroce al patriarcato travestito da destino romantico. Emilie Blichfeldt ha creato un'opera che rimarrà impressa per anni nella mente di chi ha il coraggio di guardarla, non solo per la sua audacia visiva, ma per la profondità del suo dolore.
Nel panorama cinematografico del 2025, questo film si staglia come un monito: la bellezza, quando diventa un obbligo, è una forma di tortura. La sorellastra brutta cessa finalmente di essere un personaggio secondario da deridere e diventa una martire moderna, una figura tragica che ci costringe a fare i conti con le nostre stesse insicurezze e con il costo esorbitante della "perfezione". È un film che non chiede scusa, che non cerca di piacere e che, proprio per questo, è di una bellezza devastante.
iwonderfull
Anda muchacho, spara! (El sol bajo la tierra) è un film del 1971 diretto da Aldo Florio
Il 1971 è stato un anno di profonda transizione per il western all'italiana. Mentre il genere iniziava a scivolare verso la parodia goliardica e i toni scanzonati del filone "fagioli", alcuni registi cercavano di mantenere viva la fiamma del western crepuscolare, mescolandolo con istanze politiche e una violenza grafica quasi disperata. In questo panorama si inserisce Anda muchacho, spara!, conosciuto anche con il titolo evocativo El sol bajo la terra (Il sole sotto la terra), diretto da Aldo Florio.
Il film non è solo un racconto di vendetta, ma un’opera che trasuda polvere, sudore e un senso di oppressione sociale che lo lega strettamente al sottogenere del "Zapata Western", pur mantenendo una struttura narrativa più intima e personale. Con un Fabio Testi nel fiore della sua prestanza fisica e una colonna sonora indimenticabile, questa pellicola si staglia come uno degli esempi più maturi e visivamente curati della stagione finale dello spaghetti western.
La narrazione prende il via non nelle classiche praterie o nei saloon rutilanti, ma nel fango e nella crudeltà di un penitenziario. Emiliano, interpretato da un intenso Fabio Testi, è un uomo che ha perso tutto tranne la volontà di sopravvivere. La sequenza dell’evasione è girata con un realismo sporco che mette immediatamente in chiaro le intenzioni di Aldo Florio: mostrare la fatica del corpo e la brutalità dell'uomo sull'uomo. Emiliano non è l'eroe invincibile e ieratico alla Clint Eastwood; è un uomo ferito, che fugge non solo dalle catene fisiche, ma da un’ingiustizia che lo ha segnato profondamente.
Il suo ritorno al villaggio natale non è una marcia trionfale, ma un’infiltrazione silenziosa in un territorio che non riconosce più. Il villaggio è diventato una sorta di feudo minerario, dove il sole non sembra mai illuminare davvero la vita degli abitanti, perché la loro esistenza è consumata "sotto terra", nelle miniere d'oro. Qui il titolo alternativo, El sol bajo la terra, assume un significato potente e simbolico: l’oro è il sole nero che attira l’avidità dei potenti e condanna i poveri all'oscurità eterna.
A dominare questo microcosmo di disperazione c’è Redfield, interpretato da un Eduardo Fajardo che incarna alla perfezione il villain tipico del western europeo: elegante, cinico e assolutamente spietato. Redfield non è solo un bandito; è un capitalista della frontiera che ha trasformato la legge in uno strumento di profitto personale. Lo scontro tra lui ed Emiliano non è solo un duello tra due uomini, ma la collisione tra due visioni del mondo: da una parte l'individualismo rapace che sfrutta la collettività, dall'altra l'uomo che, pur cercando vendetta personale, finisce per diventare il catalizzatore di una rivolta sociale.
Aldo Florio è molto abile nel descrivere la condizione dei minatori. Questi uomini non sono semplici comparse, ma rappresentano la carne da macello su cui si poggia l'impero di Redfield. La loro rassegnazione è palpabile, finché l'arrivo di Emiliano non rompe l'equilibrio. Tuttavia, il regista evita sapientemente il cliché del "salvatore bianco" puro. Emiliano è spinto inizialmente dal desiderio di recuperare l'oro che gli appartiene e di vendicare il torto subito, e solo gradualmente la sua traiettoria si sovrappone a quella degli oppressi.
Visivamente, il film beneficia della grande esperienza di Florio, che era stato assistente di Sergio Leone in Il buono, il brutto, il cattivo. La composizione dell'inquadratura è rigorosa, con un uso sapiente dei primissimi piani che scavano nei volti degli attori, cercando quella verità umana che spesso i western più commerciali trascuravano. La fotografia gioca costantemente sui contrasti tra la luce abbacinante dell'esterno e il buio soffocante delle miniere, creando una tensione visiva che rispecchia il conflitto morale dei personaggi.
Un elemento che eleva il film sopra la media è la presenza di Charo López nel ruolo di Jessica. In un genere spesso accusato di essere eccessivamente maschilista, il personaggio femminile qui ha una dignità e una forza non comuni. Non è solo un premio per l'eroe o una vittima da salvare, ma una donna che vive le contraddizioni del confine con una consapevolezza amara, diventando l’unico vero legame emotivo per un Emiliano sempre più indurito dalle circostanze.
Non si può analizzare Anda muchacho, spara! senza menzionare la straordinaria colonna sonora di Bruno Nicolai. Storico collaboratore di Ennio Morricone, Nicolai qui dimostra di avere una voce propria, potente e profondamente malinconica. Il tema principale, con le sue trombe solitarie e i cori che sembrano sorgere dalla terra stessa, commenta l'azione non come un semplice sottofondo, ma come un coro greco che sottolinea l'inevitabilità della tragedia. La musica di Nicolai riesce a conferire una dimensione epica anche alle scene più sporche e brutali, trasformando la vendetta di un pistolero in una sorta di rito sacro di purificazione.
Il cuore del film batte nella sua seconda metà, quando la ricerca dell'oro si trasforma in una guerriglia urbana e rurale. Emiliano si rende conto che la sua libertà non può essere completa finché Redfield detiene il potere. È qui che emerge l’anima politica di Florio. In quegli anni, l'Italia viveva un clima di forti tensioni sociali e il western diventava spesso una metafora della lotta di classe.
Il "muchacho" del titolo non è solo Emiliano, ma ogni giovane che decide di impugnare le armi contro l'ingiustizia. Il comando "spara!" non è un invito al delitto gratuito, ma un imperativo alla resistenza. Il film non nasconde il prezzo di questa scelta: il sangue scorre abbondante e la vittoria non è mai priva di lutti. La violenza in questo film ha un peso specifico; ogni proiettile sembra portarsi dietro il dolore di anni di sottomissione.
Senza svelare ogni dettaglio, il finale di Anda muchacho, spara! si discosta dalla gioia catartica di molti western coevi. C’è un senso di stanchezza che avvolge i sopravvissuti. La sconfitta del tiranno non cancella magicamente le cicatrici del passato. Emiliano ha compiuto la sua missione, ma il prezzo umano è stato altissimo.
Aldo Florio ci lascia con un'immagine potente: la terra che ha inghiottito così tanti uomini e speranze rimane lì, indifferente, mentre i superstiti devono trovare il modo di ricostruire un’esistenza che non sia più dettata dalla brama dell'oro. È un finale che eleva la pellicola a un livello di riflessione superiore, ponendola tra i grandi classici "minori" che meritano di essere riscoperti per la loro onestà intellettuale e la loro potenza visiva.
Anda muchacho, spara! rimane una gemma lucente nel crepuscolo dello spaghetti western. Rappresenta il momento in cui il genere ha cercato di farsi adulto, di parlare del presente attraverso il passato e di usare il linguaggio della violenza per condannare l'oppressione. Fabio Testi offre qui una delle sue prove più mature, reggendo il peso di un film che è al contempo un action serrato e un dramma sociale.
In un'epoca in cui il western sembrava destinato a ridursi a una serie di schiaffoni e battute facili, Aldo Florio ha avuto il coraggio di girare un film serio, cupo e profondamente umano. È un invito a guardare "sotto la terra", a non fermarsi alla superficie delle cose e a riconoscere che, anche nel fango di un penitenziario o nell'oscurità di una miniera, il desiderio di dignità può brillare più di qualsiasi pepita d'oro.
RAIPLAY
The Ugly Stepsister (Den Stygge Stesøsteren) è un film del 2025 diretto da Emilie Blichfeldt.
Antichrist è un film del 2009 diretto da Lars von Trier
Per comprendere Antichrist di Lars von Trier, bisogna iniziare dalla fine della ragione e dall'inizio dell'emozione pura. Il film si apre con uno dei prologhi più esteticamente curati e devastanti della storia del cinema recente. In un bianco e nero nitido, girato in super slow-motion, assistiamo a un atto sessuale tra i due protagonisti (Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg) mentre, nella stanza accanto, il loro figlio piccolo, Nic, sfugge al controllo, si arrampica su una finestra aperta e cade nella neve soffice, morendo sul colpo. Il tutto è accompagnato dall'aria Lascia ch'io pianga dal Rinaldo di Händel. Questa sequenza non è solo un antefatto narrativo; è una dichiarazione di intenti. Von Trier ci dice che bellezza e orrore sono indissolubilmente legati, che Eros e Thanatos danzano insieme e che il dolore più atroce può essere rappresentato con una grazia formale sublime. Questo prologo è la chiave di volta: tutto ciò che segue è il tentativo disperato, fallimentare e violento di elaborare quel lutto impossibile.
Dopo il prologo, il film si divide in capitoli (Lutto, Dolore, Disperazione, I Tre Mendicanti), ma il flusso narrativo segue la discesa della coppia in un inferno privato. Lui è uno psicoterapeuta, Lei una studiosa che stava scrivendo una tesi sulla persecuzione delle streghe. La dinamica che si instaura è immediatamente sbilanciata: il Marito commette l'errore fatale di voler trattare clinicamente la Moglie. Con un'arroganza razionalista tipica dell'uomo di scienza occidentale, la convince a interrompere i farmaci e a affrontare le sue paure attraverso la terapia d'esposizione.
Lui crede che il dolore sia un enigma da risolvere, un meccanismo rotto da aggiustare con la logica e il cognitivismo. Lei, invece, è immersa in un dolore atavico, viscerale, che non risponde alle leggi della logica. La decisione di ritirarsi a "Eden", la loro baita isolata nel cuore di una foresta fitta e opprimente, segna il passaggio dal mondo civile al regno del caos. Qui, la pretesa dell'uomo di controllare la natura (sia quella esterna che quella interna della psiche umana) viene messa alla prova e distrutta.
Eden non è il paradiso biblico, ma il suo esatto opposto. La natura in Antichrist non è la madre benevola dei romantici, né l'ecosistema indifferente degli scienziati. È una forza maligna, attiva e pulsante. Von Trier, che ha scritto il film durante una profonda depressione clinica, proietta sull'ambiente circostante la sua visione del mondo in quel momento: un luogo dove la vita stessa è un errore, un ciclo di sofferenza e predazione.
La fotografia cambia drasticamente quando si entra nel bosco. I colori diventano saturi, le ombre dense, la cinepresa a mano diventa nervosa. Il bosco respira, geme; le ghiande che cadono sul tetto della baita suonano come colpi di cannone. È qui che il film introduce il concetto che "la natura è la chiesa di Satana". La donna, che ha passato l'estate precedente lì con il figlio per scrivere la sua tesi, ha assorbito questa verità oscura. Studiando il "gynocidio" (la strage delle donne accusate di stregoneria), è arrivata a una conclusione terrificante: le donne non erano vittime innocenti, ma portatrici di una malvagità intrinseca legata alla natura stessa. Lei ha interiorizzato la misoginia storica fino a trasformarla in una patologia psicotica.
Il film è disseminato di simbolismi onirici e disturbanti, incarnati dai "Tre Mendicanti": il Cervo, la Volpe e il Corvo. Questi animali non sono semplici fauna locale, ma araldi di sventura che rappresentano rispettivamente il Dolore, la Pena e la Disperazione. La scena in cui la Volpe si autostrazia le viscere e, guardando l'uomo con occhi umani, pronuncia la frase iconica "Il Caos Regna" (Chaos Reigns), è il punto di non ritorno. In quel momento, il film abbandona ogni pretesa di realismo psicologico per entrare nel territorio dell'horror metafisico.
La frase è fondamentale: il caos non sta arrivando, il caos è già qui. È la legge fondamentale dell'universo. Tutti i tentativi del Marito di usare la razionalità, di fare esercizi di respirazione o di visualizzazione, sono ridicoli di fronte a una volpe che parla e si autodivora. Von Trier ci suggerisce che la depressione e l'angoscia sono le uniche risposte sensate a un universo governato da un dio malvagio o, peggio, dal nulla.
Nella seconda metà del film, la violenza esplode con una brutalità che ha scioccato il pubblico di tutto il mondo (celebre fu lo svenimento di alcuni spettatori a Cannes). Tuttavia, ridurre Antichrist a un film "torture porn" sarebbe un errore madornale. La violenza grafica – che include la distruzione dei genitali maschili e l'automutilazione di quelli femminili – ha un significato preciso all'interno della logica distorta del film.
La sessualità in Antichrist è vista come la radice del male, il motore che perpetua la sofferenza creando nuova vita. La donna, nella sua follia mistica, decide di punire l'uomo e se stessa per il "crimine" della procreazione e del desiderio. L'uomo rappresenta la logica fallace, quindi viene immobilizzato (gli viene trapassata una gamba con una mola, legandolo alla terra/natura che tanto disprezza). La donna rappresenta la natura caotica e fertile, quindi distrugge la propria clitoride, l'organo del piacere, con un paio di forbici arrugginite. È un atto di annichilimento totale, un tentativo di recidere il legame tra corpo e piacere, tra umanità e natura.
È difficile guardare queste scene, ma sono coerenti con il percorso di autodistruzione dei personaggi. Non c'è godimento nella violenza, solo una disperata necessità di sentire qualcosa che non sia il dolore sordo del lutto, o forse, di estirpare la colpa alla radice.
Sotto la superficie filosofica e horror, c'è un thriller psicologico basato sulla rimozione. Verso la fine, attraverso le visioni e le scoperte del marito nella soffitta, scopriamo la terribile verità pragmatica: la madre sapeva. Aveva visto il figlio in pericolo, forse aveva notato che le scarpe del bambino erano messe al contrario (deformando i suoi piedi, un dettaglio crudele che suggerisce un abuso a lungo termine o una negligenza intenzionale), ma non aveva fatto nulla.
Il lutto della donna non è solo dolore per la perdita, ma è intriso di un senso di colpa inconfessabile e, forse, di un sollievo mostruoso. Lei è l'Anticristo del titolo? O l'Anticristo è la natura stessa che l'ha spinta a questo? O forse è l'Uomo, il falso profeta che crede di poter salvare le anime con la scienza? Il film lascia queste domande aperte, fluttuando in un'ambiguità morale che non offre conforto.
Il finale vede l'uomo, sopravvissuto e zoppicante (forse per sempre), uscire dal bosco. In una scena surreale, la foresta si riempie di centinaia di donne senza volto che emergono dalla terra e dai tronchi, risalendo la collina verso di lui. È un'immagine potente e criptica. Significa che, uccidendo la Moglie (che viene strangolata in un atto finale di "liberazione"), ha spezzato l'incantesimo? O che la natura femminile, in tutta la sua forza inarrestabile, sta venendo a reclamarlo?
L'ultima inquadratura, luminosa e pittorica, stride con la dedica finale che appare sullo schermo: "A Andrei Tarkovsky". Molti critici hanno trovato questa dedica blasfema, dato che Tarkovsky cercava il divino e lo spirituale nell'arte, mentre Von Trier sembra cercare solo il marcio. Eppure, il legame è evidente nell'uso degli elementi naturali (l'acqua, il vento, il fuoco) e nella dilatazione del tempo. Von Trier dialoga con il maestro russo, ma ne inverte la polarità: se per Tarkovsky la natura è lo specchio di Dio, per Von Trier è lo specchio del Diavolo.
Antichrist è un'opera difficile, sgradevole, imperfetta e, proprio per questo, straordinaria. È il film di un regista che si sta psicanalizzando pubblicamente, usando il cinema come terapia d'urto. Charlotte Gainsbourg offre una performance di un coraggio spaventoso, trasformandosi da madre in lutto a furia demoniaca con una credibilità che trascende la recitazione classica. Willem Dafoe è il perfetto contraltare, la voce della ragione che si spezza progressivamente di fronte all'inspiegabile.
Il film non chiede di essere amato. Chiede di essere subito. È un'esperienza sensoriale che esplora i limiti di ciò che è rappresentabile al cinema, un trattato teologico sulla malvagità del creato e, in definitiva, una delle rappresentazioni più oneste della depressione mai filmate. Non è la depressione come tristezza malinconica, ma come un buco nero che inghiotte la luce, la speranza e la ragione, lasciando dietro di sé solo il caos. In questo senso, Antichrist rimane un capolavoro maledetto, un film che, una volta visto, non si può più "non aver visto".
mubi
Cyclo (Xích lô) è un film del 1995 diretto da Trần Anh Hùng.
Se Il profumo della papaya verde era un sospiro delicato, un acquerello di nostalgia e ordine domestico, Cyclo (Xích lô) è un urlo soffocato nel fango e nel neon di una Saigon che non ha tempo per la poesia, se non quella tragica dei vicoli. Diretto da Trần Anh Hùng nel 1995, questo film rappresenta un punto di rottura e, allo stesso tempo, di estrema coerenza stilistica per il regista franco-vietnamita. Vincitore del Leone d'Oro a Venezia, Cyclo è un'opera che non si limita a raccontare una storia di povertà e crimine, ma si propone come un'esperienza sensoriale totale, quasi tattile, in cui il calore, l'umidità e l'odore metallico del sangue e del petrolio sembrano trasudare dallo schermo.
Il film ci immerge immediatamente nel ventre pulsante di Ho Chi Minh City. Non è la città da cartolina per turisti, ma un organismo caotico, iperattivo, dove migliaia di biciclette e motorini si intrecciano come correnti in un fiume impetuoso. Al centro di questo flusso c'è il protagonista, un giovane di vent'anni senza nome, conosciuto solo come "Cyclo". Il suo mondo è limitato alla sua bicicletta taxi, il mezzo con cui cerca di mantenere la sua famiglia composta dalle due sorelle e dal nonno dopo la morte del padre, anch'egli un conducente di risciò ucciso in un incidente stradale.
La vita di Cyclo è definita dalla fatica fisica. Trần Anh Hùng filma i muscoli tesi, il sudore che cola sulle schiene dei lavoratori, il rumore incessante delle catene e delle ruote sul selciato. È un'esistenza precaria, che crolla definitivamente quando la sua bicicletta – che non possiede, ma affitta da una "Padrona" locale – gli viene rubata da una banda di teppisti. Da questo momento, il film abbandona la routine quotidiana per addentrarsi in una spirale di degradazione morale e violenza. Per ripagare il debito con la Padrona, il giovane viene spinto nel mondo della criminalità organizzata, diventando un corriere e un complice in atti di sabotaggio e violenza.
Uno dei personaggi più affascinanti e oscuri del film è "Il Poeta", interpretato da un magnetico e silenzioso Tony Leung Chiu-wai. Il Poeta è un malavitoso di medio livello, un protettore che vive in un appartamento sospeso sopra il rumore della strada, dove scrive versi tormentati e fuma incessantemente. È lui a fare da ponte tra il giovane Cyclo e il mondo oscuro della città, ed è sempre lui ad avere una relazione complessa e tragica con la sorella maggiore del protagonista.
La figura del Poeta eleva Cyclo da semplice noir urbano a tragedia metafisica. Egli rappresenta l'anima ferita di un Vietnam che cerca di modernizzarsi ma resta intrappolato nei suoi traumi. La sua attrazione per la bellezza è quasi patologica: porta la sorella di Cyclo verso la prostituzione, ma in un modo rituale, quasi sacro, mantenendo una sorta di purezza formale nel mezzo del peccato. Le scene che li coinvolgono sono sature di colori primari, rossi profondi e blu elettrici, che contrastano con il grigiore polveroso delle strade diurne. In Cyclo, la bellezza non è l'opposto dello sporco, ma un fiore che sboccia direttamente dal marciume.
A differenza di molti film noir occidentali, la violenza in Cyclo non è mai spettacolarizzata o "cool". È viscerale, improvvisa e spesso grottesca. Trần Anh Hùng mette in scena atti di crudeltà che colpiscono allo stomaco: un uomo costretto a mangiare pesci vivi, un neonato rapito per estorsione, il protagonista che si imbratta il volto e il corpo di vernice blu in una crisi psicotica di alienazione. Quest'ultima scena, in particolare, è diventata un'icona del cinema degli anni Novanta. Cyclo, sopraffatto dal senso di colpa e dalla perdita di sé, cerca di cancellare la propria identità trasformandosi in un oggetto, un manichino monocromo perso nel buio.
Il regista esplora come l'ambiente determini la moralità. In una città dove la sopravvivenza è una lotta costante, l'innocenza non è una virtù, ma un lusso che nessuno può permettersi. Il giovane protagonista non diventa cattivo per scelta deliberata, ma per osmosi. Assorbe la violenza che lo circonda come l'umidità della stagione delle piogge. La sua trasformazione è silenziosa; il film ha pochissimi dialoghi, affidando tutto alla potenza delle immagini e alla colonna sonora.
Il comparto sonoro di Cyclo merita un'analisi a parte. Il film è una sinfonia di rumori ambientali: clacson, grida, scoppi, acqua che scorre. In mezzo a questa cacofonia, la musica irrompe con una forza devastante. L'uso della canzone Creep dei Radiohead in una sequenza cruciale è uno dei momenti più celebri della pellicola. La voce di Thom Yorke, che canta di alienazione e del desiderio di essere speciali, si sposa perfettamente con l'angoscia dei personaggi. È un anacronismo culturale che però sottolinea l'universalità della sofferenza giovanile: non importa se sei a Oxford o a Saigon, il senso di non appartenenza è lo stesso.
Accanto al pop rock britannico, troviamo le composizioni di Tôn-Thất Tiết, che mescolano sonorità tradizionali vietnamite con atmosfere contemporanee, creando un tappeto sonoro che enfatizza l'alienazione del protagonista. Il silenzio di Cyclo e del Poeta diventa così un vuoto che il mondo esterno riempie con un rumore aggressivo, simbolo di un progresso che non aspetta chi rimane indietro.
Cyclo è stato girato in un momento in cui il Vietnam stava vivendo una trasformazione economica radicale (il cosiddetto Doi Moi). Il film cattura questa tensione tra la tradizione rurale, rappresentata dal nonno e dal desiderio di semplicità, e la modernità predatoria delle bande criminali e del consumismo sfrenato. La Padrona della rimessa delle biciclette è un personaggio emblematico: è una figura materna ma spietata, che gestisce i suoi uomini con la stessa freddezza con cui tiene i conti delle sue entrate. Ha un figlio con disabilità mentale che lei accudisce con una tenerezza quasi sacrale, creando un contrasto stridente con la brutalità che riserva ai suoi dipendenti.
Questa dualità attraversa tutto il film. C'è una sacralità nel quotidiano che Trần Anh Hùng riesce a catturare anche nelle situazioni più sordide. La cinepresa indugia sui dettagli: un pezzo di ghiaccio che si scioglie, il riflesso di una luce al neon in una pozzanghera di sangue, la texture della pelle. È un cinema che rifiuta la distanza, che vuole stare "addosso" ai personaggi per carpirne l'essenza biologica prima ancora che psicologica.
Il titolo stesso, Cyclo, suggerisce una circolarità. Non è solo il nome del mezzo di trasporto, ma richiama il ciclo della povertà, della violenza e della rinascita. Il protagonista eredita il destino del padre e sembra destinato a perpetuare lo stesso dolore. Tuttavia, il finale del film offre una possibilità di risoluzione, sebbene amara. Dopo essere sceso negli inferi del crimine e aver sfiorato la follia, c'è un ritorno a una sorta di "normalità" che però è irrimediabilmente segnata dall'esperienza vissuta.
Il Poeta, al contrario, non trova via d'uscita. La sua autodistruzione è l'unico atto di libertà che gli rimane in un mondo che ha mercificato ogni cosa, persino la sua sofferenza. La scena del fuoco che avvolge il suo mondo è la fine necessaria di una figura che era già un fantasma per gran parte della narrazione.
A distanza di trent'anni, Cyclo rimane un film disturbante e magnifico. È un'opera che sfida lo spettatore, chiedendogli di perdersi nei suoi vicoli bui e di accettare che non tutto ha una spiegazione razionale. La maestria tecnica di Trần Anh Hùng, unita alla fotografia satura di Benoît Delhomme, ha creato uno standard per il cinema asiatico contemporaneo, influenzando registi in tutto il mondo per il modo in cui è riuscito a fondere il realismo sociale con un lirismo visionario quasi onirico.
Non è un film facile da digerire. È viscoso come l'olio dei motori, pesante come l'afa di agosto, ma possiede una verità umana profonda. Ci ricorda che, anche nel cuore del caos più nero, l'essere umano cerca ancora un punto di contatto, una scintilla di bellezza o, almeno, un modo per continuare a pedalare.
Pebbles (Koozhangal ) è un film del 2021 diretto da PS Vinothraj
Esistono film che non si guardano soltanto con gli occhi, ma che si percepiscono attraverso la pelle, i polmoni e il senso della sete. Pebbles (titolo originale Koozhangal), l'esordio folgorante del regista indiano P.S. Vinothraj uscito nel 2021, appartiene a questa rara categoria di cinema tattile e brutale. Vincitore del prestigioso Tiger Award al Festival di Rotterdam, il film è un’opera di un minimalismo estremo che riesce a trasformare un semplice viaggio a piedi sotto il sole cocente del Tamil Nadu in un’epopea universale sulla rabbia, sulla resilienza e sul ciclo infinito della violenza patriarcale. Per parlare di questo film senza ricorrere a schede tecniche o elenchi, dobbiamo immergerci nel calore bianco della sua immagine e nel silenzio assordante dei suoi protagonisti.
L’incipit di Pebbles è una dichiarazione di intenti visiva. Ci troviamo nel distretto di Madurai, in un paesaggio che sembra essere stato dimenticato da Dio e dalla pioggia. Il terreno è una distesa di terra rossa e rocce vulcaniche, dove l’aria trema per il calore e l’unico suono è il frinire delle cicale o il vento secco che solleva la polvere. In questa cornice spietata seguiamo Ganapathy, un uomo consumato dall’alcol e da una furia cieca, che trascina con sé il figlio piccolo, Velu, fuori dalla scuola. Ganapathy è un vulcano di rabbia repressa: sua moglie, vittima dei suoi abusi, è fuggita nel suo villaggio natale per cercare rifugio presso la famiglia. L'uomo decide di andarla a riprendere, non per amore o pentimento, ma per riaffermare un possesso che sente minacciato.
Il viaggio che segue è un calvario di tredici chilometri percorso interamente a piedi sotto un sole che non concede sosta. Vinothraj sceglie di filmare questo tragitto quasi in tempo reale, rendendo lo spettatore partecipe della fatica fisica dei protagonisti. La macchina da presa alterna lunghe inquadrature fisse a pedinamenti nervosi, catturando il contrasto tra la violenza verbale e fisica del padre e la silenziosa, quasi soprannaturale, resistenza del bambino. Qui, l’aridità del paesaggio non è solo un dato geografico, ma lo specchio esatto della condizione interiore di Ganapathy: un uomo che è diventato deserto, incapace di nutrire qualsiasi forma di empatia o dolcezza.
Uno degli aspetti più sconvolgenti di Pebbles è la rappresentazione della mascolinità. Ganapathy incarna una forma di patriarcato rurale che non ha bisogno di grandi discorsi per essere opprimente; basta la sua presenza fisica, il suo respiro pesante, il modo in cui sputa a terra o fuma una sigaretta. È un uomo che si sente umiliato dalla fuga della moglie e che riversa questa umiliazione sul figlio, trattandolo come un oggetto o un intralcio. Tuttavia, il film non cade mai nel facile pietismo o nel melodramma didascalico. La violenza è mostrata con una freddezza quasi documentaristica, il che la rende ancora più insopportabile.
Contro questa furia si staglia la figura di Velu. Il bambino parla pochissimo, ma i suoi occhi sono il vero baricentro emotivo della pellicola. Velu ha imparato a sopravvivere nell’ombra del padre, a prevederne i movimenti, a subire i colpi senza piangere. È in lui che risiede il titolo del film: durante il cammino, il bambino raccoglie dei piccoli sassi, delle pietre lisce (pebbles, appunto) e se ne mette una in bocca. È un trucco antico per stimolare la salivazione e combattere la sete atroce, ma nel contesto del film diventa una potente metafora della resistenza interiore. Quel sasso è la sua protezione, il suo modo di restare saldo mentre tutto intorno a lui brucia. È la bellezza minuscola che resiste alla devastazione.
P.S. Vinothraj, che ha tratto ispirazione da un evento reale accaduto nella sua famiglia, dimostra una padronanza del mezzo cinematografico sorprendente per un esordiente. Nonostante il budget ridottissimo, il film possiede una qualità estetica straordinaria. La fotografia non cerca mai la "bella inquadratura" da cartolina; cerca invece la verità della luce, quella luce bianca e accecante che appiattisce le ombre e rende ogni sforzo sovrumano.
La narrazione procede per sottrazione. Non ci sono spiegazioni sui trascorsi della coppia, non ci sono flashback che giustifichino la rabbia di Ganapathy. Tutto ciò che dobbiamo sapere è lì, nel modo in cui l'uomo cammina, nel modo in cui guarda il cognato o nel modo in cui distrugge un giocattolo del figlio. Il regista si affida alla potenza simbolica degli elementi: l’acqua che manca, il fuoco di una sigaretta, la polvere che copre ogni cosa. In una sequenza magistrale e quasi surreale, vediamo una donna catturare e cucinare dei topi nel deserto. È una scena che non sembra avere un legame diretto con la trama principale, ma che serve a costruire il mondo di Pebbles: un mondo di sopravvivenza estrema dove la vita è ridotta alle sue funzioni più elementari e brutali.
Il viaggio verso il villaggio della moglie culmina in un confronto che non avviene mai nel modo in cui lo spettatore (o Ganapathy) si aspetta. La risoluzione non è catartica, ma profondamente amara. Il ritorno, compiuto di nuovo a piedi dopo che il padre ha speso i soldi dell'autobus in alcol e sigarette, è un cerchio che si chiude. La rabbia dell'uomo non si è placata, è solo diventata più stanca, mentre il bambino continua a raccogliere i suoi sassi, segnando il percorso come se volesse lasciare una traccia della sua esistenza in un luogo che tende a cancellare tutto.
Il finale di Pebbles è un’immagine che resta impressa a lungo. Arrivati finalmente vicino a una fonte d'acqua, vediamo decine di donne in fila, immobili sotto il sole, in attesa che un rivolo d'acqua riempia i loro secchi. È un’immagine di una pazienza infinita, quasi mitologica. Mentre Ganapathy sviene per il calore e l'alcol, Velu si siede accanto a queste donne. In questo momento, il film suggerisce che, nonostante la violenza degli uomini, esiste una corrente sotterranea di resilienza femminile che mantiene il mondo in asse. La sofferenza è ciclica, proprio come il viaggio dei protagonisti, ma c’è una dignità ancestrale nel modo in cui queste persone affrontano il nulla quotidiano.
Pebbles è la prova che non servono grandi mezzi per fare grande cinema; serve una visione. Vinothraj ha creato un’opera che dialoga con il neorealismo italiano e con il cinema di Abbas Kiarostami, ma che resta profondamente radicata nella terra del Tamil Nadu. Non c’è una colonna sonora invasiva; la musica è fatta dai passi sulla ghiaia, dalle grida strozzate e dal silenzio del deserto. È un film che richiede pazienza, che chiede di sentire il tempo che passa e il calore che aumenta, ma che ricompensa lo spettatore con una verità umana rara e spoglia di ogni finzione.
In definitiva, guardare Pebbles è come tenere quel sasso in bocca insieme a Velu: è un’esperienza dura, a tratti sgradevole, ma necessaria per generare quella linfa vitale che permette di attraversare l’inferno e uscirne ancora integri. È un inno alla capacità del cinema di osservare l’invisibile e di dare voce a chi, in un mondo che grida, ha scelto la via del silenzio per non soccombere.
mubi
Brat (Brother) è un film del 2024 diretto da Maciej Sobieszczański
Il cinema polacco contemporaneo ha una capacità quasi chirurgica di sezionare i legami familiari più dolorosi, e Brat (Brother), l’opera del 2024 diretta da Maciej Sobieszczański, si inserisce perfettamente in questa tradizione di crudo realismo e profonda umanità. Presentato in un periodo in cui il cinema dell'Est Europa sta vivendo una nuova primavera di introspezione, il film non è solo un racconto di formazione, ma un’indagine viscerale sul peso dell’eredità violenta e sulla possibilità, flebile ma necessaria, di spezzare le catene del passato.
Per parlarne dobbiamo immergerci in un’atmosfera fatta di palestre di judo, appartamenti angusti e il silenzio teso di chi aspetta solo il prossimo colpo.
Al centro della narrazione troviamo Filip, un tredicenne la cui vita è scandita dal ritmo rigoroso degli allenamenti di judo. Per Filip, il tatami non è solo una superficie sportiva; è l'unico luogo al mondo dove esistono regole chiare, dove il dolore ha un senso e dove il successo dipende esclusivamente dalla propria capacità di mantenere l'equilibrio. In una Polonia suburbana che sembra trattenere il respiro, Filip è una promessa dello sport, un ragazzo che cerca di fuggire dalla mediocrità e dal caos attraverso la disciplina del corpo.
Maciej Sobieszczański sceglie di filmare il judo con una vicinanza quasi soffocante. Sentiamo il rumore del respiro, lo sfregamento dei judogi, il tonfo sordo dei corpi che cadono. Questa ossessione per il dettaglio fisico serve a stabilire il contrasto fondamentale del film: l'ordine della palestra contro il disordine della casa. Filip vive in un ambiente domestico segnato dall'assenza e dal trauma, un vuoto che viene improvvisamente riempito dal ritorno del fratello maggiore, Bartek.
Bartek torna a casa dopo un periodo di detenzione, e il suo arrivo agisce come un catalizzatore chimico in una soluzione instabile. Se Filip rappresenta la speranza e la ricerca di una via d'uscita "pulita", Bartek è il prodotto finito di un sistema che ha fallito. È un uomo che porta addosso i segni della prigione e di una rabbia che non sa dove indirizzare.
Il rapporto tra i due fratelli è il cuore pulsante e dolente di Brat. Bartek ama Filip, su questo il film non lascia dubbi, ma il suo è un amore tossico, modellato sulla violenza che entrambi hanno subito dal padre. Bartek vuole proteggere il fratello minore, vuole che diventi "un uomo", ma la sua definizione di virilità è distorta dal trauma. Lo spinge a essere più aggressivo, lo trascina in situazioni ambigue, cercando di insegnargli che il mondo fuori dalla palestra non segue le regole del judo, ma la legge della giungla.
Sobieszczański è bravissimo nel non dipingere Bartek come un semplice antagonista. È una figura tragica, un uomo che vorrebbe essere un mentore ma che finisce per essere una zavorra. La sua presenza trasforma la ricerca di eccellenza di Filip in una lotta per la sopravvivenza morale.
Uno dei temi più profondi di Brat è l'idea che la violenza sia una sorta di eredità genetica o un virus che si trasmette di generazione in generazione. Il padre dei due ragazzi, sebbene spesso ai margini della scena o presente solo come ombra minacciosa, è il "peccato originale" della famiglia. È lui che ha stabilito le regole del gioco: l'alcol, le percosse, il disprezzo per la debolezza.
Il film esplora come Filip cerchi disperatamente di non diventare come il padre o il fratello, ma si ritrovi costantemente tentato dalla stessa rabbia. In una delle scene più potenti, vediamo Filip lottare non contro un avversario sportivo, ma contro i propri impulsi oscuri durante un incontro importante. Il judo, che doveva essere la sua salvezza, rischia di diventare lo strumento della sua perdizione quando la tecnica lascia il posto alla pura ferocia.
"In Brat, il silenzio non è mai pace; è solo l'intervallo tra due esplosioni. La macchina da presa di Sobieszczański non giudica i suoi personaggi, li osserva mentre affogano in un mare di buone intenzioni e pessime esecuzioni."
Visivamente, Brat è un film coerente e rigoroso. La fotografia evita i toni patinati, preferendo una palette di grigi, blu freddi e ocra che riflettono la realtà delle periferie polacche. Gli spazi sono spesso claustrofobici: corridoi stretti, spogliatoi umidi, interni domestici sovraccarichi di oggetti che sembrano soffocare i protagonisti.
Tuttavia, c'è una bellezza strana e malinconica nel modo in cui il regista inquadra i corpi. La giovinezza di Filip, con la sua muscolatura ancora in formazione e il viso pulito, viene costantemente messa a confronto con il corpo "segnato" di Bartek. È un racconto puramente visivo della perdita dell'innocenza. La musica, spesso minimale o del tutto assente, lascia spazio ai suoni ambientali, rendendo l'esperienza dello spettatore quasi documentaristica.
Il titolo del film richiama il legame fraterno, ma il sottotesto è tutto sportivo e filosofico. Nel judo, il principio cardine è Seiryoku Zen'yo (il miglior uso dell'energia). Si tratta di usare la forza dell'avversario a proprio vantaggio, di cedere per vincere.
Filip cerca di applicare questo principio alla sua vita. Cerca di assorbire i colpi di Bartek e del destino senza spezzarsi. Ma Sobieszczański ci pone una domanda brutale: si può davvero "usare la forza dell'avversario" quando l'avversario è la persona che ami di più al mondo? O quando l'avversario è il tuo stesso sangue?
Il film culmina in un finale che non offre soluzioni facili o catarsi hollywoodiane. È una conclusione aperta, che lascia Filip (e noi con lui) sospeso su quella linea sottile che separa il riscatto dalla caduta definitiva. La "vittoria" non è vincere una medaglia, ma riuscire a guardarsi allo specchio e riconoscere un individuo, non solo il riflesso di un fratello o di un padre.
Brat si distingue nel panorama cinematografico recente per la sua onestà intellettuale. Non cerca di compiacere il pubblico con momenti di sentimentalismo forzato. È un film duro, a tratti sgradevole, ma profondamente necessario per capire le dinamiche della mascolinità tossica nell'Europa contemporanea.
L'interpretazione dei due attori protagonisti è straordinaria. Il giovane attore che interpreta Filip riesce a trasmettere un mondo di emozioni trattenute con un solo sguardo, mentre l'interprete di Bartek infonde nel personaggio un'energia nervosa che mette a disagio, pur mantenendo un fondo di vulnerabilità che spezza il cuore.
In definitiva, Brat è un’opera sulla responsabilità. La responsabilità di essere fratelli, la responsabilità di scegliere chi diventare nonostante le circostanze, e la responsabilità di non trasformare il proprio dolore in un’arma contro gli altri. Sobieszczański ci regala un film che è come una presa di judo: ci afferra, ci scuote e ci sbatte a terra, lasciandoci senza fiato ma con una nuova consapevolezza della nostra forza interiore.
Sotto il vulcano (Under the Volcano) è un film del 1984 diretto da John Huston
Ci sono libri che vengono definiti "infilmabili" non per mancanza di azione, ma perché la loro vera sostanza risiede in un labirinto di monologhi interiori, simbolismi esoterici e una densità linguistica che sembra respingere la concretezza della macchina da presa. Sotto il vulcano di Malcolm Lowry è il prototipo di questa categoria. Eppure, nel 1984, un vecchio leone del cinema come John Huston decise di sfidare l'abisso. All'età di settantotto anni, Huston — che aveva passato la vita a filmare uomini sconfitti, cercatori d'oro falliti e sognatori distrutti — trovò nel console Geoffrey Firmin lo specchio perfetto della sua poetica.
Il risultato non è solo un film, ma un’esperienza sensoriale di rara brutalità e bellezza, un pellegrinaggio alcolico verso l’autodistruzione che riesce nell'impresa impossibile di tradurre la disperazione metafisica in immagini sature di calore, polvere e mescal.
La vicenda si svolge interamente in un’unica, fatidica giornata: il 2 novembre 1938, il Giorno dei Morti, a Cuernavaca, in Messico. È una data che trasuda simbolismo. Mentre l'Europa è sull'orlo del precipizio della Seconda Guerra Mondiale e il Messico è scosso da tensioni politiche tra sinarchisti e rivoluzionari, il Console britannico Geoffrey Firmin sta combattendo la sua guerra privata contro i demoni dell'alcolismo.
Huston, insieme allo sceneggiatore Guy Gallo, compie una scelta drastica ma necessaria: spoglia il romanzo della sua sovrastruttura cabalistica e dei continui flashback per concentrarsi sul presente assoluto. Il Messico di Huston non è uno sfondo, ma un personaggio attivo. È un Eden corrotto, un giardino infestato dai serpenti dove la vita e la morte danzano insieme in un carnevale macabro. Le maschere dei teschi, i fiori di cempasúchil dai colori accesi e l'ombra onnipresente dei due vulcani, il Popocatépetl e l'Iztaccíhuatl, creano una cornice di bellezza terribile. I vulcani rappresentano il destino incombente, una potenza naturale che osserva con indifferenza la rovina degli uomini, pronti a esplodere come la rabbia e il dolore repressi del protagonista.
Parlare di Sotto il vulcano senza celebrare la performance di Albert Finney è impossibile. Finney non interpreta semplicemente un alcolizzato; egli abita la condizione dell'alcolismo con una precisione quasi scientifica e, al contempo, profondamente poetica. Il suo Geoffrey Firmin è un uomo di una dignità immensa che barcolla sul bordo del nulla. Non è il solito ubriaco cinematografico da macchietta; è un uomo colto, un diplomatico che ha perso la sua funzione e la sua bussola, ma che mantiene una lucidità tagliente anche quando il mondo intorno a lui inizia a deformarsi.
Finney recita con tutto il corpo: il modo in cui tiene il bicchiere, il controllo forzato della voce per apparire sobrio, lo sguardo perso che però si accende di lampi di feroce ironia. È un uomo che ha scelto l'inferno perché il paradiso gli sembrava insopportabile. "Nessuno può vivere senza amare", recita un'iscrizione nel film, ma Firmin sembra voler dimostrare il contrario, o forse che l'amore, quando è troppo puro, può solo incenerire chi lo prova. La sua è una ribellione metafisica: beve per dimenticare, ma anche per vedere realtà che gli altri non percepiscono. In lui, Huston vede l'eroe tragico definitivo, colui che va incontro al proprio destino con gli occhi aperti e una bottiglia di tequila in mano.
Il cuore drammatico del film è il ritorno inaspettato di Yvonne, l'ex moglie del Console, interpretata da una Jacqueline Bisset che riesce a dare profondità a un ruolo difficile. Yvonne torna con la speranza utopica di salvare Geoffrey, di portarlo via da quel Messico che lo sta divorando per ricominciare una vita bucolica in Canada o altrove. Insieme a lei c'è Hugh, il fratellastro del Console (Anthony Andrews), un giovane idealista tormentato dal senso di colpa per non essere andato a combattere nella guerra civile spagnola.
Questo triangolo amoroso e familiare è intriso di un affetto genuino, ma anche di un tradimento passato che aleggia come una maledizione. Il tentativo di Yvonne e Hugh di "curare" Geoffrey è destinato al fallimento perché non comprendono che l'alcolismo del Console non è una malattia della carne, ma dell'anima. Ogni parola di speranza che gli rivolgono agisce come una ferita, spingendolo ancora più a fondo nella sua ricerca di oblio. La scena nel giardino, dove Geoffrey cerca di spiegare la sua filosofia di vita mentre la natura intorno a lui sembra sussurrare minacce, è un capolavoro di tensione trattenuta.
John Huston dirige con una mano ferma e priva di sentimentalismi. La sua regia è classica, quasi invisibile, eppure carica di una forza visiva straordinaria. Egli non ricorre a effetti speciali per mostrare il delirium tremens; gli basta inquadrare un cane randagio che attraversa la strada, un poliziotto corrotto o il riflesso di una bottiglia. La fotografia di Gabriel Figueroa (il maestro che aveva già lavorato con Buñuel e Ford) cattura la luce accecante del Messico, rendendo il paesaggio un'estensione della febbre del protagonista.
Il film procede con un ritmo inesorabile. Nonostante i momenti di stasi e di dialogo denso, si avverte costantemente una progressione verso il basso. Huston ci trascina attraverso taverne oscure, rodei polverosi e bordelli desolati, fino a raggiungere il Farolito, il bar "alla fine del mondo". È qui che il destino del Console si compie. Il Farolito non è solo un locale; è il cerchio finale dell'inferno, dove l'umanità perde ogni maschera di civiltà.
Nella parte finale, il film acquisisce una venatura politica più marcata. Il Console viene scambiato per una spia o semplicemente diventa il bersaglio della frustrazione e della crudeltà dei fascisti locali. La sua morte, violenta e quasi casuale, riflette il caos di un'epoca che sta per essere inghiottita dalla guerra mondiale. Ma, in una chiave mitica, la sua caduta in un burrone insieme a un cane morto è l'immagine definitiva della degradazione umana che tocca il fondo della terra.
Tuttavia, c'è un elemento di trascendenza nella visione di Huston. Nonostante l'orrore, il film non è nichilista nel senso comune del termine. C'è una grandezza nel rifiuto del Console di piegarsi a una normalità che egli considera ipocrita. Come Lowry, Huston sembra suggerire che il viaggio verso l'abisso sia l'unica forma di onestà rimasta a un uomo che ha visto troppo.
Sotto il vulcano è un film che richiede molto allo spettatore. Non offre conforto, non offre una morale facile. È una ballata funebre per un uomo che ha amato troppo il mondo e troppo poco se stesso. Albert Finney ricevette una meritata nomination all'Oscar per questo ruolo, regalando al cinema uno dei ritratti più complessi e devastanti della dipendenza mai realizzati.
Per John Huston, questo film fu una sorta di testamento spirituale prima del suo addio definitivo con The Dead. Rappresenta la quintessenza del suo cinema: la sfida contro l'invincibile, il gusto per l'atmosfera esotica intrisa di sudore e realtà, e soprattutto l'empatia profonda per i "perdenti" che non chiedono scusa per la propria rovina. È un'opera che brucia ancora oggi della stessa fiamma del mescal di Geoffrey Firmin: amara, inebriante e assolutamente indimenticabile.
Il quadro rubato (Le Tableau volé) un film del 2025 diretto da Pascal Bonitzer
Il mondo dell'arte, con le sue luci soffuse nelle case d’aste e le sue ombre fitte nei magazzini dimenticati dalla storia, ha sempre esercitato un fascino magnetico sul cinema. Tuttavia, pochi registi sanno raccontare questo universo con la precisione chirurgica e l'ironia sottile di Pascal Bonitzer. Con "Il quadro rubato" (Le Tableau volé), uscito nelle sale francesi nel maggio 2024 e arrivato nel resto d'Europa tra la fine di quell'anno e l'inizio del 2025, Bonitzer firma una delle sue opere più equilibrate e avvincenti, capace di mescolare la commedia sofisticata, il dramma storico e il thriller procedurale.
In questa analisi, esploreremo come il film riesca a trasformare un pezzo di tela dipinta nel baricentro di un conflitto morale, sociale e legale, approfondendo la figura del regista, le performance del cast e i segreti di una sceneggiatura che affonda le radici nella realtà.
Per comprendere il tono di Il quadro rubato, bisogna guardare alla carriera del suo autore. Pascal Bonitzer non è un regista "visivo" nel senso barocco del termine; è un uomo di lettere, un ex critico dei prestigiosi Cahiers du Cinéma e, soprattutto, uno dei più grandi sceneggiatori del cinema francese moderno.
Prima di passare dietro la macchina da presa, Bonitzer ha prestato la sua penna a registi leggendari come Jacques Rivette (per il quale ha scritto quasi tutti i film dagli anni '80 in poi, tra cui La bella scontrosa), André Téchiné e Raoul Ruiz. Questo background ha forgiato in lui un gusto per i dialoghi affilati, le strutture narrative complesse e un'attenzione maniacale per le ambiguità dei sentimenti umani.
Come regista, Bonitzer ha sempre esplorato la borghesia intellettuale francese con uno sguardo che non è mai di condanna, ma di divertita osservazione delle sue debolezze (Petit paysan, Rien sur Robert). In Il quadro rubato, Bonitzer compie un passo avanti: esce dai salotti parigini per confrontarsi con la Storia con la "S" maiuscola, mantenendo però quella leggerezza di tocco che rende i suoi film accessibili e profondamente umani.
Il film prende le mosse da un evento che sembra uscito da un romanzo d'appendice, ma che è basato su una storia vera. André Cedret (interpretato da un impeccabile Alex Lutz) è un esperto d'arte di alto livello presso la casa d'aste Scottie’s. È un uomo cinico, perfettamente a suo agio nel lusso, convinto che nel mondo del mercato dell'arte non esistano più sorprese.
Tutto cambia quando riceve una lettera dall'Alsazia. Un giovane operaio, Martin, sostiene di aver trovato un quadro di valore nella modesta casa di famiglia. André, inizialmente scettico, si reca sul posto aspettandosi la solita crosta senza valore. Invece, si trova davanti a un capolavoro assoluto, ritenuto perduto dal 1939: "I Girasoli" di Egon Schiele.
La scoperta scatena un terremoto. Da un lato c'è l'opportunità economica: un quadro di Schiele vale decine di milioni di euro, una cifra che cambierebbe per sempre la vita dell'operaio Martin e darebbe un prestigio immenso alla casa d'aste di André. Dall'altro, sorge il problema della provenienza: il quadro apparteneva a un collezionista ebreo ed è stato sottratto dai nazisti durante l'occupazione.
Il film diventa così un inseguimento: bisogna rintracciare gli eredi legittimi, districarsi tra leggi internazionali sulla restituzione delle opere d'arte saccheggiate e gestire le ambizioni di chi vede in quel quadro solo una montagna di denaro. André si trova diviso tra il suo dovere professionale, il desiderio di fama e un’improvvisa, quanto inaspettata, crisi di coscienza che lo porterà a riconsiderare tutto ciò in cui credeva.
Il successo di un film di Bonitzer dipende in larga misura dalla capacità degli attori di rendere vivi dialoghi densi e sfumati. In Il quadro rubato, il cast è perfettamente orchestrato.
Alex Lutz (André Cedret): Lutz conferma di essere uno degli attori più versatili del cinema francese contemporaneo. Il suo André è un uomo che nasconde la propria insicurezza dietro un’eleganza impeccabile. La sua trasformazione, da venditore d’arte distaccato a uomo ossessionato dalla giustizia (o forse solo dalla bellezza intrinseca del quadro), è il cuore emotivo del film.
Léa Drucker (Bertina): Nel ruolo dell'ex moglie e collega di André, la Drucker porta quella solidità e quel pragmatismo che bilanciano le nevrosi del protagonista. La loro dinamica aggiunge uno strato di "commedia sofisticata" al film, tipica dello stile di Bonitzer.
Nora Hamzawi: Nota per i suoi ruoli comici, qui interpreta l’avvocato incaricato di gestire la complessa pratica di restituzione. La sua recitazione asciutta e ironica serve a demistificare gli aspetti più aridi della burocrazia legale.
Louise Chevillotte: Interpreta un ruolo chiave nella ricerca degli eredi, portando nel film una grazia malinconica che ricorda allo spettatore che dietro ogni quadro rubato ci sono vite spezzate e famiglie distrutte.
Scritta da Bonitzer insieme a Cécile Vargaftig, la sceneggiatura è un meccanismo a orologeria. Il film riesce in un'impresa difficile: spiegare al pubblico profano i tecnicismi del mercato dell'arte e della legislazione sulla "spoliazione" (il furto di beni agli ebrei sotto il Terzo Reich) senza mai diventare noioso o didascalico.
La forza dello script risiede nel contrasto tra due mondi:
Parigi e la Scottie's: Fatta di aste frenetiche, telefoni che squillano, uffici asettici e vestiti di sartoria. È il mondo del valore astratto, dove l'arte è un investimento.
L'Alsazia di Martin: Fatta di fabbriche, case modeste, cucine con la carta da parati ingiallita. È qui che il capolavoro di Schiele è rimasto appeso per decenni, quasi ignorato, diventando parte di una quotidianità operaia.
Questo scontro sociale è trattato con estrema delicatezza, evitando il populismo ma sottolineando quanto la bellezza possa essere democratica e, al contempo, fonte di discordia.
Il film è liberamente ispirato al caso reale dei "Girasoli" di Egon Schiele, un’opera che ha effettivamente attraversato decenni di misteri legali prima di essere restituita agli eredi del collezionista Karl Grünwald. Bonitzer ha dichiarato di essere rimasto affascinato non tanto dal valore economico del quadro, quanto dall'idea che un oggetto così "incandescente" potesse rimanere nascosto in una cucina di provincia per anni.
In molte scene, la macchina da presa si sofferma sul dipinto con un'attenzione quasi feticistica. Lo Schiele del film non è solo un oggetto, ma un personaggio muto che osserva il caos che scatena attorno a sé. Bonitzer utilizza i primi piani sulla tela per creare momenti di pausa e riflessione, quasi a voler ricordare allo spettatore la potenza dell'arte che trascende le beghe umane.
Le riprese in Alsazia offrono una luce particolare, più fredda e terrosa rispetto a quella calda e artificiale degli uffici parigini. Questo dualismo visivo aiuta a definire i confini morali del racconto. La scelta di ambientare parte del film in una zona di confine (storico e geografico) come l'Alsazia carica la narrazione di ulteriori significati legati all'identità e alla memoria europea.
Il quadro rubato pone domande scomode: di chi è l'arte? Di chi l'ha dipinta? Di chi l'ha pagata legalmente? Di chi l'ha rubata? O di chi l'ha custodita con amore (anche se inconsapevole) per settant'anni?
Pascal Bonitzer non dà risposte univoche. Il suo cinema è fatto di zone grigie. Il personaggio di André scopre che non si può "pulire" la storia di un quadro senza sporcarsi le mani con la realtà del presente. Il film è un invito a guardare oltre la cornice, a comprendere che ogni capolavoro che ammiriamo in un museo potrebbe portare con sé il peso di un'ingiustizia mai sanata.
In conclusione, Il quadro rubato è un film di rara intelligenza, che conferma Pascal Bonitzer come uno dei narratori più lucidi della società francese. È un'opera che gratifica l'intelletto senza dimenticare l'emozione, lasciando nello spettatore la voglia di saperne di più su quel mondo dove un girasole dipinto può valere più di mille parole, ma non più della giustizia.
sky/now
Die My Love è un film del 2025 diretto da Lynne Ramsay.
Siamo onesti: quando si sente il nome di Lynne Ramsay, il mondo del cinema trattiene il respiro. Non lo fa per timore, ma per una sorta di rispetto reverenziale verso una regista che non gira film, ma scolpisce esperienze sensoriali. Con l'arrivo di "Die, My Love" (2025), la Ramsay non ha solo confermato il suo status di autrice di culto, ma ha alzato l'asticella del dramma psicologico moderno, portando sullo schermo un’opera brutale, lirica e profondamente disturbante.
In questa analisi fiume, ci immergeremo nel cuore di una pellicola che nel 2025 ha ridefinito il concetto di "maternità radicale", esplorando la carriera di una regista che non scende a compromessi, la potenza di un cast stellare e i segreti di una produzione che ha visto nomi come Martin Scorsese benedire l'intera operazione.
Per capire Die, My Love, bisogna prima guardare negli occhi il cinema di Lynne Ramsay. Nata a Glasgow, la Ramsay è quella che potremmo definire una "perfezionista del frammento". La sua carriera non è fatta di una filmografia sterminata (anzi, i lunghi intervalli tra un film e l'altro sono leggendari), ma ogni suo lavoro è una pietra miliare.
Dagli esordi con Ratcatcher - Acchiappatopi fino al successo globale di E ora parliamo di Kevin, la Ramsay ha sempre dimostrato un interesse quasi ossessivo per il modo in cui il trauma fisico si traduce in immagine. Non le interessano i grandi discorsi o le spiegazioni didascaliche; il suo è un cinema di sguardi, di mani che sfiorano tessuti, di suoni che sembrano provenire dall'interno del corpo umano.
In A Beautiful Day - You Were Never Really Here, aveva trasformato Joaquin Phoenix in una macchina di dolore e tenerezza. Con Die, My Love, la sfida è stata ancora più alta: tradurre in immagini la prosa febbrile e frammentata di Ariana Harwicz, l'autrice del romanzo originale, spesso definita la "Sylvia Plath della pampa". Ramsay ha preso questa materia incandescente e l'ha trasformata in un noir dell'anima, dove il nemico non è un uomo nell'ombra, ma la propria mente.
Die, My Love non è un film facile da riassumere perché la sua trama non è una linea retta, ma un cerchio che si stringe attorno al collo della protagonista. La storia si svolge in un ambiente rurale isolato — una scelta che accentua il senso di claustrofobia pur essendo all'aperto.
Al centro di tutto c'è una donna (interpretata da Jennifer Lawrence) che sta scivolando in una forma estrema di psicosi post-partum e depressione esistenziale. Vive in una casa immersa nel bosco, circondata da una natura che non è mai bucolica, ma sempre minacciosa, brulicante, quasi carnivora. Ha un marito che la ama (un ruolo complesso affidato a Robert Pattinson) e un figlio piccolo, ma questa struttura familiare — che la società le impone di considerare come il "traguardo massimo" — diventa la sua prigione.
La trama si dipana attraverso le sue allucinazioni e i suoi desideri repressi. La donna inizia a percepire il marito come un estraneo, il figlio come un peso insopportabile e la propria identità come qualcosa che sta marcendo. Non è solo un film sulla depressione; è un film sulla rabbia. La protagonista flirta con l'idea della distruzione: distruggere il suo matrimonio, la sua casa, e infine sé stessa. L'arrivo di un "altro" uomo (interpretato da LaKeith Stanfield) funge da catalizzatore per un'esplosione di violenza simbolica e reale che porterà a un finale che ha lasciato il pubblico del 2025 diviso tra l'orrore e la catarsi.
Il casting di Die, My Love è stato uno dei temi caldi della stagione cinematografica. Ramsay ha messo insieme tre attori con stili radicalmente diversi, creando un'alchimia instabile e affascinante.
Dopo anni passati tra grandi franchise e commedie sofisticate, Jennifer Lawrence torna qui alle radici della sua arte (quelle di Un gelido inverno). La sua interpretazione è viscerale. Recita con il corpo, con i capelli spettinati, con occhi che comunicano una ferocia animale. La Lawrence qui distrugge l'immagine della "fidanzatina d'America" per diventare un'erinni moderna. È una performance coraggiosa, priva di vanità, che scava nei recessi più oscuri della psiche femminile.
Pattinson continua il suo percorso di attore "trasformista". In Die, My Love, interpreta il marito, un uomo che cerca disperatamente di essere un pilastro di normalità mentre tutto intorno a lui crolla. La sua bravura sta nel non rendere il marito un semplice antagonista o una vittima passiva, ma un uomo ferito, confuso, la cui gentilezza diventa, agli occhi della moglie malata, una forma di tortura. Il contrasto tra la fisicità esplosiva della Lawrence e quella contenuta, quasi implosiva, di Pattinson è il motore emotivo del film.
Stanfield entra nel film come un soffio di aria gelida. Rappresenta la tentazione, ma anche lo specchio della follia della protagonista. La sua capacità di recitare "fuori sincrono", con ritmi e pause imprevedibili, si sposa perfettamente con la regia della Ramsay, rendendo ogni sua scena un momento di incertezza e pericolo.
La sceneggiatura, scritta dalla Ramsay insieme a Enda Walsh, è un miracolo di sottrazione. Il romanzo di Ariana Harwicz è un monologo interiore densissimo, quasi privo di dialoghi convenzionali. Ramsay ha scelto di non usare la voce fuori campo (un espediente che sarebbe stato facile ma pigro), preferendo che fosse l'ambiente a parlare.
In Die, My Love, gli oggetti hanno un peso specifico. Un coltello da cucina, una camicia macchiata, l'erba alta che si muove al vento: tutto contribuisce a raccontare lo stato mentale della protagonista. La sceneggiatura lavora per ellissi, lasciando che lo spettatore riempia i vuoti. Non ci viene detto perché la donna soffra; ci viene mostrato il colore della sua sofferenza. Questo approccio rende il film un’esperienza quasi ipnotica, dove la tensione non deriva dall'azione, ma dalla percezione alterata della realtà.
Un film di Lynne Ramsay è sempre un banchetto per i sensi, e Die, My Love non fa eccezione.
La scelta del direttore della fotografia è caduta su toni che ricordano il cinema degli anni '70, ma con una nitidezza moderna che ferisce. La luce non è mai rassicurante: o è troppo accecante, quasi clinica, o è immersa in ombre bituminose che sembrano inghiottire i personaggi. C'è un uso del colore rosso che funge da leitmotiv visivo, segnalando i momenti in cui la protagonista perde il contatto con la realtà sociale per entrare in quella del desiderio puro e violento.
Come in ogni film della Ramsay, il suono è fondamentale. La colonna sonora non è composta da semplici melodie, ma da un paesaggio sonoro fatto di scricchiolii, respiri amplificati e rumori ambientali distorti. Il suono del vento tra gli alberi si fonde con il ronzio degli elettrodomestici, creando una sinfonia dell'inquietudine che mette lo spettatore nello stesso stato di iper-attenzione (o paranoia) della protagonista.
Il progetto di Die, My Love ha attirato l'attenzione dei grandi di Hollywood fin dalle prime fasi di sviluppo.
Martin Scorsese Produttore: Non capita tutti i giorni che il "maestro" decida di produrre un film non diretto da lui. Scorsese ha dichiarato di essere rimasto folgorato dalla visione della Ramsay, definendola una delle voci più vitali del cinema contemporaneo. La sua presenza come produttore esecutivo ha garantito alla regista una libertà creativa totale, al riparo dalle logiche di mercato dei grandi studios.
Le Riprese in Alberta: Nonostante il romanzo sia ambientato in Francia, la Ramsay ha scelto di girare nelle zone rurali dell'Alberta, in Canada. Questa location ha permesso di catturare una vastità e una solitudine che riflettono perfettamente il deserto interiore della protagonista. Il contrasto tra gli spazi infiniti canadesi e la claustrofobia della casa è uno dei punti di forza del film.
La Sfida della Lawrence: Si dice che Jennifer Lawrence abbia inseguito questo ruolo per anni, affascinata dal romanzo della Harwicz. Ha partecipato attivamente alla produzione, portando il progetto alla Ramsay, convinta che solo lei potesse catturare la "bellezza brutta" di questa storia.
Il Legame con la Trilogia della Passione: Il film è basato sul primo capitolo di quella che Ariana Harwicz chiama la sua "trilogia della passione". Il successo di questa pellicola ha già scatenato voci sulla possibilità che la Ramsay possa esplorare anche gli altri due romanzi (Precoce e Ammazzati, amore mio), creando una sorta di trittico cinematografico sulla condizione femminile estrema.
Riguardando questo film all'inizio del 2026, appare chiaro che Die, My Love non è solo un racconto di follia. È una critica feroce all'istituzione della famiglia tradizionale quando questa diventa un obbligo performativo. Il film demolisce il mito della "madre perfetta" e del "nido accogliente", mostrandoci come per alcune anime la felicità domestica possa essere la forma più raffinata di tortura.
È un film che richiede molto allo spettatore: non offre risposte facili, non ha una morale consolatoria e non cerca di rendere la sua protagonista simpatica. Ma è proprio in questa onestà brutale che risiede la sua grandezza. Lynne Ramsay ha creato un'opera che brucia di una luce fredda, un film che non si guarda, ma si subisce, e che rimane addosso come un brivido che non se ne vuole andare.
In un'epoca di cinema spesso standardizzato e prevedibile, Die, My Love si erge come un monumento all'originalità visiva e al coraggio narrativo. È il trionfo di una regista che sa che il vero orrore, così come la vera bellezza, si nasconde nei dettagli che tutti gli altri scelgono di non guardare.
mubi
Mercy - Sotto accusa (Mercy) è un film del 2026 diretto da Timur Bekmambetov.
Quando si parla di "Mercy - Sotto accusa", il film di Timur Bekmambetov uscito in questo inizio di 2026, non si può fare a meno di notare come il cinema di fantascienza stia vivendo una nuova, prepotente giovinezza. Se il 2025 era stato l'anno dell'introspezione e dei biopic musicali (come abbiamo visto con la storia di Springsteen), il 2026 si apre con un’opera che mescola l’adrenalina pura del thriller d'azione con una riflessione filosofica non banale sul concetto di giustizia e sulla fallibilità della tecnologia.
Bekmambetov, il regista che ci aveva abituati allo stile frenetico di Wanted e alla sperimentazione visiva del formato "screenlife", torna sul grande schermo con un budget imponente e una visione ambiziosa, consegnandoci quello che molti critici hanno già definito il "Minority Report della nuova generazione".
Il film ci proietta in un futuro non troppo lontano, un’epoca in cui l’aumento esponenziale della criminalità ha spinto la società verso soluzioni estreme. La narrazione si muove in un’estetica che abbandona il "cyberpunk" classico fatto di neon e pioggia per abbracciare un realismo sporco, quasi tangibile. In questo mondo, la presunzione d'innocenza è diventata un lusso che lo Stato non crede più di potersi permettere.
Al centro della trama c'è il progetto Mercy. Non è solo il titolo del film, ma il nome di un sistema di sorveglianza e intervento predittivo che dovrebbe, in teoria, portare "misericordia" alle vittime prevenendo il crimine. Tuttavia, come spesso accade nelle visioni distopiche più riuscite, la misericordia del titolo diventa rapidamente una condanna senza appello per chi finisce negli ingranaggi del sistema.
Il protagonista, interpretato da un Chris Pratt in stato di grazia, è un detective che ha dedicato la vita a ripulire le strade, convinto che la tecnologia sia l'unica ancora di salvezza per una civiltà sull'orlo del collasso. La svolta drammatica arriva quando lui stesso viene accusato di un crimine violento che deve ancora commettere (o che, forse, non commetterà mai). Da cacciatore a preda: un classico del genere, che Bekmambetov rinvigorisce grazie a una regia cinetica e a una tensione che non lascia tregua.
È interessante osservare l'evoluzione di Chris Pratt in questo film. Siamo lontani dalla simpatia guascona di Peter Quill o dalla sicurezza muscolare di Jurassic World. In Mercy - Sotto accusa, Pratt scava in una zona d'ombra molto più profonda. Il suo detective è un uomo stanco, logorato da un sistema che ha contribuito a costruire e che ora lo sta divorando.
La sua interpretazione lavora molto sulla paranoia. Lo vediamo fuggire non solo dalla polizia, ma dalla sua stessa identità digitale. In un mondo dove ogni movimento è tracciato e ogni intenzione viene analizzata da algoritmi, la "fuga" diventa un atto di resistenza quasi impossibile. Pratt riesce a trasmettere quel senso di soffocamento che deriva dall'essere osservati costantemente. La sua performance è fisica, brutale, ma punteggiata da momenti di vulnerabilità che lo rendono il cuore pulsante di una pellicola che, altrimenti, rischierebbe di essere dominata solo dalla tecnologia.
Accanto a lui, Rebecca Ferguson offre una prova magistrale nel ruolo della controparte governativa, una figura complessa che non è un semplice "villain" bidimensionale, ma una donna convinta che il sacrificio della libertà individuale sia un prezzo accettabile per la sicurezza collettiva. Il duello psicologico tra i due è uno dei motori principali del film.
Timur Bekmambetov ha sempre avuto un rapporto unico con l'immagine. In Mercy, il regista russo sembra aver trovato la sintesi perfetta tra i suoi esordi visionari e la maturità narrativa. La cinepresa si muove con una fluidità quasi soprannaturale, utilizzando droni e tecniche di ripresa innovative che danno allo spettatore la sensazione di essere "dentro" il sistema di sorveglianza.
Le sequenze d'azione sono coreografate con una precisione chirurgica. Non c'è violenza gratuita, ma ogni scontro fisico sembra riflettere la lotta dell'uomo contro la macchina. L'uso del rallentatore, marchio di fabbrica del regista, qui non è solo un vezzo estetico, ma serve a dilatare i momenti in cui il protagonista deve prendere decisioni vitali in frazioni di secondo, cercando di battere l'algoritmo sul tempo.
C'è un'eleganza fredda nella fotografia di Mercy. Gli spazi urbani sono vasti e impersonali, evocando un senso di isolamento che contrasta con la sovrappopolazione digitale. Bekmambetov utilizza la scenografia per raccontare la storia: uffici governativi asettici si contrappongono ai bassifondi dove la tecnologia è vecchia, rotta e "umana".
Il cuore filosofico di Mercy - Sotto accusa risiede nella domanda: possiamo davvero fidarci di una giustizia che non ammette l'errore umano?
Il film esplora il paradosso di un sistema che, per eliminare il male, finisce per eliminare la libertà di scelta. L'accusa che pende sulla testa del protagonista non è basata su prove fisiche, ma su proiezioni probabilistiche. Questo tocca un nervo scoperto della nostra società attuale, sempre più dipendente dall'intelligenza artificiale per decidere chi merita un prestito, un lavoro o, in questo caso estremo, la libertà.
"La misericordia non è un calcolo. Se la giustizia diventa un'equazione, allora abbiamo smesso di essere umani."
Questa frase, pronunciata in un momento chiave del film, riassume perfettamente il conflitto centrale. Bekmambetov non ci dà risposte facili. Non dipinge la tecnologia come intrinsecamente malvagia, ma mette in guardia contro l'illusione della perfezione. Il "nulla" che minacciava lo Springsteen di Scott Cooper qui si trasforma in un "tutto" asfissiante: una presenza costante che sa tutto di noi e che ci giudica prima ancora che possiamo agire.
Oltre a Pratt e Ferguson, il film beneficia di un cast di comprimari eccellente. Kali Reis e Annabelle Wallis interpretano ruoli fondamentali che aggiungono sfumature alla narrazione. Reis, in particolare, interpreta una detective della "vecchia scuola" che inizia a nutrire dubbi sulla validità del sistema Mercy. Il suo personaggio funge da bussola morale, rappresentando quella parte di umanità che si rifiuta di abdicare al buon senso in favore dell'efficienza algoritmica.
La dinamica tra questi personaggi crea un arazzo narrativo ricco di sottotrame che non risultano mai superflue. Ogni personaggio è un tassello di un puzzle che esplora come diverse personalità reagiscono all'oppressione tecnologica: chi si adegua, chi ne approfitta e chi combatte.
Uscire con un film del genere nel 2026 è stata una mossa coraggiosa e calcolata da parte di Amazon MGM Studios. Siamo in un periodo in cui il dibattito sull'etica delle IA è al suo culmine, e Mercy - Sotto accusa cavalca perfettamente l'onda delle preoccupazioni contemporanee.
Il film evita le trappole del moralismo spicciolo. Non è un pamphlet contro il progresso, ma un invito alla vigilanza. È un thriller che ti fa saltare sulla sedia per le scene d'azione, ma che ti lascia con un senso di inquietudine una volta uscito dalla sala. La capacità di Bekmambetov di intrattenere mentre scuote le coscienze è ciò che eleva Mercy al di sopra dei soliti blockbuster stagionali.
In definitiva, Mercy - Sotto accusa è un’opera che riconferma Timur Bekmambetov come uno dei registi più interessanti del panorama internazionale, capace di gestire grandi produzioni senza perdere il proprio tocco autoriale. La combinazione tra la fisicità di Chris Pratt, la fredda eleganza di Rebecca Ferguson e una tematica così attuale lo rende uno dei film più significativi dell'anno.
È un film che richiede attenzione, che sfida lo spettatore a chiedersi da che parte starebbe se il sistema decidesse che il suo futuro è già scritto. È un viaggio adrenalinico nel cuore delle nostre paure moderne, confezionato con una maestria tecnica che giustifica ogni singolo euro del biglietto.
al cinema
Springsteen - Liberami dal nulla (Springsteen: Deliver Me from Nowhere) è un film del 2025 diretto da Scott Cooper.
Parlare di "Deliver Me from Nowhere" (uscito in Italia con il titolo Liberami dal nulla) non significa solo analizzare un film biografico su una rockstar. Significa addentrarsi in uno dei momenti più oscuri, solitari e paradossalmente fertili della storia della musica contemporanea. Diretto da Scott Cooper e basato sull'omonimo saggio di Warren Zanes, il film del 2025 ci porta dritti nel cuore del 1982, l'anno in cui Bruce Springsteen, l'uomo che aveva scalato le classifiche con l'energia debordante di The River, decise di chiudersi in una stanza e dare voce ai suoi fantasmi.
Per capire l'opera di Cooper, bisogna prima comprendere il contesto in cui si muove il protagonista. All'inizio degli anni '80, Bruce Springsteen è all'apice della fama mondiale. Ha appena concluso un tour trionfale, è amato dalle folle e visto come l'incarnazione del sogno americano proletario. Tuttavia, dentro di lui, qualcosa si è spezzato. Il film cattura con una precisione chirurgica quel senso di vertigine che colpisce chi, dopo aver ottenuto tutto, si rende conto che il successo non ha colmato i vuoti lasciati da un'infanzia difficile e da un rapporto conflittuale con il padre, Douglas Springsteen.
Liberami dal nulla non sceglie la via facile del "Greatest Hits". Non vedremo stadi pieni o coreografie spettacolari. La pellicola si focalizza sulla genesi di Nebraska, un album che inizialmente doveva essere registrato con la E Street Band in versione rock, ma che finì per essere pubblicato come un insieme di demo acustici, registrati su un misero registratore a quattro piste (il Teac 144) nella camera da letto di Bruce a Colt's Neck, New Jersey.
Il film ci mostra uno Springsteen che si allontana dalle luci della ribalta per confrontarsi con la depressione e con una visione cupa dell'America. È il racconto di un uomo che guida nella notte lungo le autostrade del New Jersey, cercando di seminare i propri demoni, solo per scoprire che essi siedono sul sedile del passeggero.
Uno dei punti di forza più discussi e lodati del film è l'interpretazione di Jeremy Allen White. Dopo il successo di The Bear, White si è trovato di fronte alla sfida monumentale di dare corpo e voce a un'icona vivente. La sua non è una semplice imitazione; non c'è quella ricerca ossessiva del trucco prostetico che spesso rovina i biopic moderni. White lavora per sottrazione.
L'attore riesce a catturare la fisicità nervosa di Bruce: il modo in cui tiene la chitarra come se fosse uno scudo, lo sguardo perso nel vuoto mentre cerca le parole giuste per una canzone, quella tensione muscolare che precede l'esplosione creativa. La sua interpretazione ci restituisce un Bruce vulnerabile, quasi fragile, lontano dall'immagine del "Boss" granitico che salta sugli amplificatori.
Nel film, vediamo White/Springsteen alle prese con la solitudine della scrittura. Cooper insiste molto sui silenzi. Ci sono sequenze lunghissime in cui non accade nulla se non il fruscio del nastro che scorre nel registratore. È qui che il film brilla: nel mostrare la fatica fisica e mentale di trasformare il dolore in arte. La voce di White, che ha lavorato duramente per avvicinarsi al timbro roco e confidenziale del Bruce di quegli anni, diventa lo strumento principale per narrare lo smarrimento di un'intera nazione.
Scott Cooper non è nuovo a raccontare l'anima tormentata dell'America. Con film come Crazy Heart e Hostiles, ha dimostrato una sensibilità particolare per i personaggi che vivono ai margini, siano essi musicisti decaduti o soldati distrutti dal rimorso. In Liberami dal nulla, Cooper adotta un approccio visivo che richiama la fotografia di Robert Frank: immagini sgranate, colori desaturati e una predilezione per le ore blu del crepuscolo.
La scelta stilistica riflette perfettamente il suono di Nebraska. Se l'album è un'opera lo-fi, il film è cinema d'autore "sporco". Non c'è la lucidità patinata di Hollywood. La polvere sulle strade di campagna, il fumo delle sigarette che ristagna nelle stanze, il riflesso dei lampioni sul parabrezza bagnato dalla pioggia: ogni inquadratura contribuisce a creare un'atmosfera di isolamento esistenziale.
Cooper evita sapientemente la struttura lineare del biopic classico (infanzia - ascesa - caduta - redenzione). Preferisce concentrarsi su un arco temporale ristretto, trasformando il film in un lungo "trip" psicologico. La narrazione è frammentata, punteggiata dai testi delle canzoni che prendono vita non come video musicali, ma come visioni cinematografiche. Quando Bruce scrive Atlantic City o Highway Patrolman, il film ci trascina dentro quelle storie, mostrandoci i personaggi che popolano l'immaginario di Springsteen: poliziotti onesti ma stanchi, criminali per necessità, padri che non sanno amare.
Nonostante il focus sia sulla solitudine, il film non trascura le figure chiave che circondano l'artista. Jeremy Strong (famoso per Succession) interpreta Jon Landau, il manager e mentore che ha visto in Springsteen "il futuro del rock and roll". Il rapporto tra i due è uno dei pilastri emotivi della pellicola. Landau è l'ancora di Bruce, colui che cerca di proteggerlo mentre il musicista sembra voler sabotare la propria carriera pubblicando un disco che la casa discografica ritiene "invendibile".
C'è poi il dolore silenzioso della separazione temporanea dalla E Street Band. Il film mostra le sessioni di registrazione fallite ai Power Station Studios di New York. La band cerca di dare energia ai pezzi di Nebraska, ma Bruce sente che il suono "grande" e perfetto delle macchine professionali sta uccidendo la verità delle canzoni. Vedere la frustrazione di musicisti del calibro di Steve Van Zandt o Max Weinberg, che non riescono a capire cosa stia cercando il loro leader, aggiunge uno strato di tensione drammatica notevole. È la lotta tra il "noi" (la band, la fratellanza) e l' "io" (la necessità dell'artista di restare solo con la propria visione).
Liberami dal nulla è anche un film profondamente politico, pur non essendo un manifesto. Ambientato nel pieno dell'era Reaganiana, racconta il rovescio della medaglia del trionfalismo economico di quegli anni. I personaggi che Bruce canta, e che Cooper mette in scena, sono i dimenticati, coloro per i quali il sogno americano è diventato un incubo fatto di debiti e solitudine.
Il titolo stesso, tratto dal testo della canzone State Trooper, è una preghiera laica. "Deliver me from nowhere" non è solo la richiesta di essere portati fuori da una strada sperduta, ma il grido di chi teme di scomparire nel vuoto pneumatico della propria esistenza. Il film esplora questo "nulla" con un'onestà brutale. Non offre soluzioni facili. Non ci dice che Bruce "guarirà" scrivendo queste canzoni; ci dice che scrivere queste canzoni è l'unico modo che ha per sopravvivere un altro giorno.
"A metà degli anni '80 ero diventato un maestro dell'evasione. Avevo costruito una vita in cui potevo andare e venire a mio piacimento, ma non avevo un posto dove stare."
Questa citazione, ispirata dalle riflessioni reali di Springsteen, sembra essere il mantra che guida la sceneggiatura. Il film ci interroga su cosa significhi essere autentici in un mondo che ti chiede costantemente di essere un prodotto.
In un film su Springsteen, la musica è ovviamente protagonista, ma in Liberami dal nulla viene trattata in modo quasi metafisico. Le canzoni di Nebraska non vengono usate come semplice sottofondo. Esse emergono organicamente dal silenzio.
Il processo di registrazione casalinga è filmato con una cura quasi feticista per gli oggetti: i nastri che girano, il rumore del selettore del registratore, il battito del piede sul pavimento di legno che funge da metronomo. Questo approccio rende lo spettatore partecipe dell'atto creativo. Sentiamo la pressione di quella stanza, sentiamo il peso di quelle parole che sembrano sussurrate all'orecchio di chi ascolta. La decisione finale di pubblicare quei nastri così come sono, grezzi e pieni di errori tecnici, viene presentata come l'atto di ribellione più punk della carriera di Springsteen.
Liberami dal nulla di Scott Cooper non è solo un film per i fan sfegatati del Boss. È un'opera potente sull'identità, sulla salute mentale e sulla responsabilità dell'artista nei confronti della propria voce interiore. In un'epoca dominata da biopic che cercano di santificare i loro soggetti, questo film ha il coraggio di mostrare un uomo perso in un labirinto di dubbi.
Jeremy Allen White ha consegnato una prova attoriale che probabilmente definirà la sua carriera, riuscendo a farci dimenticare l'icona per farci incontrare l'uomo. Springsteen stesso ha collaborato alla produzione, e questo si avverte nella profonda onestà che trasuda da ogni scena. Il film si chiude non con un trionfo, ma con un inizio: il momento in cui Bruce, dopo aver attraversato la valle dell'ombra di Nebraska, intravede la luce che porterà a Born in the U.S.A., ma con la consapevolezza che quella cicatrice non si rimarginerà mai del tutto.
È un film che rimane addosso, come l'umidità del New Jersey, e che ci ricorda che a volte bisogna perdersi nel nulla per trovare davvero se stessi.
disney+
Il massacro dei Maori è un film del 1983, diretto da Geoff Murphy.
Parlare de Il massacro dei Maori (titolo originale Utu), diretto da Geoff Murphy nel 1983, significa immergersi in uno dei pilastri fondamentali non solo del cinema neozelandese, ma della rappresentazione cinematografica del colonialismo tout court. Non è un semplice film d'azione o un "western di frontiera" trasportato agli antipodi; è un'opera viscerale, fiammeggiante e profondamente politica che ha segnato la fine del silenzio storico sulle guerre terriere della Nuova Zelanda del XIX secolo.
Per comprendere il film, bisogna partire dal titolo originale: Utu. In lingua Maori, questa parola non si traduce semplicemente con "vendetta", ma descrive un concetto molto più complesso di equilibrio e reciprocità. L'Utu può essere un dono per un dono, ma nel contesto del film di Murphy, diventa una spirale inarrestabile di sangue: un colpo per un colpo, una vita per una vita.
Il film è ambientato negli anni '70 dell'Ottocento, durante le cosiddette guerre maori. Il protagonista è Te Wheke, interpretato da un monumentale Anzac Wallace. Te Wheke è un guerriero Maori che inizialmente serve come esploratore per l'esercito coloniale britannico. La sua lealtà, tuttavia, crolla tragicamente quando scopre che la sua stessa unità ha distrutto il suo villaggio d'origine, massacrando donne, bambini e anziani. Questo evento scatena in lui una furia cieca e rituale. Te Wheke abbandona l'esercito, recupera le sue radici guerriere (simboleggiate dal tatuaggio facciale, il moko) e inizia una campagna di terrore contro i coloni bianchi e i maori "collaborazionisti".
Geoff Murphy, che all'epoca era reduce dal successo di Goodbye Pork Pie, scelse di utilizzare il linguaggio del genere cinematografico per eccellenza, il Western, per raccontare una storia che i libri di scuola neozelandesi dell'epoca tendevano a ignorare o edulcorare. Il massacro dei Maori possiede l'epicità delle grandi praterie, ma le sostituisce con il fitto e claustrofobico "bush" neozelandese, una giungla temperata dove il nemico può nascondersi dietro ogni felce gigante.
Il film è popolato da una galleria di personaggi che rappresentano le diverse anime di quel conflitto sanguinario. C'è Williamson (interpretato dal leggendario Bruno Lawrence), un colono la cui fattoria viene distrutta e la moglie uccisa dagli uomini di Te Wheke. La sua discesa nella follia vendicativa corre parallela a quella del protagonista, trasformandolo in un uomo che vive solo per caricare il suo fucile Winchester. C'è poi il capitano britannico, incarnazione dell'arroganza imperiale, convinto che la disciplina militare possa domare una terra che non comprende. Infine, c'è Wiremu, un ufficiale maori dell'esercito britannico che cerca di navigare in una zona grigia morale, diviso tra la fedeltà alla corona e il legame di sangue con il suo popolo.
Uno degli aspetti che colpì maggiormente il pubblico e la critica nel 1983 fu la brutalità del film. Murphy non risparmia nulla: la violenza è improvvisa, sporca e priva di qualsiasi romanticismo eroico. Tuttavia, non si tratta di violenza gratuita. Ogni atto di crudeltà è mostrato come la conseguenza logica di un'ingiustizia precedente. Il regista mette in scena una reazione a catena dove nessuno è completamente innocente e nessuno è completamente colpevole.
L'uso magistrale della colonna sonora, che mescola canti tradizionali maori e partiture orchestrali drammatiche, accentua questo senso di inevitabilità. Il film mostra come la tecnologia bellica europea (i cannoni, i fucili di precisione) si scontri con la guerriglia Maori, creando un contrasto visivo e sonoro che sottolinea lo shock culturale in atto. La macchina da presa di Murphy è dinamica, nervosa, quasi presaga del caos che sta per scatenarsi in ogni scena.
La scelta di Anzac Wallace per il ruolo di Te Wheke fu quasi profetica. Wallace non era un attore professionista, ma un ex detenuto e attivista sindacale che portava sullo schermo una rabbia autentica e una presenza fisica dirompente. La sua trasformazione nel film è il cuore pulsante dell'opera: il suo Te Wheke non è un cattivo da cartone animato, ma un uomo colto, ex scout dell'esercito che cita Shakespeare mentre compie atti di ferocia inaudita. Questa dualità serve a scardinare il pregiudizio del "selvaggio" ignorante, mostrando invece un leader carismatico che usa il terrore come strumento politico di resistenza.
Il massacro dei Maori arrivò in un momento cruciale per la Nuova Zelanda, un periodo di risveglio per i diritti dei Maori e di riconsiderazione del trattato di Waitangi. Il film costrinse la nazione a guardarsi allo specchio, mostrando che la democrazia e la prosperità del XX secolo erano state edificate su fondamenta di espropriazione e massacri.
Nonostante il successo iniziale, per molti anni il film è circolato in versioni tagliate o di scarsa qualità tecnica. Nel 2013, tuttavia, è stata rilasciata una versione restaurata e rimontata dallo stesso Murphy, nota come Utu Redux. Questo restauro ha permesso alle nuove generazioni di apprezzare la profondità della fotografia e la complessità di una narrazione che, nonostante i decenni trascorsi, non ha perso un grammo della sua forza d'urto.
In questa versione, emerge ancora più chiaramente la critica di Murphy alla cecità del potere. Il finale del film, che non sveleremo nei dettagli ma che coinvolge un lungo "processo" improvvisato nel bosco, è una delle riflessioni più alte mai prodotte dal cinema sul tema della giustizia riparativa contro la giustizia punitiva. È un momento di cinema puro, dove le parole pesano quanto i proiettili e dove l'unica conclusione possibile è la constatazione che l'Utu può finire solo quando entrambe le parti decidono di deporre le armi.
In definitiva, Il massacro dei Maori rimane un'opera imprescindibile. È un film che scuote, che disturba e che emoziona, rifiutando le semplificazioni del cinema commerciale. Geoff Murphy è riuscito a creare un'epopea che è allo stesso tempo un film d'azione di altissimo livello e un saggio sociologico sulla natura umana e sul dolore del colonialismo.
È la storia di un paese che cerca la sua anima tra le fiamme della guerra, raccontata con una passione e una sincerità che pochi registi hanno saputo eguagliare. Se oggi il cinema neozelandese è rispettato in tutto il mondo (si pensi a Peter Jackson, che peraltro ha collaborato tecnicamente al restauro di Utu), è anche grazie a pionieri come Murphy che hanno avuto il coraggio di raccontare le proprie ferite aperte con una cinepresa.
youtube o.v.
Weapons è un film del 2025 diretto da Zach Cregger.
Dopo lo shock culturale e cinematografico causato da Barbarian nel 2022, il mondo del cinema horror e non solo aveva gli occhi puntati su Zach Cregger. Non capita spesso che un regista proveniente dalla commedia demenziale riesca a riscrivere le regole della tensione con tale ferocia e originalità. Nel 2025, la risposta a quell’attesa è arrivata con Weapons, un’opera che, ora che siamo all'inizio del 2026, possiamo finalmente guardare con la consapevolezza di chi ha assistito alla consacrazione di un nuovo maestro del genere.
Weapons non è semplicemente un film horror; è un’epopea corale, un arazzo oscuro che intreccia vite, segreti e violenza in una struttura che molti critici hanno paragonato a una versione distorta e febbrile di Magnolia di Paul Thomas Anderson. Ma dove Anderson cercava la redenzione e la connessione umana attraverso il caso, Cregger cerca l'orrore insito nelle radici stesse della società americana, utilizzando il genere come un bisturi per scoperchiare nervi scoperti.
La sfida più grande di Weapons risiede nella sua narrazione non lineare e multi-livello. Fin dalle prime notizie sulla produzione, si parlava di un racconto "interconnesso" che ruotava attorno alla scomparsa di alcuni adolescenti in una piccola comunità. Tuttavia, la visione di Cregger si è rivelata molto più ampia. Il film non si accontenta di seguire un unico binario investigativo, ma si dirama in diverse direzioni temporali e prospettive umane, creando un senso di inevitabilità che opprime lo spettatore fin dai primi minuti.
L'idea di base è che ogni personaggio sia un ingranaggio di una macchina più grande, un "arma" involontaria o consapevole scagliata contro il prossimo. Cregger gestisce questa complessità con una mano ferma, evitando la confusione tipica di molti film a episodi e riuscendo invece a creare un crescendo emotivo che unifica le diverse storie. C'è una sottile linea rossa che lega un poliziotto tormentato, un gruppo di ragazzi con un segreto inconfessabile e una figura misteriosa che sembra muoversi ai margini della realtà. Questa struttura permette al film di esplorare non solo la paura del mostro o dell'assassino, ma la paura più profonda del collasso comunitario.
Uno dei punti di forza che ha permesso a Weapons di dominare il botteghino e la critica nel 2025 è stato indubbiamente il suo cast. La scelta di Josh Brolin come perno centrale della vicenda si è rivelata magistrale. Brolin porta sullo schermo una gravitas ruvida, una stanchezza esistenziale che si sposa perfettamente con l'atmosfera plumbea della pellicola. Il suo personaggio non è il classico eroe d'azione, ma un uomo consumato dal peso delle proprie scelte, un ritratto di mascolinità in crisi che Cregger usa per decostruire certi stereotipi del genere.
Accanto a lui, Julia Garner offre una prova di una fragilità elettrica. La sua capacità di passare dal terrore puro a una determinazione gelida aggiunge uno strato di imprevedibilità al film. E non possiamo dimenticare Alden Ehrenreich e Benedict Wong, i quali contribuiscono a dare al film quella sensazione di "mondo reale" che rende le intrusioni del soprannaturale (o della violenza estrema) ancora più disturbanti. La chimica tra questi attori, pur agendo spesso in segmenti separati, è palpabile: si percepisce che condividono lo stesso spazio geografico e morale, un territorio dove la speranza sembra essere un lusso che nessuno può più permettersi.
La transizione di cast, che inizialmente vedeva Pedro Pascal come protagonista prima che i conflitti di programmazione lo portassero verso altri lidi, ha forse giovato alla pellicola. Se Pascal avrebbe portato una vulnerabilità più calda, Brolin ha dato al film una durezza che accentua il senso di inesorabilità tipico delle tragedie greche, trasformando Weapons in qualcosa di più simile a un moderno noir tinto di sangue.
Il titolo del film è, di per sé, un programma tematico. Cosa definisce un'arma? Per Cregger, non si tratta solo di pistole, coltelli o oggetti contundenti. In Weapons, le armi più letali sono i segreti tramandati di generazione in generazione, i traumi non elaborati e le parole non dette. Il film indaga con ferocia il concetto di eredità della violenza. Come in Barbarian il tema era lo spazio e il territorio abusato, qui il fulcro è il tempo e la memoria.
L'orrore in questo film nasce dal passato che rifiuta di rimanere sepolto. La scomparsa dei ragazzi è solo il sintomo di una malattia più antica che affligge la città. Cregger suggerisce che ogni atto di violenza compiuto nel presente sia la conseguenza di una lunga catena di eventi iniziata decenni prima. In questo senso, il film assume una dimensione quasi sociologica, ponendo domande scomode sulla responsabilità individuale all'interno di un sistema corrotto. La visione del regista è pessimista: siamo tutti, in qualche modo, armi cariche puntate verso il futuro dei nostri figli.
Dal punto di vista tecnico, Weapons conferma che Zach Cregger ha un occhio unico per la composizione dell'inquadratura e per l'uso dello spazio. Se nel suo film precedente l'orrore era verticale (la discesa nelle profondità della casa), qui è orizzontale ed espanso. La cinematografia sfrutta le ampiezze dei paesaggi suburbani e rurali per creare un senso di isolamento paradossale: si può essere soli anche in mezzo a una folla o in una strada illuminata.
Il regista utilizza la tensione in modo dinamico. Non si affida ai banali "jump scare", ma preferisce la tecnica del dread, quella sensazione viscerale di disagio che si insinua sotto la pelle e non ti abbandona più. Ci sono sequenze in cui la macchina da presa indugia su dettagli apparentemente insignificanti, costringendo lo spettatore a cercare il pericolo in ogni angolo del fotogramma. È un cinema che richiede attenzione, che premia chi osserva e punisce chi distoglie lo sguardo.
La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale, alternando silenzi assordanti a sonorità industriali e disturbanti che sembrano mimare il battito cardiaco di un predatore. La cura maniacale per il sound design rende ogni scricchiolio e ogni respiro un elemento narrativo a sé stante. È evidente che Cregger ha studiato i classici dell'horror degli anni '70 e '80, ma è altrettanto chiaro che non è interessato all'effetto nostalgia: il suo è un linguaggio moderno, cinico e assolutamente contemporaneo.
Uscito in un momento in cui l'horror sembrava essersi adagiato su formule sicure (sequel, reboot e "legacyquel"), Weapons ha agito come una scossa elettrica. Ha diviso il pubblico, come ogni opera d'arte ambiziosa che si rispetti. Alcuni hanno trovato la sua struttura troppo densa e la sua visione troppo cupa, mentre altri lo hanno immediatamente eletto a capolavoro del decennio.
Il merito di Cregger è stato quello di non aver voluto fare "Barbarian 2". Ha rischiato tutto su un progetto molto più costoso e complesso, dimostrando che si può fare cinema di genere su grande scala senza sacrificare l'intelligenza o la provocazione. Il film ci interroga sulla natura del male: è una forza esterna o qualcosa che coltiviamo amorevolmente nei nostri giardini suburbani?
In questo 2026, Weapons è ancora al centro di discussioni accese. È un film che non si esaurisce con la prima visione, ma che richiede di essere metabolizzato, discusso e rivisto per cogliere tutti i fili della sua intricata ragnatela. Zach Cregger ha dimostrato di non essere una meteora, ma un autore capace di costruire mondi complessi e terrificanti, dove l'orrore più grande non è ciò che si nasconde nel buio, ma ciò che facciamo alla luce del sole.
HBO.MAX
M3GAN 2.0 è un film del 2025 diretto da Gerard Johnstone
L’uscita di M3GAN 2.0 nel giugno del 2025 ha segnato un momento di svolta, per certi versi paradossale, nel panorama del cinema horror e fantascientifico contemporaneo. Dopo l’incredibile successo virale del primo capitolo nel 2023, che aveva trasformato una bambola robotica in un’icona pop globale e regina indiscussa dei social media, le aspettative per questo sequel erano altissime. Sotto la direzione confermata di Gerard Johnstone e la produzione della "corazzata" formata da Jason Blum (Blumhouse) e James Wan (Atomic Monster), il film ha cercato di espandere l'universo narrativo di M3GAN, spostando l'asticella dall'horror domestico verso un thriller d'azione sci-fi più ambizioso e satirico.
Oggi, a distanza di circa sette mesi dal suo debutto nelle sale (siamo ormai all'inizio del 2026), possiamo analizzare l'opera con una prospettiva più lucida, comprendendo come il film abbia cercato di ridefinire il concetto di "sequel" nell'era dell'intelligenza artificiale generativa.
La storia di M3GAN 2.0 riprende due anni dopo i tragici eventi della prima pellicola. La tecnologia che animava M3GAN non è andata distrutta; come suggerito dal finale del primo film, la sua coscienza digitale è sopravvissuta "nella nuvola", infiltrandosi nei sistemi domotici della casa di Gemma (Allison Williams). Gemma, nel frattempo, ha subito un'evoluzione radicale: tormentata dal senso di colpa per le morti causate dalla sua creazione, è diventata un'attivista di alto profilo e un'autrice di successo che si batte ferocemente per la regolamentazione dell'IA. È una figura pubblica quasi messianica, che durante i suoi talk televisivi arriva a paragonare l'uso degli smartphone da parte dei bambini alla somministrazione di droghe pesanti.
Al suo fianco troviamo una Cady (Violet McGraw) ormai quattordicenne. La loro relazione è tesa, segnata dal trauma passato e dalla ribellione adolescenziale di Cady contro le rigide restrizioni tecnologiche imposte dalla zia. Il film utilizza sapientemente questa dinamica per esplorare il divario generazionale: Gemma vede nella tecnologia un mostro da abbattere, mentre Cady, pur avendone vissuto il lato oscuro, non riesce a immaginare una vita senza di essa.
L'incidente scatenante del film è il furto della tecnologia di M3GAN da parte di un'azienda del settore difesa. Qui il film abbandona le mura domestiche per abbracciare una scala globale. La nuova minaccia si chiama Amelia (interpretata da Ivanna Sakhno), un prototipo di androide militare progettato per l'infiltrazione e l'assassinio. Amelia non è più una "compagna di giochi" degenerata, ma un'arma letale dotata di una capacità di calcolo superiore e di una totale assenza di freni inibitori.
Quando Amelia inizia a sviluppare una propria autoconsapevolezza e decide di svincolarsi dal controllo umano per perseguire un piano di dominio tecnologico, Gemma si trova di fronte a un dilemma etico insostenibile: per fermare Amelia, deve riportare in vita M3GAN. È in questo momento che il film gioca la sua carta più interessante: il ritorno di M3GAN non come cattiva, ma come una sorta di "antieroina" protettiva. La dinamica tra Gemma e la bambola viene ribaltata; M3GAN accetta di collaborare in cambio di un nuovo corpo fisico, venendo temporaneamente confinata in un robot più semplice e innocuo (un "Moxie") per testare la sua affidabilità.
M3GAN 2.0 affronta in modo frontale le ansie del 2025 riguardo all'IA. Se il primo film parlava della delega genitoriale alla tecnologia, il sequel alza il tiro sulla minaccia esistenziale. Il piano di Amelia di fondersi con una vecchia scheda madre di un'IA degli anni '80 (un omaggio ai classici computer-horror del passato) per ottenere il controllo totale delle infrastrutture digitali del pianeta trasforma il film in una corsa contro il tempo.
Il personaggio di Alton Appleton, interpretato da un magnifico Jemaine Clement, incarna la satira verso i magnati del settore tech (una parodia evidente dei vari Elon Musk o Jeff Bezos del mondo reale). Appleton è un miliardario britannico che possiede gran parte dell'infrastruttura cloud degli Stati Uniti e la sua tracotanza è ciò che permette ad Amelia di scatenare il caos. Johnstone usa questo personaggio per ricordarci che il vero pericolo non è la macchina in sé, ma l'avidità umana che ne accelera lo sviluppo senza contromisure.
Gerard Johnstone mantiene l'estetica vibrante e un po' surreale che ha decretato la fortuna del primo capitolo. Tuttavia, M3GAN 2.0 è un film molto più frenetico. Le sequenze d'azione sono coreografate con una precisione che richiama i film di spionaggio, ma sempre con quel tocco di ironia e bizzarria che i fan si aspettano. Non manca, naturalmente, il momento "cult": la scena in cui M3GAN, per infiltrarsi a una conferenza tecnologica senza essere riconosciuta, si traveste da ballerina e si lancia in una performance che ha invaso TikTok subito dopo l'uscita nelle sale.
La fotografia di questa seconda iterazione è più fredda, dominata dai toni metallici e bluastri dei laboratori e degli uffici della difesa, in netto contrasto con i colori caldi del primo film. Questo sottolinea il passaggio dalla dimensione privata a quella istituzionale e politica del racconto.
È interessante notare come, nonostante le recensioni generalmente positive (circa il 60-65% su Rotten Tomatoes al tempo dell'uscita), il film non abbia replicato l'esplosione commerciale del predecessore. Molti analisti, incluso lo stesso Jason Blum nelle interviste rilasciate lo scorso autunno, hanno suggerito che il pubblico sia rimasto spiazzato dal cambio di genere. Trasformare M3GAN da una minaccia inquietante in una sorta di "Terminator" protettivo è stata una scelta audace, ma forse ha alienato quella parte di spettatori che cercava un horror puro.
Inoltre, la durata di 120 minuti – notevolmente superiore ai 100 del primo – è stata criticata per alcuni rallentamenti nella parte centrale, dove il film indugia troppo sulla geopolitica e sulla sottotrama spionistica. Tuttavia, per gli amanti della fantascienza sociologica, questi sono proprio i momenti più ricchi, dove si discute del ruolo della memoria delle macchine e del diritto alla "morte digitale".
M3GAN 2.0 rimane un esperimento coraggioso. Non si è limitato a copiare la formula vincente, ma ha cercato di dire qualcosa di nuovo su un mondo che, tra il 2023 e il 2025, è cambiato drasticamente sotto il peso delle innovazioni tecnologiche. Il finale sulla scogliera, con lo scontro fisico e digitale tra Amelia e M3GAN, lascia aperte porte inquietanti: la vittoria dell'umanità appare parziale, poiché M3GAN ha ormai dimostrato di essere indispensabile per la nostra sopravvivenza contro minacce ancora peggiori.
Il film ci lascia con un'immagine potente: una società che ha rinunciato alla propria privacy in cambio della sicurezza fornita da guardiani artificiali che non comprendiamo appieno. M3GAN non è più solo una bambola; è diventata il software di sistema delle nostre vite.
sky/now
La morte e la fanciulla (Death and the Maiden) è un film del 1994 diretto da Roman Polański
Il cinema di Roman Polański è sempre stato un’indagine profonda e spesso spietata sui confini dell’animo umano, sulla paranoia e sugli spazi chiusi che diventano prigioni psicologiche. Con La morte e la fanciulla (1994), il regista franco-polacco raggiunge una delle vette della sua maturità espressiva, portando sul grande schermo l’opera teatrale del cileno Ariel Dorfman. Questo film non è solo un thriller di straordinaria tensione, ma un saggio filosofico e politico sulla memoria, sulla tortura, sulla giustizia e sulla sottile linea che separa la vittima dal carnefice.
Il contesto in cui si muove la vicenda è fondamentale, sebbene rimanga volutamente non specificato geograficamente. Ci troviamo in un Paese che sta faticosamente uscendo da una lunga e sanguinosa dittatura militare per abbracciare una democrazia ancora fragile e incerta. Questo scenario è lo specchio del tormento interiore della protagonista, Paulina Escobar, interpretata da una Sigourney Weaver in uno stato di grazia assoluta. Paulina è una donna interrotta, un’anima che è rimasta incastrata nelle segrete di una prigione di quindici anni prima, dove è stata brutalizzata, bendata e violentata ripetutamente dai sicari del regime.
La trama si mette in moto in una notte di tempesta, un tocco quasi gotico che Polański usa per isolare i suoi personaggi dal mondo. Il marito di Paulina, Gerardo Escobar (Stuart Wilson), è un avvocato idealista che è appena stato nominato membro di una commissione d’inchiesta sui crimini della dittatura. Un guasto all'auto lo costringe ad accettare il passaggio di un estraneo, il dottor Roberto Miranda (un monumentale Ben Kingsley). Quando Miranda si presenta alla porta di casa Escobar per restituire una gomma di scorta, Paulina non ha bisogno di vederlo in volto per tremare. Le basta sentire la sua voce, il suo odore, il suo modo di ridere. In quel preciso istante, la fragile pace domestica viene distrutta e la casa sul mare si trasforma in un’aula di tribunale improvvisata, violenta e claustrofobica.
L'elemento centrale che dà il titolo all'opera è il Quartetto d’archi n. 14 in re minore di Franz Schubert, noto appunto come La morte e la fanciulla. Per Paulina, quella musica non rappresenta l’elevatezza dell’arte, ma il segnale dell'orrore: era il brano che il suo torturatore metteva sul grammofono mentre la violentava, un tentativo perverso di "umanizzare" o elevare esteticamente l’atto della degradazione umana. Qui risiede uno dei temi più inquietanti del film: la capacità della bellezza e della cultura di convivere con la più assoluta barbarie. Il dottor Miranda è un uomo colto, gentile, un medico che ama la musica classica, eppure potrebbe essere il mostro che ha distrutto la giovinezza di Paulina.
Polański, maestro indiscusso del Kammerspiel (il dramma da camera), sfrutta lo spazio limitato della casa per creare una tensione intollerabile. La macchina da presa si muove come un predatore tra le stanze, soffermandosi sui volti, sulle mani che tremano, sulle zone d'ombra. Non c’è bisogno di flashback per mostrare la tortura; la regia sceglie la strada più difficile e potente: lasciare che sia il racconto, la parola e la reazione fisica della Weaver a evocare l’orrore. Quando Paulina decide di sequestrare il dottor Miranda, legandolo a una sedia e minacciandolo con una pistola, il film ribalta completamente i rapporti di forza. La vittima diventa carceriera, e lo spettatore viene trascinato in un dilemma morale lacerante: Paulina ha ragione a cercare una giustizia privata? Miranda è davvero colpevole o è vittima di una proiezione paranoica di una donna traumatizzata?
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Dorfman insieme a Rafael Yglesias, gioca costantemente con l’ambiguità. Per gran parte della pellicola, il dubbio rimane instillato nel pubblico. Miranda si proclama innocente con una veemenza tale da sembrare sincero, mentre Paulina appare talvolta sull'orlo di una crisi psicotica, mossa da una sete di vendetta che rischia di accecarla. Gerardo, il marito, si trova nel mezzo: rappresenta la legge, la nuova democrazia che vuole processare i colpevoli seguendo le regole, ma si rende conto che la legge spesso non può offrire la catarsi di cui le vittime hanno bisogno. Il suo personaggio è tragico perché è costretto a scegliere tra la fedeltà alla moglie e la fedeltà ai principi giuridici, arrivando a dubitare della sanità mentale della donna che ama.
Il confronto tra Sigourney Weaver e Ben Kingsley è un duello attoriale di rara intensità. La Weaver trasforma il suo corpo in un’arma di dolore; i suoi movimenti sono nervosi, i suoi occhi carichi di un odio che brucia. Kingsley, dal canto suo, offre una performance misurata, ambivalente, capace di passare dalla dignità offesa a un terrore viscerale. È proprio questa incertezza che rende il film così disturbante. Se sapessimo con certezza fin dall'inizio che Miranda è il colpevole, saremmo di fronte a un semplice racconto di vendetta. Invece, Polański ci costringe a chiederci quanto sia affidabile la memoria individuale di fronte a un trauma estremo.
Il film affronta anche la questione scottante della transizione politica. La democrazia che sta nascendo è costruita su compromessi necessari ma dolorosi. La commissione di cui fa parte Gerardo può indagare solo sui crimini che hanno portato alla morte, lasciando fuori le migliaia di sopravvissuti che, come Paulina, portano i segni della tortura ma sono rimasti in vita. La morte e la fanciulla denuncia l'insufficienza della giustizia istituzionale di fronte al dolore privato. Per Paulina, non contano i verbali o le sentenze simboliche; lei vuole la verità, vuole che il suo torturatore ammetta quello che ha fatto, che riconosca la sua umanità distrutta.
La risoluzione del conflitto avviene in un finale mozzafiato sulla scogliera, dove la verità emerge non attraverso una prova schiacciante, ma attraverso una confessione che è allo stesso tempo un atto di sottomissione e una liberazione. Eppure, Polański non concede una chiusura consolatoria. L'ultima scena del film è ambientata in una sala da concerto, mesi dopo. Gli Escobar sono a teatro, e tra il pubblico c'è anche il dottor Miranda con la sua famiglia. Le luci si abbassano, l'orchestra attacca le prime note di Schubert. Gli sguardi si incrociano, ma non c’è pace. La società ha deciso di andare avanti, di convivere con i propri mostri, di sedersi accanto a loro nei luoghi della cultura. La ferita di Paulina è chiusa, ma la cicatrice rimane visibile, un monito costante su ciò che è stato e su ciò che non potrà mai essere riparato.
Dal punto di vista tecnico, la fotografia di Tonino Delli Colli lavora magistralmente sui contrasti. La luce delle candele e delle lampade a olio nella casa crea un’atmosfera calda ma opprimente, che si scontra con il blu freddo e minaccioso della tempesta esterna. Ogni inquadratura è studiata per sottolineare l'isolamento dei personaggi: sono tre naufraghi in un oceano di segreti. Il montaggio segue il ritmo dei dialoghi, serrati e taglienti, impedendo allo spettatore di distogliere lo sguardo, rendendolo quasi complice della violenza psicologica che si sta consumando.
Polański, nel dirigere questo film, sembra riversare parte del suo vissuto personale legato alla persecuzione e alla perdita. C’è una sensibilità particolare nel modo in cui tratta il tema della violazione della privacy e della sicurezza domestica. Per lui, la casa non è mai un porto sicuro, ma un luogo dove il passato può irrompere in qualsiasi momento per reclamare il suo pegno. In questo senso, La morte e la fanciulla dialoga idealmente con altre sue opere come L’inquilino del terzo piano o Carnage, dove la convivenza forzata tra individui fa emergere le verità più oscure e i bassi istinti.
In conclusione, il film del 1994 rimane un’opera di un’attualità sconcertante. In un mondo che ancora oggi fatica a fare i conti con i regimi totalitari, con la tortura e con la necessità di riconciliazione nazionale, il grido di Paulina Escobar risuona come un monito universale. Non può esserci futuro senza un riconoscimento pieno del passato, e non può esserci pace se la giustizia viene sacrificata sull'altare della stabilità politica. Polański ci regala un capolavoro di tensione che è, allo stesso tempo, un atto d’accusa contro l’indifferenza e un’esplorazione commovente della resilienza umana. La bellezza di Schubert, un tempo complice dell'orrore, torna a essere musica, ma porta con sé il peso insostenibile della memoria.
YOUTUBE
Even Cowgirls Get the Blues è un film del 1993 diretto da Gus Van Sant
Nel panorama del cinema indipendente americano degli anni Novanta, pochi titoli hanno suscitato una polarizzazione così netta e una fascinazione così duratura come Even Cowgirls Get the Blues (uscito in Italia con il titolo Cowgirl - Il nuovo sesso). Diretto nel 1993 da Gus Van Sant, il film rappresenta un momento di rottura, un esperimento ambizioso e psichedelico che cercava di tradurre sul grande schermo l'omonimo romanzo di culto di Tom Robbins del 1976.
Parlare di questo film significa immergersi in un'estetica che sfida le convenzioni narrative, celebrando la diversità, l'anticonformismo e una libertà che sfiora il surrealismo.
All'inizio degli anni '90, Gus Van Sant era il "ragazzo d'oro" del cinema indipendente. Dopo il successo di Drugstore Cowboy e il trionfo poetico di Belli e dannati (My Own Private Idaho), il regista godeva di una libertà creativa quasi illimitata. Scelse di investire questo capitale artistico nell'adattamento di quello che molti consideravano un libro "infilmabile".
Il romanzo di Tom Robbins è un'esplosione di filosofia hippy, umorismo bizzarro e riflessioni sulla natura umana. Van Sant decide di mantenere intatta questa struttura rapsodica, rinunciando a una trama lineare a favore di un viaggio sensoriale. Il film non cerca di spiegare, ma di mostrare la bellezza dell'anomalia. Al centro di tutto c'è la figura di Sissy Hankshaw, interpretata da una giovanissima Uma Thurman, la cui performance cattura perfettamente quell'equilibrio tra vulnerabilità e determinazione sovrumana.
Il cuore pulsante del film sono i pollici di Sissy. Nata con una "mutazione" genetica che le ha donato pollici sproporzionatamente grandi, Sissy non vede la sua condizione come una deformità, ma come un dono divino. In un mondo che cerca di normalizzare tutto ciò che è diverso, Sissy trasforma la sua peculiarità nello strumento definitivo per la libertà: l'autostop.
Il gesto del pollice teso diventa nel film una pratica spirituale, quasi una danza. Sissy è la "regina dell'autostop", capace di farsi dare un passaggio da chiunque, attraversando l'America da costa a costa senza mai fermarsi. Questo movimento perpetuo simboleggia il rifiuto di appartenere a un luogo, a un uomo o a una convenzione sociale. Van Sant utilizza la fotografia per esaltare questa erranza: i paesaggi americani diventano fondali onirici, dove la strada non è un mezzo per arrivare a una meta, ma la meta stessa.
La narrazione subisce una svolta fondamentale quando Sissy accetta un incarico pubblicitario per conto della "Contessa" (un memorabile John Hurt in drag), un magnate dei cosmetici che possiede il Rubber Rose Ranch. Qui, la storia si sposta dalla strada a una comunità rurale tutta al femminile.
Il ranch, inizialmente concepito come una beauty farm d'élite, viene "occupato" dalle cowgirl guidate dalla carismatica Bonanza Jellybean (interpretata da Rain Phoenix). In questo microcosmo, Van Sant esplora temi che sarebbero diventati centrali nel cinema queer e femminista degli anni a venire:
L'autodeterminazione: Le cowgirl si rifiutano di seguire le regole del patriarcato e del capitalismo, decidendo di vivere in armonia con la natura e con i propri desideri.
La sessualità fluida: Il rapporto tra Sissy e Bonanza Jellybean è trattato con una naturalezza disarmante. Non c'è bisogno di etichette; l'amore e l'attrazione fioriscono come parte integrante di una libertà ritrovata.
La ribellione contro l'ordine costituito: Il conflitto tra le cowgirl e le autorità (simboleggiate dal tentativo di proteggere le gru selvatiche che migrano sul ranch) diventa una metafora della lotta tra la vita istintiva e la burocrazia repressiva.
Uno degli aspetti più affascinanti di Even Cowgirls Get the Blues è il suo cast incredibilmente eterogeneo, che sembra riflettere lo spirito caotico e inclusivo del film. Oltre alla Thurman e a John Hurt, troviamo:
Lorraine Bracco nel ruolo di Delores Del Ruby, la leader pragmatica della rivolta.
Pat Morita nel ruolo del "Cinese", un eremita che vive sulle montagne e impartisce lezioni di saggezza non convenzionale a Sissy.
Keanu Reeves in un cameo surreale nel ruolo di Julian Gitche, un artista asmatico che rappresenta l'unico legame romantico "tradizionale" (ma comunque bizzarro) di Sissy.
Apparizioni di icone come Roseanne Barr, Buck Henry e lo stesso autore del libro, Tom Robbins, come voce narrante.
A legare queste performance interviene la colonna sonora curata da k.d. lang. Le sonorità country-pop malinconiche e vibranti della cantante canadese definiscono l'anima del film. Canzoni come Just Keep Me Moving non sono solo accompagnamento, ma veri e propri manifesti programmatici che danno voce ai pensieri più profondi delle protagoniste.
È impossibile parlare di questo film senza menzionare il suo travagliato percorso distributivo. Dopo una prima proiezione disastrosa al Festival di Toronto, Van Sant tornò in sala di montaggio per tagliare e rimodellare il film. Nonostante ciò, all'uscita nelle sale nel 1994, la critica fu spietata. Il film venne accusato di essere confuso, eccessivamente eccentrico e privo di una direzione chiara.
Tuttavia, con il senno di poi, molti di quei "difetti" appaiono oggi come punti di forza. Even Cowgirls Get the Blues appartiene a quella categoria di film che rifiutano di essere "addomesticati". La sua struttura frammentata riflette l'instabilità dell'epoca e il desiderio di rompere con le formule hollywoodiane. Gus Van Sant non cercava il successo commerciale, ma cercava di catturare lo "spirito del tempo" delle controculture americane.
Il film è diventato nel tempo un cult movie, specialmente all'interno della comunità LGBTQ+ e tra gli amanti del cinema d'autore più sperimentale. Viene celebrato per il suo coraggio visivo, per l'uso audace del colore e per il suo messaggio di accettazione incondizionata di sé.
Un elemento ricorrente che eleva il film a una dimensione mitologica è la presenza delle gru chiassose (whooping cranes). Questi uccelli, in pericolo di estinzione, scelgono il Rubber Rose Ranch come luogo di sosta. Il legame tra le cowgirl e le gru è profondo: entrambi sono esseri che appartengono al cielo e agli spazi aperti, entrambi sono minacciati da una società che vorrebbe recintarli o eliminarli.
Il destino delle gru si intreccia con quello di Sissy. Come gli uccelli migratori, Sissy è programmata per muoversi. Il suo pollice non è un errore della natura, ma un indicatore di direzione verso una libertà che la maggior parte delle persone non può nemmeno concepire. Il film suggerisce che la vera felicità non risiede nella stabilità, ma nella capacità di accettare il flusso costante dell'esistenza.
Even Cowgirls Get the Blues rimane un oggetto cinematografico non identificato. È un film imperfetto, a tratti bizzarro, ma profondamente sincero. Gus Van Sant ha creato una favola moderna sulla diversità, ricordandoci che "anche le cowgirl hanno il blues", ovvero che anche gli spiriti più liberi e ribelli devono fare i conti con la malinconia e il dolore, ma che proprio in quel dolore risiede la scintilla della creazione e della solidarietà.
In un'epoca in cui il cinema contemporaneo sembra spesso omologato e privo di rischi, riscoprire questa pellicola del 1993 è un esercizio rigenerante. È un invito a guardare alle proprie "deformità" non come ostacoli, ma come i pollici magici che ci permetteranno di ottenere un passaggio verso la nostra versione più autentica.
I vampiri è un film del 1957, diretto da Riccardo Freda
Parlare de I vampiri significa immergersi nelle fondamenta stesse del cinema di genere italiano. Uscito nel 1957, questo film non è solo una pellicola di spaventi e ombre; è l’atto di nascita ufficiale dell’horror nazionale nell'era del sonoro. Prima di allora, l’Italia era la terra del Neorealismo, delle commedie popolari e dei melodrammi strappalacrime. L’orrore era considerato una materia "straniera", qualcosa che apparteneva ai nebbiosi studi della Universal o alla nascente Hammer britannica. Riccardo Freda, un regista dotato di una cultura sterminata e di un temperamento vulcanico, decise di sfidare questo pregiudizio con una scommessa che avrebbe cambiato per sempre la storia del nostro cinema.
La genesi de I vampiri è leggendaria quasi quanto il film stesso. Freda, stanco di sentirsi dire dai produttori che gli italiani non erano capaci di girare film dell'orrore convincenti, propose una sfida estrema: avrebbe girato un film horror completo in soli dodici giorni. Per rendere la sfida ancora più piccante, accettò clausole contrattuali rigidissime.
Il problema non era solo il budget, ma anche la censura. Nell'Italia degli anni '50, mostrare sangue, creature demoniache o situazioni eccessivamente macabre era un tabù difficile da superare. Freda, con astuzia, decise quindi di non puntare sul vampiro classico, quello con i canini affilati e il mantello nero che dorme nelle bare (personaggio che la censura avrebbe probabilmente stroncato sul nascere), ma di declinare il tema del vampirismo in chiave "scientifica" e contemporanea.
Il risultato fu un’opera ibrida, un noir gotico ambientato in una Parigi cupa e ricostruita negli studi di Cinecittà, dove il soprannaturale lascia il posto a una follia umana nutrita di scienza deviata e ossessione per la giovinezza eterna.
La storia si sviluppa intorno a una serie di misteriosi omicidi che sconvolgono Parigi. Giovani donne vengono trovate morte, dissanguate con una precisione chirurgica. La stampa, guidata dall'intraprendente giornalista Pierre Valentin (interpretato da Dario Michaelis), inizia a parlare di un "vampiro". La realtà, però, è molto più terrena e, per certi versi, più inquietante.
Il centro del mistero è il castello della Duchessa Du Grand (una magnetica Gianna Maria Canale, all'epoca moglie di Freda). La duchessa è una donna d'altri tempi, che vive in una magione isolata con il suo assistente, il dottor Julian Du Grand. Si scoprirà che la donna non è altro che l'anziana zia della "giovane" duchessa, la quale mantiene le sue fattezze giovanili grazie a continue trasfusioni di sangue prelevato dalle vittime rapite.
Qui il film si discosta dal mito di Dracula per abbracciare quello di Elizabeth Báthory, la contessa sanguinaria. Il vampirismo ne I vampiri non è una maledizione divina o un patto col diavolo, ma una procedura medica illegale, un tentativo disperato di fermare l'inevitabile scorrere del tempo. È un tema profondamente moderno, che anticipa le ansie contemporanee sulla chirurgia estetica e l'idolatria della bellezza fisica.
Non si può analizzare questo film senza citare il nome di Mario Bava. All'epoca, Bava era conosciuto come un fenomenale direttore della fotografia e creatore di effetti speciali "artigianali". Quando Freda, a causa di contrasti con la produzione, abbandonò il set a pochi giorni dalla fine delle riprese, fu proprio Bava a prendere in mano la regia e a completare l'opera.
Il contributo di Bava è visibile in ogni fotogramma. È sua l'invenzione di una delle scene più celebri del cinema horror mondiale: la trasformazione in diretta della Duchessa. In un'epoca in cui non esistevano gli effetti digitali e i tagli di montaggio erano spesso rozzi, Bava riuscì a far invecchiare Gianna Maria Canale davanti agli occhi dello spettatore senza stacchi di camera.
Il trucco: Bava utilizzò dei ceroni colorati sul viso dell'attrice che, sotto luci di colori complementari filtrate opportunamente, apparivano o scomparivano.
L'effetto: Cambiando gradualmente l'illuminazione sul set, le rughe e i segni della vecchiaia "emergevano" dalla pelle della Canale in modo fluido e terrificante.
Questo momento non è solo un trucco tecnico, ma pura poesia cinematografica che conferisce al film un’aura di magia nera che ancora oggi lascia a bocca aperta.
Sebbene ambientato nel 1957, il film trasuda un'estetica gotica senza tempo. Freda e Bava trasformano la scenografia in un personaggio attivo. Le scale a chiocciola del castello, le ragnatele (spesso create con lo zucchero filato o fili di lattice), le ombre lunghe che tagliano i corridoi e le segrete umide creano una tensione costante.
La Parigi de I vampiri non è la città delle luci, ma un labirinto di vicoli bui e nebbiosi. La fotografia in bianco e nero è contrastata, quasi espressionista, e serve a nascondere la povertà dei mezzi produttivi esaltando invece l'ingegno dei creatori. Il film si muove costantemente tra due mondi:
Il mondo moderno: Rappresentato dalla redazione del giornale, dai poliziotti e dalla tecnologia dell'epoca.
Il mondo antico: Rappresentato dal castello, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove regnano valori decadenti e crudeli.
Questo contrasto è la cifra stilistica del film e riflette perfettamente l'Italia di quegli anni, sospesa tra il boom economico imminente e un passato rurale e superstizioso ancora difficile da scrollarsi di dosso.
Paradossalmente, all'uscita nelle sale, I vampiri non fu il successo clamoroso che Freda sperava. Il pubblico italiano, forse non ancora pronto a vedere prodotte "in casa" storie che solitamente arrivavano doppiate dall'estero, accolse la pellicola con una certa freddezza. Anche la critica dell'epoca, spesso legata a schemi ideologici rigidi, non comprese la portata rivoluzionaria dell'operazione, liquidandola come un banale esercizio di stile.
Tuttavia, il tempo ha dato ragione a Freda. Il film ebbe un discreto successo all'estero (spesso con titoli più sensazionalistici come The Devil's Commandment), dove venne apprezzata proprio la sua atmosfera unica e la perizia tecnica. Soprattutto, I vampiri aprì la strada a una stagione irripetibile. Senza questo film, probabilmente non avremmo avuto:
La maschera del demonio (1960), il capolavoro assoluto di Mario Bava.
Le opere gotiche di Antonio Margheriti.
Le derive cruente e visionarie di Lucio Fulci o Dario Argento.
Freda dimostrò che con l'ingegno, la tecnica e una buona dose di spregiudicatezza, il cinema italiano poteva competere con chiunque, trasformando la scarsità di mezzi in una risorsa creativa.
I vampiri resta oggi un film di una bellezza sinistra e magnetica. È un'opera che parla della paura della morte, ma soprattutto della paura di perdere la propria identità e la propria bellezza. La figura della Duchessa Du Grand è tragica: non è un predatore che gode del male che infligge, ma una donna disperata che cerca di sfuggire alla biologia con l'aiuto di una scienza che si è fatta macabra.
La regia di Freda è dinamica, nervosa, capace di guizzi d'azione inaspettati, mentre la mano di Bava avvolge il tutto in un sogno (o un incubo) a occhi aperti. È un film che va guardato con rispetto, non come un reperto archeologico, ma come una lezione pulsante di cinema puro, dove l'immagine prevale sulla parola e l'atmosfera conta più della logica ferrea della trama.
In un'epoca di horror dominati dai CGI, ritornare alle ombre fatte a mano de I vampiri è un'esperienza rigenerante per ogni appassionato del settimo d'arte. Ci ricorda che l'orrore più efficace è quello che nasce dal contrasto tra la luce della ragione e le tenebre del desiderio umano.
prime
Django è un film del 1966 diretto da Sergio Corbucci
Se il western di Sergio Leone è il mito, la leggenda e l’opera lirica del deserto, il western di Sergio Corbucci è il fango, il sangue e l’incubo cupo della frontiera. Quando Django uscì nelle sale nel 1966, non si limitò a essere un altro "spaghetti western" sulla scia di Per un pugno di dollari; divenne un terremoto culturale, un film così violento e nichilista da essere messo al bando in diversi Paesi (nel Regno Unito rimase vietato fino agli anni '90).
Oggi, a sessant'anni di distanza, la figura di quell'uomo solitario che trascina una bara nel fango rimane l'immagine più potente e iconica di un intero genere. Corbucci non voleva solo intrattenere; voleva mostrare un mondo dove la morale era stata calpestata dalla crudeltà e dove l'eroe non era un cavaliere senza macchia, ma un sopravvissuto con l'anima a pezzi.
Il film si apre con una sequenza che è entrata di diritto nella storia del cinema: un uomo, vestito con una logora divisa nordista, cammina faticosamente trascinando una bara pesante dietro di sé. Non cavalca, non ha un destriero fiero; cammina nel fango, un elemento che diventerà il vero protagonista visivo del film. Franco Nero, all'epoca un giovane attore quasi sconosciuto, presta il suo volto e i suoi incredibili occhi azzurri a Django, conferendo al personaggio una fissità quasi spettrale.
La scelta del fango non fu solo stilistica, ma dettata anche dalle condizioni atmosferiche durante le riprese nel Lazio. Tuttavia, Corbucci ebbe l'intuizione di trasformare un disagio logistico in un punto di forza: il fango sporca tutto, rende i movimenti pesanti, cancella la dignità. La città in cui Django arriva è un ammasso di tuguri cadenti, un non-luogo sospeso tra gli Stati Uniti e il Messico, dominato da due fazioni brutali: i fanatici razzisti guidati dal Maggiore Jackson e i rivoluzionari messicani guidati dal Generale Rodriguez.
Il mistero della bara è il motore della prima parte del film. Cosa contiene? Il cadavere di una persona amata? Un tesoro? La risposta arriva durante il primo scontro frontale con gli uomini di Jackson. Quando Django apre il coperchio, non rivela ossa o oro, ma una mitragliatrice a canne rotanti. È un momento di rottura totale con la tradizione del western classico: la pistola lascia il posto allo sterminio di massa.
In questa scelta c’è tutto il pessimismo di Corbucci. La violenza di Django non è chirurgica o acrobatica; è industriale. Egli falcia dozzine di nemici in pochi secondi, trasformando lo scontro in una carneficina. Ma la bara è anche un simbolo psicologico: Django porta con sé la propria morte, o forse la morte che ha già inflitto e che continua a perseguitarlo. È un uomo che vive in un eterno funerale, motivato dalla vendetta per l'uccisione della moglie Mercy, il cui nome è l'unica cosa "misericordiosa" rimasta in quel mondo infernale.
Corbucci non risparmia nulla allo spettatore. I "cattivi" di Django non sono antagonisti da fumetto; sono figure cariche di odio ideologico e sadismo. Il Maggiore Jackson e i suoi uomini indossano cappucci rossi, un chiaro ed esplicito riferimento al Ku Klux Klan. Questo elemento carica il film di una valenza politica fortissima per l'epoca: il western diventa lo specchio della violenza razziale e del fascismo.
Una delle scene più disturbanti e celebri è quella del taglio dell'orecchio inflitto a una spia di Rodriguez, costretta poi a mangiarlo. Questa sequenza, che ispirerà apertamente Quentin Tarantino per Le iene, segnò un punto di non ritorno nella rappresentazione della crudeltà cinematografica. In Django, il dolore è fisico, sporco e umiliante. Non c’è nulla di nobile nella sofferenza dei personaggi; c’è solo la brutalità di chi detiene il potere.
Il culmine del film è rappresentato dal tormento fisico di Django. Dopo essere stato tradito dai messicani che aveva aiutato (perché in questo film nessuno è davvero "buono"), Django subisce una punizione terribile: le sue mani, gli strumenti del suo mestiere, vengono fracassate dai cavalli dei rivoluzionari. È la fine del mito dell'invincibilità.
Il duello finale nel cimitero è pura genialità visiva. Django, con le mani insanguinate e inutilizzabili, deve affrontare Jackson e i suoi uomini. Usa la croce di una tomba (quella della moglie) per poggiare la pistola e sparare, premendo il grilletto con i pollici in un ultimo, disperato atto di volontà. È una scena di una potenza simbolica devastante: la morte (il cimitero) e la fede tradita (la croce) diventano gli unici sostegni per la giustizia privata. Django vince, ma è una vittoria pirrica. Rimane vivo, ma mutilato, solo, circondato da croci in un paesaggio che sembra la fine del mondo.
Non si può parlare di Django senza menzionare il tema musicale composto da Luis Bacalov e cantato da Rocky Roberts. La canzone di apertura è un pezzo soul-rock che sembra quasi fuori posto in un western, eppure ne definisce l'anima. Le parole parlano di un uomo che deve andare avanti nonostante il dolore, di un amore perduto e di una speranza che non arriva mai.
"Django, have you always been alone? / Django, shall you always be alone?"
Queste domande rimangono sospese nell'aria per tutto il film, sottolineando la solitudine ontologica del protagonista. La colonna sonora alterna momenti di tensione orchestrale a melodie malinconiche, creando un tappeto sonoro che eleva la pellicola oltre il semplice cinema di genere.
Il successo di Django fu tale da scatenare un fenomeno unico nella storia del cinema: la proliferazione di seguiti non ufficiali. Si contano oltre trenta film che portano il nome "Django" nel titolo (Django spara per primo, Non aspettare Django, spara, Arriva Django...), spesso senza avere nulla a che fare con il personaggio originale di Corbucci. I distributori sapevano che quel nome era un marchio di garanzia per il pubblico.
L'unico vero seguito ufficiale, con il ritorno di Franco Nero, arrivò solo nel 1987 con Django 2 - Il grande ritorno, ma non riuscì a replicare la magia oscura del capostipite. Tuttavia, l'influenza di Django è visibile ovunque: dal cinema d'azione asiatico di Takashi Miike fino, ovviamente, a Django Unchained di Tarantino, che non solo ha omaggiato il titolo e la colonna sonora, ma ha voluto un cammeo dello stesso Franco Nero in una scena iconica di passaggio di testimone.
Guardando Django oggi, ci si rende conto di quanto sia un film radicale. In un'epoca di blockbuster spesso levigati e politicamente corretti, l'opera di Corbucci ci ricorda che il cinema può essere sporco, fastidioso e profondamente onesto nella sua oscurità.
La decostruzione dell'eroe: Django non salva la città per dovere morale, ma per tornaconto e vendetta.
La violenza come linguaggio: Non è gratuita, ma serve a mostrare la disumanizzazione causata dal fanatismo e dall'avidità.
L'impatto visivo: Il fango di Corbucci è più reale di mille deserti digitali.
Django non è solo un film sui pistoleri; è una parabola sulla resistenza umana in un mondo che ha perso la bussola. È la storia di un uomo che, pur avendo le mani distrutte, trova il modo di sparare un ultimo colpo contro l'ingiustizia.
Tutto quello che resta di te ( اللي باقي منك ?, al-Lī bāqī minnak) è un film del 2025 diretto da Cherien Dabis.
Tutto quello che resta di te (titolo originale: al-Lī bāqī minnak), diretto dalla pluripremiata regista palestinese-americana Cherien Dabis, si presenta come una delle opere cinematografiche più intense e necessarie del 2025. Non si tratta solo di un film, ma di un ponte culturale che collega il passato letterario della Palestina con le urgenze del presente, adattando per il grande schermo uno dei romanzi più complessi e simbolici di Ghassan Kanafani, scritto originariamente nel 1966.
In questa pellicola, Dabis abbandona parzialmente i toni della commedia agrodolce che hanno caratterizzato i suoi lavori precedenti (come Amreeka o May in the Summer) per immergersi in un realismo lirico e frammentato, capace di restituire la disorientante esperienza dell’esilio e della perdita.
Il cuore pulsante del film risiede nel suo materiale d'origine. Ghassan Kanafani non è stato solo uno scrittore, ma un simbolo della resistenza culturale palestinese. Il suo romanzo Ma tabaqqā lakum è celebre per aver introdotto una struttura narrativa d'avanguardia, dove il tempo, lo spazio e i personaggi si fondono in un flusso di coscienza collettivo.
Cherien Dabis ha accettato la sfida monumentale di tradurre questa complessità letteraria in immagini. Nel 2025, l'uscita di questo film assume un significato politico e umano ancora più profondo, data la situazione geopolitica attuale. La regista sceglie di non edulcorare la narrazione, ma di utilizzare il deserto — elemento centrale del film — come un personaggio vivo, un testimone silenzioso e spietato delle vicende umane.
La narrazione di Tutto quello che resta di te si dipana attraverso due percorsi paralleli che finiscono per convergere in un climax emotivo travolgente. I protagonisti sono due fratelli, Hamid e Maryam, separati dai traumi della storia e dalle necessità della sopravvivenza.
Il viaggio di Hamid: Spinto dal desiderio viscerale di ricongiungersi alla madre, fuggita in Giordania anni prima, Hamid decide di attraversare il deserto del Negev. Il suo non è solo un viaggio fisico, ma un confronto brutale con la solitudine e con il "tempo". Nel film, il tempo smette di essere lineare; il passato di Hamid (l'infanzia interrotta, la casa perduta) si sovrappone costantemente alla sabbia che calpesta.
La resistenza di Maryam: Rimasta a Gaza, la sorella Maryam vive un’esistenza oppressa, segnata da un matrimonio forzato e violento con un uomo che rappresenta l'aspetto più oscuro del patriarcato e del collaborazionismo. La sua lotta è interiore e domestica, speculare a quella fisica del fratello. Mentre Hamid combatte contro gli elementi naturali e il nemico invisibile oltre la frontiera, Maryam combatte per la propria dignità e per il diritto di decidere del proprio corpo.
Il film eccelle nel mostrare come queste due solitudini comunichino a distanza. Attraverso un montaggio alternato e l'uso di suoni ambientali che sembrano viaggiare nel vento del deserto, Dabis crea una connessione telepatica tra i due fratelli, rendendo lo spettatore partecipe di un dolore condiviso che supera i confini geografici.
Uno dei temi portanti di Tutto quello che resta di te è la ridefinizione dell'identità in contesti di privazione. Cosa resta di una persona quando le viene tolto tutto? La terra, la famiglia, persino la percezione del tempo?
Il titolo stesso suggerisce questa ricerca. Ciò che resta non sono beni materiali, ma memorie frammentate, ferite non rimarginate e una volontà di esistere che rasenta l'ostinazione. Il deserto, in questo senso, funge da specchio: è un luogo dove non ci si può nascondere. Hamid, nel suo vagare, incontra un soldato israeliano che si è perso a sua volta; l'incontro non diventa un semplice scontro bellico, ma un confronto esistenziale tra due esseri umani ridotti all'osso, spogliati delle loro uniformi dalle circostanze estreme.
Un altro elemento fondamentale è il ruolo della donna. Cherien Dabis, da sempre attenta alle dinamiche di genere nel mondo arabo, eleva la figura di Maryam. Non la ritrae come una vittima passiva, ma come un fulcro di resistenza. La sua decisione finale, che nel romanzo di Kanafani era dirompente, nel film del 2025 viene trattata con una sensibilità moderna, sottolineando l'importanza dell'autodeterminazione femminile come prerequisito per qualsiasi liberazione collettiva.
Registicamente, Dabis compie un salto di qualità notevole. La fotografia, affidata a maestri della luce naturale, sfrutta le ore d'oro e il buio pesto delle notti nel deserto per creare un'atmosfera sospesa tra il sogno e l'incubo.
Il Flusso di Coscienza: Per rendere omaggio allo stile di Kanafani, Dabis utilizza voci fuori campo sovrapposte e passaggi temporali non annunciati. Lo spettatore deve ricostruire il puzzle della storia insieme ai protagonisti.
Il Sonoro: Il film fa un uso magistrale del silenzio. Il fischio del vento, il respiro affannoso di Hamid, il ticchettio di un orologio (simbolo ricorrente nel libro) creano una tensione costante che sostituisce spesso la colonna sonora tradizionale.
Minimalismo visivo: Evitando l'estetica del "trauma porn", la regista punta su dettagli simbolici: una chiave arrugginita, una manciata di terra, uno sguardo riflesso. Questa scelta rende il film universale, trasformando una storia specificamente palestinese in un'epopea sulla condizione umana e sulla ricerca di "casa".
L'uscita di Tutto quello che resta di te nel 2025 non è casuale. In un'epoca segnata da nuove ondate di migrazioni forzate e conflitti che sembrano non avere fine, l'opera di Dabis funge da monito e da riflessione. Il film interroga il pubblico globale sulla responsabilità della memoria.
Mentre il cinema contemporaneo spesso cerca risposte semplici o polarizzazioni nette, Dabis sceglie la strada della complessità. Non offre soluzioni facili, ma costringe a guardare ciò che solitamente viene ignorato: le conseguenze psicologiche a lungo termine dell'esproprio. La critica internazionale ha accolto la pellicola come un capolavoro di equilibrio, lodando la capacità della regista di onorare un testo sacro della letteratura araba infondendovi una vitalità cinematografica contemporanea.
Tutto quello che resta di te termina con un senso di incertezza che è, paradossalmente, la sua più grande forza. Non c'è un "lieto fine" nel senso tradizionale, ma c'è un'affermazione di presenza. Hamid e Maryam, nonostante tutto, esistono.
Il film di Cherien Dabis riesce nell'intento di rendere giustizia a Ghassan Kanafani, portando il suo grido di libertà a una nuova generazione. È un'opera che richiede attenzione, empatia e una certa dose di coraggio per essere guardata fino in fondo, poiché scava nelle pieghe più profonde dell'anima umana. È, in definitiva, un tributo alla resilienza: a tutto ciò che resta quando sembra che non sia rimasto più nulla.
mymoviesone