La storia di Matilde Zegna
TORINO 1912
Matilde Zegna era la figlia del famoso industriale tessile piemontese. La sua era una famiglia non di nobili origini, ma sicuramente molto conosciuta in tutta la regione: le sete e i filati che il padre produceva raggiungevano tutto il mondo.
Matilde viveva a Torino con la sua famiglia. Era una bella ragazza, forte e indipendente, sapeva ciò che voleva, avrebbe voluto frequentare l’università per poter dirigere un giorno l’azienda, ma il padre aveva altri piani per lei. L’aveva fatta fidanzare con un conte che aveva perso tutti i suoi beni e gli facevano comodo i soldi della famiglia Zegna. Torino era una città ricca, piena di gente, viva e Matilde amava viverci. La sera del fidanzamento la famiglia aveva organizzato una grande festa durante la quale agli sposi vennero donati due biglietti per un viaggio in America sul Titanic. Leopoldo, il fidanzato, voleva trasferirsi a New York anche se lei non era d’accordo.
Il Titanic era il simbolo della Belle Époque, maestoso, solido, elegante, inaffondabile, rappresentava la libertà.
Un giorno, poco prima di partire, Matilde incontrò Adele, una sua cara amica che faceva l’operaia nella fabbrica del padre. Adele le raccontò che si era sposata e che il marito era dovuto partire per l’America per lavorare, lei avrebbe voluto raggiungerlo, ma non aveva abbastanza denaro. Matilde non ci pensò un secondo, diede all’amica il suo biglietto e sparì senza dire nulla alla famiglia. Adele partì al suo posto mentre Matilde si trasferì nel piccolo appartamento dell’amica alla periferia della città. Cominciò a lavorare e si iscrisse all’università.
Il 16 aprile 1912 a Torino giunse la notizia dell’affondamento del Titanic e della morte di Matilde Zegna (in realtà Adele si era salvata).
Matilde si sentì libera di vivere la vita che aveva sempre sperato nella sua amata città, studiando e lavorando.
Dopo qualche anno venne a sapere che il padre stava male e decise di tornare a casa. Dopo lo stupore iniziale tutti l’accolsero con gioia, il padre poco prima di morire le affidò l’azienda che Matilde fece diventare ancora di più importante e non si sposò mai.
Angelo Ciscato, III A
La vendetta di un amore non corrisposto
Il commissario Ricciardi, con la sua solita aria assente e la giacca stropicciata, osservava la scena del crimine. La signora Elvira, un’anziana signora del quartiere, era stata ritrovata morta nel suo appartamento con un’espressione di terrore ancora impressa sul volto. “Un’effrazione, forse?” suggerì l’agente De Luca, giovane e ansioso di fare carriera, indicando la finestra rotta. Ricciardi però non era convinto, non c’era segno di furto e l’appartamento era in perfetto ordine. Il suo sguardo apparentemente distratto si posò su una vecchia fotografia ingiallita nascosta sotto un mucchio di riviste “Una foto, un volto familiare?” mormorò Ricciardi prendendo la fotografia tra le mani. La foto ritraeva una giovane Elvira, in compagnia di un giovane uomo bello e sicuro di sé. Ricciardi riconobbe immediatamente quell’uomo: era il signor Armando, un anziano signore del quartiere vedovo e solitario.
Le indagini rivelano che Armando e Elvira erano stati fidanzati da giovani, ma il loro amore era stato ostacolato dalle famiglie. Armando era stato costretto ad amare un’altra donna con cui si sposò, mentre Elvira era rimasta sola. Armando aveva proposto ad Elvira di fuggire insieme, ma la ragazza non aveva voluto e non aveva mai dimostrato fino in fondo quanto tenesse al suo fidanzato. “Un amore giovanile, una ferita mai rimarginata” pensò Ricciardi. Interrogò Armando che negò ogni coinvolgimento, ma il suo sguardo lo tradiva. Ricciardi con la sua intelligenza notò un piccolo livido sul polso di Armando nascosto sotto la camicia “Un livido, cosa hai fatto?” disse Ricciardi indicando il livido. Armando balbettò una scusa, ma Ricciardi sapeva di averlo smascherato.
La vecchia fotografia, il livido sul polso, l’amore giovanile non corrisposto, tutti i pezzi del puzzle si incastravano perfettamente… “L’amore, Armando” disse Ricciardi con aria tranquilla “Può trasformarsi in vendetta”.
Vittoria Di Nardo, III B