Signoria di Vercelli
Datazione: 1664-1665
Il castello di Buronzo si erge su una piccola altura in mezzo alla piana dell'alto vercellese, al centro della Baraggia. Si tratta in realtà di una raro esempio di castello consortile o di ricetto signorile formato da quanto resta di un complesso di fortificazioni e di caseforti fatte costruire dai diversi rami della famiglia signorile dei Buronzo che occupa interamente il centro storico dell'omonimo comune.
La prima citazione documentale del castello compare in un atto del 1039 in cui l'imperatore Corrado II investe il feudatario Guala di Casalvolone confermandogli la pertinenza dei possessi signorili. Più di un secolo dopo, nel 1152, Federico Barbarossa conferma a Gualone di Casalvolone i vecchi possedimenti e gli concede il diritto di esigere tributi per la manutenzione e l'ampliamento delle fortificazioni del borgo.
Nel XII secolo i Casalvolone si dividono in tre rami, tra i quali assume rilievo quello dei Buronzo. Nel XIII secolo tale famiglia nobiliare, a partire dal 1226 con Robaldo di Buronzo, considerato il capostipite della famiglia, assume sempre maggior forza patrimoniale, e nel secolo successivo si divide in sette colonnellati, corrispondenti a distinti ceppi familiari (Delle Donne, Agacia, Gottofredo, Plebano, Berzetti, Bucino, Presbitero) , che non si separano, ma decidono di convivere nel castello adottando regole di organizzazione comuni e statuti atti a favorire la conservazione unitaria del patrimonio a loro tramandato. Di qui la struttura consortile o di ricetto signorile assunta dal borgo, dove le varie caseforti concorrono a strutturare le fortificazioni verso l'esterno. Ognuno di questi nuclei occupa e controlla una porzione distinta del castello, mentre la gestione delle strutture e delle zone comuni (come mura di cinta e fossati) compete al consortile nella sua unità. Per amministrarsi e convivere al meglio i consorti stabiliscono norme tendenti soprattutto a preservare il patrimonio comune e regolare la vita comune all’interno del castello: specchio di questa situazione è la struttura materiale: tanti rami familiari, altrettanti blocchi architettonici, che, progressivamente, crescono intorno al nucleo più antico. Nasce così un vero e proprio borgo, che, anche attraverso assedi, distruzioni, restauri e passaggi di proprietà, ha visto i suoi edifici, le vie e le piazze assumere mille volti architettonici: dal XIV al XIX secolo ogni periodo ha lasciato tracce significative, che ci fanno leggere oggi il castello come un grande libro, antico di un millennio.
Nel corso del XIV secolo e sino alle prime decadi del XV secolo, stante la rilevanza strategica assunta dal borgo, i Buronzo si trovano al centro di sanguinose guerre tra i Visconti, i Savoia ed i marchesi del Monferrato. Solo nel 1427 con il definitivo passaggio di Vercelli e del suo distretto ai Savoia, Buronzo conosce un periodo di pace e di nuova prosperità.
Nello sviluppo delle strutture del castello si possono individuare tre fasi. La prima struttura architettonica si colloca, tra il XII ed il XIII secolo, come testimonia la torre che i recenti restauri hanno riportato in evidenza.
Tra il XIV ed il XV secolo si assiste allo sviluppo della struttura del ricetto signorile, con la costruzione di una seconda linea difensiva risalgono a tale periodo la massiccia rocca in laterizio - in parte superstite – che si caratterizza per le eleganti bifore impreziosite da bacini in maiolica di provenienza iberica. Allo stesso periodo risale la torre-porta che ha mantenuto parzialmente l'aspetto di quel tempo.
Risale al 4 maggio del 1481 il primo documento notarile che fissa le norme affinché il complesso potesse essere gestito con ordine. Gli studiosi Enzo Givone e Palmina D’Alessandro hanno individuato in particolare tre punti qualificanti: l’elezione del “chiavaro”, ovvero la figura che amministrava la cassa comune e convocava le assemblee; la scelta dei candidati ai benefici ecclesiastici di pertinenza del feudo; le norme per la conduzione dei beni fondiari. Non esiste un’edizione delle regole: è possibile però ricordarne alcune, per esempio il divieto di non ingombrare con costruzioni abusive (come pollai, porcili o tettoie) la piazza e le vie, “indice di un affollamento interno”, ci spiega lo studioso Gabriele Ardizio, “che in epoca bassomedievale probabilmente determinava tentativi di occupazioni indebite, come ad esempio ricorda una versione delle regole del 1565: nullus ex nobilibus Buroncii debeat tenere vel facere porcherias, casettas sive pollarios in loco publico sive in stratis publicis sive consortilibus in castro, circha vel ricetto vel villa”.
La gestione del castello evidentemente dovette funzionare bene, dato che i signori di Buronzo, forti della protezione dei Savoia, prosperarono per secoli, arrivando al loro apogeo tra il Cinque e il Seicento, con poche interruzioni drammatiche (come quando il Castello di Buronzo venne assaltato dai soldati spagnoli nel 1558 durante la guerra tra gli Asburgo e i Valois per il dominio sull’Italia).
Dopo il passaggio di Buronzo sotto il dominio dei Savoia e del conseguente lungo periodo di prosperità, si assiste all'ammodernamento ed all'ampliamento delle edificazioni presenti sull'altura sino ad assumere quella fisionomia che si è poi mantenuta nel tempo. I Buronzo si dimostrano attenti alle novità artistiche e culturali che segnano il Rinascimento, e poi il Barocco.
Nel XVII secolo si assiste a ristrutturazioni di un'ampia parte del castello: prendono vita saloni abbelliti da eleganti soffitti a cassettone, ornati da fasce ad affresco contenenti imprese che manifestano una raffinata cultura letteraria.
Nel Settecento ha luogo un ampio rifacimento della zona antistante la torre-porta, con l'edificazione di una nuova chiesa (1703) al posto della vecchia cappella castrense della quale si conserva la dedicazione a Sant'Abbondio.
La progressiva ma inarrestabile decadenza delle poche famiglie superstiti dei signori, a partire dal primo Ottocento, i cui beni fondiari furono gradatamente alienati, segnò anche l’inesorabile dissoluzione dell’imponente patrimonio immobiliare .
Dopo un successivo lungo periodo di decadenza, il castello è stato oggetto di un primo accurato recupero per iniziativa del Comune di Buronzo e del Consorzio di bonifica della Baraggia, grazie a fondi strutturali stanziati dall'Unione europea, che la Regione Piemonte ha destinato a tale progetto.
(https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Buronzo; https://www.castellodiburonzo.it/sette-castelli-il-consortile/; https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/il-castello-consortile-di-buronzo)Buronzo
Datazione: 1807
La parte più antica, la “rocca”, è così chiamata ancor oggi per distinguerla dal resto del castello (le caseforti), denominato “castellone”. Di essa rimangono rovine, in particolare una parte di muro perimetrale dotato di belle bifore. Non lontano dalla piazza si affaccia la torre d’ingresso alla rocca; più a sud altri edifici medievali e una casaforte con ampio loggiato e torre d’ingresso suggeriscono la prosecuzione del “castellone” che doveva contenere ben otto caseforti. Il “castello comunale” o “castellone” (questo il nome con cui è indicato localmente dalla tradizione popolare), è il corpo che ingloba alcuni degli elementi più antichi del castello e i resti della Rocca. Il percorso nel castellone comincia da un grande ambiente, noto come Sala della Torre: qui, dopo aver percorso un ampio salone, si possono vedere i resti ancora integri di un brano della grande torre quadrangolare che fa parte del nucleo più antico del primo fortilizio. Si tratta di una torre costruita in ciottoli di fiume disposti a spina di pesce e malta stilata, rinforzata sugli angoli con mattone. Si accede poi alla Sala del Camino, così detta per via del grande camino che occupa il lato destro, su cui fu affrescata la figura di un santo (probabilmente san Rocco) e dove si vede la scritta che indica la data in cui terminarono i lavori di risistemazione dell’ambiente, ovvero il 1721. Si prosegue in tre ambienti attigui che venivano utilizzati in antico come cantine e oggi sono invece una piccola sede espositiva.
Si torna quindi nell’atrio e si giunge all’appartamento delle imprese, la parte più sontuosa del castellone, dovuta ai Presbitero o ai Del Signore e frutto di estesi rifacimenti risalenti al Cinque-Seicento, che trasformarono questa parte dell’antico fortilizio in una dimora aggiornata secondo i gusti del tempo. Nelle sale che compongono l’appartamento corre un fregio decorato con “imprese”, figurazioni dove a un “corpo” (ovvero una figura: poteva essere un personaggio, un animale, un oggetto, e così via) era accompagnata un’anima, vale a dire un motto illustrativo. In Piemonte, la cultura delle imprese si diffuse nel secondo Cinquecento e conobbe un certo impulso al tempo di Carlo Emanuele I di Savoia. Le imprese di Buronzo, riscontra Luisa Clotilde Gentile, derivano da due opere a stampa: le Imprese illustri di diversi di Camillo Camilli, stampate per la prima volta a Venezia nel 1586, e Le imprese sacre di Paolo Aresi, pubblicate in più volumi tra il 1624 e il 1640 (le imprese di Buronzo si riferiscono ai primi due volumi). Non sappiamo chi sia il pittore responsabile del ciclo di imprese, né quali criteri abbia seguito: “dall’esame delle imprese rispetto al loro significato”, spiega Gentile, “non consta che esista un vero e proprio ordine logico e gerarchico, fatta eccezione per la sala III che è interamente costituita da emblemi riferiti a persone e concetti sacri tratti dall’Aresi”. Se le imprese di Camilli, infatti, si riferivano alle virtù di personaggi illustri, quelle di Aresi, più complesse, entrano in rapporto con concetti teologici, personaggi delle Sacre Scritture, precetti dell’oratoria sacra del Seicento: se dunque in Camilli è più evidente l’evento celebrativo, le imprese di Aresi assumono significati più moraleggianti. Due esempi chiariranno meglio gl’intenti: deriva da Camilli l’impresa della salamandra, del nobile veronese Mario Bevilacqua. Si riteneva in antico che la salamandra sopravvivesse nel fuoco e che, anzi, si nutrisse di fuoco: nell’impresa, lo specchio riflette il raggio di sole (emblema di Apollo, dio delle arti) accendendo il fuoco (il motto “intus ad omnem” significa “dentro ad ogni”, sottinteso “fuoco”) e identificando pertanto il nobile come la salamandra che si nutre del fuoco delle arti. È desunta invece da Aresi l’impresa dell’elefante con la mano che spreme il grappolo d’uva, accompagnato dalla scritta “Acuor in proelio” (“Sono spronato a combattere”): nel libro dei Maccabei si legge infatti di come i soldati di Giuda Maccabeo avessero posto dinanzi agli elefanti succo d’uva per spronarli alla battaglia, e allo stesso modo contemplare la Passione di Cristo (il succo d’uva allude al sangue versato sulla croce) infonde coraggio ai timidi.
(http://archeocarta.org/buronzo-vc-castello/; https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/il-castello-consortile-di-buronzo)Sulle strutture medievali venne impostata una sopraelevazione al cui interno si trova l’appartamento delle “Imprese”, una serie di cinque sale rivestite da soffitti a cassettoni e ornate da fascioni con lo straordinario ciclo pittorico delle “Imprese”, che si richiama ad una moda letteraria e figurativa invalsa in Piemonte tra Cinquecento (Fossano, Manta) e Seicento (Buronzo) e attinge il repertorio di scene e motti da due testi, Le imprese illustri di diversi (personaggi) di Camillo Camilli (Venezia, 1586) e Le imprese sacre di Paolo Arese (prima metà del Seicento). Ciascuna “Impresa” si compone di una scena con una o più figure, detta corpo, dal valore simbolico o allegorico, e da un motto, detta anima, dal tenore morale o religioso.
(http://www.piemonteis.org/?p=2023)Ciascuna “Impresa” si compone di una parte figurativa, detta corpo, e da una scritta, detta anima, la cui unione esprime significati allegorici, tutti da interpretare. Tra le più rappresentative, nella quarta Sala compare l’Impresa dell’“L’elefante che guarda una mano spremere un grappolo d’uva” con il motto Acuor in proelio, spronato alla battaglia, riferita all’episodio biblico del Libro dei Maccabei in cui le truppe di Giuda Maccabeo somministrano agli elefanti succo d’uva e di more, mistura eccitante che incita al combattimento. La torchiatura dell’uva evoca poi la Passione di Cristo, la cui contemplazione infonde coraggio ai timidi, come Giuseppe d’Arimatea. Nella Terza Sala si trova, fra altre, l’Impresa del Pesce volante sul mare con il motto Sursum et subter (In alto e in basso), dove il pesce volante, che guizza tra i flutti e s’innalza sopra di essi, richiama il santo, che conduce una vita attiva, immergendosi “nelle acque di questo mondo”, ma anche contemplativa, elevandosi verso Dio.
(https://www.piemontetopnews.it/alla-scoperta-dei-sette-castelli-di-buronzo-e-delle-terre-di-baraggia-la-savana-piemontese/)Il centro storico di Buronzo si trova elevato di una quindicina di metri rispetto alla pianura circostante, ma questo è sufficiente per diventare un osservatorio privilegiato verso le Alpi, dal Monviso al Monte Rosa, montagne che possiamo vedere riflesse in primavera nell’acqua delle risaie. Ma dopo aver osservato il panorama dal sagrato della chiesa parrocchiale, prendetevi il tempo di ammirare lo straordinario spazio scenografico che vi circonda, nelle diverse piazze collegate tra di loro. E’ una incredibile sequenza di elementi costruttivi di origine medievale, di facciate sei-settecentesche e neoclassiche, stili che sono il frutto di interventi diversi che riflettono il mutare dei gusti in seicento anni di storia. Vale la pena di percorrere lentamente il nucleo storico, le sue vie, entrare nei cortili e nelle diverse maniche, osservare attentamente i nobili palazzi che ne fanno da corona.
L’ultimo capitolo della storia del Castello di Buronzo è il restauro avviato nel 2006 con lo scopo di restituire alla collettività una vasta parte dell’antico complesso fortificato. L’interesse per il castello si era risvegliato negli anni Novanta, quando è cominciata un’intensa attività di studio attorno al complesso, che ha portato a una serie di importanti pubblicazioni. Così, tra il 2000 e il 2006, il Comune ha acquisito una parte importante del Castello, predisponendo un piano di valorizzazione, e nel 2006 sono partiti gli interventi, per un valore di sei milioni di euro, sostenuti grazie ai contributi dell’Unione Europea. Sono serviti due anni per aprire il castello restaurato: nel 2008, il Castello Consortile di Buronzo ha aperto le porte al pubblico diventando un monumento visitabile e una sede di attività culturali, mostre, eventi, convegni, oltre che spazio per cerimonie private. Non ultimo, viene riconosciuto un ruolo importante alle scuole alle quali, come scrive Davide Delriu, assessore con delega al Castello, viene offerto “un articolato programma di attività didattiche, cercando così di coinvolgere un bacino di utenza più ampio possibile ed esercitare un’azione territoriale che, anche mediante la ricerca di alleanze e sinergie con altri enti ed istituzioni, divenga una delle direttrici operative privilegiate nella formulazione di progetti di valorizzazione a medio e lungo termine”. Oggi, peraltro, il Castello di Buronzo è l’unica struttura fortificata del vercellese ad essere regolarmente aperta. E di sicuro continuerà ad attirare un sempre maggior numero di visitatori.