Le origini risalgono a quando nell’antica Roma si celebravano i Saturnali, una festa molto simile al Carnevale odierno. Durante questo periodo di banchetti e feste popolari, uno dei simboli erano le frictilia: frittelle a base di uova e farina di farro tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e poi tuffate nel miele.
Oggi, dopo più di due millenni, le “frictilie” si fanno ancora, o perlomeno dolci fritti che ci assomigliano: a base di uova, farina 00, burro, zucchero, aromatizzanti come la scorza di limone grattugiata, un po’ di vino bianco o marsala. Impastati tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto vellutato, tirata la sfoglia sottilissima e ritagliata in striscioline. Infine fritta in abbondante olio di semi.
Come potete vedere la formula non è più l’originale e nemmeno il mezzo di frittura e infine ci sono infinite variazioni locali tutte comunque squisite.
Diverse variazioni, diverse regioni, diversi nomi. Eccone alcuni: Bugie (in Liguria e Piemonte); Chiacchiere (in Campania e Lombardia); Cengi (in Toscana); Fiocchetti (in Romagna); Grostoi (in Trentino); Sossole o crostoli o galani (in Veneto); Intrigoni (in Emilia); Meraviglie (in Sardegna); Testa di turchi (in Sicilia); Frappe, frappole o sfrappole (in Italia centrale), ecc.
Per noi Piemontesi è Bugie o meglio “Busie” in dialetto, un nome piuttosto curioso di cui non si conosce l’origine. Si potrebbe fare una supposizione come suggerisce una leggenda napoletana che fa risalire il nome “Chiacchiere” alla Regina Savoia (Margherita? da cui deriverebbe anche il nome della pizza?) la quale volle prolungare la chiacchierata con gli ospiti particolarmente graditi e chiamò il cuoco di corte, per farsi fare un dolce che potesse allietare lei e i suoi ospiti. Quando al cuoco venne chiesto il nome del dolce, egli lo improvvisò prendendo spunto da quella chiacchierata e diede il nome di "chiacchiera" al dolce appena fatto.
Senza scomodare Re e Regine, comunque è certamente gradevole avere un dolce da assaporare in compagnia durante delle piacevoli chiacchierate e può succedere che qualcuno, per accentrare su di sé l’attenzione, potrebbe “spararle un po’ grosse” (come nei racconti dei pescatori) o narrare avvincenti avventure di pura invenzione, cioè raccontando delle “bugie”.
Lo so, potete giudicare questa spiegazione molto “tirata” e probabilmente avete ragione, ma ce n’è anche un’altra più complessa anche se ugualmente discutibile.
Dunque vediamo: Le bugie sono il tipico dolce di Carnevale e allora parliamo un po’ del carnevale. Esso è una festa che si celebra nei Paesi di tradizione cattolica nel periodo che va dall’Epifania alla Quaresima.
Secondo molte interpretazioni la parola “carnevale” deriverebbe dal latino carnem levare (eliminare la carne); il culmine del festeggiamento era proprio l'ultimo giorno in cui era consentito mangiare carne (Martedì grasso), dopo di che iniziava il periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.
Allora il consumo delle “bugie” si protraeva anche durante il periodo della Quaresima, proprio perché non potendo assumere carne, alimento molto nutriente per la parte grassa in essa contenuta, si ricorreva alle “bugie” particolarmente ricche di calorie per il burro contenuto ed il grasso di maiale in cui erano fritte.
Se il sacerdote, durante la confessione, chiedeva se aveste mangiato carne durante la Quaresima, si sarebbe potuto rispondere di aver rispettato il precetto, pur avendone ugualmente consumata in modo indiretto con le “Bugie” e di qui il loro nome.
Se avete una spiegazione migliore, ben venga.