Perché la biodiversità sta diminuendo?
La biodiversità marina sta diminuendo. Questo è un dato di fatto. La perdita di questo grande valore rappresenta una delle maggiori problematiche ambientali dei nostri giorni. Ogni anno, processi come perdita degli habitat costieri, inquinamento, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e surriscaldamento globale minacciano la biodiversità marina in maniera sempre più profonda e irreparabile. In particolare, le temperature dell’acqua nel corso degli ultimi decenni sono sensibilmente aumentate, alterando drasticamente la flora e la fauna.
Ecco le principali cause:
Tra le tecniche più pericolose ci sono:
Pesca a strascico: dalle navi si calano enormi reti, zavorrate e dotate di ruote metalliche, che raschiano i fondali marini intercettando (e distruggendo) tutto ciò che incontrano nel loro percorso.
Pesca a tramaglio: si posano sul fondo o sulla superficie del mare le reti da imbrocco, cioè cortine dentro le quali finiscono tutti i pesci che nuotano nella zona.
Spadare distruttive: reti derivanti d'altura, ufficialmente bandite dalle Nazioni Unite ben trent’anni fa ma ancora usate in diverse zone dell’oceano Indiano.
La pesca sostenibile, al contrario, è quella che:
lascia in mare abbastanza pesci da far sì che la popolazione si possa riprodurre e la stessa attività dei pescatori possa proseguire nel tempo;
minimizza il proprio impatto sull’ecosistema marino;
è gestita in modo responsabile, nel rispetto delle leggi vigenti.
Il cambiamento climatico sta riscaldando gli oceani, causando l’acidificazione degli ambienti marini e modificando i modelli meteorologici. Questo insieme di fattori spesso non fa che esacerbare la pressione esercitata dalle attività umane sui mari, causando la perdita della biodiversità marina. Molte vite umane dipendono appunto dalla biodiversità e dalla conservazione degli ecosistemi marini: è quindi necessario agire in fretta per contenere il surriscaldamento degli oceani. Il surriscaldamento degli oceani ha forti conseguenze sulla vita marina e mette la biodiversità ancora più a repentaglio: ciò è particolarmente evidente nell’Atlantico nordorientale per esempio, dove il plancton è ora costretto a vivere in acque più calde. Alcuni copepodi si stanno spostando verso nord a una velocità di 200-250 km a decennio. Questi piccoli organismi sono situati alla base della catena alimentare: i pesci e altri animali che hanno il loro habitat nell’Atlantico nord orientale si nutrono proprio di questi copepodi e la loro distribuzione negli oceani potrebbe cambiare in seguito al loro spostamento verso nord.
Gli animali che si trovano a vivere al di fuori della propria fascia di temperatura ottimale consumano più energia per respirare, a scapito di altre funzioni. Di conseguenza, risultano indeboliti e quindi più vulnerabili alle malattie, consentendo ad altre specie, più adatte alle nuove temperature, di avvantaggiarsi nella competizione e di prendere il sopravvento. Inoltre, le spore, le uova o la prole degli animali più deboli dovranno lottare per sopravvivere a temperature per loro non ottimali. La sofferenza di alcune specie nell’adattarsi alle nuove condizioni può riversarsi anche su altri organismi che dipendono da esse o che con esse interagiscono. In ultima analisi, questa catena di eventi influisce sul funzionamento generale dell’ecosistema portando alla perdita di biodiversità. Ciò è esattamente quel che sta succedendo ai copepodi che costituiscono la base alimentare di numerosi altri organismi: la loro difficoltà a sopravvivere influenza l’intera catena alimentare. Gli animali situati a un livello superiore della catena alimentare faticano a trovare cibo e sono costretti a spostarsi per sopravvivere. In Europa, dove la temperatura superficiale del mare sta aumentando più rapidamente rispetto a quanto accade negli oceani, questi organismi si spostano prevalentemente verso nord. Tale fenomeno influisce anche sulle risorse ittiche: basti pensare al caso degli sgombri, che ora tendono a stazionare in aree più settentrionali, determinando serie conseguenze sui pescatori locali e, più in generale, sulle intere comunità che vivono nei pressi di zone costiere.
Il Mediterraneo è oggi considerato uno dei mari più inquinati dalla plastica. Secondo stime recenti, sarebbero circa 17.600 le tonnellate di materiale polimerico che ogni anno vi vengono riversate, e oltre 3.700 quelle che galleggiano in superficie. L’84 per cento di questo enorme volume di materiale termina il proprio viaggio sulle spiagge, mentre il restante 16 per cento rimane nella colonna d’acqua o precipita sui fondali (una colonna d’acqua è una colonna concettuale di acqua che parte dalla superficie del mare, di un lago o di un fiume e scende fino ai sedimenti di fondo). Allo stesso tempo il mare che bagna le nostre coste è anche tra quelli con il più alto tasso di biodiversità e ospita numerose aree marine protette: un tasso così elevato di inquinamento da plastica mette inevitabilmente a rischio la sopravvivenza non solo di molte specie, ma anche di interi ecosistemi. L’inquinamento da plastica colpisce di fatto la biodiversità marina a tutti i livelli, dalla superficie al fondale. Il cosiddetto marine litter, cioè l’insieme dei rifiuti (si tratti di micro o macroplastiche) creati dagli esseri umani e dispersi in mare o sulle coste, può accumularsi nel tratto gastrointestinale degli animali marini, sia grandi sia piccoli, e causare danni fisici e meccanici, come l’abrasione, l’infiammazione, il blocco delle appendici o dei filtri di alimentazione. In alcuni casi, quando il tratto gastrointestinale viene ostruito o gravemente danneggiato, l’ingestione dei rifiuti può portare alla morte dell’organismo. E sì, anche noi esseri umani, consumando prodotti ittici (per esempio frutti di mare) ingeriamo queste particelle.
-Pesce scorpione (pterois antennata)
Le specie marine esotiche (dette anche aliene) costituiscono uno dei più potenti meccanismi di alterazione delle comunità e degli ecosistemi marini e un problema in continuo aumento nel Mediterraneo. Le nostre coste proliferano di alghe e animali provenienti da oceani lontani, immessi nei nostri mari dalle acque di zavorra delle navi, dagli acquari privati o dagli impianti di acquacoltura che importano molluschi asiatici destinati all'allevamento e al consumo. Il Canale di Suez, recentemente ampliato per permettere un più veloce passaggio delle navi, favorisce l'ingresso spontaneo di specie del Mar Rosso, alcune delle quali stanno raggiungendo anche le coste italiane, con possibili conseguenze per la biodiversità locale e il turismo.