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Alla scoperta del Borgo, di Vittorio Fabris, Borgo Valsugana TN : Comune di Borgo Valsugana, 2004, 247 p., [24] p. di tav. ill. 24 cm err.-corr.
con qualche integrazione da
La Valsugana Orientale, di Vittorio Fabris, Borgo Valsugana, Trento: Fondazione Cassa di risparmio di Trento e Rovereto, 2009-2011, vol. 1, paesi a destra del torrente Maso (Decanato di Borgo)
Da quest'ultima opera riportiamo le scansioni di:
Il primo nucleo di Borgo si forma in epoca romana, come stazione militare (mansio) nei primi decenni del I° secolo d. C. lungo il percorso della via Claudia Augusta Altinate (ALPAGO NOVELLO 1972, p. 124) nel punto più stretto della valle, là dove il monte Ciolino scende fino a lambire il corso del Brenta creando una specie di chiusa con gli ultimi speroni della Rocchetta. L'Ausugum romana sorse dunque in una posizione militarmente strategica, sulla sinistra del Brenta, stretta tra il colle di San Cristoforo e il fiume. Forse fu proprio questa posizione non del tutto felice che indusse gli abitanti dell'antico borgo a cercare uno sbocco espansivo al di là del Brenta. Lo prova il fatto che già nell'Alto Medioevo l'antica Pieve di Santa Maria sorse non lungo la strada romana, ma al di là del fiume all'inizio del fertile conoide di Olle. Un ponte collegava le due parti dell'insediamento connotando il nucleo abitativo come un centro di ponte.
Due castelli di cui uno è ormai solo un ricordo - costruiti rispettivamente sul crinale e sulla cima del Ciolino, se da un lato facevano da sentinella, dall'altro proiettavano la loro ombra minacciosa sul Borgo condizionando non poco la vita degli abitanti. Il paese è cresciuto come tra l'incudine e il martello: in alto il castello abitato dai vari dinasti di Borgo, in basso il Brenta che con i suoi capricci portava sovente lo scompiglio tra le case e le fertili campagne circostanti. Questi due elementi, oltre a formare il carattere della gente, hanno contribuito a fare del borgo un qualcosa di unico, cioè una perfetta fusione di tipologie architettoniche e paesistiche tra di loro molto diverse.
La severità delle facciate dei palazzi allineati lungo il Corso Ausugum, connotati da simmetria e regolarità, con portali a volte maestosi, contrasta e fa da contrappunto all'allegro e variopinto disordine, di stampo tipicamente veneto, del retro degli stessi palazzi che dà sul fiume, con poggioli, scale esterne, ballatoi e altro ancora. Completa l'opera un ponte in pietra a schiena d'asino costruito sui modelli veneziani alla fine del XV secolo, affiancato da una serie di portici e sottoportici del tipo di quelli esistenti in alcune città fluviali del Veneto come Vicenza, Padova e Treviso. Il carattere medievale di Borgo è rimasto quasi integro nel suo assetto urbanistico. Basta dare un'occhiata alla pianta del centro storico per rendersene conto. La modifica più sostanziale è stata l'apertura, nel tessuto urbano, della lunga prospettiva dell'attuale via Fratelli, resasi necessaria per ovviare agli inconvenienti che causarono il disastroso incendio del 1862. Il nome "via Fratelli", ricorda tutti i fratelli del Borgo sparsi nel mondo che dopo l'incendio contribuirono con generosità e in vari modi a risollevare le sorti della popolazione.
Per secoli, come è stato detto, il centro fluviale si è mantenuto pressoché inalterato, salvo qualche episodio isolato di ricostruzione o di abbellimento di edifici già esistenti. L'impulso espansivo avviene nella seconda metà del Cinquecento, quando il ramo più in vista dei Ceschi si costruisce al limite orientale del Borgo un nuovo e grande palazzo. L'esempio verrà seguito a breve distanza di anni da altre famiglie benestanti come i Fusio o i Dordi che riedificheranno le loro dimore in altre aree del borgo.
[...] il XVII secolo vede la costruzione della Casa della Magnifica Comunità con l'allargamento e l'abbellimento del Ponte antistante, la costruzione di Palazzo Bertondelli e una molteplicità di iniziative tese a migliorare l'aspetto delle case ampliandole e adattandole alle nuove esigenze e ai nuovi modelli di vita. Sempre nello stesso secolo e per iniziativa di alcune famiglie intraprendenti come i Ceschi, vengono costruite delle strutture produttive come segherie, mulini, magli, folli, peschiere ecc. Viene inoltre introdotto, sempre da parte dei Ceschi, l'allevamento del baco da seta con la conseguente coltivazione estensiva dei gelsi che in parte muta l'aspetto delle campagne.
[...]
Nel secondo decennio del XVIll sccolo, passati i pericoli e le paure suscitate dalla Guerra di Successione Spagnola, che aveva investito anche il territorio trentino, riprendono, anche se in misura minore rispetto al secolo precedente, le attività edilizie, tra le quali il cantiere per la ricostruzione e l'ampliamento della Pieve.
La nuova chiesa, ricostruita in forme barocche, già in linea con il nuovo gusto settecentesco, dal maestro comacino Bernardo Pasquello, verrà solennemente consacrata nel 1726 e terminata l'anno dopo. Essa rappresenta nell'architettura sacra di Borgo l'episodio più notevole del Settecento, seguito dopo la metà del secolo dal rinnovo in stile rococò della chiesa di Sant' Anna e dalla costruzione del nuovo campanile realizzato su progetto del veneziano Tommaso Temanza.
L'interesse per le arti è testimoniato, oltre che dalle iniziative testé esposte, dall'abbondante messe di affreschi, pale d'altare, altari lapidei, sculture e oggetti vari di arredamento, opera di maestri trentini e veneti che, prodotti in locoo fatti venire da fuori, abbelliscono le chiese e le case di Borgo. Nell'architettura civile la costruzione di nuovi edifici avviene per lo più ai margini del centro storico in quanto questo aveva già assunto una propria fisionomia nei secoli precedenti.
Di questi interventi, che non cambiano sostanzialmente l'aspetto della borgata, il più interessante per il suo valore architettonico e scenografico è senz'altro il Palazzo de Bellat. All'interno del tessuto urbano s'impongono all'attenzione alcuni elaborati portali lapidei come quello di palazzo Armellini, di casa Maichelpech edi palazzo Zanetti.
Il XIX secolo si apre con le guerre napoleoniche e con la costruzione alla periferia del paese delle prime filande industriali e si chiude con l'inaugurazione della Ferrovia della Valsugana. Nel mezzo c'è lo spaventoso incendio del 6 luglio 1862 che ridusse in cenere due terzi di Borgo. All'incendio segui un'intensa opera di ricostruzione e miglioramento delle abitazioni. Verso la fine del secolo, con la costruzione del quartiere dell'attuale viale Città di Prato, inizia una prima, timida espansione urbanistica del centro verso la periferia.
Estratto da
Carlo Zanghellini. Strigno e la Bassa Valsugana alla luce di antiche cronache", Tipografica Editrice Temi di Trento, 1972
come riportato in Trentino Cultura
"Il 25 aprile, S. Marco, le donne affollavano la chiesa, poi seguivano devote la processione attraverso il paese portando con sé i semi di bachi avvolti in scialli di lana finché venissero benedetti. Più tardi, il sacerdote invocava le celesti benedizioni sui bachi, dalla cui sorte dipendeva l'andamento dell'annata. Se la raccolta dei bozzoli andava bene, erano giorni di festa per tutti: si pagavano i debiti, si facevano nuove spese e si stipulavano nuovi contratti.
A partire dall'inizio del XVI secolo, le condizioni ambientali ed economiche della nostra gente erano di molto migliorate. I motivi di tale progresso sono diversi: la coltivazione della vite, sulla quale si basava principalmente l'agricoltura; l'allevamento del bestiame; il traffico girovago delle stampe sacre; il commercio stagionale, praticato dai Krämer; la produzione artigianale sempre più intensa per soddisfare le richieste dovute al maggior incremento agricolo-commerciale. Ma ciò che maggiormente contribuì al benessere economico e sociale di Strigno e degli altri paesi del Trentino fu indubbiamente l'allevamento del baco da seta e la lavorazione del prodotto nelle filande. Le nostre campagne fino ad un'altitudine di 600-700 metri, erano (fino a qualche decennio dopo la grande guerra), letteralmente coperte di gelsi (morari) che fornivano la foglia per l'allevamento del baco da seta (cavalgeri). I primi gelsi furono importati dalla Cina e dalle Filippine verso la fine del 1500; nel secolo seguente venne iniziata la coltivazione per iniziativa del Magistrato civico di Rovereto a titolo di esperimento. Poi, nel 1646, con un decreto governativo inteso a incoraggiare in questo campo gli agricoltori, le piantagioni di gelsi e l'allevamento del baco si ampliarono tanto che, alla fine del 1700, era esteso ai territori di Riva, Mori, Rovereto e alta Valsugana.
L'allevamento del baco si intensificò sempre di più, ed ogni centro di una certa importanza ebbe le sue filande. A Strigno nel 1852 ve ne erano otto, fra le quali primeggiavano quelle di Francesco Weiss e Giuseppe Pellegrini: la prima con 32 caldaie e la seconda con 36; a Grigno ve ne era una di 14 caldaie, di Francesco Minati; a Ospedaletto una con 10 caldaie, di proprietà di Pietro Weiss di Strigno. In tutto 106 caldaie, le quali filavano 138 mila libbre di bozzoli producendo 18.500 libbre di seta, impegnando nella lavorazione dalle 500 alle 700 persone. Le migliori qualità di "gallette" erano le nostrane o paesane, le brianzole, le centurine, le spagnole, le maserole; ma la migliore di tutte era la paesana. I semi si mettevano a covare tra materasso e pagliericcio con accanto una persona, giorno e notte, per aumentare gradatamente il caldo fino alla nascita del bacolino. Dalla nascita del bacolino fino alla filatura del bozzolo, passavano dai 34 ai 40 giorni. In questo frattempo si avevano le quattro mute di pelle. Le più comuni malattie dei bachi erano le "gatte" e le "vacche". Con la prima il baco non cambiava la pelle e moriva, con la seconda si gonfiava e diventava flaccido, finche si rompeva.
L'anno 1855 fu un anno fatale. Scoppiò la malattia detta "pebrina", sterminatrice del baco: la larva non riusciva a tessere il bozzolo; di qui la gravissima perdita di guadagni per i contadini e operai occupati in gran numero nell'allevamento del baco e nelle filande. Fu allora che un sacerdote, don Giuseppe Grazioli, già cooperatore a Strigno e a Ivano-Fracena, e poi curato di Villagnedo e infine ancora a Ivano-Fracena, compì il suo primo viaggio in Dalmazia (1858) alla ricerca di un seme migliore, ma trovò anche bachi ammalati. Negli anni seguenti, sempre per il medesimo scopo, si recò in Romania, in Asia Minore, nel Caucaso ed infine, fra il 1864 e il 1869, in Giappone, accompagnato da certo Leopoldo Baratto detto "Cristele" di Fracena, riuscendo finalmente a portare da quel lontano paese, tra mille peripezie, il nuovo seme che permise ai nostri paesi di riprendere il prezioso allevamento.
Un'oncia di seme dava 100-150 libbre di bozzoli (60 kg. circa) consumando per l'allevamento dai 37 ai 38 quintali di foglia. Le operaie delle filande iniziavano il lavoro alle ore sei e smettevano alle 11, riprendevano alle 12 per finire alle 19. Erano divise in quattro categorie: le "zernirole", le "calderare", le "menarole", e le "bigattare". Le zernirole e le calderare avevano una paga di 40 soldi al giorno, le menarole di 30 e le bigattare di 12. Le zernirole avevano il compito della cernita del bozzolo, scartando le "falope" (i bozzoli scarti). Le calderare stavano alla caldaia curando il regolare svolgimento del filo di seta. Le menarole curavano l'avvolgimento del filo di seta sull'apposito rullo posto sopra la caldaia.Le bigattare, giovanette tra i 14 e 17 anni, avevano il compito di pulire la caldaia dai "bigatti", le larve del baco morto. Se l'allevamento del baco andava bene, i giorni della raccolta erano di letizia per tutti: giovani e vecchi. San Prospero era il Patrono di Borgo e la festa dei bozzoli; cadeva la seconda domenica di luglio. La gente conveniva in quel giorno a Borgo da tutta la Valsugana, per fare un po' di baldoria. Era una festa di allegria generale, schietta e sincera. Il giorno seguente San Prospero, era il giorno degli affari, dei contratti, delle compere e vendite, delle affittanze.
Dopo la grande guerra l'allevamento del baco andò diminuendo e cessò completamente verso il 1930 con l'avvento della seta artificiale. L'ultima filanda di Strigno fu quella di Pietro Weiss, "Pierin Pierotto", in Via San Vito, chiusa nel 1897. L'ultimo fochino fu Albino Bordato (Bino Baraba). Questa importante industria, che per tanto tempo diede il sostentamento e in parte il benessere ai nostri paesi, è già dimenticata dalle nuove generazioni. I nostri nipoti, che non sentono più parlare del baco da seta, non sanno che cosa siano state le filande, i "cavalgeri", le "galette", le "falope"; e i ricordi delle nostre nonne canterine, che all'alba entravano nelle filande a lavorare tutto il giorno, stanno per svanire per sempre".
Estratto da
La Valsugana Orientale, di Vittorio Fabris, Borgo Valsugana, Trento: Fondazione Cassa di risparmio di Trento e Rovereto, 2009-2011, vol. 1, paesi a destra del torrente Maso (Decanato di Borgo)
All'inizio del Seicento, secondo quanto scrive il nobile Armenio Ceschi di Santa Croce nella sua Storia della Famiglia Ceschi di Santa Croce (CESCHI 1740 ca., ms.), venne introdotto in Valsugana da parte dei Ceschi l'allevamento del baco da seta e la conseguente coltura del gelso. L'allevamento, inizialmente osteggiato dalla popolazione, divenne in seguito una delle fonti economiche più importanti della valle con la creazione di numerose filande a Borgo e nei paesi del circondario.
Il palazzo attualmente di proprietà della famiglia Modena venne costruito ex novo al limitare del paese tra la roggia dei Ceschi e la strada per Bassano, tra la fine del XVII e del XVIII secolo.
L'edificio nella sua veste tardobarocca, dovuta ad un probabile rimaneggiamento della prima metà del Settecento,rappresenta uno degli esempi più significativi e raffinati di edilizia abitativa realizzata a Borgo nel XVIII secolo. Il recente restauro ha valorizzato il delicato gioco chiaroscurale creato dalle modanature e dall'apparato decorativo delle facciate, dove l'elemento unificante è il motivo della voluta ionica che viene ripetuto un po' ovunque - sulle mensole, sui capitelli, sui timpani delle finestre e altrove.
L'aspetto più scenografico e marcatamente veneto trova la sua massima espressione nell'entrata al giardino, che si apre tra il Corso e la piazzetta Ceschi, dove alla sommità di due eleganti pilastri a bugne alternate, sui quali è incardinato un cancello in ferro battuto, sono poste due leggiadre statue di divinità femminili con prodotti della terra. Le sculture, in pietra tenera di Nanto, rappresentano Flora e Cerere, allegorie della primavera e dell'estate, e sono opere di buona fattura uscite tra il 1730 e il 1740 dalla bottega di Giacomo Cassetti, genero di Orazio Marinali, impegnato in quel tempo a Castello Tesino nella realizzazione dell'altare maggiore della chiesa di San Giorgio.
Al centro del lato a sera, in una parete un po' arretrata, è posto il palladiano ingresso al palazzo al quale si accede salendo una breve e larga scalinata e passando per un atrio formato da due ampie arcate poggianti su un pilastro centrale. Internamente il palazzo, costruito su una pianta ad elle, presenta delle interessanti strutture, come il giro scala e il corridoio centrale, voltate a botte e a crociera, e porte con stipiti lapidei lavorati. Degno di nota è il grande salone del primo piano che dà sul giardino, con il soffitto interamente dipinto con un motivo a grottesche mescolate ad animali e figure simboliche facenti da cornice a quadretti con animali, scenette di caccia, di costume e di genere. Stilisticamente e iconograficamente i dipinti che riprendono in modo eclettico motivi rinascimentali potrebbero essere ascritti al clima tardoromantico di fine Ottocento,
[La foto di Palazzo de Bellat è tratta dall'opuscolo Per le vie del borgo, con un piccolo contributo di IA per rimuovere un edificio moderno...]
E' un grande edificio sorto probabilmente verso la fine del Cinquecento o nei primi anni del Seicento in seguito alla citata espansione verso est del Borgo. L'elemento che nobilita l'anonima facciata del severo palazzo è senz'altro lo splendido portale dei Diamanti che si apre sul Corso. Degno di nota è anche l'ampio e suggestivo androne voltato a botte, articolato alle pareti da signorili portali archi voltati con modanature in pietra.
Quattro file di piccole bugne diamantate, interrotte dai capitelli ionici e dalla voluta della chiave di volta, coprono tutta la superficie esterna dei piedritti e dell'arco, facendo da preziosa cornice al portone in legno. Realizzato in pietra rosa, il portale di gusto squisitamente rinascimentale rivela però, nella forma a voluta della chiave, un'apparenza già seicentesca.
Degli esempi analoghi presenti a Pergine nella casa Rusca, a Trento nella Porta dei Diamanti della cinta clesiana del Buonconsiglio e in altri palazzi ancora, a Rovereto in Palazzo Noriller, a Bassano nel Palazzo Pretorio, nessuno eguaglia, per finezza di lavorazione e bellezza intrinseca, il modello di Borgo. Questo potrebbe derivare dalla decorazione esterna di palazzo Thiene, costruito in Contrà Porto a Vicenza dall'architetto Lorenzo da Bologna (attivo nella seconda metà del XV sec.) nel 1489. Nelle raffinate lesene angolari di questo palazzo si ritrova l'identico motivo delle quattro file di bugne diamantate del portale di Borgo, un'ulteriore prova del connubio tra le due culture, la trentina e la veneta.
Infondata e frutto di fantasia è invece la convinzione popolare, riportata anche dal Gorfer che il portale provenisse dal distrutto castello di Castelnuovo.
La Porta dei Diamanti al Castello del Buonconsiglio di Trento
Il Palazzo Ceschi, attuale sede del Comprensorio, è il primo vero palazzo rinascimentale costruito ex novo a Borgo. Esso sorge su uno spiazzo della riva sinistra del Brenta, lungo la strada che portava a Bassano, in quello che abbiamo detto essere il limite orientale del centro abitato nella seconda metà del Cinquecento. Edificio molto dignitoso di casa padronale-agricola, ispirata agli esempi veneti, ma anche trentino-tirolesi residenza e sede di famiglie nobili, conforme l'uso antichissimo nel Tirolo e Germania, come recita un passo delle Memorie della Famiglia Ceschi a proposito della costruzione di questo palazzo.
Sul lato del palazzo che dà sul Corso è ancora visibile, a circa quattro metri di altezza, l'imposta dell'arco di uno dei portali che chiudevano a oriente come a occidente il Borgo sulla via maestra. L'altro portale che sorgeva nei pressi dell'attuale piazzetta del Teatro Vecchio, lungo la strada che portava a Roncegno, è chiaramente visibile, sormontato da merli, nelle vedute del Merian e del Bodenher.
Stampa del Merian dove si vede sulla sinistra la porta occidentale di Borgo Valsugana (da timelessmoon.getarchive.net)
Il complesso degli edifici che formano il palazzo, costituito dalla signorile casa padronale e dai rustici per la conduzione dei fondi, è il risultato di vari interventi succedutisi nel corso di più secoli. Il nucleo più antico, fatto costruire da Francesco Ceschi nel secondo Cinquecento e terminato nella sua prima fase nel 1577, come conferma la data incisa sull'angolo con il Corso, venne in seguito rimaneggiato e ampliato riuscendo però a conservare sempre il suo aspetto signorile.
La costruzione rinascimentale si sviluppava su tre piani più un sottotetto su una pianta quadrata leggermente asimmetrica. Rispetto ai più antichi palazzi d'impianto gotico e del primo Cinquecento presenti a Borgo, quello dei Ceschi adottava il sistema delle stanze distribuite ai lati di un largo corridoio centrale polifunzionale presente su tutti i piani e servito da una scala interna, soluzione estremamente innovativa per quel tempo,
Esternamente il palazzo è connotato da forme severe che nella loro essenziale geometricità e nell'uso discreto degli aggetti degli elementi lapidei creano un'armonica coesistenza tra le parii. L'asimmetrica distribuzione dei fori rettangolari e rotondi ai lati del paramento centrale costituito da una sequenza verticale di portale, cartella con affresco, bifora, balcone con seconda bifora e oculo, è l'elemento più caratterizzante della facciata che dà sull'omonima piazzetta e di tutto il palazzo, modello per altri due palazzi che verranno costruiti seguito come Palazzo Zanelli e Palazzo Strobele.
Il paramento centrale si apre al pianterreno con il monumentale portale in pietra rosata archivoltato a bugne alternate con capitelli ionici e stemma Ceschi in chiave, Lo stemma, in origine policromato, che rappresenta l'antico blasone di famiglia, un grifo rampante coronato con un mezzo grifo ad ali spiegate nel cimiero, è un ulteriore elemento di datazione del palazzo. Ai piedi del grifo compaiono le iniziali F.C. (Francesco Ceschi) del committente. L'affresco che coronava il portale è andato ormai perduto; dalle poche tracce che rimangono di difficile lettura sembra di riconoscere una Madonna sopra un globo affiancata da due santi di cui quello a destra tiene in mano un lungo bastone. In seguito, dopo la metà circa del XVI secolo, il dipinto venne impreziosito da una cornice mistilinea in stucco con [ai lati due putti, che emergono da cornucopie, simboli di abbondanza. Uno porta un calice - presumibilmente di vino - e l'altro delle spighe].
Nella seconda delle bifore poste sopra il portale, si apre un balcone sostenuto da due mensole in pietra e recintato da una ringhiera in ferro battuto. Le due bifore, inquadrate in una cornice rettangolare con cimasa aggettante, hanno i pilastrini dei piedritti e i conci degli archi lavorati a specchio con capitelli tuscanici rudentati. Una teoria di oculi, resi ciechi dalla sopraelevazione, coronava la facciata e mediava il passaggio al cornicione del tetto.
La sopraelevazione e gli ampliamenti in larghezza e in lunghezza che hanno stravolto le belle proporzioni del palazzo sono stati in parte mimetizzati nel paramento murario e nella forma e dimensioni delle aperture. Tutte le finestre del palazzo sono riquadrate entro cornici in pietra grigia finemente modanate. Le stesse rifiniture in pietra grigia si trovano all'interno, nelle mensole delle volte, nei capitelli, nelle lesene, negli stipiti delle porte e in ogni altro elemento aggettante. Le costruzioni a ovest del palazzo, dove ora c'è l'auditorium comprensoriale, erano originariamente dei rustici adibiti a stalle nei locali del pianoterra e a fienili in quelli dei piani superiori. Un androne destinato ad usi agricoli metteva in comunicazione il cortile interno con l'antica Contrada Imperiale.
Addossata all'ala sud fuori del recinto è la cosiddetta "Torretta", aggiunta tra i secoli XVIII e XIX, a giudicare da cert particolari architettonici come per esempio le mensole a voluta del balcone.
Sul Lungobrenta un altro portale in pietra immette nel cortile del palazzo.
Citiamo da
Ausugum : appunti per una storia del Borgo della Valsugana, di Armando Costa, Olle Borgo Valsugana TN : Cassa rurale di Olle, 1993-1995, 3 v. (551 ; 647 ; 943 p.)
L'imperatore Rodolfo II, con diploma dato a Praga il 4 aprile 1605, creava Giovanni Battista Ceschi di Santa Croce, coi suoi discendenti d'ambo i sessi, cavaliere aurato del S.R.I. In questo diploma viene ricordata e confermata una precedente concessione del 1325 di Federico III della nobiltà del S.R.I. ai maggiori del predetto.
Altra nobiltà imperiale con aumento di stemma. Innsbruck, 16 luglio 1582. Nobili Tirolesi, 1588. Cavalieri austriaci, 4 aprile 1605. Conferma imperiale, Vienna 8 gennaio 1670 e 6 febbraio 1725.
Carlo VI con altro diploma 14 ottobre 1723 confermava i titoli precedenti a Girolamo Armenio, mentre con successivo diploma 15 marzo 1734, lo stesso imperatore concedeva al suddetto Girolamo Armenio ed al genero Giuseppe Benedetto pure Ceschi di Santa Croce il titolo di barone del S.R.I.
Fino al 1844 il Corso, l'allora Contrada Imperiale, in prossimità di palazzo Ceschi si restringeva fino a creare una strozzatura, forse in relazione alla vicina porta orientale del paese. In quell'anno a seguito dei lavori di rettifica della sede stradale, si eliminò il restringimento arretrando di oltre un metro le facciate delle costruzioni del lato nord, compresa la Cappella Ceschi.
Dedicata alla Vergine Immacolata e a Sant'Anna, venne costruita [nel 1660] dal nobile Giulio Francesco Ceschi di Santa Croce Commissario di Telvana, come cappella gentilizia annessa al palazzo di famiglia eretto un secolo prima.
La facciata a capanna, bipartita orizzontalmente da una fascia marcapiano, è scandita da un portale lapideo architravato sormontato da un oculo circolare inserito in una larga cornice modanata in stucco. La facciata, frutto di un rifacimento ottocentesco, è conclusa in alto, al vertice degli spioventi, da una croce in marmo bianco inguainata in fogliami, ed è scandita verticalmente dalle costruzioni adiacenti da due leggere lesene in stucco.
Alla quasi anonimità e semplicità dell'esterno, fa da contrasto il ricco e raffinato interno, di gusto decisamente barocco. Esso è formato da un'aula di m. 4,40 x 5,70 (in origine 7,25), coperta da una volta a botte lunettata divisa in tre campate da lesene ioniche con specchiature ad arcate cieche. L'arretramento della facciata, riducendo notevolmente la prima campata, ha alterato l'armonia interna e l'equilibrio tra le parti. Molte delle decorazioni in stucco, come gli eleganti e ricercati capitelli ionici, l'elaborato cornicione e le teste di cherubini delle chiavi degli archi, sono della fine del secolo XVII, mentre i dipinti murali della volta e delle lunette risalgono alla seconda metà dell'Ottocento e ai primi del Novecento.
[La Cappella Ceschi è dedicata alla Vergine Immacolata e a Sant'Anna ed è stata costruita dal nobile Giulio Francesco Ceschi di Santa Croce Commissario di Telvana intorno al 1660, come cappella gentilizia annessa al palazzo di famiglia e completata nell'arredamento e decorazione una decina d'anni dopo dal fratello Giovanni Pietro Giuseppe. L'attuale facciata è frutto di un rifacimento ottocentesco dovuto alla rettifica del Corso. L'interno formato da un'aula rettangolare, è coperto da una volta a botte lunettata divisa in tre campate da lesene ioniche con specchiature ad arcate cieche.]
Autenticamente barocco, realizzato verso il 1670 o poco dopo, è pure l'imponente altare in marmo e stucco che occupa buona parte del ristretto spazio interno ed è completato nella parete di fondo da tendaggi dipinti.
L'antipendio reca intarsiato in marmi policromi il motivo della stella, evidente attributo di Maria, la parte superiore dell'altare è popolata da angeli e cherubini.
Nello scudo del fastigio la citazione di un versetto del Salmo 25 aiuta a comprendere l'esuberanza decorativa dell'insieme. (DOMINE DILEXI DECOREM DOMUS TUAE (et locum habitationis gloriae tuae) (O Signore ho amato la bellezza della tua casa... (e il luogo dove abita la tua gloria), Sal. 26 (25) 8)
[Si tratta del salmo "Preghiera dell'innocente", di Davide. La doppia numerazione deriva da questo fatto, che cito da Google Gemini
Le differenze nella numerazione sono dovute a come sono stati raggruppati o suddivisi alcuni Salmi nel corso dei secoli. Ad esempio, alcuni Salmi che nel testo ebraico sono considerati unità separate, nelle versioni greca e latina sono stati uniti in un unico Salmo, e viceversa.
Esempio
Il Salmo 9 nella versione ebraica è diviso in due Salmi (9 e 10) nelle versioni greca e latina. Di conseguenza, dal Salmo 10 in poi, la numerazione sarà sfasata di un'unità.
Quale numerazione seguire?
La maggior parte delle Bibbie moderne, inclusa la Bibbia CEI 2008, segue la numerazione del testo ebraico.
Alcune traduzioni più antiche, come la Bibbia CEI 1971, e la Liturgia romana, seguono la numerazione dei Settanta e della Vulgata.
Come orientarsi?
Per evitare confusione, molte Bibbie riportano entrambe le numerazioni, indicando tra parentesi la numerazione corrispondente dell'altra tradizione.
I versi 6-8 di questo salmo recitano:
Lavabo inter innocentes manus meas, et circumdabo altare tuum, Domine:
ut audiam vocem laudis, et enarrem universa mirabilia tua.
Domine, dilexi decorem domus tuae, et locum habitationis gloriae tuae.
Lavo nell'innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare, Signore,
per far risuonare voci di lode e per narrare tutte le tue meraviglie.
Signore, amo la casa dove dimori e il luogo dove abita la tua gloria.]
La pala d'altare, un dipinto a olio su tela [che dopo il restauro, terminato nel 2008, è stato attribuito da Ezio Chini a Carlo Pozzi, pittore di origini bresciane, molto attivo nel Seicento in Trentino.], rappresenta l'Immacolata Concezione in preghiera sulle nuvole affiancata da Sant'Anna e San Giuseppe e tra uno stuolo di cherubini e in basso sei santi inginocchiati in preghiera da sinistra San Carlo Borromeo, San Giovanni Battista, Santa Caterina d'Alessandria, un Santo Vescovo (San Donato o Sant'Agostino?), San Francesco e Sant'Antonio da Padova, tutti santi legati alla famiglia Ceschi.
La qualità pittorica del dipinto, in pessimo stato di conservazione e con pesanti ridipinture, pur modesta e con qualche ingenuità non manca d'interesse per il carattere genuinamente popolare e devozionale che esprime. Per questi motivi la tela potrebbe essere assegnata ad uno dei componenti della famiglia Fiorentini: a Francesco o al nipote Lorenzo. La parete è completata da due tele ad olio, poste entro cornici in stucco, con San Francesco che riceve le Stimmate sul monte Verna a sinistra, ...
[e la] Chiamata di Pietro (Il soggetto è giustificato, oltre che da motivi di fede, anche dalla devozione personale in quanto molti componenti della famiglia Ceschi portavano questo nome), a destra, di qualità diversa: migliore la seconda, ma entrambe assegnabili per caratteri stilistici e pittorici alla seconda metà del XVII secolo.
[si rivela una copia in formato ridotto di un analogo dipinto di Federico Barocci (Urbino, 1535 ca. 1612), attualmente nelle Gallerie Reali di Bruxelles. Il restauro ha ridato all'opera l'originale cromia facendo riemergere brani di pittura che parevano perduti come alcuni particolari del paesaggio e gran parte della citazione di Matteo, scritta in basso al
centro, che recita: (AT ILLI) RE(LICT)IS STATIM S(ECVT)I SVNT EVM (Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono) Matteo 4, 20.
La tela ha così rivelato l'appartenenza ad un pittore di buon livello molto vicino ai modi di Gaspare Fiorentini, nipote del più noto Lorenzo senior, attivo a Borgo fino al 1672.]
Federico Barocci, Chiamata dei Santi Pietro e Andrea, Museo reale delle belle arti del Belgio, Brussels
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Sulla parete sinistra è appesa un'interessante tela con San Giuseppe in cammino con Gesù Bambino per mano, un bel dipinto settecentesco caratterizzato da una calda e intima atmosfera. [Il bambino ha in mano una melagrana, simbolo della Passione.] Nella parete opposta una tela con Santo francescano (San Pietro d'Alcantara) in preghiera con la Colomba dello Spirito Santo (secolo XVIII). [Entrambi i dipinti presentano modi figurativi e valori pittorici molto vicini a quelli riscontrabili nei sei ritratti di Santi Francescani del Convento di Campo Lomaso, firmati da Giuseppe Antonio Fiorentini (FABRIS 2007c, pp. 128-143), fratello del citato Gaspare.]
La cappella conserva un altro dipinto, un ritratto ideale della Beata Maria Giovanna Bonomo, figlia di Virginia Ceschi, eseguito dalla baronessa Pia Buffa all'inizio del Novecento.
Degna di nota è la decorazione pittorica murale, con bouquet di rose bianche nelle lunette, festoni di frutta e spirali fitomorfe nella volta, elementi simbolici del linguaggio mariano, rifatta in seguito al ridimensionamento della chiesetta e ora in pessimo stato di conservazione. Particolarmente fresche e felici risultano le composizioni floreali, dovute forse ad una diversa mano, imitanti analoghi soggetti dipinti da Pietro Antonio Bianchi in alcuni edifici del Trentino tra il 1750 e il 1760.
[La bella decorazione della volta in trompe l'oeil con i festoni floreali e i freschi bouquet di rose delle lunette, chiaro riferimento alla simbologia
mariana, sono stati eseguiti nel 1905 dai bolognesi Fratelli Mosca, attivi in quel periodo in Valsugana assieme a Sigismondo Nardi.]
[Il modello per questo quadro appare essere stato usato da altri artisti, vedi ad esempio questoolio su rame Saint Joseph et l'Enfant Jésus di Autore Ignoto del XVII secolo che fa parte della Collection du Musée national des beaux-arts du Québec. (Vedi anche la scheda di Wikidata.)
Daniel Drouin, Conservateur de l'art ancien presso il Musée national des beaux-arts du Québec, mi scrive
"En ce qui nous concerne, cette toute petite huile sur cuivre aurait été apportée en Nouvelle-France au début du XVIIe siècle dans un contexte d’évangélisation des populations autochtones. Comme l’objet est tout petit, il était facilement transportable par les missionnaires qui devaient parcourir de très longues distances à pied ou en canot d’écorce avec le strict minimum pour tout bagage.
Sullo stesso tema ci sono fra l'altro
San Giuseppe che guida il Bambin Gesù di Bartolome Esteban Murillo (~1670), presso il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, immagine tratta da Arthive, e
San Giuseppe col Bambino di Jose Lusan-i-Martinez (1750), presso il Museo di Zaragoza, immagine tratta da Arthive
Ignoto, Saint Joseph et l'Enfant Jésus
Degno di nota anche questo San Giuseppe con Gesù Bambino di Sebastián Martínez Domedel (1615-1667), dal Museo del Prado (No profit publications with no commercial distribution, private websites, private blogs and social media)
San Giuseppe ferma la mano del Bambin Gesù che vorrebbe raccogliere un frutto, in particolare la melagrana, simbolo della Passione. Nel dipinto della Cappella Ceschi, invece, il Bambino ha in mano proprio quel frutto.
Di quella che era la porta orientale di Borgo, verso Feltre e Bassano, resta solo questa imposta d'arco, sul lato di Palazzo Ceschi che dà su Corso Ausugum.
Della porta occidentale non rimane altra traccia che quella in stampe d'epoca.
La sequenza delle facciate che si trovano sul lato nord del Corso tra la Cappella e l'imbocco di via degli Altipiani, per la maggior parte costruzioni realizzate su lotto gotico, conservano ancora impressi i segni del tempo che le rendono più pregnanti e autentiche, segni destinati purtroppo a venire cancellati da un prossimo restauro.
Alcune di queste case hanno portali lapidei di semplice fattura risalenti al XVI e XVII secolo. Sulla facciata tra i numeri civici 77 e 79 c'è un affresco votivo con: Madonna in trono col Bambino tra le sante Caterina d'Alessandria e Barbara di Nicomedia. [... affresco votivo con una Madonna in trono col Bambino tra le Sante Caterina d'Alessandria e Barbara di Nicomedia (1520 ca.), copia grossolana di analoghi soggetti dipinti dal Corradi nell'Oratorio di San Rocco.]
L'affresco a carattere devozionale, dipinto probabilmente nel terzo o quarto decennio del Cinquecento, rappresenta la Madonna in trono col Bambino tra le Sante Caterina d'Alessandría e Barbara di Nicomedia, riconoscibili dai loro attributi: la ruota dentata, la spada e la corona per la prima, la corona, la torre con tre finestre e l'ostia consacrata per la seconda. Il Bambino, vestito con una corta tunichetta bianca, porta al collo una collana di perle e stringe nella mano destra una rosa rossa, allusione alla sua futura Passione. Il dipinto è incorniciato da un fregio a candelabre di ispirazione rinascimentale. Molti elementi dell'affresco come la posa della Madonna, le figure delle due sante e il motivo delle candelabre, rimandando ai dipinti di San Rocco farebbero pensare ad uno stesso autore. La presenza però di certe grossolanità ed errori anatomici, come l'enorme braccio sinistro di Maria, lo assegnano ad un collaboratore del Maestro di San Rocco.
La parete che segue s'incurva per agevolare l'imboccatura attraverso un sottoportico di via degli Altipiani, l'antica via Broeja, un suggestivo vicolo dal forte sapore medievale che salendo e scendendo descrive un ampio arco per confluire in via San Francesco e ricongiungersi con il corso in prossimità di Palazzo Bettanini.
Dall'altra parte della strada, dopo la lunga e grigia facciata di Palazzo Ceschi, s'incontra un palazzo verde stinto con una singolare decorazione in trompe-l'oeil simulante cornici e timpani sulle finestre dei piani superiori, risalente al 1930.
Al numero 98 un semplice portale architravato in pietra, resa scura dallo smog della strada, introduce attraverso un androne ad un cavedio sul quale si affacciano altre costruzioni con degli interessanti portali lapidei archivoltati e architravati barocchi tra cui emerge per originalità di disegno e finezza di esecuzione quello della casa Fontana, ascrivibile all'inizio del XVIII secolo. Nella veranda che dà sul Lungobrenta Trieste è murata la più importante testimonianza romana della Valsugana. Si tratta di una lapide in marmo rosso con una iscrizione metrica dedicata ad Ercole del primo secolo dopo Cristo.
Al numero 90 altro portale mistilineo con chiave trapezoidale decorata a rameggi con sopra le iniziali G.A.G. e la data MDCCLXXV.
La casa che segue, il numero civico 86, più bassa delle altre, reca in facciata un importante affresco votivo con La Madonna col Bambino in trono tra San Rocco e San Sebastiano.
Stando alla tradizione popolare questo affresco, che si trova rappresentato per ben tre volte sui muri di Borgo, venne realizzato dopo la peste del 1508. La Madonna in trono co Bambino è qui attorniata da San Rocco in coppia con San Sebastiano, anziché con San Antonio Abate come in San Rocco. E interessante notare che il Bambino, completamente nudo, porta una vistosa collana di corallo rosso al collo richiamo alla futura Passione, ma anche rimedio popolare contro il malocchio e le malattie infettive dell'infanzia.
Tutti e due i santi sono invocati contro la peste: San Sebastiano perché già in tempi antichi aveva sconfitto la peste e perché le frecce richiamano nella loro fulmineità la propagazione del morbo; San Rocco perché avendo assistito e guarito gli appestati, dopo essere rimasto a sua volta contagiato, venne miracolosamente guarito.
[Da Famiglia Cristiana:
"Narra la Legenda aurea che nella storia dei Longobardi si legge di una terribile peste che colpì in particolar modo le città di Roma e di Pavia, e fu rivelato che il morbo non sarebbe cessato se non fosse stato eretto un altare a san Sebastiano, nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Pavia. Non appena l’altare fu eretto e consacrato, il morbo finì.
Sebastiano, santo militare, divenne ben presto uno dei patroni della città di Roma. Si sviluppò un importante culto attorno alla basilica costruita sulle catacombe, estesosi poi a altri luoghi della città, con la costruzione di nuove chiese, in genere nei luoghi menzionati nella Passione di san Sebastiano. Nel X secolo si trovava, forse, una chiesa intitolata al santo sul Colle Palatino, al posto dell’antico tempio di Eliogabalo, sulla cui scalinata Sebastiano si era erto a accusatore di Diocleziano.
Fuori di Roma il culto di san Sebastiano si diffuse grazie alla distribuzione delle reliquie nell’Africa romana, in Spagna, in Gallia e in Germania.
Il santo martire veniva invocato soprattutto contro la peste, sebbene nulla, nella Passione, giustifichi questa attitudine. Probabilmente fu la leggenda del miracolo di Pavia il punto d’inizio di questa devozione."
Dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, come citata in questo documento da sebastanius.org:
"e l’imperatore [Diocleziano] chiamò a sé il santo e gli disse: “Io ti ho sempre considerato tra i maggiori del mio palazzo e tu mi hai sempre ingannato ed hai ingannato anche gli dei”. Ma Sebastiano rispose: “Per la tua salvezza ho sempre adorato Cristo e per la sicurezza dello stato ho sempre reso onore a Dio che è nel cielo”. Allora Diocleziano ordinò che fosse legato in mezzo a un campo e trafitto dalle frecce dei cavalieri. Essi lo riempirono di frecce da sembrare un riccio e credendolo morto se ne andarono. Ma Sebastiano non era morto e, liberato e curato dalle ferite, un giorno se ne stava alle porte del palazzo imperiale e quando giunse l’imperatore lo riprese duramente per il male che faceva ai cristiani. Allora Diocleziano disse: “Non è questo Sebastiano, il quale avevamo comandato che fosse trafitto di frecce?”. E il santo rispose: “Il Signore mi ha voluto risuscitare, perché ti possa riprendere per il male che fai ai servi di Cristo”. L’imperatore lo fece flagellare così duramente che l’anima se ne partì dal corpo e fece gettare il cadavere in una cloaca. Ma la notte dopo san Sebastiano comparve a santa Lucina e le rivelò dove fosse il suo corpo e le comandò che lo seppellisse accanto alle tombe di Pietro e Paolo; e così fu. Egli fu martirizzato intorno agli anni del Signore 187."]
Un fregio a candelabre e motivi zoomorfi, a carattere simbolico (in alto sono rappresentati dei grifoni che sono un chiaro riferimento a Cristo), incornicia l'affresco. Per molti aspetti iconografici e stilistici il dipinto sembra appartenere all'ambito trentino-veneto dei primi decenni del Cinquecento.
Questa affresco quasi identico al precedente si trova su via degli Altipiani.
L'originale è coperto in parte da una persiana e da un poggiolo - questa immagine è stata ripulita mediante una IA.
San Rocco e San Sebastiano, affreschi sulla facciata di Palazzo Nicolini, in Piazza Mario Pasi a Trento
Tornando sul lato nord del Corso dopo l'imbocco di via degli Altipiani, superate alcune facciate di minor rilievo s'incontra Palazzo Bertondelli Hippoliti ora Solenni, uno dei più belli e stilisticamente più unitari di Borgo.
Palazzo Bertondelli è una complessa costruzione barocca con ampie pertinenze sul retro, che si stacca da tutte le altre del Corso per il carattere unitario, la bellezza e l'originalità della sua facciata. Sviluppata su quattro piani, essa è posta in un punto dove il corso accenna una curva, creando un leggero angolo convesso con le facciate che la precedono. Il cornicione del tetto, tolto perché pericolante decenni fa, non è più stato reintegrato. Un paramento a bugne gentili fascia la facciata a piano terra dove si aprono due portali gemelli in pietra grigia con arco ribassato e mistilineo poggiante su piedritti lavorati a specchio nella parte alta e a bugnato rustico alternato in quella bassa. Una elaborata chiave di volta a voluta scandisce il corto architrave del portale. Il motivo del bugnato sormontato da fasce a specchio, di evidente origine toscana, si ritrova nell'incorniciatura delle finestre e negli stipiti delle porte degli androni. Quelle del primo piano sono coronate da un fastigio con conci piatti a ventaglio sormontati al centro da una semisfera. Tra la terza e la quarta finestra, a partire da sinistra, è murata una lapide celebrativa con lo stemma della Famiglia Bertondello, la scritta DOCTORIS HIERONIMI BERTONDELLI e la data ANNO DOMINI MDCLXXXV (1685).
Di fronte al Palazzo Bertondelli la cortina delle facciate s'interrompe per lasciar posto ad un cortile sul quale si affaccia, in posizione arretrata rispetto al Corso, un bel palazzo settecentesco, nell'Ottocento casa di Francesco Ambrosi, recentemente restaurato. [Si tratta dell'attuale Palazzo BIM = Bacino Imbrifero Montano del Fiume Brenta, già Ambrosi Hippoliti, Segnana] Questo resta diviso dagli altri palazzi sul lato ovest dall'angusto vicolo Hippoliti che funge da raccordo tra il Corso e il Lungobrenta, prima vera cesura nella sequenza ininterrotta dei palazzi. Il palazzo, che si protende con un avancorpo verso il fiume, ha la data di costruzione, 1756, incisa nella chiave di volta del portalino in pietra, ora tamponato, che dava sui portici del Lungobrenta.
Proseguendo per il Corso da questo lato, le costruzioni che s'incontrano lasciano intravedere l'originale impianto gotico, come appare nella casa che fa angolo con il vicolo e in quelle adiacenti, nonostante le ristrutturazioni novecentesche operate in alcune, come quella dei numeri civici 68 e 66.
Ai numeri 49 e 74, i portali archivoltati rivelano la loro origine tardogotica, riscontrabile nella forma lineare a conci continui, priva di capitelli e chiave d'arco, con lo spigolo smussato e la grossa base dei piedritti.
Il portale al numero 49
Il portale al numero 74
Dall'altra parte della strada s'impone il grande Palazzo Rossi (già Palazzo Dordi) caratterizzato da una finestra serliana [da Sebastiano Serlio] al piano nobile, unico elemento di un certo interesse in una facciata sostanzialmente anonima. Anche per Palazzo Rossi, il retropalazzo si presenta molto articolato e con rifiniture lapidee barocche di buona fattura.
La sequenza delle facciate, quasi tutte restaurate e dipinte con colori non proprio adatti, trova una prima conclusione nella piazzetta dove si dipartono via degli Altipiani e via San Francesco. Sul lato ovest della minuscola piazzetta si affacciava un tempo la chiesa di Santa Croce, seconda parrocchia di Borgo tra il XV e il XVI secolo, inglobata nel Teatro Sociale dopo il 1829.
Di fronte a queste ultime case, l'episodio più notevole è senz'altro il Palazzo Armellini.
La loggia della Basilica Palladiana di Vicenza è incorniciata da aperture serliane
La doppia serliana di Palazzo Fugger-Galasso a Trento
L'edificio presenta una facciata che, seguendo la leggera curvatura della strada, forma un angolo molto aperto. Sviluppata in altezza per quattro piani più un mezzanino situato tra il piano commerciale e il piano nobile, s'impone per altezza emergendo sulle facciate adiacenti. Delle fasce marcapiano sottolineano il passaggio tra un piano e l'altro. Le finestre architravate sono incorniciate in marmo e quelle dei piani nobili hanno le cimase fortemente aggettanti.
Sulle fasce a bugnato gentile del pianterreno, ridefinito nel 1930 con l'apertura delle vetrine del negozio Armellini, l'elemento di spicco è il monumentale e scenografico portale barocco, di gran lunga il più bello ed elaborato di tutto il centro storico e uno dei più raffinati di tutto il Trentino. Il portale, pensato e realizzato per creare un forte impatto visivo, fonde in modo perfetto la ricerca di profondità prospettica con la felicità compositiva trasformando l'imponenza in leggerezza ed eleganza. Il manufatto si rivela opera di alto livello di un maestro lapicida, probabilmente uno dei maestri che nella prima metà del XVIII secolo e negli anni Sessanta dello stesso hanno lavorato agli altari della Pieve e di Sant'Anna.
[Due piedritti molto pronunciati, bugnati nella parte bassa e scanalati in quella alta, sorreggono un ricercato arco a sesto ribassato che diventa quadrilobato nella parte interna. Il manufatto, databile intorno alla metà del XVIII secolo, potrebbe essere attribuito ad Antonio Giuseppe Sartori presente in quel periodo in valle per aver sposato nel 1747 Elisabetta Agata Arnoldi di Strigno. A destra del portale un arco ribassato immette ad un sottoportico che sbuca nei pittoreschi portici del Lungobrenta.}
Esempi analoghi al modello di Borgo, ma non di qualità così alta, si possono trovare in Regione, oltre che a Trento a Rovereto e in Val Lagarina.
Nell Ottocento al pianterreno di Palazzo Armellini si trovava l'Osteria Stella. Quasi di fronte ad essa c'era l'Osteria al Gambero aperta sulla via dove oggi c'è La Bottega del Colore e vicina a un bel portale barocco ad arco depresso con voluta in chiave di volta datata 1694.
Sul fronte sud la sequenza dei palazzi del Corso si conclude, nella sua prima fase, con il barocco Palazzo Bettanini facente angolo con la piazzola del Ponte Veneziano, per riprendere poi con Palazzo Trucker, già sede del vecchio Municipio. Dall'altra parte della strada, dopo il negozio di Sartoria Rinaldi, risalente agli anni Trenta del Novecento, si erge alta sulle costruzioni adiacenti l'Antica Casa della Magnifica Comunità del Borgo.
La bella e ampia facciata del palazzo, molto danneggiato nella Prima Guerra Mondiale, è caratterizzata da una partitura verticale di balconi lapidei a monofora e balaustrati risalenti al XVII secolo. I curiosi e insoliti poggioli angolari, da taluni ritenuti barocchi, sono invece un'aggiunta “in stile" del primo dopoguerra. Al pianoterra si apre la Farmacia Centrale, che internamente ripropone nell'arredo l'aspetto delle antiche farmacie.
La piazzetta che si apre tra questo palazzo, il Vecchio Municipio, l'Antico Municipio (Casa della Magnifica Comunità) e il Ponte, autentico salotto all'aperto, in passato il cuore della vita comunitaria di Borgo, conserva ancora, se non l'importanza, gran parte del fascino del suo illustre passato.
L'edificio un tempo sede della "Magnifica Comunità un'opera del XVI secolo rimaneggiata alla metà del secolo successivo, che nell'aspetto si richiama alle case torri medievali di Trento, Costruito a ridosso dello sperone roccioso che scende fino a lambire i locali del pianterreno, si sviluppa su cinque piani più un sottotetto illuminato da due oculi ovali sottolineati da una cornice grigia dentata. Nella facciata che risulta visibilmente alterata dalle due vetrine del pianterreno, sono dipinti a fresco gli stemmi della Casa d'Austria, una banda bianca orizzontale tra due bande rosse [lo stemma dell'Arciduca d'Austria di rosso alla fascia d'argento diaprato - incorniciato dal toson d'oro] nella parte alta e della comunità di Borgo, una Croce d'Oro in campo rosso [di rosso alla croce patente d'oro], in quella mediana. Le due armi sono accompagnate da cartigli con scritte celebrative per la casa d'Austria [il primo IMMORTALITATI TANTI PRINCIPIS e il secondo IMMORTALE DEVOTIONIS MONVMENTVM - Monumento immortale di devozione all'immortalità di un principe così grande] e moraleggianti per la Comunità di Borgo Quest'ultimo cartiglio, posto sopra una meridiana dipinta oltre alla scritta DESIDERABILIS MEA BENE REGENTIBUS UMBRA, porta anche le firme di Jacopo e Francesco Fiorentini e la data 1653. Di conseguenza i due stemmi risultano dipinti in due momenti diversi.
Nel 1829 dopo il trasferimento della sede del Comune nell'antistante casa Trucker, l'antico Municipio viene trasformato nel Nuovo Teatro Sociale che sarà inaugurato nella primavera del 1840 con la rappresentazione del Torquato Tasso di Gaetano Donizetti, Restaurato già nel 1860, il teatro di Borgo vedrà esibirsi agli inizi del Novecento il giovane Tito Schipa e la "divina" Eleonora Duse. Nel secondo dopoguerra il teatro sarà trasformato in cinema.
Si veda il capitolo dedicato alla storia della Magnifica Comunità nel primo volume di
Ausugum : appunti per una storia del Borgo della Valsugana, di Armando Costa, Olle Borgo Valsugana TN : Cassa rurale di Olle, 1993-1995, 3 v. (551 ; 647 ; 943 p.)
da cui riprendiamo alcune citazioni.
Per lo sfruttamento dei beni collettivi, organizzato razionalmente, si iniziò nel periodo longobardo (568-774) l'uso civico del pascolo, che era riconosciuto non soltanto agli indigeni, ma anche ai proprietari delle terre divise: così che i possedimenti del Comune erano considerati come un accessorio della proprietà privata.
In cambio, però, i «vicini» dovevano corrispondere con un aumento dei loro obblighi rispetto alla comunità. Tra questi sono da ricordare oneri di prestazioni gratuite per la manutenzione delle strade, per il rifacimento dei prati, ecc., che risultano come tracce palesi di istituti longobardi, se si pensa soltanto al loro nome generico di «pioveghi» (= opere nell'interesse della pieve).
Circa le discussioni relative a questi doveri, basterà ricordare i primi «convegni davanti alla chiesa», caratteristici di questo tempo. A essi si deve senza dubbio l'affiorare delle antiche norme comunali, tramandate a viva voce di generazione in generazione, e osservate scrupolosamente come punti base delle consuetudini vicinali per il godimento dei beni indivisi.
Esse vennero poi raccolte in documenti scritti che si chiamavano «carte di regola».
[...] le «carte di regola» raccolgono anche le varie disposizioni e leggi che interessano la vita della comunità: il taglio dei boschi, la misurazione dei confini delle proprietà, la sistemazione delle strade, l'uso delle acque per irrigazione, ecc. Da un esame di questi documenti balza subito agli occhi l'evidente preoccupazione di tutelare i beni agricoli delle comunità.
Pene severissime, ad esempio, erano previste per chi lasciava scorrazzare incustodito per i campi il bestiame, o per chi era sorpreso a rubare legumi, biade e rape, o «far erba» nei prati degli altri. Molto precise erano inoltre le norme che obbligavano i rurali a offrire parte della loro opera gratuitamente a vantaggio della comunità.
Questa mescolanza di privato e di sociale serviva anche a rafforzare il senso di appartenenza che era tipico di questi paesi di valle, e che si tramanderà nei secoli successivi fino al periodo dell'industrializzazione moderna.
Le «carte di regola», che possiamo ben considerare come il fondamento storico della nostra autonomia (un'autonomia rurale, paesana, chiusa e gelosa delle proprie consuetudini, che univa in simbiosi vita religiosa e vita civile), rimasero in vigore fino agli inizi del secolo XIX, quando cioè un decreto dell'imperial regio governo austriaco (5 gennaio 1805) stabili di sopprimere quelle antiche regole definite «illecite combriccole di popolo»
[...]
In documenti del 1500 appare che il Comune del Borgo veniva governato in forma di «regola pubblica» da due Sindaci, che avevano un Consiglio di Dieci, chiamati Consoli o Capi di Decena, e tutti insieme si radunavano due o tre volte al mese per trattare gli affari e stabilire le «cólte» (sovraimposte comunali).
Tanto i Sindaci che i Consoli duravano in carica un anno, e nessuno poteva coprire tale incarico se non era cittadino del Borgo.
I due Sindaci tenevano la pubblica amministrazione sei mesi ciascuno e ne dovevano rendere conto alla fine dell'anno; e se qualcuno dei Sindaci, all'atto della sua elezione, non avesse avuto sostanza sufficiente per garantire, contro possibili sbagli, il pubblico erario, non veniva accettato alla carica, se altri non si fosse fatto mallevadore per lui..
[...]
La pace di Presburgo (26 dicembre 1805) toglieva il Tirolo all'Austria, e lo annetteva alla Baviera, che ne prendeva possesso nel febbraio 1806.
È in questo periodo che scompare la tradizionale organizzazione comunitaria, e che vengono stabilite le fondamenta del Comune politico e amministrativo moderno.
Infatti, con legge del 4 gennaio 1807 del Governo Bavarese, venne stabilito che: «Noi (Massimiliano Giuseppe) ci siamo fatti rassegnare un rapporto circostanziato sopra le costituzioni delle cosiddette Regolanerie maggiori e minori, che in alcuni contorni del Tirolo meridionale formano una specie di istanza intermedia, ed ordiniamo col presente che debbano essere totalmente ed assolutamente abolite queste istituzioni anormali, incompatibili con le nuove organizzazioni dei giudizi distrettuali, come con qualunque altra regolare amministrazione di giustizia e di polizia. All'incontro sono da stabilirsi pure anche in questi Distretti del Tirolo i Capi delle Ville, e sono loro da assegnarsi le incombenze fissate per questi Capi coll'ordine generale del 24 marzo 1802»
Il ponte in pietra a schiena d'asino che scavalca il Brenta di fronte al Palazzo della Magnifica Comunità del Borgo, (così viene chiamato nel Seicento), venne costruito su un modello veneziano nel 1498, in sostituzione di un manufatto in legno. E' probabile che le due parti del paese in un primo momento fossero collegate da un guado, sostituito nei periodi di piena da una passerella lignea. Di sicuro nel medioevo doveva esistere un collegamento asciutto stabile.
Il ponte in pietra venne allargato e portato alle dimensioni e forme attuali nel 1659, come testimoniano le date sulla chiave di volta delle due edicole costruite al centro dei parapetti assieme ai sedili lapidei e dedicate a San Rocco e a San Giovanni Nepomuceno, due santi molto particolari nel contesto storico, religioso e popolare della Comunità di Borgo, il cui culto era legato alla protezione contro la peste (San Rocco) e contro i pericoli dell'acqua (San Giovanni Nepomuceno). Le immagini dei due santi erano state affrescate nelle nicchie centinate delle edicole da Jacopo (o Giacomo) Fiorentini, primogenito del più celebre Lorenzo e padre del pittore Lorenzo junior.
Nella sua nuova conformazione e dimensione il ponte veniva ad assolvere l'importante funzione di "grande sala consigliare all'aperto" di cui si è parlato sopra. L'allargamento del ponte è chiaramente visibile da sotto - nei conci di pietra che formano la grande volta ad arco.
Il ponte misura m 11.76 di lunghezza e m 9.65 di larghezza.
San Rocco
San Giovanni Nepomuceno
Dal ponte, una vista su un lungofiume molto veneto, che mi ricorda...
... un quadro di Bartolomeo Bezzi visto nel 2023 al MART all'interno di una mostra a lui dedicata, e che rappresenta il Lungadige a Verona. ("L'acqua morta", 1884 Collezione Privata. Courtesy Galleria Bottegantica, Milano)
La casa Trucker venne acquistata dalla Comunità di Borgo nel 1829 per trasferirvi la nuova sede del Municipio dopo che un incendio aveva parzialmente distrutto l'antica. L'edificio venne ristrutturato e abbellito nel 1923 con l'aggiunta del balcone neorinascimentale, imitante quelli cinquecenteschi dei palazzi Geremia e Alberti-Colico di Trento, e più tardi, dei fastigi in stucco delle finestre. Dal 1985, dopo il trasferimento del Municipio nell'ex convento di Sant'Anna, il palazzo ospita la Scuola Civica di Musica ed altre associazioni amministrative e culturali.
Contigua al vecchio Municipio, ma con la facciata sporgente di oltre due metri, c'è una interessante casa, risalente al XVI secolo o forse anche al XV, caratterizzata da un bel portico con volta a crociera poggiante su due corte e massicce colonne in pietra bianca con base e capitello. La costruzione crea con il suo profilo la linea sinistra delle facciate dell'ultimo tratto del corso, che non presenta edifici di particolare interesse architettonico, a parte qualche portale lapideo barocco e qualche cellula gotica ancora riconoscibile sotto i rimaneggiamenti dei secoli più recenti.
La maggior parte delle costruzioni ha subito vari interventi di ristrutturazione e di restauro in particolare negli anni Trenta e negli ultimi decenni del '900 - che ne hanno profondamente alterato l'originale fisionomia.
L'itinerario prosegue imboccando il grande arcone del sottoportico, che si apre nella casa di fronte al vecchio Municipio, con la Scala Telvana che sale al Convento di San Francesco e al Monastero di San Damiano. Sul primo pianerottolo della scala, a destra, è da notare il bel portalino lapideo barocco di buona fattura con conchiglia in chiave di volta. Arrivati alla fine della scala Telvana, l'attenzione è attratta dalla presenza del Palazzo Strobele che incombe maestoso con la sua invitante facciata sulla piazzola antistante.
Il palazzo è composto dall'edificio centrale padronale, da rustici di pertinenza e da un giardino terrazzato, Delle costruzioni dovevano esistere anche prima del 1716, data che compare nella voluta della chiave di volta del portale lapideo, a giudicare da alcune strutture del pianterreno come l'androne passante o gli avvolti. L'aspetto attuale è frutto di un ampliamento e di una ristrutturazione, fatta all'inizio del Settecento, di edifici costruiti probabilmente nel secolo precedente.
L'elegante e armonica facciata sviluppata su tre piani è caratterizzata dalla fascia centrale verticale con la sequenza portale in pietra e due bifore architravate una sopra l'altra - giá presente a Borgo in Palazzo Ceschi e Palazzo Zanelli. portale è a bugne alternate con capitelli ionici sui piedritti e voluta in chiave. Lo stile ionico, il più diffuso nel centro storico, è usato anche nelle bifore soprastanti. Adiacente al palazzo sul lato a sera c'è una bella loggia ad archi con una splendida veduta sulle cime dell'Altipiano di Asiago, la loggia, assieme alla bifora della facciata sud (visibile solo da un cortile interno sottostante), sono chiari elementi di riconoscimento della costruzione, come compare in un disegno acquerellato della prima metà del Settecento.
L'interno, assai interessante, riprende nell'articolazione degli spazi lo schema di Palazzo Ceschi. Le sale centrali sono impreziosite da stucchi al soffitto e la cucina conserva an cora l'assetto originale con i lavelli in pietra. Alcuni locali al pianterreno, nei periodi più miti dell'anno, sono sede di esposizioni di arte contemporanea.
L'apertura nel 1846 del nuovo tratto della Strada Postale a ovest del paese con l'innesto in largo Dordi, ha tagliato fuori dal traffico ma anche dai cambiamenti, la Contrada Vecchia Postale (attuale via Battisti). Questo fatto, se da un lato fu uno svantaggio per gli abitanti, dall'altro ha permesso che una zona del Borgo sia potuta arrivare a noi nel suo aspetto integrale, senza cioè quegli interventi di ristrutturazione, miglioramento e abbellimento attuati nel resto del paese, rivelatisi in molti casi più dannosi che utili per gli edifici.
Lungo questa via sono allineate gran parte delle originali case a schiera gotiche del centro storico, ricostruite dopo la distruzione scaligera del 1385. Alcune di queste hanno facciate alte anche 4 o 5 piani e strette, due o tre fori, come certe case torri di medievale memoria. Qualche palazzo rinascimentale e tardo rinascimentale s'infrappone a queste costruzioni creando un piacevole contrasto.
Le case a schiera che si affacciano su via Battisti hanno una seconda facciata sulla parallela via della Gora, rappresentando in questo senso dei perfetti modelli di cellula gotica stretta e sviluppata in profondità con un cavedio nel mezzo. La via è così chiamata perché vi scorreva la "gora", il canale che alimentava gli opifici e i mulini costruiti lungo l'arteria che a quel tempo veniva a trovarsi a margine del paese nel lato di tramontana.
In passato via Battisti, nei periodi piovosi, era percorsa a un torrentello che scendendo dai monti lungo il mezzo da promo Boale, sovente allagava le case e depositava fango e ghiaia sulla sede stradale. Questo fatto si può riscontrare osservando che molte porte e portali del lato ovest sono sensibilmente più bassi di quelli di fronte, perché risultano in parte interrati, e gli androni e i portici delle case hanno pavimento più basso del piano stradale.
Iniziando il percorso da Largo Dordi s'incontra a destra, poco oltre l'ottocentesco Caffè Roma, numero civico 1 (primo palazzo) di Corso Ausugum, il sottoportico della Scala ai Francescani. Uno stretto e romantico vicoletto che sale, prima tra case e negozi e poi tra giardini e scale, ai conventi di San Francesco e san Damiano. All'uscita del sottoportico, notare sulla destra il bel portalino barocco con conci a leggero bugnato e voluta con conchiglia in chiave d'arco. Il portalino si trovava un tempo all'inizio del Corso, accanto al Caffè Roma.
Ritornati su Largo Dordi ed entrati in via Battisti, al piano terra della casa, numero civico 71, oltre al semplice portale barocco, sono ancora visibili delle sbiadite scritte in tedesco risalenti alla Prima Guerra Mondiale. Doveva forse trattarsi di uno spaccio militare. Al numero civico 67, un sottoportico passante con arco in muratura dà accesso a uno dei pittoreschi cortili interni. Al primo piano una bifora arcuata e riquadrata, con conci e piedritti a specchio di gusto ancora rinascimentale, dà un tocco di signorilità alla facciata dell'edificio che nell'insieme appare abbastanza rimaneggiato nei periodi successivi.
Dall'altra parte, non proprio di fronte, ai numeri civici 66/70 una casa gotica, di un certo interesse architettonico, presenta una bifora centinata in facciata. La bella e interessante finestra, realizzata in marmo rosa ammonitico e caratterizzata dalla colonnina centrale rigonfia con capitello tuscanico rudentato è ascrivibile stilisticamente alla prima metà del Cinquecento, ma forse anche prima.
Al pianoterra si apre un semplice e lineare portale in pietra, con spigolo smussato, privo di capitelli e chiave di volta. Esso sembra rifarsi ai modelli tardo-quattrocenteschi presenti in molti centri del Trentino e particolarmente in Via Maier a Pergine, Al numero 62, analogo portale in pietra con le lettere A G e la data 1584 sul concio centrale dell'arco, segno che la tradizione gotica si è protratta per quasi tutto il Cinquecento.
Il percorso prosegue tra facciate, più o meno rimaneggiate, ma tutte con qualcosa di interessante, sia esso la presenza di un portale lapideo, di un androne, di un sottoportico o di un cavedio, oppure del pregnante intonaco della facciata che nella irregolarità delle superfici e nello sbiadimento dei colori svela il trascorrere del tempo. Si arriva così alla prima costruzione architettonicamente notevole: il Palazzo Fusio-Limana, numero civico 51.
L'edificio è una costruzione in stile tardo-manierista della fine del XVI secolo appartenente forse a Bartolomeo Fusio avvocato e giudice e, dal 1613, chierico teatino a Venezia. La facciata principale, alterata da interventi novecenteschi con l'apertura di vetrine al piano terra, conserva nei piani superiori un interessante e originale rivestimento pittorico a losanghe bianche e grigie, lontana reminiscenza delle facciate rinascimentali dipinte a bugne diamantate. La parte centrale della facciata presenta una partitura verticale composta da portale, bifora semplice e bifora con balcone, secondo il modello di Palazzo Ceschi, ripetuto nel vicino Palazzo Zanelli. Il portale in pietra grigia è archivoltato e formalizzato a conci, Lo stesso materiale lapideo è usato per le bifore che presentano un'alternanza di conci aggettanti. Tra i mensoloni a voluta che sostengono il balcone del secondo piano è dipinta in nero la data di costruzione, 1595, e la scritta DIX (Dominus lesus Xristus). Una serie di oculi a losanga, mimetizzati nel paramento decorativo, modulano il passaggio al cornicione del tetto. Internamente, le parti meglio conservate sono costituite dall androne voltato a botte e dal vano scale, coperto da nitide crociere.
La casa che sta di fronte, l'ex pizzeria al Patuà, chiaramente d'impianto antico, salta però agli occhi per il vivace colore verde della facciata, bizzarra scelta non peggiore di certi altri intonaci, "ben tirati" e molto alla moda, con assurdi colori da marzapane o da pasticceria tirolese (disneiana), che nulla hanno a che vedere con l'autentica e mutevole cromia delle facciate del passato.
Il gruppo di costruzioni che seguono, nelle loro irregolarità autenticamente belle, rivelano immediatamente l'origine gotica contrapponendosi alla misurata e aulica facciata di Palazzo Zanelli, fortunatamente non ancora restaurata.
Numero civico 41, si trova in un punto dove la via si piega leggermente a est.
Esso è l'esempio di palazzo più interessante e conservato di Borgo Vecchio della seconda metà del XVI secolo. La facciata che dà su via Battisti è scandita da un portale archivoltato in pietra grigia (la pietra più usata nelle modanature dei palazzi di Borgo), sormontato da due bifore sovrapposte, riquadrate entro una partitura a forte aggetto. Il portale a bugne alternate con capitelli ionici e stemma in chiave di volta, riprende quasi alla lettera quello di Palazzo Ceschi, anche se con una linea più tozza. Le bifore arcuate hanno i pilastrini e i conci lavorati a specchio con capitelli rudentati e sono coronate da una cimasa a forte aggetto finemente modanata e richiamata alla base delle finestre da uno sporgente davanzale sostenuto da mensole. Nell'incontro dei due archi della prima bifora è incisa la data 1579. Sopra alla seconda bifora un'apertura binata vuota completa il paramento centrale.
Le stesse modanature in pietra sono altresì usate per le altre finestre della facciata che, proprio per l'uso un po' ridondante degli elementi lapidei, si inserisce in pieno nel linguaggio manierista. Questo dato è ulteriormente confermato dalla presenza, al primo piano della facciata interna, di due finestre incorniciate dal motivo fortemente aggettante delle bugne alternate usato nel portale principale. Il castello delle scale, posizionato con le prime rampe all'esterno della facciata, se da un lato si rivela ancora una soluzione tradizionale, dall'altro per la fantasiosa articolazione degli elementi in pietra - pilastrini, capitelli, archi, pianerottoli, gradini e altro ancora - appare come una struttura estremamente accattivante, pensata e realizzata con cura e perizia.
Dall'altra parte della strada, al numero civico 36, tra il giallo violento dell'intonaco della facciata è ritagliato un affresco, incassato di parecchi centimetri rispetto alla superficie attuale, segno che l'edificio ha subito vari rimaneggiamenti. Al piano terra un portale archivoltato realizzato con pochi e lunghi conci in pietra bianca a spigolo vivo immette, attraverso un androne voltato a botte, ad uno dei più suggestivi e pittoreschi cavedi del quartiere e di Borgo, che ha mantenute intatte le originali caratteristiche gotiche. Il piccolo cortile al quale si accede anche dal numero 31 di via della Gora, è tutto un intrecciarsi e un susseguirsi di elementi in pietra e muratura integrati da strutture in legno. Scale in pietra, scale in legno, ballatoi, poggioli, assiti, graticci e ogni altro ben di Dio, atto a stimolare la fantasia di pittori e fotografi, e di tutti gli amanti delle cose belle e autentiche. Tra il portale e l'affresco un piccolo scudo in marmo reca inciso Ave Maria con sotto una specie di D molto simile a quella usata nel monogramma di Dürer e la data 1515.
Nel frammento di affresco che rimane si riconosce una figura in piedi vestita con una tunichetta stretta in vita che brandisce una lunga asta metallica. Alla sua destra un personaggio più piccolo caratterizzato da un copricapo simile ad un turbante. In primo piano, a terra, una graticola. Il pessimo stato del dipinto non permette di individuare altri elementi utili ad una ricostruzione della scena. Sembrerebbe trattarsi del Martirio di San Lorenzo, riconoscendo nel personaggio al centro il carnefice che strazia le carni al Santo con l'asta rovente e, in quello di fianco, colui che attizza i carboni ardenti con il mantice.
Dalle poche ma significative tracce del dipinto rimaste, come lo scorcio della graticola, il tratto sicuro con cui sono delineati i due personaggi e la foggia dei vestiti, è possibile azzardare una datazione che potrebbe rientrare nei primi decenni del XVI secolo.
Da questa parte, siamo circa a metà della via, si trovano le case più alte, quelle che, come si è detto, richiamano alla mente le medievali case torri. Al piano terra hanno entrate archivoltate, alcune semplici, altre modanate in pietra. Le finestre rettangolari, di modeste dimensioni e quasi tutte con incorniciature lapidee, non sempre sono allineate con quelle degli edifici adiacenti, come si vede ai numeri 35 e 33 o 28 e 30.
Sul fronte sinistro il paramento murario delle facciate non presenta soluzioni di continuità, costituendo con gli edifici la spina che forma le parallele vie della Gora e via Battisti. Dall'altra parte, la sequenza degli edifici è interrotta in due punti, un cortile con orto e una piazzola, probabile risultato delle demolizioni seguite ai bombardamenti della Grande Guerra.
La casa compresa tra i numeri civici 14 e 20 ha un'ampia facciata, leggermente convessa rispetto alla via con un portale archivoltato in pietra, visibilmente infossato rispetto al piano stradale, e una piccola e strana apertura posta in corrispondenza dell'angolo destro della parete. L'aspetto più interessante dell'edificio deriva dall'affresco rappresentante la Madonna col Bambino e San Gerolamo in adorazione, che si trova a circa metà facciata tra le finestre del primo piano. Maria seduta in trono alla sinistra del quadro tiene sulle ginocchia un vispo Bambino dal volto paffutello che indirizza le sue attenzioni verso un devoto San Gerolamo inginocchiato di fronte. Alla mano sinistra della madre, che sorregge per la vita il Figlio, si sovrappongono le piccole mani del Bambino in un tutt'uno quasi indistinguibile dalla forte valenza simbolica. Nello sguardo dolce e affettuoso che Maria rivolge al Figlio si adombra un velo di tristezza, presagio della futura Passione e Morte. Decisamente bella e di buona qualità pittorica, nonostante il cattivo stato di conservazione, appare la figura di San Gerolamo. Il Santo avvolto in un ampio mantello rosso che gli copre parzialmente la nudità tiene con la mano destra la Bibbia e con la sinistra il galero cardinalizio e la croce astile, suoi tradizionali attributi assieme al leone, che però nell'affresco si stenta ad individuare. Il gotico filatterio, posto in alto sopra santo recita: Sancte Theronime ora pro nobis. Per tutta una serie di caratteri stilistici e analogie riscontrabili anche nei dipinti del cosiddetto Maestro delle Absidi di San Valentino e San Lorenzo e della Sacra Famiglia di San Rocco, l'opera in oggetto può essere ascritta allo stesso pittore e datata, con buon margine di sicurezza, al terzo decennio del Cinquecento. Lo stato di conservazione del prezioso dipinto è cattivo.
Sulla facciata di fronte, al numero civico 25, c'è un altro bell'affresco con la Madonna col Bambino incoronata da un Cherubino, in posizione sfalsata rispetto al portale archivoltato e formalizzato a conci.
Questa iconografia della Madonna fa capo alla Vergine Eleousa che ha il suo archetipo nella santa icona della Madonna di Vladimir's, conosciuta universalmente colla Madonna della Tenerezza. Nella parte alta del dipinto, ma i lobi che incorniciano il gruppo centrale, un angioletto rosso in volo (un Cherubino), appena distinguibile, incorona Maria. Una cornice a festoni di frutta con dei globi al centro dei lati e delle punte di diamante agli angoli, di gusto rinascimentale, completa il dipinto. Il tipo di rappresentazione, poco frequente per non dire rara nell'ambiente alpino, ci porta a pensare ad un discreto pittore di provenienza veneziana o lagunare operante tra la seconda metà del XV secolo e la prima del XVI.
Nonostante il restauro del 1981 il dipinto è molto deteriorato e urge di un nuovo sollecito intervento.
La casa, a tre piani con finestre incorniciate da modanature in pietra e oculi rotondi nel sottotetto, rivela un'origine cinquecentesca. L'edificio si presenta mutilo nella parte destra.
Proseguendo da questo lato della strada, dopo la seconda interruzione della cortina di facciate, al civico numero 3, sulla casa che fa angolo e fronte con via degli Orti, si trova il quarto affresco di via Battisti. Il dipinto dal carattere esplicitamente votivo rappresenta la Madonna in trono col Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano.
Dei tre affreschi presenti a Borgo con lo stesso soggetto, questo dovrebbe essere il primo in ordine cronologico. Il modello sembra derivare da un analogo dipinto della chiesa di San Rocco a Volano. Dell'affresco di Volano il dipinto di Borgo appare come una versione impoverita e risolta in puri valori decorativo-lineari, evidenziati dalla semplicità dell'impianto compositivo e dalla persistenza di un gusto decorativo che sa ancora di gotico cortese. La sostanziale bidimensionalità dell'affresco viene però riscattata dall'uso di un segno guizzante e sicuro che contornando le figure ne definisce al contempo i volumi. Un drappo a motivi fitomorfi, realizzati con robuste pennellate scure, funge da fondale al gruppo di santi. Due lesene laterali, trattate a tarsia marmorea con al centro due rosette, sostengono in alto una cornice aggettante e dentellata nella parte inferiore. La definizione architettonica ha la duplice funzione di inquadrare il gruppo di santi e di sottolinearne la monumentalità. Tutti questi particolari fanno ritenere il dipinto opera di un pittore veneto-trentino della fine del Quattrocento. Non molti anni dopo la sua esecuzione, l'affresco ritenuto forse arcaico venne coperto da un altro affresco. Per far aderire il nuovo strato d'intonaco la superficie del vecchio dipinto venne completamente picchiettata. Nello strato più recente si vede uno scudo al centro con l'aquila nera bicipite incoronata, arma imperiale degli Asburgo, e accanto due ferri di cavallo seguiti dalla scritta solo parzialmente leggibile: S ROCHUS. A [...] [...] FABRO DE [...] 1502. La scritta oggi quasi incomprensibile diceva: S. ROCHUS 157 A. MAESTRO DOENEGO FABRO HA FATO DE- A.D. 19 JULIO 1502 (Il fabbro Maestro Domenico ha fatto fare per devozione a San Rocco il 19 giugno dell'anno del Signore 1502) ed era chiaramente leggibile dopo l'ultimo restauro, fatto nel 1980 da Ottorino Tassello, come risulta dalle foto di quel periodo.
Immagine tratta da Google Street View
Via Battisti confluisce, o meglio parte, assieme alla parallela via della Gora, dalla piazzetta del Teatro Vecchio.
Il suggestivo nome della piazza, una delle più accattivanti e raccolte del centro storico, deriva dal fatto che in tempi passati esisteva un teatro nel vicino palazzo dell'ex Pretura e carcere, adibito negli anni Settanta del '900 a sede del locale Liceo Scientifico. Come già detto precedentemente, poco oltre la piazza, una porta fortificata, coronata di merli, chiudeva il paese sulla via di Roncegno. Il sistema difensivo era completato da una piccola fortezza detta "La Bastia", collegata, come sembra, alla porta urbica.
In occasione delle ondate di peste abbattutesi tra il 1630 e 11 1634 in Valsugana, la porta veniva chiusa, assieme a quella orientale, e sorvegliata giorno e notte, affinché nessuno potesse entrare e contagiare Borgo. Il provvedimento venne preso dall'allora ispettore sanitario al Comune, dottor Girolamo Bertondello, che in quel modo riuscì a salvare il paese dalla contaminazione della peste.
Secondo una tradizione popolare, riportata anche da qualche scrittore, nei pressi della piazzetta doveva esserci la Sinagoga degli Ebrei. Le costruzioni che compongono la piazza, quasi tutte rinnovate e restaurate, non hanno tolto al luogo il suo carattere specifico.
L'atmosfera del passato viene ulteriormente evocata dal fronte della casa - non restaurata - con un interessante portale lapideo ad arco ribassato (XVIII sec.) facente angolo con via della Gora e dalla bella fontana ottocentesca posta davanti alla casa che divide via della Gora da via Battisti. A oriente della piazza confluisce via degli Orti, larga per un breve tratto, quasi una piazzetta ricavata dalle distruzioni della Prima Guerra Mondiale, che poco dopo diventa la stretta stradina di un tempo che sale ai conventi di San Francesco e San Damiano. Alla fine di via degli Orti, sulle facciate di antiche case quattrocentesche, facenti angolo a nord-est, si trovano due affreschi. Il primo, posto sulla vivace parete intonacata d'arancione della casa d'angolo, rappresenta un'insolita scena Cristo deposto, la Madonna, San Giovanni, Giuseppe d'Arimatea e una Maria (Maria di Cleofa) di un anonimo maestro trentino-veneto del secondo terzo decennio del XVI secolo L'affresco, molto rovinato e completamente annerito pema del restauro del 1980, evidenzia nuovamente gravi segni di degrado che, se non fermati in tempo, ne comprometteranno irnmediabilmente la conservazione e la lettura. Dal punto di vista iconografico si presenta come uno dei più interessanti e qualitativamente più pregiati del centro storico. Il tema della Deposizione o del Compianto del Cristo Morto, anche se non nuovo, è abbastanza raro in regione, almeno per i secoli XV e XVI, soprattutto se dipinto all'esterno sulla facciata di una casa.
Per la plasticità dei corpi e l'equilibrio compositivo il dipinto rientra già nell'area rinascimentale, mentre per l'accennuato pathos che lo pervade, il crudo realismo del volto di Cristo e l'uso del filatterio, è ancora legato all'ambiente tardogotico dei Vesperbilder (le Pietà).
La particolare posa di San Giovanni piangente che si asciuga le lacrime con un lembo del mantello, nel rivelarsi come una evidente citazione dell'analoga figura del noto gruppo scultoreo di Sisto Frei del Duomo di Trento, determina la data past quem di esecuzione dell'affresco. La predilezione per l'uso di una tavolozza calda contrappuntata da toni freddi, simile a quella del "Maestro delle absidi di San Valentino e San Lorenzo" potrebbero far pensare ad uno stesso autore
Altri particolari invece sembrano più vicini all'anonimo autore degli affreschi di San Giovanni a Telve di Sopra.
Sotto l'affresco un arco in muratura immette in un originale androne passante ad angolo. Il suggestivo portico costruito su una pianta a elle voltata a botte, oltre alle originali strutture architettoniche, conserva un bellissimo e autentico esemplare di carro da campagna in legno,
Il secondo affresco si trova in mezzo a due finestre della casa che fa angolo con quella su cui si trova la Deposizione. Il dipinto, sia perchè molto rovinato, sia per la infelice posizione - una parte è spesso coperta dallo scuro della vicina finestra - passa quasi inosservato. Esso rappresenta la Madonna benedicente col Bambino in braccio. Il poco che rimane rivela di buona qualità con finezze pittoriche e disegnative non trascurabili. Alla posa ieratica di Maria, retaggio dell'arte medievale, fa da contrappunto il bel visino reclinato di Gesù dai tratti delicati. Questi elementi in un certo modo contrastanti tra loro, collocano il dipinto in ambito veneto, all'interno del XV secolo. Nel secolo scorso, la testa della Madonna fu giudicata "bellissima" dal pittore trentino Eugenio Prati
Ritornati sulla piazza e prendendo la via per Torcegno, s'incontra sulla destra l'edificio della Vecchia Pretura. Dai documenti dell'Archivio comunale di Borgo, risulta che l'edificio fu la sede del Teatro Comunale (Teatro Vecchio) fino a quando questo non venne trasferito, dopo il 1830, in centro, nella nuova sede dell'Antica Casa della Comunità.