Mettiamo a disposizione sul nostro sito un’intervista a Sofia Cavalletti, tratta dalla rivista “Il sicomoro”, n. 7, inverno 1998/1999, già pubblicata on-line dalla stessa rivista
COME PESCI NELL’ACQUA DI DIO
I bambini e la catechesi secondo Sofia Cavalletti
Sofia Cavalletti è la fondatrice di un Centro di Catechesi infantile a Roma. Comincia la sua esperienza quarantaquattro anni fa con bambini a partire dai tre anni. Fondandosi su principi montessoriani, li porta a conoscere ed affrontare in modo diretto i testi della Parola di Dio e della Liturgia.
Il risultato è sorprendente: i bambini non solo accettano con gioia le due ore settimanali di catechesi, ma hanno una risposta di vero e pieno godimento. Sembra che nella figura del Buon Pastore, la parabola che più di tutte li accompagna per tutti i sette-otto anni di catechesi, trovino un saldo appoggio, un rifugio sicuro, e attraverso di essa riescano a penetrare con semplicità le verità più profonde della fede.
L'esperienza si allarga. Dagli indios in Messico agli amerindi negli Stati Uniti, all'Europa Centrale e Orientale, all'Italia, bambini di tante sfumature culturali e classi sociali diverse reagiscono a questa catechesi con la stessa gioia e recettività.
D.: Dal nostro catechismo parrocchiale i bambini scappano annoiati. La prima risposta che ci si dà è che la fede, la religione si possono capire solo maturando, ma per i bambini sono ancora un elemento esterno.
R.: Io non limiterei il fatto religioso al risultato di sollecitazioni culturali. Una componente culturale è certamente presente, ma c'è anche - e forse soprattutto - un livello ben più profondo. È un campo in fondo ancora tanto controverso questo: alcuni negano addirittura che il bambino sia capace di un rapporto con Dio, concentrano tutto sul fatto razionale; quindi prima dei sei anni il bambino non ha un pensiero razionale compiuto, è incapace di rapporto con Dio... Però questo contrasta anche col fatto che battezziamo il bambino fin dalla nascita: allora dovremmo aspettare l'età della ragione! Invece, quello che in genere concedono gli studiosi più "generosi" in questo campo, è un certo "innatismo religioso" nel bambino. A me non soddisfa neanche questo, dirò la verità: mi piace di più parlare di connaturalità del bambino con Dio. Non ho una sufficiente preparazione filosofica per chiarire bene la differenza fra innatismo e connaturalità, comunque l'innatismo mi fa pensare a qualche cosa di un po' passivo, che c'è nel bambino, ma sta lì e dorme; la connaturalità mi piace soprattutto per questa particella con, che esprime il rapporto. Parlo di connaturalità, non parlo sul piano teorico, ma in base a quello che ho visto: ho visto come bambini di questa età possano godere in modo vitale, profondo, globale di un rapporto con Dio; questo mi fa pensare a persone che abbiano trovato corrispondenza essenziale, cercata, che appaga esigenze profonde; che abbiano trovato l'ambiente, la persona che cercavano.
Significa che i bambini "sentono" o "capiscono" Dio?
Ogni persona umana cerca la relazione, ma sembrerebbe che nella persona di Dio il bambino trovi una connaturalità, una rispondenza; tante volte ho avuto l'impressione, entrando nella stanza dove i bambini lavorano, di "pesci nell'acqua", come di chi ha trovato l'ambiente vitale che lo può appagare, nell'intimo più profondo. E allora vengono fuori questi fenomeni di concentrazione profonda, di gioia particolarissima e di godimento che quasi si palpa nell'aria, come di chi ha trovato l'ambiente vitale e dice: "Come sto bene qui". Il desiderio di starci, di restarci, di non andar via, di continuare nell'esperienza sono fenomeni che ormai abbiamo visto in tanti bambini in tante parti del mondo, in tanti livelli sociali e culturali diversi: si può affermare dunque che questo, in base a ciò che abbiamo visto, è la risposta del bambino all'esperienza religiosa. Che significa? Significa che c'è questa attrazione particolare: Adele Costa Gnocchi, stretta collaboratrice di Maria Montessori, diceva che Dio e il bambino "se la intendono". Mi sembra un'espressione tanto buona, tanto adeguata. C'è come un filo diretto; lo possiamo chiamare connaturalità o come vi pare, ma un filo diretto c'è tra Dio e il bambino. Si trovano bene, uno attira l'altro, stanno bene insieme.
Quale influenza ha l'ambiente?
Certamente ad un certo momento l'ambiente ha una sua influenza, tanto è vero che, per quello che io posso dire, chi è veramente forte nel difendere questa connaturalità con Dio è il bambino piccolo; man mano invece che il bambino apre nel crescere all'influsso della società più ampia, allora questo rapporto è meno forte. Direi che è abbastanza chiaro: l'ambiente ha una sua valenza, qualche volta negativa e qualche volta positiva. Non è negativa soltanto negli ambienti non religiosi, qualche volta pure quelli religiosi comprimono certe potenzialità per troppa "super-nutrizione" scorretta in una direzione sbagliata. Non posso dire che i bambini di famiglie particolarmente praticanti siano i più sensibili.
Normalmente si parte dall'importanza della famiglia: buon esempio di amore paterno e materno. Il bambino può capire l'amore di Dio.
A me pare che fare dell'amore dei genitori o comunque di chi è più vicino al bambino il canale necessario dell'amore di Dio è estremamente limitante; si limita l'amore di Dio alla dimensione umana, lo si considera secondario rispetto alle condizioni in cui il bambino vive. Ma a me sembra - parlando sempre in base a quello che ho potuto osservare - che l'amore di Dio sia primario nell'esperienza umana del bambino piccolo. Certo è bello poter dire ad un bambino: "Papà e mamma ti vogliono bene"; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio?
No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell'amore umano: l'ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece all'annuncio del Pastore che "li chiama per nome" si aprivano ad un immenso godimento (1).
Dunque bisogna distinguere fra esperienza ed esigenza: l'esperienza è qualche cosa che si è vissuto, può essere una cosa che ha dato un approccio positivo alla vita o negativo, comunque è dipendente dall'esperienza: deve succedere un fatto perché io abbia l'esperienza. L'esigenza, a mio avviso, è ciò che sta più profondamente nella persona umana e che non dipende da questa o da quella esperienza: è una potenzialità che chiede di essere appagata. Questa è l'esigenza, che quindi prescinde dall'esperienza.
Con l'esperienza siamo al livello di fatti, potrei dire di storia, qualcosa quindi che cambia da persona a persona; con l'esigenza stiamo alle radici stesse della vita. In ogni essere umano c'è l'esigenza di relazione, cioè di trovare qualcuno che mi cerca - per parlare con le parole della parabola del buon Pastore: che mi "chiama per nome" - e a cui posso rispondere. L'esigenza è come una fame che cerca il cibo necessario, una fame che può fare l'esperienza di trovare il suo appagamento, ma può anche non trovarlo, e resta viva anche non trovandolo.
Il fatto religioso si pone al livello di esigenza vitale e quindi a un livello più profondo dell'esperienza. La catechesi, molto diffusa oggi, che vuole partire dall'esperienza, si situa a un livello abbastanza superficiale.
Ma se non si parte dall'esperienza, come è possibile trasmettere ai bambini una fede dai contenuti così complicati?
Il fatto è che non credo che la fede cristiana sia di per sé complicata. Spesso noi la complichiamo, perché è normale, forse rassicurante complicare. Io credo all'essenzialità della fede cristiana, e quindi alla sua semplicità, e le cose essenziali e semplici sono immediate. Ricordo un bambino appena più piccolo degli altri, che con lui facevano la Prima Comunione (aveva 6 anni): rimasi strabiliata nel vedere che parlava dei rapporti inter-trinitari come se fosse un discorso normale. Non gliene avevamo mai parlato. Credo che spesso siamo noi a complicare e non rendiamo un servizio né a noi stessi, né ai bambini.
Come si può semplificare senza diventare banali?
C'è una grossa differenza tra semplicità e semplificazione. La semplificazione è un'operazione di riduzione, di rimpicciolimento; la semplicità è un modo di essere, e le cose grandi sono semplici. Dio è semplice, il mistero della Trinità sarebbe semplice se noi non lo complicassimo; ai bambini certamente vanno date le cose semplici, ma le cose semplici corrispondono alle cose essenziali, quindi alle cose grandi. Devono essere date in un certo modo, corrispondente all'essenzialità del soggetto stesso e di chi lo riceve. Ma la semplificazione no. Quel bamboleggiare col bambino: l'angioletto, il bambinello...
Racconto sempre l'episodio di quel bambino che, informato dell'esistenza dell'angelo custode ha risposto che non sapeva che fare dell'angelo; aveva già il Buon Pastore. Chi ha scelto fra i due? Il Buon Pastore! Il bambino va a cercare le cose grandi.
Dunque né complicazione, né semplificazione: la parola giusta qual è?
Essenzialità. La grande disciplina che impone la catechesi dei piccoli è proprio questa: la fedeltà all'essenziale. Nella scelta dei temi e nel modo di presentarli. Si vede chiaramente soprattutto in un bambino piccolo: se si abborda una cosa secondaria, ti accorgi subito che non ti segue. Oppure se dici troppe parole: sei finito. Bisogna annunziare il Kerygma nella sua essenza.
Questa è stata l'esperienza più grande per noi, perché ci ha obbligato ad un'essenzialità che non è facile, perché sono spietati, i bambini: appena "scantoni" un po', ti abbandonano, ma in modo chiaro. Il più grande ormai è abituato alla scuola, per cui porta pazienza; il bambino di due anni se ne va, fisicamente: prende la sedia e se ne va. È una scuola dura proprio per gli adulti-catechisti, però è bellissima.
Mi sembra una visione un po’ diversa del modo usuale di fare catechesi...
L'adulto deve trasmettere quello che ha ricevuto, evidentemente, però tenendo presente innanzi tutto che non è un insegnamento scolastico, che il bambino non è un sacco vuoto da riempire. L'annuncio dev'essere dato nel modo più "disinteressato" possibile: io te lo do, e poi lo amministri tu; una volta che ho fatto la mia parte, basta. Per questo è così importante per il nostro lavoro il materiale (2) che serve a lasciare il bambino indipendente dall'adulto nell'ascolto di quanto ha ricevuto. Altrimenti l'adulto interferisce sempre con una presenza che può disturbare e invece di aiutare la comunicazione, può impedirla. L'importante è quel secondo momento in cui il bambino sta da solo, ripensa a Gesù buon pastore, cosa fa, come conosce le pecorelle...
Il nostro materiale non è didattico, cioè un aiuto all'insegnante per rendere il suo insegnamento più attraente; è un materiale di carattere montessoriano, cioè un aiuto alla meditazione del bambino, permette al bambino di continuare a considerare quanto è stato presentato, indipendentemente dalla presenza dell'adulto. L'adulto ha la funzione di indicare alcuni punti, però poi deve essere abbastanza bravo da ritirarsi e lasciare il posto all'intima conversazione con il Maestro interiore. Siamo in genere troppo interventisti. Mi scriveva adesso una allieva croata catechista: una bambina di tre anni aveva fatto un disegno, poi ne aveva cominciato a fare un altro e lei, per zelo, le si è avvicinata e le ha chiesto: "Adesso che stai facendo?". E lei ha risposto: "Scostati! Scostati! Vai via!". Solo a disegno finito gliel'ha fatto vedere. Evidentemente era un intervento assolutamente indebito: il momento del lavoro personale è il momento costruttivo: è l'ascolto del Maestro interiore. Non siamo noi che insegniamo. e questo per gli adulti è difficile.
Se lei dovesse dare un'immagine, una parola per definire il catechista?
"Il servo inutile". Sì, io credo che questa del servo inutile sia una grande verità: il servo deve fare, altrimenti è pigro; però è inutile. Del resto anche S.Agostino nel De Magistro dice come si fa ad imparare: prima ci vuole qualcuno che annunci, ma il momento importante dell'apprendimento è dopo, quando si riconsidera dentro di sè quello che si è ascoltato. Lo dice chiaro, con un'incisività agostiniana tutta particolare: Numquam posso docere (4). Questo per un adulto è difficile da accettare, perché ti spiazza, come spiazzata era quella giovane che, venuta la prima volta da me, si è sentita dire: "Cerca un po' dove sta la cattedra". E lei ha girato per le stanze della catechesi, e non la trovava, e diceva: "Ci deve essere!".Non c'è perché non ci deve essere.
Come è diverso questo dalla mentalità corrente, quando si pensa che per interiorizzare la fede basti spiegare delle cose, basti dire: "Ne abbiamo parlato"...
Questa è la mentalità scolastica, ma la catechesi è qualcosa di molto più profondo e più ampio. Anche certe prediche che si sentono: danno spiegazioni e chiudono l'argomento. Ma non è questa la catechesi, che deve essere rivolta all'apertura al mistero. Come dice Stefano Levi della Torre: è il mistero a dar respiro alla conoscenza, a farla lievitare nelle più mirabili costruzioni della cultura. Il mistero, cioè, fa lievitare la conoscenza; se invece delimitiamo, spieghiamo, definiamo tutto, cominciando dalle parabole, che sono le ultime cose che andrebbero spiegate, il mistero non c'è più. Non è più attraente: se mi fai vedere i limiti, non mi interessa più.
Sta dicendo che nel nostro catechismo noi spieghiamo troppo?
Sì, non si esce dalla mentalità scolastica: insegnamento, apprendimento, verifica. E così ho limitato tutto. Ma il limitato non è attraente, è l'immenso; il mistero che attrae. Se vedo il limite, e ne urto il confine, ad un certo momento mi vengono i lividi. Invece, che ricchezza, che saggezza che ha il metodo delle parabole:
"Vuoi sapere com'è il ‘Regno dei cieli’? Guarda un po' un semino piccolo, piccolo...
Pensaci, guardalo, continua a guardarlo, vedrai che poi..."
Non c'è nessuna pretesa di esaurire l'argomento, si apre invece una possibilità di indagine: è un atteggiamento. Credo che le parabole siano uno strumento di educazione alla fede molto grande, perché aprono a quello che non si vede. Vedi un semino e dici: Il Regno di Dio quello? Eppure così è. La piccola Cristina, cinque anni, stava impastando la pasta con il lievito (in relazione alla parabola del Regno come lievito che fermenta tutta la pasta) e le hanno chiesto: "Cosa stai facendo?". Lei ha risposto: "Guardo come cresce il Regno di Dio!". Questo è vedere l'invisibile: a loro non fa nessuna difficoltà.
Allora secondo lei la catechesi "di memorizzazione" è limitante?
Solo un esempio: nei primi tempi noi facevamo anche una preparazione "alla meglio" alla Cresima. Si era dunque nei primi anni: imperava l'apprendimento mnemonico del catechismo e io non avevo ancora la coscienza del tutto tranquilla, perciò avevo pensato che si poteva dare loro anche un po' di catechismo tradizionale. Indicai alcune definizioni e queste furono imparate. E mi ricordo una bambina molto intelligente, molto carina, che conosceva la Chiesa come l'ovile del pastore, la vera vite (tutte immagini bibliche), alla quale feci imparare la definizione di Chiesa. Era piccolina, ma voleva fare a tutti i costi la Cresima, ci mise tutto il suo impegno e la disse benissimo. Ma quando le chiesi di spiegarlo con parole sue in base alle parabole, non riuscì a rispondere: evidentemente ormai era bloccata, la Chiesa era quella definizione lì.
Che cosa sanno a memoria i miei? Il Padre Nostro, l'Ave Maria con un po' più di difficoltà, perché se vanno a Messa l'Ave Maria "non c'entra"; sanno il "Mistero della fede", che è essenziale. Molte parabole vengono ripetute tante volte, da saperle quasi a memoria.
Come vede una catechesi che privilegi l'elemento etico-morale?
Credo che sia fatale scadere nel moralismo, per il fatto che si comincia la catechesi nell'età sbagliata (sei-otto anni), quando il problema morale è già forte nel bambino, cioè quando è un po' il bambino stesso a portarci su questa strada. Se si comincia la catechesi esplicita quando già il problema morale è in ebollizione, finisce che poi Dio è soprattutto il giudice.
Ma la morale prima di tutto è la relazione, essere una persona morale vuol dire essere una persona in relazione.
Il primo giorno che parliamo del Buon Pastore ai nostri bambini di due o tre anni è già preparazione morale, perché aiutiamo il rapporto di relazione con Dio. Certamente la catechesi per il novanta per cento dovrebbe essere kerygma; e poi anche parenési, evidentemente, a partire dall'età giusta; cioè ad un certo punto bisogna distinguere: questo è bene, questo è male, e le massime del Vangelo, e il Decalogo; ma lo stesso decalogo comincia con Dio che dice: "Io sono". Poi, voi fate. Prima però Io sono quello che vi ha liberato; prima stabilire il rapporto.
Questo è un altro punto molto difficile da accettare: ricordo la prima volta che facemmo qui gli esami del corso degli adulti, e venne un sacerdote del Vicariato; alla fine lo accompagnai alla porta e mi disse: "La ringrazio, molto interessante, ma c'è poca morale". Aveva ragione, nel senso di parenési diretta: ce n'è poca. Ma c'è n'è tanta ad un altro livello, al livello fondante: senza di quello, che cos'è la parenési?
Questo vale anche per gli adulti, però. E sinceramente abbiamo l'impressione che ci sia tendenza ad anteporre la morale al rapporto col Maestro interiore.
Guardando sempre al negativo, non si arriva al positivo. E noi molto spesso purtroppo ci concentriamo sul negativo, e lì restiamo, come se ci impantanassimo nel fango. Se accendi una luce, può essere che anche se stai nel pantano poi cerchi di uscire; ma il punto di partenza non può essere assolutamente il pantano, ma la luce. Il punto di partenza è l'alleanza, il rapporto. La parabola del buon pastore è una parabola di alleanza: egli chiama per nome ogni pecorella, e le pecorelle ascoltano la sua voce, così la parabola del tralcio e della vera vite. Il tema fondamentale di tutto il nostro lavoro è l'alleanza. A sei-sette anni si introduce la parte storica, perché l'alleanza ha una storia, uno svolgimento nel tempo. L'Eucarestia è il sacramento della nuova ed eterna alleanza. Invece sembra un po' una cosa da specialisti, i "biblisti" parlano dell'alleanza. Eh, no!
Forse, rispetto al quesito iniziale che ponevamo, qualcosa si è chiarito. Però vorrei riproporlo a conclusione di questa intervista: perché i bambini "scappano" dal catechismo?
Sì, alcune chiese fanno una fatica grande a tenere i bambini. Perché questo rifiuto? È una cosa che fa pensare. O io sono una illusa? Ormai abbiamo tanti centri in tutte le parti del mondo, migliaia di bambini che sono coinvolti, e riscontriamo una risposta di godimento. Perché manca in altre realtà? Credo proprio che manchi per il fatto della scolarizzazione della catechesi, perché la catechesi scolarizzata travisa la catechesi, la distrugge completamente come catechesi, e allora il bambino si stufa, e ha ragione.
E perché la catechesi è diventata, un puro esercizio scolastico?
Perché non si dà fiducia ai bambini, non si crede che possano vivere un rapporto privilegiato, connaturale con Dio. E allora se non ce l'hai, io ti insegno queste cose, tu le ripensi con la tua mente, capisci quel che capisci, per adesso le impari a memoria, poi le capirai un giorno... L'apertura al mistero è molto importante nella catechesi, direi che è fondamentale proprio come formazione della persona, questo aprirsi a qualche cosa che adesso comincio a conoscere, ma poi ce ne sarà tanto altro ancora. Se no chiudiamo le finestre. Avevo un'allieva che diceva: "Cos'è una parabola? E' una finestra sempre aperta!". Non bisogna chiudere le finestre!
Allora è giusto negare alcuni sacramenti, come la Comunione, ai bambini piccoli, che forse li vivono e li capiscono meglio di noi?
Assolutamente no. Qui c'è un grossissimo peso delle abitudini del tempo, perché ad esempio quando noi presentiamo ai bambini il buon pastore e la presenza eucaristica del buon pastore, molti bambini dicono: "Allora pure io voglio fare la comunione". E hanno tre-quattro anni. Però quando abbiamo tentato non dico di spingerli, ma di sollecitarli a chiederla, di fatto non lo fanno, perché vedono la comunione come qualcosa che si fa a nove-dieci anni. Ed è proprio un peccato.
-------------------------------
Note al testo
(1) Nei libri di Sofia (Sofia Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino, Città Nuova, IV ed., 1993; Il potenziale religioso tra i 6 e i 12 anni, Città Nuova, 1996) viene accuratamente descritta l'esperienza di alcuni bambini con famiglie difficili resi felici dalla conoscenza del "Buon Pastore". Sono pagine per certi aspetti quasi incredibili e di cui si consiglia la lettura.
(2) Il materiale consiste in statuette di legno che rappresentano i personaggi delle varie parabole. Per mezzo di essi, i bambini rivivono la parabola, realizzando così quel "dialogo con il Maestro interiore" di cui Sofia parla.
(3) Per diventare catechisti del Centro di Catechesi di Sofia è necessario frequentare un corso triennale, con tanto di esame conclusivo.
(4) "Mai, in nessun modo io posso insegnare".