Educazione e Iniziazione Cristiana
DI
Patrizia Cocchini
La catechesi del Buon Pastore con bambini dai 3 ai 12 anni è cominciata a Roma nel 1954 ispirandosi ai prìncipi montessoriani. Si è presto diffusa in ambienti sociali diversi, e, a partire dal 1969 in paesi e culture diverse.
È stato osservato che i bambini, fin dalla più tenera età, ricercano l’esperienza religiosa con avidità, si appagano solo se aiutati a viverla nei suoi elementi più profondi ed essenziali, rifiutando ogni infantilismo.
Per questo ha grande importanza la preparazione dell’ambiente, la stanza dove i catechisti con i bambini fanno catechesi che è stato chiamato Atrio, come l’ambiente che è situato prima dell’ingresso nella Chiesa.
Il catechista non è un maestro, perché l’unico vero Maestro è Gesù. La catechesi del Buon Pastore si avvale di un materiale di tipo montessoriano che è uno strumento importante per la formazione religiosa. Il materiale intende essere un aiuto al bambino, per dargli modo di soffermarsi, da solo, senza interferenze da parte dell’adulto, su quanto ha ascoltato dal catechista. E serve anche al catechista perché lo aiuta a prendere il suo giusto posto nella catechesi. Si tratta di qualcosa di grande importanza per la nostra educazione personale come catechisti.
Nell’educazione cristiana di questa catechesi, l’apporto dei catechisti è minimo: quello che si vive nella catechesi è qualcosa di veramente grande: e contemplare la gioia dei bambini nell’incontro con Dio, quello stupito incanto e profonda gioia, che lo mette in pace, nell’appagamento di un’esigenza vitale.
È stato il bambino, lasciandoci intravedere come possa essere “nuovo” (espressione di Maria Montessori quando ha scoperto la sua potenzialità religiosa) anche nel rapporto con Dio, a guidarci nella scelta fra i vari temi presentati nella catechesi dei punti principali del messaggio cristiano. Perché il bambino è essenziale, è globale, è profondo.
Sono stati i bambini a indicarci quali temi appagassero le esigenze profonde dell’infanzia e della fanciullezza. Attraverso i loro disegni, le loro parole scoprivamo quale punto dell’annuncio aveva una rispondenza particolare in loro e questo era un tema biblico essenziale: l’alleanza. Con l’alleanza siamo nel cuore della fede ebraica e cristiana ed è il filo conduttore di ogni annuncio che presentiamo ai bambini.
Tutte le presentazioni che facciamo ai bambini del messaggio cristiano sono innanzi tutto “annuncio”, e per questo fonte di stupore e di gioia, ma sono anche fonte di profondissima risonanza morale.
Nell’avventura della catechesi del Buon Pastore un momento importantissimo è stata la scoperta del valore ecumenico di essa, la guida sicura per questo cammino ecumenico ci è stata data ancora una volta dal bambino, nella sua esigenza di essenzialità e nelle cose essenziali ci ritroviamo tutti.
ISR "Alberto Marvelli" Seminari di Formazione Pastorale e Corso di Aggiornamento
21 FEBBRAIO 2006 «L'arte di educare nella fede»
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DALLA “MESSA DEI FANCIULLI” AL RUOLO DEI BAMBINI NELL'ASSEMBLEA LITURGICA
di Bernardetta Forcella
…provando a proporre un capovolgimento
di ottica: non tanto trovare il modo di
far posto anche ai bambini, di far
partecipare anche loro, ma di partire
proprio dalla loro partecipazione e dal
loro desiderio per scoprire anche per gli
adulti un modo più vitale e più “goditivo”
di vivere l'esperienza liturgica
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria. Pietro disse a Gesù:
«Maestro e bello per noi stare qui... » (Lc. 9,2-33)
Questo passo, che racconta l'esperienza dei discepoli di fronte alla Trasfigurazione di Gesù, mi è sempre sembrato quello che descrive il vertice della possibilità di godimento dell’uomo nel rapporto con Dio e del suo desiderio profondo di “stare”, di “rimanere” con Lui.
Godimento che non esclude tuttavia il sonno, la difficoltà di comprensione della pienezza del mistero: ma, nonostante questo, “videro la sua gloria”.
Ora, nella nostra vita di fede, è dato anche a noi di poter vedere e gustare la gloria del Signore almeno in un anticipo di quello che sarà il godimento totale escatologico?
È la liturgia, e soprattutto la liturgia eucaristica (nella quale annunciamo e viviamo La morte e La resurrezione del Signore nell'attesa della tua venuta) il momento nel quale i nostri occhi sono aperti e possiamo vedere in anticipo e gustare la gloria di Dio?
Dell’eskaton... l'eucarestia è, già in se stessa, anticipo, pregustamento e presenza “velata”; celebrando, cioè, si è – già oggi – resi partecipi del cibo degli angeli.. “Posti in terra, già ci fai partecipi di realtà celesti”
(Postcom. Domenica II di Quaresima).
E perché mai l’esperienza che i cristiani fanno in generale della liturgia è così lontana da questo godimento?
Perché mai essa e vissuta come un rito doveroso, da sopportare restandone per lo più ai margini?
A maggior ragione per i bambini, poi, la Messa è faticosa e insopportabile e in tutte le comunità ci si trova di fronte al problema di inventare modi ed espedienti per rendere ai bambini più gradevole la partecipazione alla Messa domenicale.
Se provassimo a prendere sul serio le parole di Gesù: lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli (Mt. 19.14) e ci lasciassimo guidare da loro (a cui appartiene veramente la comprensione delle cose di Dio) a scoprire come vivere e celebrare la Liturgia... se fossero il loro godimento e la loro partecipazione la misura e la verifica della verità delle nostre celebrazioni, forse faremmo fare a tutta l’assemblea del popolo di Dio un salto qualitativo di partecipazione e di godimento... perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”. (Mc.10.14)
La partecipazione al mistero è spalancata dunque anche per noi, ma solo se ci mettiamo alla scuola dei bambini e ci lasciamo guidare da loro.
Vorrei inserirmi nel dibattito che di recente è stato stimolato dalla pubblicazione di un numero della rivista Concilium, “Dove stanno i nostri bambini?”, che affronta anche il problema del loro “posto” nella Chiesa e nell’assemblea liturgica (vedi soprattutto l’articolo interessantissimo di Birgit Jeggle-Merz "”Iniziazione dei bambini alla Liturgia - Partecipazione dei bambini alla liturgia”) provando a proporre un capovolgimento di ottica: non tanto trovare il modo di far posto anche ai bambini, di far partecipare anche loro, ma di partire proprio dalla loro partecipazione e dal loro desiderio per scoprire anche per gli adulti un modo più vitale e più “goditivo” di vivere l'esperienza liturgica.
Lavorando con i bambini molto piccoli, si può sperimentate come il godimento e la gioia profonda siano le caratteristiche tipiche della risposta dei più piccoli all'esperienza religiosa.
Esistono esperienze fondamentali e ormai consolidate di catechesi con i bambini dai tre anni nei centri del “Buon Pastore” nati dall’esperienza e dalle riflessioni di Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi nell'ambito del metodo Montessori. Essi sono presenti (oltre che a Roma) in Austria, Germania, ma soprattutto in Messico, Stati Uniti, Canada, America Latina ed Australia. Dal libro nel quale è raccontata questa ricchissima esperienza (e al quale farò spesso riferimento) leggiamo:
«Dopo la catechesi, dopo la preghiera, dopo la Messa non si hanno mai reazioni scomposte – corse, grida – che indicherebbero che i bambini hanno fatto uno sforzo, o che sono stati compressi; al contrario, essi prolungherebbero – appagati e tranquilli – l'esperienza, continuando a lavorare raccolti, parlando a voce sommessa o cantando con gioia intensa e serena. Sembrerebbe che una corda profonda sia stata toccata, ed essi, come incantati, continuino ad ascoltarne, nel segreto del cuore, le vibrazioni prolungate.
(...) La risposta che i bambini danno all'esperienza religiosa... sembra coinvolgerli nel profondo, in un appagamento totale. “Il mio corpo è contento”, disse Stefania, dopo aver a lungo pregato con i suoi piccoli compagni».
Queste caratteristiche inequivocabili ci dicono in che modo il bambino entri in rapporto con Dio e con il suo mistero. La loro presenza rivela senza possibilità di dubbio se noi siamo stati di esso mediatori fedeli e se gliene abbiamo consentilo l'accesso: “Non glielo impedite”. (Mt, 19.14)
I bambini hanno inoltre una grande capacità di leggere e comprendere in profondità i segni della liturgia.
Presentati a loro in modo chiaro, nella loro concreta fisicità i segni liturgici “parlano” ai bambini con evidente chiarezza e costituiscono per loro un’esperienza non solo di comprensione intellettuale, ma fortemente mistica.
I bambini infatti possono, ad esempio, sperimentare il loro farsi “piccoli” nel gesto della genuflessione, o contemplare a lungo il mescolarsi delle piccole gocce ci acqua che si uniscono al “tanto” vino nel gesto della commistione, o “vedere la realtà della morte e resurrezione di Cristo attraverso il contrasto tenebre–luce” partecipando all’accensione del cero pasquale. Oppure possono “contemplare” il gesto delle mani che si distendono e si aprono sulle offerte come gesto di dono e comprendere quindi l’invocazione supplice della discesa dello Spirito Santo nell’Epiclesi.
Se sapessimo accogliere queste indicazioni e provassimo a consentire ai bambini questo tipo di esperienza diretta, fisica con i momenti ed i segni liturgici vissuti uno per uno nella Celebrazione con il tempo e la chiarezza che richiedono perché possano realmente “parlare” il loro linguaggio dei “segni”, forse potremmo arrivare a consentire loro una partecipazione gioiosa e goditiva al mistero celebrato.
L’ipotesi che propongo è che la gioia dei bambini e il ruolo dato loro non in una “Messa per i bambini”, ma in ogni celebrazione alla quale essi siano presenti con le loro famiglie, possano diventare trainanti, quasi un “ministero” per tutta l'assemblea, stimolata così ad una comprensione più profonda e vitale della vita con Cristo e con la Chiesa quale si può sperimentare nella Liturgia.
Ciò che era dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, riguardo al Verbo della vita (e la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi abbiate comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena. (I Gv. 1.1-4)
Alcune premesse
Perché questa ipotesi sia realizzabile occorrerebbe potersi liberare di due “gabbie” che costringono e limitano in generale le nostre celebrazioni: i limiti di tempo e la rigidità della collocazione spaziale di un’assemblea ferma e statica.
I limiti di tempo che suggeriscono ed impongono una celebrazione contenuta spesso anche in meno di un’ora (soprattutto se si tratta di una “Messa dei bambini”) costringono ad un succedersi troppo rapido e perciò incomprensibile della ricchissima quantità e varietà dei segni e dei momenti che la Liturgia della Messa contiene.
Occorrerebbe quindi fare la scommessa di non porre anticipatamente limiti temporali prefissati, ma lasciare ampiezza e libertà di svolgimento alla vita liturgica, se crediamo che realmente sia vita.
Cosi pure occorrerebbe liberarsi di una visione dell'assemblea liturgica come immersa in una staticità passiva, da “spettatori”, per sentire la chiesa come spazio da vivere attivamente e creativamente credendo al ruolo “sacerdotale” di tutto il popolo di Dio.
In questa riscoperta i bambini potrebbero esserci preziosamente di guida e di stimolo.
Altra premessa necessaria è che crediamo e desideriamo veramente che le nostre assemblee liturgiche siano la massima espressione dell’agape fraterna vissuta e celebrata, e non dei surrogati tanto simbolici di essa, da diventare in realtà vuoti e privi di ogni reale esperienza fraterna.
Occorre inoltre che ci liberiamo da un pregiudizio che in genere abbiamo nei riguardi dei bambini: che essi cioè abbiano bisogno di continue novità per essere catturati, che il cambiamento continuo di ciò che proponiamo loro sia necessario per “stupirli”. Questo pregiudizio è evidente in tanti tentativi che si osservano durante le “Messe per i bambini” sotto i quali si sente la preoccupazione: “Che cosa mi invento oggi per attrarre la loro attenzione?”
I bambini invece amano moltissimo il “rito”, il ripetersi di gesti e di movimenti, se questi sono forti e intensi, se toccano la loro vita; più sono prevedibili, più possono essere da loro attesi, pregustati e poi vissuti nel godimento appagato.
Proporrei ora di entrare nella Celebrazione della Liturgia Eucaristica nella sua concretezza, momento per momento, guidati dagli occhi e dal corpo dei bambini.
SOLENNE PROCESSIONE D'INGRESSO
Pueri hebreorum portantes, ramos ulivarum
obivaverunt Domino
I Bambini, tutti i bambini presenti, potrebbero precedere i Celebranti nella solenne processione di ingresso che avanza dal fondo della chiesa fino al presbiterio, magari portando piccoli strumenti musicali che all'inizio suonati sommessamente e solennemente, scateneranno poi la loro gioia ai momenti del “Gloria” e del “Santo”. Tutta l'assemblea in piedi accompagna la processione con il canto.
Sarebbe questo un inizio solenne e adeguato ad introdurre bambini ed adulti alla grandezza dell'evento che ci si appressa a celebrare, e questo non solo in qualche particolare solennità, ma in ogni Liturgia eucaristica domenicale. Perché ogni domenica è solenne come la Pasqua, è la Pasqua della settimana, non può darsi una domenica un po’ più feriale di un'altra.
I bambini potrebbero accompagnare il Celebrante fino al presbiterio e rimanere lì intorno a lui, durante il primo momento di “saluto”, invito solenne a celebrare con gioia, riuniti tutti insieme come gli apostoli la sera di Pasqua; e i bambini festanti intorno al Celebrante ne sarebbero un segno tangibile.
Possono essere invitati poi a segnare, insieme a tutta l’assemblea, un grande segno della croce di Cristo Risorto sulla propria persona, come nel giorno del Battesimo, quando siamo entrati per la prima volta nell'assemblea, nel gregge del Buon Pastore e siamo stati rivestiti di Lui. sigillati da Lui.
ATTO PENITENZIALE
A questo punto i bambini possono essere invitali a tornare ai loro posti, vicino ai genitori; dopo questo annuncio così solenne e festoso, il tono della celebrazione si fa più meditativo, invitati come siamo a confrontare la grandezza dei doni che ci sono stati dati, delle meraviglie a cui siamo chiamati, con la povertà della nostra risposta, con la piccolezza del nostro amore e con le infedeltà vissute nella nostra settimana.
Anche questo momento ha bisogno del suo tempo per essere vero: un reale momento di silenzio è importante perché anche i bambini possano sinceramente pensare alle loro piccole o grandi difficoltà, e sono molto seri nel farlo.
Una volta un bambino parlando dell’esame di coscienza e del momento ad esso dedicato nella Messa, disse; “Li si fa finta!”.
Potrebbe essere utile per i bambini accompagnare questo momento col gesto dei porsi in ginocchio, per riconoscere anche fisicamente la piccolezza nostra davanti al Signore.
Poi la preghiera del Celebrante affinché scenda su di noi la grande misericordia e il perdono di Dio, ci fa rialzare e ci tende la “veste nuziale” per entrare al banchetto.
La recita della preghiera “colletta” che spesso passa inosservata dall'assemblea per la rapidità della successione di questi momenti, andrebbe invece sottolineata dall’invito del Celebrante a radunare tutte le intenzioni di preghiera che sono nel cuore di ciascuno unificandole nell'intenzione fondamentale che la Chiesa suggerisce in ciascuna domenica e che sintetizza il messaggio della Liturgia della Parola.
Come il Celebrante apre le braccia orante, cosi anche i bambini e tutta l’assemblea potrebbero essere invitati a partecipare alla fisicità e concretezza del gesto: è una preghiera corale.
LITURGIA DELLA PAROLA
Eccoci giunti al tempo della proclamazione, dell’ascolto, della meditazione della Parola di Dio, tutto centrato intorno al libro.
È un tempo pacato e silenzioso, in cui è bene che tutti siano seduti: i bambini presso i loro genitori. Il Libro è collocato su un vero ambone alto, ben in vista da tutti, e le letture proclamate con grande cura e forza da adulti ben preparati.
Mi sembra indecoroso per la solennità del Testo che si legge l’uso dei fogliettini con le letture. Bellissimo sarebbe invece che tutti, anche i bambini che sanno leggere, avessero nelle mani il proprio libro della Scrittura.
I bambini, appena ne sono capaci, amano molto imparare a cercare i passi del Vangelo e anche dell’Antico Testamento, e godono moltissimo nel sapersi orientare in essi sempre meglio.
Questa dovrebbe essere per noi un’indicazione utile per capire l’importanza del fatto che tutti i cristiani crescano nella familiarità e nell'autonomia del rapporto col testo sacro.
E perché rimandare questo contatto diretto ad altri momenti, che poi spesso non avvengono, e non mettere invece il Libro nelle mani fedeli proprio durante la Liturgia della Parola?
I bambini sono certamente più attenti e più partecipi se, mentre ascoltano, possono seguire la lettura anche con lo sguardo. E anche per ogni adulto, quale livello di ascolto diverso può essere quello nel quale l’occhio può ritornare su una parola o su una frase, e il cuore custodirla e meditarla!
Importantissimo è poi per grandi e piccoli sempre più capire come le pericopi che si ascoltano di domenica in domenica hanno una loro successione e un loro contesto e abituarsi a vedere il contesto in cui sono inserite.
Bello sarebbe se tutti si fosse abituati a trovare la collocazione delle letture prima della Messa, o almeno all’inizio, ma importante sarebbe comunque che il lettore ne annunciasse solennemente capitolo e versetti prima della lettura. Non è togliere solennità all’annuncio, anzi, è indicare solennemente che la Parola che andiamo a proclamale fa parte (e in quale punto) dell’unico Testo Sacro.
L'annuncio sarebbe seguito da un momento di silenzio necessario affinché tutti possano avere il testo in mano: i bambini godono enormemente di questo.
A mio parere la brevissima introduzione che a volte può precedere la proclamazione di ciascuna lettura potrebbe avere senso solo come sottolineatura del contesto in cui è inserita la pericope che si legge e non come sintesi del suo contenuto. Il contesto infatti spesso illumina e arricchisce la comprensione del vero senso del testo; i bambini sono in genere molto interessati a comprendere il prima e il poi di ciò che ascoltano.
Il salmo, proprio perché è “responsoriale”, dovrebbe essere sentito chiaramente come risposta, che la Chiesa ci suggerisce, alla Parola appena ascoltata, e perciò andrebbe partecipato possibilmente cantandolo in modo corale e solenne.
La lettura del Vangelo è già sottolineata adeguatamente dalla posizione di tutta l'assemblea in piedi dal canto dell’Alleiuja, e spesso è entrata ottimamente in uso l'ostensione del Vangelo tenuto alto dal Celebrante durante tutto il canto dell’Alleluja: così pure la presenza di due bambini che tengono le candele accese ai lati del Vangelo. Anche la ripetizione del canto dell’Alleluja alla fine della proclamazione, con l’assemblea ancora in piedi, è un'ulteriore, adeguata sottolineatura.
Un gesto molto significativo che per i bambini sarebbe importarne compiere in prima persona è quello del bacio del Vangelo.
Quanti cristiani sanno e si accorgono che il Celebrante bacia il libro del Vangelo dopo averlo proclamalo? Se pensiamo a quanto e forte e di immediato significato per un bambino il bacio e a quanto per lui è naturale, non avremmo remore ad invitare i bambini che sono più vicini a baciare il libro del Vangelo che il sacerdote porge loro dopo averlo baciato lui stesso. Tutti poi, grandi e piccoli, al loro posto potrebbero baciare con affetto e riverenza il Libro che hanno tra le mani.
Perché abbiamo tanta paura a mostrare nella Liturgia la fisicità dell’amore?
E quanto il nostro modo di rendere sempre simbolici ed astratti gesti così semplici e forti è lontano dalle espressioni appassionate dei Salmi: Quanto amo la tua legge. Signore! O Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele per la mia bocca! (Sal. 119. 97.103)
L'OMELIA
È questo certamente il momento più difficile, nel quale non si sa se rivolgersi più direttamente ai bambini o agli adulti presenti, ed è per i bambini il momento più pesante di tutta la Messa.
È quello anche in cui generalmente “ci si dà più da fare” (da parte del Celebrante), nel caso delle Messe dei bambini, per coinvolgerli, interessarli, ecc… Pur avendo conosciuto molti casi in cui questo è fatto con sensibilità e garbo, devo dire che troppo spesso l’omelia per i bambini rischia di scadere o in un rapporto di tipo scolastico con domandine-quiz e tanti “bravo” per le risposte migliori, o in una sorta di show in cui il Celebrante deve competere in genialità ed inventiva con i vari presentatori televisivi, inventando forme sempre nuove e stupefacenti per “attrarre” i bambini.
Credo che chi usa questi sistemi non si rende conto della grande e profonda serietà dei bambini e del fatto che essi colgono molto bene la differenza tra uno show televisivo e una liturgia, e sono molto più affascinati dal linguaggio solenne, sacro e pacato di quest'ultima.
Esistono però anche positive esperienze ormai consolidate in alcune comunità di radunare i bambini in un locale attiguo alla chiesa nel quale viene tenuta per loro, contemporaneamente all’omelia, una conversazione o catechesi che li coinvolga più direttamente. Mi pare che queste esperienze si siano rivelate senz’altro positive, forse però non sempre realizzabili: richiedono che i bambini siano tutti presenti ad un’unica Messa, che siano sempre affiatati fra loro tanto da voler lasciare i loro genitori, e comunque creano una certa frammentazione nell’assemblea.
Io vorrei proporre accanto a questa soluzione anche l’idea che il momento dell’omelia sia più esplicitamente dedicalo agli adulti, mentre per i bambini possa essere un momento di un certo tranquillo rilassamento e anche calo di attenzione. Questo tanto più necessario se i bambini sono coinvolti in modo così attivo e partecipe negli altri momenti della Messa.
I piccolissimi possono essere coccolati in braccio ai genitori. Per i bimbi dai 3-4 anni in su suggerirei di utilizzare questo tempo come momento del disegno. Se ogni bambino si fornisse, entrando in chiesa, di un blocco di fogli magari fissato su una tavoletta rigida da appoggiare sulle proprie ginocchia o su quelle dei genitori, o sul banco, potrebbe liberamente disegnare mentre il sacerdote parla.
Si può proporre ai bambini di disegnare una scena che li ha maggiormente colpiti tra quelle ascoltate nelle letture, o scrivere una preghiera spontanea, ecc… I disegni poi, se i bambini vogliono, alla fine potrebbero essere collocati su dei pannelli già predisposti in fondo alla chiesa ed essere demento di comunicazione e scambio tra i bambini e con gli adulti. Perché questa proposta sia attuabile è necessario che i bambini non siano radunati insieme, ma siano ciascuno seduto con la sua famiglia e che i genitori facciano sentire ai bambini che in questo momento si è tutti in ascolto e che il lavoro va fatto in grande silenzio.
LA PREPARAZIONE DEI DONI
Se i piccoli non sono stati presenti alla Liturgia della Parola è questo il momento del loro ingresso solenne, accolti dal Celebrante alla porta della chiesa.
Sono essi comunque a portare all’altare processionalmente tutti gli arredi necessari per la celebrazione della parte eucaristica della liturgia e questo è per loro un compito importante.
Io suggerirei però di farli salire fino all’altare per appoggiare su di esso gli arredi e poter rimanere intorno ad osservare e partecipare, ove possibile, alla loro collocazione. Potrebbero cosi vedere da vicino come il sacerdote apre il corporale e su di esso appoggia il calice e la patena e soprattutto partecipare al momento della commistione.
È Stato già accennato nell’introduzione alla forza e alla chiarezza che questo segno ha per i bambini, quando possono contemplare le piccole gocce d’acqua che si uniscono al vino più abbondante, “segno dell'unione di Cristo con la nostra umanità”.
È veramente un peccato che questo segno sia fatto passare spesso inavvertitamente e a bassa voce. Il sacerdote potrebbe invece dopo aver versato il vino, essere aiutato da un bambino che, con tutta l’attenzione e la cura di cui i bambini sono capaci, aggiunga nel calice le piccole gocce d’acqua, mentre il sacerdote recita a voce alta e lentamente le parole della preghiera.
Anche il “lavabo” può essere osservato da vicino e partecipato se un bambino regge il piccolo catino, un altro versa l’acqua dall’anforetta e un terzo porge il manutergio. (Raccomanderei al sacerdote di lavare le mani in modo vero e completo: i bambini non capirebbero un gesto solo accennato. Esso è certamente simbolico, ma ciò non vuol dire falso).
Volendo, il gesto può essere ripetuto in modo reciproco: può essere il sacerdote a lavare le mani ad un bambino a nome di tutta l’assemblea, mentre tutti ripetono le stesse parole liturgiche del “lavabo”: “Lavaci, Signore, e purificaci...” o si canta il versetto del Salmo 50 (51): “Purificami, o Signore, sarò più bianco della neve”.
Dopo la partecipazione alla preghiera “sulle offerte” alzando le mani insieme al sacerdote, i bambini possono tornare vicino ai genitori e prepararsi all’inizio solenne della “Preghiera Eucaristica”.
PREGHIERA EUCARISTICA
PREFAZIO E “SANCTUS”
Il solenne dialogo introduttivo del prefazio andrebbe proposto dal Celebrante nella sua forma o attraverso il canto o con una lettura vibrante e veramente esortativa all’entusiasmo e alla partecipazione. È il momento che ci introduce all'apice del mistero e deve veramente “svegliare” e indirizzare con decisione i nostri cuori e tutto il nostro essere ad entrare in esso.
Tutto il prefazio andrebbe cantato o almeno proclamato con forza crescente, adeguata al contenuto delle parole, fino al momento dell’esplosione festosa e solennissima del “Sanctus”, accompagnato da ogni tipo di strumenti musicali suonati anche dai bambini con libertà e spontaneità. E se qualcuno di loro accennasse anche a passi di danza in modo istintivo, corrisponderebbe ancora di più alla verità del momento. Sarebbe questo infatti proprio il Salmo 150 realizzato e vissuto nell'Assemblea liturgica:
“Alleluja!
Lodate il Signore nel suo santuario
lodatelo nel firmamento della sua potenza.
Lodatele per i suoi prodigi,
lodatelo per la sua immensa grandezza!
Lodatelo con squilli di tromba.
lodatelo con arpa e cetra;
lodatelo con timpani c danze,
lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori,
lodatelo con cembali squillanti;
ogni vivente dia lode al Signore.
Alleluja!”
EPICLESI E MEMORIA DELLA CENA
Dopo l’esplosione della gioia, entriamo nel culmine della celebrazione del Mistero e i bambini andrebbero tutti invitati nuovamente intorno all'altare, anche i più piccoli in braccio ai genitori non appena sono capaci di guardare con attenzione (prima di quanto non pensiamo). A seconda della configurazione dello spazio si troverà il modo di non impedire che comunque anche il resto dell’assemblea “veda” nonostante la presenza dei bimbi.
È però essenziale che loro odano, vedano con i loro occhi, possano contemplare e quasi con le loro mani toccare il Verbo della vita (riprendendo il prologo della I Giovanni) e questo non può avvenire se non c’è vicinanza fisica.
I bambini comprendono molto bene il gesto dell’epiclesi, così essenziale e chiaro se compiuto con lentezza e visibilità: invocazione al Padre perché mandi lo Spirito Santo a santificare i doni preparati. Comprendono intimamente che è proprio per lo Spirito Santo che noi, riuniti intorno all’altare del nostro concreto oggi siamo fatti presenti al momento stesso della Cena di Gesù, quando il sacerdote “racconta” quello che Gesù ha fatto e ha detto proprio quella sera e ne ripete i gesti e le parole. Ma loro devono veramente esserci oggi.
I bambini sanno e credono che Gesù e lì presente e vivo nella concretezza del pane e del vino: come si fa a tenerli lontani? Sarebbe innaturale e ingiusto, massimamente e in questo momento. Chi potrebbe sentirsi partecipe di un banchetto se vi assistesse da lontano?
Quante catechesi sul significato di “memoriale” sarebbero superflue se noi il memoriale lo potessimo vivere!
I bambini possono poi accompagnare con il loro corpo i gesti del sacerdote profondamente. Naturalmente questo richiede che la genuflessione sia una vera adorazione fatta con tempo congruo, e non solo accennata.
I bambini possono capire e vivere il momento dell’adorazione se noi adulti glielo consentiamo vivendolo intensamente e lasciando che il nostro si dilati nell’amore adorante del nostro Signore Gesù. E l’amore non può esprimersi in pochi secondi!
Rialzàti, poi, accogliamo l’invito del Celebrante a riconoscere e “confessare” che questo e il mistero della fede e la risposta dovrebbe essere sempre solennemente cantata con forza dai bambini e da tutta l'Assemblea.
È l’esplicita dichiarazione della nostra consapevolezza e della nostra fede, più sintetica ed essenziale della stessa recita del “Credo”. Per i bambini, che hanno bisogno di estrema essenzialità, è la professione di fede più adeguata (come ha sottolineato più volte Sofia Cavalletti).
Lo stupendo crescendo del testo:
Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta
è il crescendo stesso della storia di tutta l'umanità che dal vertice dell’incarnazione e della redenzione tende con tutte le sue forze e il suo desiderio alla “venuta”, al compimento ultimo della presenza di Dio “tutto in tutte le cose” (I Cor.15,28), alla Parusia.
Come sarebbe appropriato che fosse consentito di aggiungere e completare questa stupenda proclamazione con il grido dello Spirito e della Sposa: “Sì, vieni. Signore Gesù” (Ap. 22,17.20). È il grido che suggella l’intero libro della Scrittura, raccomandatoci dall’autore dell’Apocalisse in modo cosi forte e chiaro, ed è veramente triste che non “risuoni” nella vita liturgica dell’Assemblea, Sposa dell’Agnello.
I bambini che nei centri di catechesi del Buon Pastore (già citati) sono stati introdotti alla conoscenza dell’unicità del disegno della Storia della Salvezza che dalla Creazione, passando per la Redenzione, giungerà alla sua pienezza nella Parusia, mostrano gioia profonda e consapevolezza chiara della “speranza alla quale siamo chiamati” (Ef.1,18).
Quanto questa sicurezza interiore sul “fine” della nostra vita (fine positivo e pienificante, non vuoto e angoscioso) sia determinante nella formazione morale dei nostri ragazzi, lo conferma certamente la psicologia dell’adolescenza, ma soprattutto lo esprime in modo mirabile il primo capitolo della lettera di Pietro:
… Per una speranza viva... prossima a rivelarsi negli ultimi tempi. Perciò siete ricolmi di gioia anche se ora
dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove...
e più avanti:
... siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà... a immagine del Santo che vi ha chiamati a divenire Santi anche voi in tutta la vostra condotta: poiché sta scritto: “Voi siete santi perché io sono santo”... comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio
e ancora:
... e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio... per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore... (I Pt. I)
Ho aperto in realtà una parentesi su un capitolo, che è quello del fondamento escatologico alla base della formazione morale, che esula dal nostro discorso più diretto, ma ho voluto accennare all'importanza di esso perché ritengo che se la tensione escatologica non è forte, presente e viva nelle nostre liturgie, è perché essa è assente dalla nostra vita stessa.
PREGHIERE DI INTERCESSIONE. DOSSOLOGIA
Sarebbe bene che i bambini restassero intorno all’altare per tutta la durata della grande Preghiera Eucaristica, perché possano essere maggiormente coinvolti e seguire “con-celebrando” anche durante la parte delle preghiere di intercessione che dovrebbero essere ben differenziate una dall’altra, dando modo a tutti di comprendere e di “unirsi” nell’intenzione a ciascuna di esse con consapevolezza.
È importantissimo per i bambini imparare a sentire, nelle preghiere “con” e “per” la Chiesa e i suoi pastori, l’unità profonda del Popolo di Dio che discende dalla prima comunità apostolica e la responsabilità della preghiera unanime e vicendevole.
Così pure possono comprendere la “comunione dei santi” e con tutti coloro “che ci hanno preceduti”, anch’essi viventi e uniti a noi nella celebrazione del Mistero. E così tutte le altre intenzioni espresse dal Celebrante in questo momento culminante della Messa non dovrebbero essere un fatto privato del sacerdote distrattamente vissuto dagli altri, ma essere un’intenzione forte, consapevole di tutta l'Assemblea radunata con il suo Signore.
Importante sarebbe anche sottolineare in modo che risalti e possa essere ben compresa la cosiddetta “epiclesi sui fedeli”, cioè il momento in cui la discesa dello Spirito Santo è invocata su tutti noi (bambini, Assemblea, Celebrante) perché possiamo essere fatti “uno”.
La solenne “con-celebrazione” del Celebrante attorniato dai bambini termina con la Dossologia finale, cantata in modo solenne, accompagnata dal gesto dell’ “offerta” al Padre del dono più grande che da Lui abbiamo ricevuto, il Cristo stesso e in Lui, con Lui e per Lui" di tutti noi stessi.
I bambini comprendono a pieno questo gesto accostando a quello epicletico: il primo era invocazione del dono, questo è la nostra risposta, cioè l’offerta del dono ricevuto. Lì le mani erano distese sulle offerte, qui sono alzate verso il Padre. In questi due gesti complementari si compendia tutta l’Eucarestia come “sacramento del dono”.
Permettiamo dunque loro di parteciparvi con intensità e cosi parteciperanno convinti al grande "Amen" cantato da tutta l’Assemblea, suggello del loro consenso entusiastico.
RITI DI COMUNIONE
II discendere del gruppo dei bambini dal presbiterio segna anche fisicamente l’inizio dei Riti di Comunione.
I bambini stessi possono costituire il segno fisico della comunione stringendo in una catena di mani unite i genitori, il celebrante e tutta l'Assemblea durante la recita o il canto del Padre Nostro (cosa che è vissuta ormai comunemente).
Ci sono ancora dei segni forti in questa parte della Messa che i bambini comprendono e sentono molto: lo scambio della pace e la frazione del pane, strettamente uniti fra loto ad indicare il mistero che sta per avvenire: è proprio perché ci apprestiamo a nutrirci tutti dell’unico pane spezzato, che il segno che ci scambiamo è vero e reale, comunicazione della forza dell’amore di Dio che ci unisce.
È un dono, però, quello della pace, che non parte da noi e dai nostri buoni sentimenti: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Perché questo sia chiaro è importante che il Celebrante, dopo aver baciato l’altare, comunichi “la pace di Cristo” ad alcuni (potrebbero essere dei bambini) che la porteranno all’Assemblea tutta.
E poi viviamo questo segno con forza ed intensità, abbracciandoci veramente, manifestando l’amore che ci è donato e mostrando il desiderio di recuperare nell’amore e nel perdono i rapporti più difficili. Non riduciamolo ad una formale e fredda stretta di mano!
Ecco una scena che tutti abbiamo osservato qualche volta: un bambino o un ragazzo handicappato che al momento dello scambio della pace va con grande entusiasmo ad abbracciare tutti quelli che conosce, poi va anche dal sacerdote è l’unico che rompe la formalità del rito con una gioia di vera comunicazione tra gli sguardi compiacenti di tutti gli altri, fermi però al loro posto. Così farebbero anche tutti gli altri bambini, se li lasciassimo fare: decidiamo finalmente di metterci alla scuola dei piccoli! Il canto (per esempio il Salmo 132) potrebbe accompagnare questo momento.
Il gesto della frazione del pane è difficile da cogliere, dato che le piccole ostie sono già tutte pronte e frazionate. Bello sarebbe se almeno tutte le volte che è possibile, si facesse uso di una o più grandi ostie da frazionare. Come sarebbe esplicito e visibile l’amore di Cristo che si fa pane. Lui, “Uno”, spezzato per ciascuno di noi, per tutti gli uomini della terra, per radunarci in unità.
Altro punto che andrebbe sottolineato è l’invito alla mensa: “Beati gli invitati alla mensa del Signore”. Quanto è dolce, quanto meravigliosamente esprime la grandissima felicità e dignità a cui siamo chiamati! Gustiamolo appieno magari sottolineandolo con un canto che lo ripeta perché ci entri nel cuore.
I primi a rispondere all’invito dovrebbero essere proprio i bambini, che allora correrebbero ancora a radunarsi intorno all'altare per mangiare, finalmente, alla mensa del Signore insieme al Celebrante. Poi, dopo un momento di raccoglimento in ginocchio o seduti ai piedi dell’altare, potrebbero tornare ai loro posti ed accompagnare con il canto la Comunione, data a tutti sotto le specie del pane e del vino.
Riguardo al primo, credo che l’uso ormai consolidato, almeno nella Chiesa italiana, di ritardare sempre più la partecipazione all’Eucarestia addirittura fino ai nove anni, sia a dir poco scandaloso. Se può avere dei motivi pratici, non ne ha nessuno nella sensibilità dei bambini e nel loro desiderio.
I bambini desiderano con tutte le loro forze partecipare appieno alla mensa eucaristica e lo desiderano molto presto. Per loro il “beati” non è una formula vuota, ma è proprio ciò che sentono e attendono con ansia. Lo desidereranno tanto più intensamente se li faremo partecipare in modo forte, attivo e ravvicinato alla Messa, cosi come stiamo ipotizzando e “dovremo” adeguarci al loro desiderio e rispettarlo.
Sarà necessario allora rivedere tutti i nostri schemi ed offrire ai bambini una catechesi adeguata in età molto più precoce.
Inoltre sarebbe molto opportuno liberare il momento della Prima Comunione da tutte le sovrastrutture che lo opprimono, perché esso possa diventare semplicemente per ciascun bambino il momento in cui lui sente rivolto a se l'invito, riconosce il proprio desiderio consapevole di partecipare pienamente e (magari dopo una verifica personale col sacerdote) sia ammesso alla mensa dei Beati nell'assemblea liturgica domenicale più vicina.
L’altra parentesi indispensabile è quella che riguarda la prassi di riservare comunemente al solo Celebrante la comunione al calice, cioè la partecipazione al Sangue di Gesù.
Credo che con la motivazione della “praticità” ci siamo abituati ai tradimenti più gravi delle parole del Signore senza rendercene neppure conto. Poche Parole Sue sono così esplicite e chiare come il “Prendete e bevetene tutti” che ripetiamo ad ogni consacrazione, pronti poi a fare il contrario in tutta tranquillità.
Se per noi adulti, abituati come siamo a svuotare i “segni” della loro pregnanza per renderli il più possibile simbolici ed astratti, ciò passa inosservato, non è così per i bambini. Per loro tutto è vero e sono scandalizzati dai nostri tradimenti: “Perché lo beve tutto lui? Ma non aveva detto: Bevetene tutti?”.
Ci sono state nella storia della Chiesa discussioni teologico-liturgiche sulla necessità di usare nella Messa solo il vino anche in culture che non lo conoscono o non lo usano e sull’impossibilità di sostituirlo con alcuna altra bevanda, a motivo della necessaria fedeltà all’intenzione e alle parole di Gesù: e poi tranquillamente ne priviamo tutto il popolo cristiano con la banalissima scusa della maggiore “praticità”.
LE COMUNICAZIONI FRATERNE
Definirei meglio in questo modo lo spazio destinato prima della conclusione agli “avvisi”, Credo sia questo il momento, insieme a quelli della preghiera dei fedeli e dell’abbraccio di pace, in cui i bambini possono imparare e sperimentare la fraternità.
Come in una famiglia il Celebrante mette a parte tutta l'Assemblea dei progetti, delle decisioni prese, ricorda gli appuntamenti più importanti, propone problemi su cui sarà necessario incontrarsi, ecc... (deve poi essere solo il Celebrante a fare queste proposte?). Si da anche comunicazione di fatti importanti nella vita delle famiglie, si presentano nuovi venuti o ospiti e si chiede la collaborazione (anche economica) a problemi dell’intera comunità o di singole famiglie o di persone in necessità.
È un momento di famiglia, andrebbe vissuto con calma e un minimo di ampiezza, stando seduti. È questo, credo, il momento migliore per effettuare anche la raccolta fraterna di ciò che si può mettere in comune proprio per i bisogni che sono stati comunicati, oltre che per quelli della gestione ordinaria.
È un momento in cui gli adulti sono protagonisti, non è necessario inventare modi particolari perché i bambini siano coinvolti in questo momento di scambio fraterno (a meno che non ci sia realmente un problema o un esigenza comunitaria che riguardi i bambini). Basta per loro poter “respirare” un clima di vera fraternità, vedere l’autenticità della nostra comunione, della preoccupazione e dell'impegno gli uni per gli altri.
Quali fondamentali conseguenze quest’esperienza avrebbe nella formazione morale dei nostri bambini e nel costruire dentro di loro l’immagine della Chiesa come comunione di amore!
BENEDIZIONE E SALUTO
La benedizione (data sempre in modo triplice e solenne in tutte le domeniche) e il saluto concludono la celebrazione invitando tutti a continuare la festa l’incontro fraterno dopo la Messa nella chiesa stessa o fuori.
Invitando in particolare i bambini a continuare la festa: gli strumenti musicali sono lì a loro disposizione perché il godimento e la gioia sperimentati nella vita liturgica siano portati furti e comunicati a tutti! Sarebbe bello se i piccoli uscissero per primi suonando e danzando; sono loro i protagonisti della festa e dell'esultanza.
In quelle stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “lo ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono”.
I CANTI
Per i bambini la partecipazione al canto è certamente importante e molto sentita. È bene che siano canti conosciuti anche da loro, ma non e necessario che siano canti “da bambini”. Essi sono in grado di apprezzare e godere anche canti più impegnativi, purché “veri” ed essenziali.
Scopo principale del canto è sottolineare con forza ed esultanza i momenti più importanti della Liturgia: il Kyrie, il Gloria, l’Alleluja, l’Epiclesi e il racconto della Cena, il Mistero della lede, la Dossologia finale, ecc…
Oltre a questo, cosa ci sarebbe di meglio che canti che mettano in musica parole di salmi o di inni e cantici dell’Antico e Nuovo Testamento! I bambini (e non solo loro) memorizzerebbero facilmente in questo modo interi brani della Scrittura abituandosi così ad una preghiera forte, di alto contenuto, e familiarizzando in modo spontaneo con i testi sacri.
Esistono esperienze molto belle in proposito: mi riferisco, come esempio ai bellissimi canti della Comunità Parrocchiale del “Preziosissimo Sangue” di Reggio Emilia e via via arricchiti ed esportati anche in tante altre realtà ecclesiali. Si tratta in maggioranza di salmi, cantici di Isaia, l’inno della Lettera agli Efesini, quello della Lettera ai Filippesi, l’ ”Inno alla Carità” della I Corinti e poi parti cantate della Liturgia, fra cui bellissima anche la Sequenza di Pasqua.
Credo che sia importante poi nell’età adolescenziale iniziare nei gruppi parrocchiali un lavoro più specifico ed impegnato di preparazione dei canti per l’Assemblea, perché in questa età i ragazzi sono particolarmente interessati alla musica fatta in gruppo, possono suonare strumenti e sperimentare l’uso delle diverse voci.
È comunque importante che il canto sia espressione corale di tutta l’Assemblea e che anche i bimbi siano messi in grado di parteciparvi mediante piccoli momenti di prove fatti con loro.
PREPARAZIONE ALLA LITURGIA
Se i bambini sanno che durante la celebrazione ci saranno compiti specifici assegnati loro e che sono attesi perché importante è il loro ruolo fin dalla processione iniziale, arriveranno facilmente presto alla Messa, anche prima che incominci e potrebbero essere accolti in sagrestia da qualche adulto che li aiuti a prepararsi ai compiti da svolgere.
Potrebbe essere disponibile un cartellone su cui sono segnati gli incarichi e ogni bambino collocherebbe accanto il suo nome.
Ad esempio:
- reggere la luce al Vangelo
- portare la patena
- portare il calice
- portare il corporale
- portare il purificatoio
- portare le ampolline
- aiutare per la commistione
- aiutare per il lavabo
- portare il saluto di pace.
Nel dare gli incarichi si può cogliere l’occasione per sottolineare l’importanza del gesto e il suo significato, o dare qualunque altra spiegazione sia utile in quella particolare domenica. Si distribuiscono anche gli strumenti musicali per accompagnare i canti.
I bambini si preoccuperanno inoltre di arrivare a Messa con la Bibbia (possono essere aiutati a mettere i segni per le letture e i colori per disegnare e collocheranno già al proprio posto la tavoletta rigida con i fogli da disegno.
Uno o due adulti catechisti possono aiutate i bambini a prepararsi e poi durante la celebrazione potrebbero guidarne i movimenti e gli spostamenti.
È importarne che i bambini “entrino” alla Messa non distrattamente, ma preparati, introdotti da un momento che “prepara il clima”. Qualche volta può essere importante anche assistere alla preparazione del sacerdote che si veste in modo cosi “speciale” e dà qualche spiegazione sul significato dei paramenti e dei colori liturgici.
È importante soprattutto se il sacerdote comunica ai bambini il suo modo di pregare e la sua interiore preparazione nel momento in cui si veste per la Celebrazione.
Sarebbe mollo bello se nelle famiglie si prendesse l’abitudine di prepararsi insieme, grandi e piccoli, alla Messa domenicale leggendo in anticipo le letture, magari la sera precedente dopo cena, in modo che i bambini già familiarizzino con quanto ascolteranno in chiesa e che possa anche esserci uno scambio e una riflessione comune. Si arriverebbe così alla Messa con “l’orecchio già aperto”.
Questa piccola celebrazione familiare potrebbe essere introdotta dall’accensione di un candelabro come segno che il giorno della Resurrezione sta per arrivare, dando così ai bambini il senso dell’attesa gioiosa della festa e riprendendo l'uso ebraico di accendere le “luci del Sabato” già alla sera precedente.
Quanto e importante che i bambini colleghino in modo significativo ciò che celebreranno nella liturgia assembleare con momenti di vita familiare. ■
Pubblicato sulla rivista “Il sicomoro” N° 9 – primavera 2000