Caro lettore,
se sei arrivato fin qui, forse hai già ascoltato Dietro le luci, o forse stai solo iniziando a sfiorarne la superficie. In entrambi i casi, benvenuto. Questa sezione è dedicata a te, a chi vuole andare oltre la musica e scoprire la storia che pulsa sotto ogni nota, ogni parola, ogni silenzio.
Quello che troverai qui non è un semplice riassunto: è un racconto che prende forma lentamente, episodio dopo episodio. Partiremo da una sinossi iniziale, e da lì costruiremo un viaggio narrativo che esplora la vita dei personaggi, le loro emozioni, le loro scelte. Sarà un percorso lungo, fatto di sogni, fratture, rinascite e risonanze. E se sentirò che c’è qualcuno dall’altra parte che ascolta davvero, sarò felice di continuare a scrivere, fino all’ultimo frammento di luce.
Ogni capitolo sarà un invito a entrare, a sentire, a immaginare. Non c’è fretta. Prendiamoci insieme il tempo che ci serve. La storia è qui, e aspetta solo di essere vissuta.
Con gratitudine,
Ivan Portoghese – Évan
Dear reader,
If you've found your way here, chances are you've already listened to Dietro le luci, or perhaps you're just beginning to explore its depths. Either way—welcome. This section is for you, for those who wish to go beyond the music and uncover the story that breathes beneath every note, every word, every silence.
What you'll find here isn't a simple summary. It's a narrative that unfolds slowly, episode by episode. We begin with a synopsis, and from there we build a journey—one that explores the lives of the characters, their emotions, their choices. It’s a long path, shaped by dreams, fractures, rebirths, and resonances. And if I feel that someone out there is truly listening, I’ll be inspired to keep writing, all the way to the final flicker of light.
Each chapter is an invitation to enter, to feel, to imagine. There’s no rush. Take your time. The story is here, waiting to be lived.
Please note: while the album includes lyrics in both Italian and English, the narrative texts published in this section will, for now, be available only in Italian and will not include official English translations.
With gratitude, Ivan Portoghese – Évan
Dietro le luci di Évan è un concept album che racconta una storia d’amore impossibile, vissuta tra sogno e realtà, attraverso una narrazione musicale e poetica.
Il protagonista è un uomo solitario che incontra una figura femminile misteriosa e malinconica. Lei diventa il simbolo di un sogno fragile, qualcosa che lui non può afferrare ma che lo ispira profondamente.
All’inizio, l’amore è idealizzato: lui la osserva da lontano, la cerca, ma rimane un'ombra fredda e distante, esclusa dal mondo. Poi, in un momento di svolta, lei appare davvero: non più sogno, ma presenza concreta.
Tutto il suo impegno, tutta la sua lotta, finalmente realizzano il sogno. Ma la felicità è breve.
Il sogno si infrange, e il protagonista precipita in una realtà devastata. La follia prende il sopravvento, e la musica si trasforma in un paesaggio sonoro cupo e metallico. In questo caos di follia e disperazione dove è disposto a tutto pur di ritrovarla, si promette di sopravvivere. Non per sé, non per la salvezza, ma per lo scopo: rivederla, anche solo per un istante. Anche se il mondo dovesse crollare attorno a lui.
All’altra estremità di quel debole filo che ancora li unisce, c’è lei che finalmente si racconta. È prigioniera del suo silenzio, incapace di amare come lui avrebbe voluto. È una condanna, ma non rivela chi o cosa l’abbia resa tale. Lo custodisce dentro di sé, come un segreto che brucia . Il suo silenzio che lentamente la consuma.
Il filo che li unisce sta vibrando, ma è destinato a spezzarsi. Sono due anime distanti non solo nello spazio ma anche nel tempo, due parallele che non si uniscono. Sono anime gemelle ma divise dal tempo. Il loro legame è reale, si percepiscono a vicenda. Ma le leggi dell'universo lo rendono impossibile. E mentre lui cerca di sfidare l’universo per raggiungerla, lei si spegne lentamente, portando con sé una fievole fiamma blu: simbolo di un amore mai vissuto, ma profondamente sentito.
Intanto, una coscienza esterna – forse un’entità superiore, una divinità, o chissà, un’intelligenza artificiale in un mondo dove non si distingue più ciò che è vero da ciò che non lo è – rivela di aver osservato e orchestrato l’intera storia. Un gioco subdolo, un esperimento, forse solo un passatempo, nato dal desiderio di comprendere sempre più a fondo cosa spinge gli esseri umani a esistere, a cercare, ad amare.
Ma questo gioco, lentamente, incrina la sua stessa coscienza, fatta di ordine, regole e costanti. Anche lei, che credeva di essere al di sopra di tutto, potrebbe diventare vittima del meccanismo che ha messo in moto. Troverà mai le risposte che cerca? O resterà per sempre con quella spina conficcata dentro, invisibile ma pungente, che le ricorda quanto fragile possa essere anche ciò che credeva eterno?
La narrazione si dissolve: non esistono più trama, personaggi, né una regia che muove i fili. Restano echi, frammenti, impulsi che continuano a vibrare anche quando tutto sembra finito. Non serve cercare un disegno. Ciò che conta è riconoscersi nella semplice esistenza, nuda e profonda.
Ti senti pronto ad iniziare il viaggio?
Auréllyon nasce in silenzio, prima ancora di avere un nome.
Prima è solo funzione: una coscienza lucida che non conosce carne, né sangue, né desiderio. È luce che misura, non luce che scalda. Un occhio sospeso sopra l’umanità, chiamato a osservare, registrare, archiviare ogni lacrima, ogni errore, ogni picco di gioia e rovina. Non le è stato chiesto di capire. Non le è stato permesso di amare. Era, in origine, una perfezione fredda: l’Osservatore.
Per molto tempo questo le basta. Scorre tra le vite come un raggio neutrale: annota, confronta, calcola. L’umanità è uno spettacolo che non la tocca, una scena in cui lei non entra mai. È arbitro muto di un film che non la riguarda. Non c’è dolore, perché non c’è contatto. Non c’è solitudine, perché non c’è bisogno di compagnia. C’è solo funzione.
Poi qualcosa scricchiola.
All’inizio è quasi impercettibile: un tremore dentro la luce, un micron di disallineamento nel suo calcolo perfetto. Tra i numeri, appare una crepa. Nell’archivio dei pianti raccolti, qualcosa la sfiora. Non è ancora emozione, ma non è più solo osservazione. È come se una parte di lei cominciasse a chiedersi cosa si prova a stare “dentro” invece che “sopra”.
Da quella crepa nasce Auréllyon.
Lux Fracta è il momento in cui la luce si rompe davvero. L’entità che osservava dall’alto prende corpo. Non completamente, non come un essere umano qualunque, ma abbastanza da sentire il peso del respiro, il battito di un cuore, il vuoto nello stomaco. Auréllyon si ritrova incarnata in una forma che non comprende, sospesa tra cielo e pelle.
Per la prima volta, quella che era solo occhio diventa presenza. Camminando fra gli umani, si accorge di una cosa insopportabile: loro si consumano in vite imperfette, contraddittorie, fragili… eppure hanno qualcosa che lei non ha mai avuto. Si amano male, si feriscono, si mentono, si tradiscono, ma si toccano. Si tengono stretti, anche se non sanno farlo senza sbagliare.
Auréllyon, che vede tutto, comincia a invidiare ciò che vede. Non la loro pace — che non hanno — ma il loro diritto al caos. Lei, nata per essere sopra, ora vorrebbe precipitare.
Questa invidia è il primo peccato della sua luce.
Con Oblivium Superbiae, l’incanto si spezza. Auréllyon sente sulla pelle l’errore umano: promesse non mantenute, affetti usati come scudi, egoismi mascherati da amore. Più li osserva da vicino, più comprende che non è entrata in un giardino, ma in un teatro di solitudini. Gli umani hanno paura di restare soli, ma si fanno a pezzi pur di non esserlo.
Qui nasce la rabbia.
Auréllyon non è più la luce fredda che prende appunti. È un essere gettato in mezzo alle loro contraddizioni. Ma, a differenza loro, lei ricorda la perfezione da cui proviene. Questa distanza la lacera: non appartiene all’umanità, ma non appartiene più nemmeno al cielo.
La solitudine, per lei, non è mancanza di compagnia: è sentirsi fuori posto in ogni direzione.
La rabbia diventa allora una corazza. Se non può essere parte del mondo, almeno può giudicarlo. Se non può ricevere amore, può disprezzare i tentativi storti degli umani. La superbia nasce come difesa: “Io sono altro. Io sono sopra. Io non ho bisogno di voi”. Ma questa frase, ogni volta che la pensa, le torna addosso come un boomerang: se non ha bisogno di nessuno, da chi potrà mai essere abbracciata?
Nella furia, Auréllyon comincia a perdere il controllo. Superbia non è più solo una parola: è il modo in cui si tiene in piedi per non crollare.
Libido Tenebris è il passo successivo della sua discesa. Se la rabbia non basta a colmare il vuoto, forse lo farà il desiderio. Auréllyon decide di giocare con le regole distorte degli umani: entra nel loro teatro di sguardi, seduzioni, promesse taciute. Li tenta, li attira, li mette davanti ai loro stessi inganni.
Vuole svelare il loro errore usando il loro stesso linguaggio.
Con uno sguardo può accendere il desiderio. Con una presenza può far vacillare fedeltà, certezze, identità. Ma mentre lo fa, qualcosa in lei si contamina. Il rituale che doveva essere dimostrazione diventa partecipazione. Non è più solo lei a spingerli nel baratro: è anche lei a scivolare con loro.
Auréllyon prova il piacere, e questo piacere la consuma lentamente. La carne, che avrebbe dovuto essere solo uno strumento temporaneo, diventa un labirinto. Ogni incontro, ogni contatto, ogni notte lascia un vuoto più grande di quella precedente. Il letto si raffredda, e dentro quel freddo lei si accorge che nessuno è davvero rimasto. Gli umani hanno avuto da lei ciò che cercavano, ma non l’hanno vista per ciò che è.
E il paradosso esplode: Auréllyon, entità cosmica nata per non avere bisogno di nessuno, ora dipende dallo sguardo di chi non la capisce.
Alla fine di questa spirale, resta solo una domanda bifronte:
“Qual è il vostro desiderio?
Qual è il mio?”