Un incontro davvero speciale!
Mercoledì 1^ Giugno 2022, l’Associazione AMABILI CONFINI, di cui Francesco Mongiello è direttore artistico e che collabora da tempo con il Liceo Classico, grazie alla sua preziosa organizzazione logistica, ha portato nella nostra scuola, in uno spazio "sottratto alle macchine" antistante le nostre aule, la straordinaria e frizzante scrittrice, nonché docente della scuola Holden: Domitilla Pirro, autrice del romanzo “Nati nuovi. L’apocalisse dei ragazzini”, pubblicato da Effequ per la collana “Rondini”. L’incontro, rigorosamente in presenza, si è tenuto dalle ore 11:30 alle ore 12:30.
Con immenso piacere i nostri ragazzi hanno amabilmente chiacchierato del romanzo e di tanto altro... con la spigliata e simaticissima scrittrice.
Un'esperienza a dir poco unica!
LUDOLINGUISTICA
1) Acrostico che descrive le principali caratteristiche del libro utilizzando parole le cui iniziali danno, se lette di seguito, il titolo “Nati Nuovi”.
Neologismi
Attualità
Trasformazione
Istinto
Novità
Universale
Omicidi
Verità
Infezione
2) Tautogramma che riassume la trama utilizzando solo parole comincianti con la stessa lettera, nel nostro caso la vocale “I”.
Infezione inaspettata infiamma indole iraconda, incoraggia istinti innati, instilla irrazionalità in ingenui individui, imprigionati in irsute icone inumane, imparano indipendenza.
3) Lipogramma che esprime il significato di una frase originale del libro “Nati nuovi” senza utilizzare termini contenenti una specifica lettera, nel nostro caso la consonante “T”.
Frase originale (p. 20): Per Vera Giordano, invece, l'Evento è questo. Per Vera l'Evento sarà sempre quello del tre ottobre, quando Tommaso Dalmasso ha abbattuto il personale di servizio del Pronto Soccorso del Chianalini, ha innescato gli altri Nati Nuovi e guidato quella che per lei è stata la prima rivolta.
Frase modificata con il lipogramma: Per Vera Giordano l'inizio di una nuova era di uomini diversi è nel decimo mese dell'anno, quando Dalmasso ha ucciso il personale medico del nosocomio Chianalini a capo dei nuovi esseri.
Classe 1^B Liceo Classico
docente referente: Antonella Mattatelli
Acrostico che descrive l'attività lavorativa di Domitilla Pirro
Dux (direttrice di “Fronte del Borgo” della Scuola Holden)
Optima (è molto brava)
Minima et moralia (blog letterario italiano)
Iuvenes (giovani)
Taurinorum (Julia Augusta Taurinorum= Torino)
Inventrix (creativa)
Lingua (usa una lingua originale)
Ludus (scuola Holden)
Auctor (autrice)
Publicare (giornalista pubblicista)
Indomitae (progetto didattico-narrativo “Merende Selvagge”) Res publica (ha pubblicato racconti per “la Repubblica”) Referre (riferisce notizie e narra storie)
Omnibus (scrive per tutti)
Classe 2^B - Liceo Classico
docente referente Antonella Mattatelli
Le nostre riscritture
Rosso Malpelo - di Sabrina Charis Dragone 1^D Cambridge
Mi chiamano Rosso Malpelo perché ho i capelli rossi e, secondo loro, ho i capelli rossi perché sono un ragazzino malizioso e cattivo. Mia madre, per prima, pare abbia dimenticato il mio nome di battesimo. Pure io, guardando i suoi quattro peli bianchi e pure spettinati, mi metto a pensare che sia una strega, anche perché, almeno con me, da strega si comporta; però non lo vado mica a dire in giro...dei suoi capelli me ne frega ben poco. Mi può chiamare Malpelo, cane rognoso, brutto ceffo o come le pare, ma voglio vedere come diventerebbero ringhiose lei e mia sorella se, senza il denaro che porto a casa, le loro bocche non venissero sfamate. Ormai mi piglio le busse senza protestare...anche se, ogni tanto, penso a cosa succederebbe se decidessi di ribellarmi e vendicarmi di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sembra ci abbia messo la coda il diavolo. Del resto, forse, è questo che si aspettano da me. Devo solo attendere il momento giusto. Ho dovuto sopportare anni e anni di occhiatacce, brutte parole, botte, ma il momento giusto è arrivato, ed è oggi. Si deve esplorare un passaggio della cava che comunica con un pozzo vicino a valle, ma c'è il pericolo di smarrirsi e non tornare mai più.Indovinate un po' chi ci hanno mandato nelle braccia della morte? Me, ovviamente...levandomi di torno non posso che far loro un piacere! Che sia chiaro, vagare eternamente nel buio di una cava è mille volte meglio che attraversare le vie di questa città di matti, ma io penso di meritarmi un destino più felice, e non c'è niente che io possa preferire a punire le persone che, ogni giorno, mi hanno condannato. Perciò, come sempre privo di lamenti, mi sono avviato. Ho preso gli arnesi di mio padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco con il pane, il fiasco del vino e mi sono allontanato con le voci alle spalle che, per ogni mio passo in avanti, diventano sempre più allegre e festose. Ciò che non sanno è che io, da esperto della cava, meglio di chiunque ne conosco i segreti, gli ostacoli e anche le vene da scavare per poter ritrovare la superficie. Il giorno prima di partire, infatti, ho creato una piccola apertura in un punto che sapevo mi avrebbe ricondotto all'esterno. È proprio da lì che, dopo qualche ora di fatica, sono riemerso, pronto a vendicarmi. Decido di passare qualche giorno nei campi, il tempo che basta per far credere a tutti di aver lasciato le ossa nella cava e quindi gioire per la tanto attesa scomparsa del mostro. Peccato che, se davvero mi fosse entrato il diavolo in corpo come dicevano, non certo sarebbe bastata la mia morte per liberarsi di me. Perciò scelgo di fare proprio questo: confermare le loro assurde convinzioni sfruttandole a mio vantaggio. Di notte, torno in paese e, fingendomi l'ombra del mio spirito malvagio, faccio precipitare bicchieri, spalanco finestre, rovescio armadi. Niente di così crudele, insomma, sono solo curioso di vedere le loro facce spaventate nel trovarsi ancora davanti i miei capelli rossi e gli occhiacci grigi.
La chiave ritrovata di Mariagrazia Martoccia - classe 2^E Ginn@sio4.0
Ma sì, chiamatemi pure pessimista, depresso o con qualsiasi altro appellativo vi venga in mente. Rimanete convinti della vostra idea. Non preoccupatevi di esaminare come davvero sono i fatti. Vi piacerebbe trascorrere la vostra vita sentendovi rinchiusi in una gabbia la cui chiave è tenuta nascosta e ben custodita da un padrone severo e conservatore? Ecco, ora forse potrete iniziare a capirmi.
Mi presento, sono quell’animale chiuso in gabbia. La gabbia si chiama Recanati, la città in cui nacqui nell’ormai lontano 1798. Il padrone è mio padre, il conte Monaldo Leopardi, uomo colto ma pieno di pregiudizi.
Sono stufo di vivere rinchiuso in questo ambiente chiuso e privo di opportunità, in cui mi sento oppresso e limitato.
“Parlane con i tuoi genitori no? Troveranno il modo per farti lasciare la città”
Ma che pensiero carino, grazie per il consiglio. Patetici.
Come se non avessi trascorso lunghi anni della mia vita a cercare di far capire loro che questo posto non è adatto a me.
“Giacomo qui hai la tua famiglia.
Giacomo qui hai il tuo precettore.
Giacomo qui hai la tua biblioteca che fa invidia a chiunque.”
Credete davvero che possa rendermi felice una biblioteca che durante i miei “sette anni di studio matto e disperatissimo” ho consultato tutta più e più volte da conoscerne a memoria la posizione e la quantità di polvere presente su ogni singolo libro? Credete davvero che possa essermi utile un insegnante che ho di gran lunga superato dopo i primi mesi di lezioni? Ma soprattutto, credete davvero che possa definire famiglia coloro che non comprendono il male che mi stanno facendo lasciandomi vivere qui? Lascio a voi la facoltà di rispondere.
Correva l’anno 1819 quando per la prima volta tentai di fuggire da questa casa, ma fallii miseramente, causando l’ulteriore collera di mio padre.
Ma questa volta sarà diverso, non lascerò che lui mi fermi ancora una volta.
Arrivate le ore più buie della notte e nel totale silenzio sono giunto vicino lo scrittoio di mio padre dove si reca ogni mattina. Posiziono la lettera d’addio, do l’ultimo saluto alla biblioteca, unica ancora di salvezza in questo inferno, e finalmente sono fuori dalla gabbia. Ora è tempo che la chiave la custodisca io.
“ Caro padre,
forse neanche immagini quanto immenso sia l’amore e la stima che ho nei suoi confronti. Un padre esemplare, desideroso che il proprio figlio raggiunga un elevato livello di cultura e di saggezza. Ed è per questo signor conte che ho deciso di riportarle alla memoria una tra le più celebri frasi che ho avuto modo di studiare trascorrendo le mie intere giornate nella sua lussuosa biblioteca:
“Faber est suae quisque fortunae”
La ricorda egregio padre? Bene, ora è tempo che io la metta in pratica e prenda fra le mie mani le redini del mio futuro. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi permesso di fuggire proprio grazie ai suoi insegnamenti. Una volta mi disse che la cultura rende liberi e sono pronto a volare libero. Libero e lontano da questa dimora.
Non si preoccupi di cercarmi, questa volta sarà impossibile trovarmi.
Con affetto,
Giacomo Leopardi
Ifigenia di Elena Montemurro - classe 2^E Ginn@sio4.0
“Padre, rivelazione più amara non potevo avere in questa giornata. Mi hai illusa, pensavo di sposare e vivere finalmente con un eroe, con un uomo così importante che avrebbe dato lustro alla mia persona e alla nostra famiglia, ma piani di altra natura hanno preso il sopravvento, disegni che non prevedono gioie per tua figlia e per la tua famiglia.
L’unica finalità che persegui è quella di affermarti come il più forte e di passare alla storia come colui che ha comandato la spedizione contro Troia e che ha vinto contro i nemici. Hai sacrificato sull’altare del tuo egoismo e della tua arroganza gli affetti più importanti nella vita di una persona. Sei disposto a sacrificarmi! Preferiresti uccidermi piuttosto che fallire! Rinunci alla vita di tua figlia pur di non dispiacere agli dei. Potresti dimostrare di essere più coraggioso proprio opponendoti al loro volere e invece la tua vanità ti ha portato a questa decisione. Piango non per la paura che scuote le mie membra, ma per quello che avrei potuto vivere con la gioia di un marito e con dei figli. Piango per la delusione che mi hai inflitto. Accetto il mio ingiusto destino”.
Così dicendo Ifigenia china il capo e si avvicina lentamente al padre, rapida e furtiva scorge il pugnale dell’Atride ancora nel fodero e con un gesto repentino afferra il coltello e coraggiosamente lo conficca nel suo collo, guardando con aria di sfida gli occhi fermi del padre. Cade a terra in ginocchio mentre un sorriso si fissa sul suo viso morente. Ifigenia ha vinto, non ha permesso che suo padre la sacrificasse, gli ha sottratto l’affetto di una figlia e l’opportunità di ripartire alla volta di Troia.