Una bella giornata
Cara Alice,
guardo e riguardo la nostra foto insieme. Ce l’avevano scattata i nostri genitori, quel giorno in cui siamo andate a fare in giro in barca, diretti alle Isole Tremiti.
L’ho ritrovata tra le pagine del mio primo e unico diario segreto, finito in fondo al cassetto della mia scrivania, fra un gran numero di cose inutili. L’avevo incollata alla terza pagina e in basso, nella stessa pagina, avevo scritto con il pennarello rosso e a caratteri cubitali “Che giornata memorabile!”. Avevamo indosso i nostri costumi estivi abbinati, di colore viola, con i glitter e il pezzo di sotto aveva dei piccoli rivestimenti simili ad una specie di tutù. Indossavamo ancora i nostri occhialini rosa e giallo fluo per poter andare sott’acqua e fare le nostre “esplorazioni subacquee” alla ricerca di conchiglie dalle forme particolari e di piccoli vetrini colorati. Mi ricordo che mentre eravamo sott’acqua, un grande gruppo di pesciolini colorati ci inseguiva tutto il tempo. Li usavamo anche per proteggergli gli occhi dai nostri mega tuffi a bomba, che bagnavano tutto ciò che ci circondava.
Ci vantavamo tantissimo perché pensavamo fossimo le più brave nel farli! Sotto di noi c’erano i nostri teli: il mio con i fiori di ibisco fucsia e lo sfondo azzurro, mentre il tuo era rosa con i fenicotteri e con le granite al limone. Avevamo impresse sul volto espressioni felici e sorridenti, con qualche goccia di sudore per via del caldo di quel giorno. Ogni secondo ci buttavamo in acqua e le nostre mamme si arrabbiavano. Nella foto ci eravamo asciugate a pancia in giù sulla prua della barca, abbellita con lucine e cuscini colorati. Lo sfondo meraviglioso delle Isole Tremiti rendeva tutto più magico. Quel giorno è stato uno dei giorni più belli di quella estate, ma ogni giorno diventa fantastico quando ci sei tu!
A presto!
Con affetto,
La tua Michela
Michela Di Prinzio, II A
Uno strano incontro
Miranda è figlia di una donna che fa il lavoro più vecchio che esista e di un uomo che, per usare le parole di sua madre, è ricco come lo schifo ma non abbastanza da pensare alla sua creatura.
E' così che la donna chiama Miranda: "la creatura". In realtà, la bambina ha sentito quel nome urlato per strada, un giorno, e ha deciso di volersi chiamare così. Fosse per sua madre, non avrebbe nemmeno quello. E' abbastanza inutile, comunque, visto che non c'è nessuno che provi a chiamarla, tranne sua mamma. Una volta ha cercato di spiegarle che voleva essere chiamata Miranda e non "la creatura", ma un bicchiere rotto sul pavimento e il suo volto rigato di lacrime furono la sola risposta.
Miranda vive in una baracca con tanti sconosciuti. La notte, se fa freddo, dorme nell'armadio; se è abbastanza caldo, sul tappeto; se fa tanto caldo, sul balcone.
L'unica cosa che possiede è un bracciale che ha trovato quando era piccola, davvero piccola. Lo nasconde dietro al forno perché sa che, se sua madre dovesse vederlo, correrebbe subito a venderlo.
Miranda inventa storie su quel bracciale, su chi lo avesse avuto prima di lei. Lo intreccia per formare semplici figure. Lo gira cento volte in mezzo alle dita, contando ogni perlina sino a farsi venire il mal di testa. Miranda ama il suo bracciale.
Un giorno si spezzò e le perline colorate scivolarono tutte sotto una porta semiaperta (o semichiusa... dipende da chi la guarda). Miranda non si scompose. Succedeva ogni tanto e lei, ogni volta, si divertiva a cercare ogni perlina e a riaggiustare il bracciale.
Lo fa anche questa volta. Scende le scale, dove ha intravisto un luccichio, e si ritrova in un seminterrato buio e umido. La luce fioca arriva solo da una finestra aperta a vasistas, vicino al soffitto. Al centro, circondato dalle perline semilucide, c'è un ragazzo, non troppo più grande di lei.
Non è certo qualcosa di cui sorprendersi, tanti vivono in quei palazzi. Tuttavia, vicino non ha nè siringhe nè bottiglie, perciò Miranda intuisce che sia un qualche vagabondo scappato di casa e che si sia rifugiato laggiù per cercare riparo dalla tempesta che sta imperversando fuori.
«Io non sono di qui» , asserisce lui quando la bambina si avvicina per recuperare le perline. A quella affermazione, Miranda non riesce a trattenersi dall'alzare gli occhi al cielo. Tutti là dentro, ma proprio tutti, dicono di non essere di lì e che se ne andranno presto.
Beh, sorpresa ... Sono tutte cavolate! Anche sua mamma dice che quando riuscirà a mettere insieme quattro quattrini, se ne andrà lasciandola con le altre "creature", cioè i topi. Che tanto si somigliano.
Solo che i suoi termini sono decisamente meno educati.
«Da dove vengo io...», riprende il ragazzo con voce da narratore, «le madri non hanno figli e i figli non hanno madri. Tutti vanno in giro per le piazze e chiunque adotta chi vuole. Solitamente non dura molto, ma non fa nulla. Quando uno dei due si stufa, semplicemente il figlio va via e entrambi tornano in piazza. A volte succede che restano. E' raro, ma ci sono anche alcune coppie che durano in eterno».
Miranda pensa all'ipotesi di scegliere da sola la sua mamma e di lasciarla quando non le andrà più. L'idea le piace molto, quindi si siede accanto al ragazzo a gambe incrociate, aspettando che lui le racconti qualcos'altro. E lui lo fa.
Le narra cose che sembrano impossibili ma a cui lei crede con tutto il cuore.
Le parla di mercanti che non vendono oggetti ma emozioni uniche: la curiosità dei bambini, la gioia del primo amore... eppure, nessuno compra nulla. Tutti sanno che quelle sensazioni sono speciali proprio perché vengono vissute una volta sola e poi il sapore non è mai più lo stesso. Tuttavia, ogni passante lascia sempre una moneta, come una donazione, per gentilezza o per nostalgia.
Le parla di una città protetta da due giganteschi uccelli che volano sopra di essa e le fanno da scudo con le loro ali. Le narra anche di un'altra città, un tempo forte e gloriosa, abitata da cittadini che si erano dati alla pirateria e ora vivevano solo sulle navi, navi con strade, case, stadi e negozi.
Le parla di una donna che un tempo possedeva un gigantesco castello, che poi era crollato. La donna era rimasta a vivere tra le macerie. L'ala del suo drago la proteggeva dalla pioggia e dal vento e lei passava i giorni a contemplare il suo gatto.
Le parla di un bambino che, da anni, stava seduto sul ramo di un albero e sapeva tutto di storia, geografia, geometria, algebra, musica, arte e ogni singola lingua alla perfezione. Se qualcuno aveva una domanda su qualcosa, andava dritto da lui, che rispondeva senza un secondo di esitazione. Funzionava con lui come con i mercanti: nessuno gli chiedeva chi fosse, cosa mangiasse o da dove venisse, tutti sapevano che stava bene e questo bastava. Una ragazza si era innamorata perdutamente del bambino-genio ma, sapendo che lui non l'avrebbe mai ricambiata, provò a gettarsi da una scogliera. Poi, poco prima di sprofondare, si trasformò in aria e volò lontano con la brezza.
Le storie rubavano ore, giorni, mesi e anni. Miranda, ormai giovane donna, non sentiva nè fame nè sete, e neppure i vestiti diventare stretti.
«Raccontamene una diversa» esclama un giorno. Era la prima frase che aveva mai detto da quando aveva incontrato il ragazzo.
«Mi parli di mondi fantastici, ma io voglio sapere dell'odio».
«Odio? Perchè, tu odi?» domanda il narratore, vagamente stupito.
Miranda osserva le scale e la porta, scomparse anni fa nel nulla. Lei aveva sempre preferito stare là sotto che sopra.
«Odio il mondo che conosco io. Mi porti dove vivi tu?»
«Certo. Chiudi gli occhi» acconsente l'Angelo della Morte, riprendendo a narrare di un mondo che, per Miranda e per tutte quelle come lei, esiste solo nelle favole.
Sveva Giuliante, II C