Come abitare in modo consapevole la città.
Contro lo svuotarsi della vita della comunità, un’idea plurale e dinamica della città.
La città di Comacchio condivide ormai la parabola storica di molte altre città, avviate a smarrire il senso originario che esse avevano e che il mondo romano indicava con la parola civitas, ovvero comunità operante per il bene comune sostenuta da una ricca rete di relazioni, all’interno delle quali l’individuo si sentiva difeso e valorizzato. Veniva usato anche un altro termine cioè urbs come insieme di edifici, di strade, di monumenti, che tuttavia diventano “viventi” solo se vissuti da una comunità in cammino, da una civitas. Gli edifici denotano la città ma non ne definiscono la natura. A connotarla sono l’insieme delle abitudini, gli stili di comportamento le regole, usanze che legano i cittadini l’uno con l’altro, quella che può essere chiamata “la città invisibile”. Questa idea di città dal punto di vista storico va lentamente declinando a partire dal 500 per lasciare posto al ribaltamento della relazione tra civitas e urbs e al prevalere di quest’ultima nella sua definizione. La città diventa insieme di edifici e monumenti storici in particolare nelle citta europee. Lentamente , in alcuni casi molto lentamente la comunità si ritrae sullo sfondo. Per molte di queste città, e tra queste Comacchio, l’indebolimento delle relazioni sociali si lega allo sciogliersi del rapporto storico che esse avevano con l’ambiente naturale e artificiale da cui per secoli avevano tratto la simbologia di fondo per pensare la propria singolarità.
A partire da questo momento di indebolimento del fine della comunità, si è incominciato a riorientare quel mondo andato in pezzi verso ciò che il mercato internazionale indicava come mezzo di salvezza economica, il turismo almeno dagli anni sessanta del ‘900. E’ l’epoca in cui si assiste a investimenti massicci sul litorale prossimo a Comacchio , cementificando grandi aree in modo selvaggio, senza particolari attenzioni per le manomissioni dell’ambiente che essi comportavano . Da quel momento Comacchio se pur a fatica abbraccia l’idea di assumere una nuova identità di comune turistico. In tale processo Il centro storico lentamente diventa un centro ammininistrativo per un territorio che sempre più decentra le proprie attività economico commerciali vicino al mare. Comacchio è sempre più vissuta come urbs, insieme di edifici, di strade percorse da turisti perennemente affamati; uno scenario, le quinte di un teatro, sempre più libero da tutto ciò che può ingombrarlo, per far posto a quelli che impropriamente vengono chiamati eventi volti a divertire i visitatori del luogo nei cui sguardi ciò che rimane della comunità comacchiese cerca di cogliersi ancora, pero senza alcun successo, se non un vaghissimo sentimento di autocompiacimento e sterile identità di riflesso. Quegli sguardi sono sempre catturati dalle pietre morte o dal vuoto folclore, filtrati attraverso le foto compulsivamente scattate, da rivedere in un secondo momento come testimonianza di quella visita .
Che cosa è rimasto della civitas? Fatta di persone che condividono memoria, rituali, elaborazioni simboliche stratificatesi nel tempo, pratiche di scambio e di relazioni? La città intesa come insieme di individui che interagiscono allo scopo di vivere meglio, di trovare la felicità, tende a trasformarsi in questa fase di over-tourism in un “aggregato di luogo”, una città in vendita, puro fondale per discutibili rappresentazioni come intrattenimento per i turisti. E’ sufficiente camminare nel centro storico per accorgersi che non solo le attività commerciali vanno scomparendo, ma che innumerevoli case portano il cartello vendesi, indici di un progressivo abbandono della città. In alcune ore del giorno sembra di attraversare una città fantasma, forse in attesa di qualche “evento” non determinante che la rianimi, o di un gruppo multinazionale che la trasformi definitivamente in un teatro all’aperto (insieme a nuovi teatri al chiuso elementi indispensabili a tale trasformazione) in cui gli ultimi residenti senza averlo chiesto diventino delle semplici comparse in questo supermarket culinario e culturale cittadino.
All’origine di questa fase sta con ogni probabilità il divorzio doloroso che si è consumato anni fa tra la comunità cittadina e le valli che per secoli ne hanno strutturato l’identità per quanto fragile, ma riccamente articolata dal punto di vista sociale .
Oggi l’identità urbana e non solo di Comacchio è sempre più legata al consumo piuttosto che alla produzione. Non è un caso che nel museo delta antico, fiore all’occhiello di queste ultime amministrazioni incapaci di memoria storica critica , tutte rivolte ad una ricostruzione della storia di tipo monumentale, tanto utile ad attirare turisti con uno sfavillante quanto falso passato, non trovi posto il lungo e tormentato rapporto fatto di opere strumenti, confronto problematico con l’ambiente vallivo, quella che viene definita cultura materiale. E’ prevalsa per incapacità e scarsa riflessione sulle ragioni che possono rivitalizzare una comunità che ha affrontato un cambiamento per alcuni versi radicale del suo modo di produrre, di vivere, di abitare questo luogo, un inerziale consegnarsi alla monocultura del turismo come è avvenuto e avviene in molte città italiane con una tradizione turistica ben più antica e gloriosa della nostra. Si ignora che non si può creare condivisione nella città se viene a mancare un’origine comune che va indagata e ancora indagata; la storia della città viene purtroppo convocata solo ai fini di una utilizzazione turistica. Una città che non ha cura del proprio tempo storico si riduce ad un luogo anonimo votato ad una economia di consumo. Un grande lavoro attende coloro che hanno a cuore la vita nelle città storiche lontano da come ad esempio le ultime amministrazioni gestiscono lo spazio urbano , lasciandolo nelle mani del turismo degli eventi e delle mode. Ciò su cui puntare è una comunità ricca di memoria e non di spot pubblicitari.
Ciò che rimane non pensato è che il turismo non è un settore economico della città che si aggiunge agli altri, ma un sistema complesso che tende ad informare e a piegare ogni altra attività, ogni pratica culturale alle proprie esigenze, tanto da modificare il nostro modo di percepire la realtà e la nostra memoria. Solo tale consapevolezza consentirebbe tra mille difficoltà di sviluppare un turismo che mantenga da un lato il ruolo di attività economica fruttuosa per gli abitanti del luogo dall’altro non diventi un impresa cieca alle esigenze dell’ambiente, e di una vita dinamica e multiforme e ricca di cultura e relazioni della comunità cui fa riferimento. E ciò il turismo, come attività economica non è in grado di farlo, semmai di favorire una suddivisione della comunità in una miriade di unità di interesse cui diventa difficile dare sintesi. Un gruppo dirigente che abbia a cuore il destino della città deve sapersi misurare con questo arduo compito: dare al turismo lo spazio economico che gli spetta senza compromettere ogni altra alternativa di sviluppo.
Questo è ciò che è mancato agli arrembanti amministratori degli ultimi anni, incapaci di dislocarsi a lato del mondo del turismo , assumendo una visione critica che guardi ad un futuro che a partire dallo sforzo di arrestare il declino di una comunità, lavori alla promozione di occasioni nuove di lavoro in un contesto di salvaguardia dell’ambiente. Se la politica rinuncia a questa postura critica, accade ad esempio che ci si lasci sfuggire l’occasione di adoperarsi per l’istituzione di una scuola di acquicoltura, secolare obiettivo indicato dai tecnici delle valli e purtroppo mai realizzata, a vantaggio di Goro come luogo prescelto per gli aspetti legati alla sperimentazione. E’ utile ricordare che nell’ultima campagna elettorale, la lista “La città futura” ha indicato come necessaria tale scuola per continuare a vivere le valli come risorsa economica e luogo che continua a richiamare la comunità alle sue radici a partire dalle quali modulare la sua vitale trasformazione nel mondo attuale. Tali considerazioni sono ancora più attuali oggi in tempi di post-pandemia: non è necessario , anzi sarebbe irrealistico voltare le spalle al turismo, ma ripensarlo si.
Se ad esempio assumiamo, fatte le dovute proporzioni, Venezia come modello di una città alle prese con i problemi che il turismo comporta oggi per la città all’indomani di questo periodo di rallentamento del flusso turistico, emerge la consapevolezza “ che tolti i turisti rimangono solo le pietre. Il contagio rivela l’orrore di un modello fallito. In mano agli estranei la città scoppia, ma senza di loro è priva di energie proprie e non sa come rinascere”. Si levano perciò voci che “per evitare la fine della città, dicono che bisogna ripartire dall’acqua, che non è un fastidio da allontanare… Venezia resta dominata dalla natura: è il modello che può salvare la vita sulla terra”.
Da tutto ciò scaturisce la nostra convinzione che non vi è oggi modo più efficace per fare comunità che prendendosi cura dei beni comuni: la cultura l’ambiente, la salute, che per essere goduti da tutti vanno in tutto o in parte sottratti alle logiche del privato interesse; da qui l’obiettivo di limitare per quanto è possibile l’esternalizzazione di attività a privati, o la ridefinizione a vantaggio della comunità di tali settori. Il discredito che si è lanciato in questi anni sul pubblico ha fatto il suo tempo. La città non può fare a meno dell’azione pubblica; non si tratta di gonfiare il ruolo del pubblico, ma piuttosto svilupparne autorevolezza e competenza. Di tutto ciò nell’attuale maggioranza e non solo non si avverte il benché minimo accenno di riflessione nuova e aperta al cambiamento di clima culturale ed economico che sta maturando a livello europeo( vedi elezioni francesi in alcune grandi città). La rigidità dei loro schemi di riferimento li conduce a ripetere inerzialmente politiche di governo del territorio e della città sempre più avulse dalle questioni che tormentano la nostra realtà. Ancora nell’ultimo Consiglio Comunale la maggioranza ha accolto freddamente l’interrogazione della consigliera Sandra Carli Ballola de La città futura sul nullaosta concesso dal comune di Comacchio all’apertura di altri discount in località collinara, di cui forse si sentiva lancinante la necessità e l’urgenza. In quella sede la consigliera denunciava il fatto che “ancora una volta a giochi quasi fatti, ci si trova di fronte a due inutili mostri di cemento che daranno l’ultimo schiaffo ai negozianti di Comacchio in barba anche all’inquinamento ambientale”. Questa è l’idea di un turismo che corrode lentamente le fondamenta su cui poggia. Il turismo come pretesto per costruire un interminabile supermarket consumistico.
Per nulla è servita a risvegliarli dai dogmi della religione del mercato la sconfitta subita nella battaglia per l’insediamento alle porte di Porto Garibaldi di una fabbrica altamente inquinante che avrebbe stravolto un territorio facente parte del Parco del delta compromettendo (una vera contraddizione) la sua vocazione turistica. Questa fu l’occasione per misurare quanto vi fosse di stralunato nella loro visione del territorio cui veniva sottratto in nome della logica di mercato il carattere primario di bene comune , di una comunità che proprio per questo in uno splendore di eventi pirotecnici va accompagnata al suo declino e silenzio. La vocazione di Comacchio è quella di dare forma in una continua iterazione al proprio territorio; se in passato l’ambiente che la innervava era la valle con i suoi problemi di regolazione delle acque e le alterne vicende della produzione, negli ultimi decenni la città , in un primo momento riluttante, si è affacciata sul litorale, che ha conosciuto un massiccio investimento edilizio, che ha modificato radicalmente il volto di quel litorale. La città non può considerare accidentale quel cambiamento, occorre che senta come una figura della propria identità quel mondo che in parte all’inizio le era parso estraneo.
La grande sfida che l’aspetta è di pensarsi come città multiforme; proprio per questo non può ridursi a semplice insieme di edifici, di strade di monumenti, ma costituirsi in comunità che intende affrontare il governo del proprio territorio in un’epoca dominata dal cambiamento climatico e dalla globalizzazione; ciò richiede che si ripensi molto seriamente alle categorie economiche che hanno guidato il nostro modo di pensare noi e il l’ambiente cui apparteniamo. Certo non pare all’altezza di questo passaggio difficile la politica amministrativa preoccupata di avvallare progetti faraonici di restyling sui lidi, o l’apertura di nuovi supermercati. L’idea che prioritario sia investire su una loro robusta manutenzione , aspetto trascurato negli ultimi anni, e necessario a qualificarli al meglio non sembra interessare i nostri amministratori. Abbiamo assistito in questi anni ad una amministrazione della città affidata ad una maggioranza talmente compatta e indistinta e coesa tanto da presentarsi con un unico volto deciso, mai sfiorato dalle ombre del dubbio, con un piglio in molti casi arrogante e sprezzante nei confronti delle minoranze. Una maggioranza che favorita da un regolamento comunale da lei introdotto ha ostacolato in più modi la normale dialettica tra i gruppi consiliari. È sulla base di tale esperienza che il gruppo La città futura intende porre tra i suoi obiettivi la revisione di tale regolamento allo scopo di rendere più democratica la discussione tra le forze politiche e la decisione in merito alle questioni fondamentali che gravano sul futuro della comunità.