Artista della facciata originale. Dalla voce di Wikipedia
Francesco Oradini, figlio di Tomio, intagliatore di Bezzecca in Val di Ledro e Maddalena Tomazzoli, nacque a Trento il 5 ottobre 1698.
Professionalmente si formò nella bottega paterna dove concretizzò le prime opere di intaglio, nel 1720 soggiornò a Venezia con Giovanni Oradini, suo consanguineo.
Nella chiesa della Confraternita del Carmine a Trento realizzò la Madonna con Bambino sul portale e la facciata, la quale, in seguito alla demolizione dell'edificio, fu spostata nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria di Borgo Valsugana. [...]
Nel quartiere di San Martino a Trento progettò la chiesa dedicata al santo, sua l'opera di maggior rilievo, che nel 1944 a causa dei bombardamenti fu distrutta.
Padre di tre figli avuti dalla consorte Margarita Godfridin, si sposò con quest'ultima nel 1736. Morì a Trento il 15 giugno 1754.
Artista della statua della Madonna sul portale. Dalla voce di Wikipedia:
Noto anche col soprannome il Pela (Firenze, 1370 circa – 1425 circa), è stato uno scultore e architetto italiano.
Poco si conosce della vita. Si sposò a Firenze nel 1392. Lavorò a lungo nel cantiere del Duomo di Firenze, Santa Maria del Fiore, collaborando con Pietro di Giovanni Tedesco, Giovanni d'Ambrogio e Jacopo di Piero Guidi. Anche suo figlio, Piero di Niccolò Lamberti (1393-1435), è stato scultore. Nel 1415 Niccolò si trasferì a vivere e lavorare a Venezia, dove lo raggiunse presto il figlio. Qui realizzò il coronamento della facciata della basilica di San Marco.
Artista degli affreschi della cupola e dei medaglioni del soffitto. Dalla voce di Wikipedia
Dalla voce di Wikipedia:
(Porto San Giorgio, 24 marzo 1866 – Porto San Giorgio, 24 dicembre 1924) è stato un pittore italiano. [...]
Dedito prevalentemente all'affresco, collaborò con Cesare Maccari alla decorazione della Basilica della Santa Casa di Loreto[3] e con Cesare Mariani a quella del Duomo di Ascoli Piceno.
Dipinse la volta del teatro di Porto San Giorgio.
Con il pittore bolognese Antonio Mosca nel 1916 affrescò l'interno della chiesa parrocchiale di San Gregorio Magno in Magliano di Tenna.
Realizzò affreschi nelle chiese di San Gregorio a Fermo, di Santa Maria del Mare a Torre di Palme, a Castorano e a Offida.
Realizzò, tra il 1894 e il 1915, anche diversi lavori nel Trentino, come gli affreschi sulla volta della Basilica di Santa Maria Maggiore a Trento[8]. Nel 1911 affrescò l'interno della chiesa di Santa Maria Assunta di Calavino.
Sempre nel Trentino, allora Tirolo austriaco, collaborò con il pittore bolognese Antonio Mosca alla decorazione ad affresco delle chiese di S. Orsola a Tuenno (1914) e della Natività di Maria di Borgo Valsugana (1903-1904 e 1923) come confermato dalla corrispondenza intercorsa tra i due pittori. Insieme decorarono anche la Scala Santa nel Monumento al Redentore di Montagnaga di Pinè nel 1904-1905.
Ritrovamento di Gesù tra i dottori nella prima cappella (dell'Aiuto o di San Lorenzo) a sinistra .Dalla voce Treccani:
Nacque a Trento nel 1812.
Suo padre, Antonio, ingegnere, fu certo della sua vocazione nel 1829, quando gli fece copiare un affresco che egli stava per distruggere nel corso di lavori alla facciata del municipio di Trento; allora lo inviò a Milano, dove, nell'Accademia di Brera, il B. fu premiato nel 1833 per un disegno di copia da un bassorilievo con figure. L'anno seguente si trasferì all'Accademia di Venezia, ottenendovi, il 3 [agosto] 1834, tre primi premi, rispettivamente per l'"invenzione", il "disegno dal nudo aggruppato" e il "di, segno dal nudo semplice"; l'anno seguente, il 2 [agosto] 1835, ebbe un nuovo primo premio per l'"invenzione", avendo eseguito un dipinto rappresentante Metabo che insegna a tirar l'arco alla figlia Camilla; il quadro fu esposto in pubblico e fu donato poi dall'autore alla famiglia Consolati di Trento, per riconoscenza del suo mecenatismo. In seguito il B. scelse Venezia quale dimora stabile, ma mantenne frequenti contatti con la sua patria, dove aveva numerosi committenti. Fra gli artisti operanti a Venezia si legò particolarmente con il pittore Odorico Politi, udinese, titolare della cattedra di figura all'Accademia e suo maestro. Fu ammirato per la correttezza del disegno e per l'efficace gamma coloristica; particolarmente apprezzato quale ritrattista, assunse anche incarichi per composizioni di soggetto sacro. [Fu stimato] anche per l'esperienza acquisita nel riconoscere epoca e scuola dei dipinti antichi, e per un'estesa informazione nel campo della storia dell'arte.
Morì a Venezia il 18 [febbraio] 1883.
Martirio di S. Bartolomeo nella prima cappella (di San Matteo) a destra, più vari artisti della sua scuola. Dalla voce di Wikipedia
Italianizzato come Giovanni Carlo Loth o Carlo Lotti e detto anche il Carlotto (Monaco di Baviera, 1632 – Venezia, 6 ottobre 1698), è stato un pittore tedesco, attivo soprattutto in Italia.
Figlio del pittore Ulrich Loth, (la madre miniaturista) dopo una prima formazione artistica in patria, attorno al 1650 si stabilì a Venezia, dove probabilmente fu allievo di Pietro Liberi: particolare influenza sul suo stile ebbe la maniera di un altro artista attivo in quegli anni nella città lagunare, il genovese Giovan Battista Langetti, formatosi sugli esempi di Bernardo Strozzi e Peter Paul Rubens.
Loth soggiornò anche a Roma, dove conobbe l'opera del Caravaggio e dei carracceschi. Alcuni dei suoi lavori sono ancora presenti nelle chiese veneziane (la pala con il martirio di sant'Eugenio in Santa Maria del Giglio, Transito di San Giuseppe in San Giovanni Grisostomo) e nel Kunsthistorisches Museum di Vienna (Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci e la benedizione di Giacobbe). Suo un Sansone e Dalila alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia e nelle parrocchiali di San Felice del Benaco (1685) e il Martirio di San Bartolomeo a Calcinato. Due teleri (1687-88) nella Cappella del Crocefisso nel Duomo di Trento. Al Museo civico di Bolzano si trova una sua opera giovanile Ebbrezza di Noè, mentre al Museo Civico di Padova sono collocate San Gerolamo e San Sebastiano.
Crocifisso nella seconda cappella (del Crocifisso, già di San Giovanni) a sinistra. Da Treccani:
(Galler in Aschau, Zillertal, 1791 - Merano 1851) si perfezionò a Dresda e a Vienna, lavorò (dal 1815) in Trentino, soprattutto come intagliatore, più tardi anche come plasticatore; sue opere sono in varie chiese trentine.
Madonna del Rosario con i SS. Domenico e Caterina nella terza cappella (del Rosario) a sinistra. Dalla voce di Wikipedia:
Gerolamo Dal Ponte, noto anche come Gerolamo Bassano (Bassano del Grappa, 3 giugno 1566 – Bassano del Grappa, 8 novembre 1621), è stato un pittore italiano.
Ultimo tra i figli di Jacopo, di cui fu allievo ed emulatore, operò come copista. Tra il 1580 e il 1581 collaborò col padre nella realizzazione della pala della Vergine e le sante Agata e Apollonia, oggi nel Museo Civico di Bassano. La sua pennellata appare libera, caratterizzata dalle tinte del violaceo, del grigio, del bruno e dell'olivastro. Morto il padre, collaborò col fratello Leandro. Trasferitosi dopo il 1595 a Venezia, si sposò con Zanetta Biava. Collaboratore nel cantiere di Palazzo Ducale, si nota la sua mano nel San Giovanni Evangelista sito nel Salotto Quadrato, in una paletta a Hampton Court e in un quadro raffigurante la Vergine coi santi Fortunato ed Ermagora.
Estasi di Santa Teresa e San Filippo Neri nella terza cappella (del Rosario) a sinistra. Dalla voce di Wikipedia:
(Venezia, 24 agosto 1519 – dicembre 1594) è stato un politico italiano, membro di un'importante famiglia veneziana.
Figlio di Girolamo, di Antonio Cappello e di Maria, di Domenico Grimani, è celebre per essere stato il padre di Bianca Cappello; ricoprì numerosi incarichi nella Repubblica di Venezia: Uno dei Quaranta di Venezia (1549 e 1552), Uditore Vecchio (1555), Provveditore sopra i Dazi (1562), Provveditore alla Santità (1567), Officiale alle Ragion Nuovo (1568), Consigliere di Pregadi (1573) e Podestà di Treviso (dal 1575 al 1577).
Nel 1544 si sposò con Pellegrina di Filippo Morosini ed ebbe oltre a Bianca un figlio di nome Vittorio. Nel 1559 si sposò di nuovo con Lucrezia di Gerolamo Grimani, vedova di Andrea Contarini, e sorella di Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia.
Fu sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa di Sant'Elena di Venezia.
Altare maggiore. Dalla voce Treccani:
Figlio di Giacomo, nacque verso il 1660 a Castione presso Mori (Trento). Fu a scuola del padre, che certamente superò per livello d'arte e per fama. È assai probabile che oltre i rapporti d'arte e di mestiere avuti dal B. e dalla famiglia con la dinastia dei Carneri, il B. conoscesse per visione diretta la scultura contemporanea di Verona e del Veneto e in particolare di Venezia.
L'opera del B., secondo la tradizione familiare, è architettonica e plastica, poiché la produzione sua e della bottega è prevalentemente costituita da altari, da cappelle e da portali. Statue, capitelli, putti volanti, finti drappi discendenti in decorative e arti,ficiose volute dall'alto dei timpani o aggrovigliati ai piedistalli o velanti urne, cippi, iscrizioni formano nell'opera del B. unità inscindibile con le sue costruzioni monumentali: si vedano, a esempio, le figure marmoree di S. Carlo Borromeo e di Ferdinando di Castiglia, parti integranti e necessario complemento dell'altare dei SS. Innocenti nel duomo di Trento.
Prima opera documentata è la statua di S. Antonio situata nel cortile di casa Taddei ad Ala: commissionata nel 1682, venne consegnata nell'anno 1684. Tra il 1696 e il 1700 il B., aiutato dal fratello Sebastiano (II), costruisce su commissione dell'arciprete conte C. F. Lodron l'altar maggiore della chiesa decanale di Villa Lagarina. Negli anni che vanno dal 1697 al 1710 il B., insieme con il padre Giacomo, esegue su disegno di A. Pozzo l'altar maggiore della chiesa delle Grazie presso Arco (cfr. C. T. Postinger, 1909).
Sullo scorcio del '600 il B. costruì l'altare del Crocifisso nel duomo di Trento: una delle più eccellenti e vigorose opere dell'artista. Un altare simile, derivante certamente da questo, fu eretto nel 1699 nella cappella della Vergine nella chiesa di Pressano (Trento) e si può ritenere della bottega del Benedetti. Nello stesso 1699 il B. è chiamato in Alto Adige: costruisce l'altare di S. Antonio a Settequerce per commissione del conte di Thun.
L'altare è ornato da due statue, S. Filippo e S. Giacomo, di simili modi ma di differente eccellenza. Il S. Filippo si può ritenere senz'altro del B., di scuola è invece l'altra statua.
Non molto lontano nel tempo è l'altare eretto dal B. e aiuti nella cappella di S. Antonio nella villa già WenzI di Teodone. Il von Lutterotti data attorno il 1700 l'altare del Crocefisso nella chiesa di S. Marco a Rovereto, e lo attribuisce non ingiustamente al Benedetti. Dello stesso anno nella parrocchiale di Avio era l'altare di S. Antonio che nel 1727 fu sostituito e disperso. Con contratto del 1° marzo 1701 veniva incaricato dell'erezione dell'altare di S. Maria Maddalena nella collegiata di Arco, per la cappella appartenente alla famiglia comitale. È una delle opere più fastose del B., e benché nel contratto compaia dover lavorare come suo aiuto anche il fratello Sebastiano la costruzione architettonica, la scultura e lo spirito animatore sono certamente suoi.
Dalla voce di Wikipedia:
(Castione, 1657 – Castione, 29 aprile 1740) è stato un architetto e scultore italiano, esponente del barocco, attivo tra il XVII e il XVIII secolo. [...]
Svolse l'apprendistato presso il padre Giacomo, anch'egli scultore, lavorando poi in collaborazione anche con il fratello Sebastiano. Del periodo di collaborazione con i familiari si possono assegnare l'altare del Crocefisso per il Duomo di Trento e l'altare maggiore del santuario della Madonna del Monte di Rovereto, entrambi realizzati negli anni novanta del XVI secolo. [...]
Negli ultimi anni del '600 iniziò anche a lavorare autonomamente, soprattutto nell'allora Tirolo meridionale e nell'attuale Lombardia, arrivando anche a dirigere sei maestri. La sua opera principale è l'altare maggiore della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Villa Lagarina, realizzato in collaborazione con il fratello Sebastiano a partire dal 1696 per conto della famiglia Lodron. Nella realizzazione di questo altare unisce lo stile di Andrea Pozzo con gli elementi caratteristici della produzione artistica di Guarino Guarini.
Agli albori del XVIII secolo la sua fama lo porta anche nelle parti più settentrionali della Contea del Tirolo, contattato dal barone von Kagenek per realizzare gli altari di San Giovanni e Santa Barbara nel duomo di Bolzano[3]. Realizza opere anche nella città di Innsbruck, lavorando nel duomo cittadino (l'altare maggiore è del 1729) e realizzando la colonna di Sant'Anna (Annasäule), sulla quale è ricordato in un'incisione come «ideatore e realizzatore della colonna, nobile e famoso, ingegnere imperiale ai confini d'Italia, scultore e maestro lapicida».
San Matteo e l'angelo nella prima cappella (di San Matteo) a destra. Dalla voce di Wikipedia:
Noto anche come Giambattista Pittoni (Venezia, 6 giugno 1687 – Venezia, 16 novembre 1767), è stato un pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. È considerato tra i più rilevanti esponenti del Rococò veneziano.
Proveniente da una famiglia di pittori, imparò l'arte dallo zio Francesco Pittoni, con il quale eseguì nel 1716 il dipinto Sansone e Dalila (Pordenone, Collezione Querini). Una più chiara indicazione sugli orientamenti del pittore all'inizio della sua attività, ancora legata ai modi del Barocco, è suggerita da ben individuati riferimenti stilistici con la pittura di Antonio Balestra, operante a Venezia nel primo ventennio del Settecento. Attraverso alcune opere compiute dall'artista subito dopo quest'epoca, come il Martirio di san Tommaso (Venezia, chiesa di San Stae) e Diana e Atteone (Vicenza, Museo civico Palazzo Chiericati) si precisarono già i caratteri essenziali della sua pittura: ricchezza del colore, in particolare il prezioso blu, sciolto dispiegarsi delle forme, un estremo nonché manierato rigore nel definire i particolari e un soffuso senso di languore che aggiunge alle composizioni una nota di raffinata e leziosa preziosità, propria del rococò europeo.
Al gusto di Sebastiano Ricci e del Tiepolo, per plasticità formale e freschezza del colore, appartengono la pala con i Santi Pietro e Paolo e Pio V che adorano la Vergine (Vicenza, chiesa di Santa Corona) e il Giuramento di Annibale (Milano, Pinacoteca di Brera)
Intorno agli anni venti del ‘700 la sua personalità si delineò con più precisione, rivelando un carattere vigoroso e monumentale negli affreschi. Nel 1720 dipinse Il martirio di san Tommaso per la chiesa di San Stae e tra il 1722 e il 1730 lavorò a quattro tele di un ciclo molto più ampio (in tutto erano ventiquattro) dei Tombeaux des Princes ideato da Owen McSwiney, in cui erano rappresentati alcuni dei più celebri uomini della storia britannica. Alla stessa realizzazione furono chiamati anche Canaletto, Marco Ricci e Sebastiano Ricci, Giovanni Battista Cimaroli ed altri artisti veneziani e bolognesi.
Negli stessi anni la composizione delle figure diventò più matura, il lavoro sulla resa del chiaroscuro si può dire ultimato, lo studio sui colori rivela la capacità di usarli in modo contrapposto e vivace, la resa dei particolari divenne molto più precisa; di questo sono testimonianza opere come Santi Pietro e Paolo e Pio V che adorano la Vergine (Vicenza, chiesa di Santa Corona). Per tutta la vita alterna il filone devozionale a quello storico e mitologico. Seguirono, nel decennio 1730-1740, alcuni capolavori come La Natività (Rovigo, Accademia dei Concordi), la Continenza di Scipione (Parigi, Museo del Louvre) e le allegorie del soffitto di Ca' Pesaro a Venezia.
Battesimo di Gesù nella prima cappella (di San Matteo) a destra. Dalla voce di Wikipedia:
(Laufen, 11 dicembre 1656 – Mougins, 25 ottobre 1730) è stato un pittore austriaco, il primo pittore barocco a nord delle Alpi.
Nato nel villaggio di Laufen, a quel tempo in Austria, si trasferì a Venezia, dove fu allievo di Johann Carl Loth (1675-1688)[1]. A partire dal 1689 lavorò a Salisburgo come pittore del principe-vescovo. [Ha lavorato in particolare presso l'Abbazia di Melk.]
SS. Sebastiano, Valentino, Stefano, Donato e Lucia nella seconda cappella (dei Santi Martiri) a destra. Dalla voce di Wikipedia:
(Pieve di Cadore, 1521 – Venezia, 1601) è stato un pittore e disegnatore italiano.
Appartenente al casato dei Vecellio, era figlio di Ettore, cugino del ben più noto Tiziano. Imparò l'arte pittorica nella bottega di quest'ultimo, ma rimase un artista piuttosto modesto.
Le sue opere si concentrano prevalentemente nel Bellunese. Suo capolavoro è il San Sebastiano della cattedrale di Belluno, mentre nel palazzo della Magnifica Comunità di Cadore si trova la Dedizione del Cadore a Venezia. Degni di nota sono anche i dipinti del soffitto a cassettoni della chiesa di Lentiai e la pala raffigurante l'Ultima Cena, posta nella parrocchiale di Pieve di Cadore. Altri lavori si trovano nelle chiese di Vallesella, Padola, Tarzo, Tai di Cadore, Zoppè di Cadore e Vigo di Cadore.
Pubblicò alcuni studi sulla storia dell'abbigliamento, con descrizioni e disegni. Si citano, tra gli altri, il De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo e i tre libri di ricami intitolati Corona delle nobili e virtuose dame.
Martirio di S. Valentino nella seconda cappella (dei Santi Martiri) a destra. Traduzione automatica dalla voce di Wikipedia in tedesco:
(citato anche come Graßmayr; 31 marzo 1691 a Bressanone; 27 ottobre 1751 a Wilten ) è stato un pittore barocco austriaco .
Johann Georg Dominikus era il secondo figlio del fonditore di campane Georg Grasmair e di sua moglie Anna Maria Maurer. Secondo il desiderio del padre, avrebbe dovuto anche diventare fonditore di campane. Anche il figlio ricevette un'istruzione adeguata, ma poi si dedicò alla pittura contro il volere del padre. Studiò con Giuseppe Alberti a Cavalese e con Gregorio Lazzarini a Venezia . Successivamente si recò a Roma per lavorare con Benedetto Luti. Lì fu profondamente influenzato dalla pittura di Carlo Maratta . Tornato in Tirolo, nel 1721 sposò Katharina Hueber di Mules e la seguì a Donaueschingen , dove divenne pittore di corte. Nel 1724 la famiglia si stabilì definitivamente a Wilten. Grasmair ebbe sette figli maschi e quattro femmine, tra cui Ignaz Grasmair (1728–1747) e Josef Lukas Thaddäus Grasmair (1736–1793) che divennero anch'essi pittori. Il fratello minore di Johann Georg Dominikus Grasmair, Anton (1701–1750), lavorò come pittore e incisore ad Augusta . La tomba di Johann Georg Dominikus Grasmair si trova nella chiesa parrocchiale di Wilten e fu eretta dallo scultore Franz Anton von Zauner su commissione del suo allievo Joseph Freiherr von Sperges .
(La Valle, 10 ottobre 1844 – Bressanone, 12 dicembre 1931) è stato uno scultore austriaco.
Franz Tavella era figlio di Marianna Spisser e di Filipp Tavella, a sua volta probabilmente scultore. Inizialmente lavorò come falegname. Indi si trasferì in Val Gardena presso Ferdinand Demetz il fondatore della scuola d'arte di Ortisei. Il Demetz notò il suo talento artistico e gli insegnò la scultura sul legno. In seguito Tavella si trasferì a Vienna per frequentare per due anni l'Accademia di belle arti ed ebbe come maestro il professor K. König.
Nel 1895 fu premiato a Innsbruck per la statua raffigurante Sant'Anna con Maria, recentemente esposta nella chiesa di San Giacomo Maggiore, parrocchiale di Pieve di Livinallongo. Nel 1897 venne premiato a Bolzano e poi all'Esposizione di Parigi del 1900 per la sua Pietà, conservata nella cappella del cimitero di Bressanone.
Nella sua bottega ad Ortisei formò molti scultori fra cui Johann Baptist Moroder, Rudolf Moroder, Ludwig Moroder di Ortisei e Valentin Gallmetzer di Chiusa.
Nel 1905 Tavella si trasferì a Bressanone, forse per protesta per l'impostazione troppo commerciale della produzione dell'arte sacra gardenese, oppure per motivi di salute. Morì a Bressanone in povertà non accettando nemmeno di vendere al Museo diocesano di Bressanone alcune statue di sua proprietà, offrendo invece in vendita i suoi scalpelli.
Altare nella terza cappella (di San Prospero) a destra. Dalla voce Treccani:
Figlio di Cristoforo III, nacque a Castione presso Mori il 13 nov. 1697. Discepolo del padre, fu presto suo aiuto. Nel 1727 eseguì l'elegante inquadratura marmorea dell'altar maggiore della parrocchiale di Povo. Collaborò con il padre nei lavori architettonici e scultori del 1732 nella chiesa dell'Annunciata a Trento. Scolpì due statue - S. Bonaventura e S. Giovanni Nepomuceno - per S. Francesco dei conventuali pure a Trento. È di sua invenzione il pavimento a mosaico della cappella dei SS. Innocenti del duomo di quella città, affidata alla direzione artistica del padre, e spetta a lui gran parte dell'esecuzione dell'antependio dell'altare della stessa cappella con S. Vigilio. Ancora a Trento egli architettò e ornò di sculture l'altare maggiore della chiesa delle orsoline, altare che nel 1811 passò alla chiesa arcipretale di Borgo Valsugana dove ancor oggi si trova.
È un'opera di ampie dimensioni e con un ricchissimo fastigio; e, poiché il lavoro sembra quasi una mediazione tra le forme di Cristoforo e quelle del figlio, N. Rasmo pensa che probabilmente l'opera deve datarsi intorno il 1735: "interessantissima testimonianza degli anni giovanili di Teodoro quando questi non era ancor libero dalle forme paterne".
Il B. eresse altari e collocò specchiature e decorazioni marmoree in parecchie chiese di Rovereto, dove disegnò l'altar maggiore per la chiesa delle teresiane. Tra le maggiori opere di collaborazione con il padre si devono particolarmente notare i lavori architettonici e scultori nella parrocchiale di Innsbruck e nel duomo e nella chiesa di S. Michele a Bressanone.
Dalla voce di Wikipedia:
(Castione, 13 novembre 1697 – Mori, 24 luglio 1783[1]) è stato uno scultore e architetto italiano, ultimo membro illustre della famiglia Benedetti.
Teodoro è nato in una famiglia di scultori e architetti. È stato discepolo e assistente del padre, Cristoforo Benedetti. Ha operato in tutto il Trentino, ma anche in Alto Adige, dove fu ad esempio fra gli architetti che hanno lavorato al Duomo di Bressanone. Durante la sua vita si esaurì il momento di massima diffusione del barocco in area tirolese, portando alla fine della carriera artistica della famiglia Benedetti, iniziata con suo bisnonno alla fine del Cinquecento.
Presentazione di Maria e Presentazione di Gesù al tempio nel presbiterio. Traduzione automatica dalla voce di Wikipedia in tedesco:
(nato il 20 maggio 1866 a Innsbruck ; morto il 21 ottobre 1940 a Monaco di Baviera ) è stato un pittore austriaco considerato un tardo nazareno . [...]
Lavorò poi a Roma fino al trasferimento a Berlino nel 1900 e a Monaco nel 1906. Già nel 1899 gli fu commissionata l'illustrazione dell'opera monumentale in tre volumi La Chiesa cattolica del nostro tempo e i suoi servitori in parola e immagine , pubblicata dalla Società Leo austriaca con la collaborazione del prelato romano Anton de Waal e dello storico Paul Maria Baumgarten, anch'egli residente lì . Schumacher divenne noto anche per i cinquanta acquerelli realizzati per ciascuno dei dipinti La vita di Gesù (1902) e La vita di Maria (1910). Successivamente ricevette incarichi per pale d'altare, Via Crucis e dipinti per chiese. Ad esempio, nel 1929-1930 dipinse la chiesa del ginnasio di San Saverio (Bad Driburg) . Ulteriori incarichi furono svolti a Berlino, Altötting , Paderborn ed Euchen .
A Monaco di Baviera numerose opere andarono in gran parte distrutte: la pala d'altare nella Clemenskirche , la Via Crucis nella Christkönigskirche e il quadro commemorativo dei caduti nella Wolfgangskirche . Nel suo Tirolo natale sono rimaste solo poche sue creazioni, come il ciclo mariano nella chiesa parrocchiale di Weerberg , gli affreschi della facciata del Gschwendterhof a Thaur e il mosaico della facciata della Dreiheiligenkirche a Innsbruck . Per la chiesa berlinese di San Mattia dipinse le 14 stazioni della Via Crucis su pannelli di rame. Quattro di questi pannelli furono distrutti durante la seconda guerra mondiale e successivamente sostituiti con lo stesso stile. [...]
Philipp Schumacher ottenne grande popolarità anche dopo la sua morte grazie alle sue illustrazioni nelle Bibbie scolastiche e nei catechismi, in particolare nella Bibbia scolastica di Jakob Ecker , pubblicata nel corso di decenni . Uno dei suoi presepi della Passione è stato ripubblicato come foglio ritagliato nel 2004
Campanile. Dalla voce di Wikipedia:
(Venezia, 9 marzo 1705 – Venezia, 14 giugno 1789) è stato un architetto, scrittore e ingegnere italiano. [...]
Studioso di Palladio, contribuì all'orientamento palladiano del primo neoclassicismo veneto. Infatti è una delle personalità chiave dell'evoluzione del linguaggio architettonico veneziano dal rococò al neoclassicismo, nonostante le poche opere portate a compimento.
Le sue opere architettoniche principali furono: a Padova la chiesetta di Santa Margherita (intorno al 1748) e la cappella privata della villa Contarini a Piazzola sul Brenta, a Venezia le chiese di Santa Maria Maddalena e di San Servolo e il progetto del casino di Ca' Zenobio.
Statue all'ingresso di Palazzo de Bellat. Dalla voce di Wikipedia:
(Sambruson, 3 maggio 1682 – Vicenza, 26 giugno 1757) è stato uno scultore italiano cittadino della Repubblica di Venezia, attivo nell'ambito Veneto e principalmente a Vicenza.
Firmò alcune delle sue opere come Giacomo Marinali dopo essere entrato nell'omonima famiglia di artisti vicentin divenendo il collaboratore più fedele del suocero Orazio Marinali.
Non va confuso con l'omonimo poeta e librettista veneziano Giacomo o Jacopo Cassetti, attivo anch'egli ai primi del Settecento.
Nacque a Sambruson di Dolo il 3 maggio 1682 da Natale e Paolina Cassetti. Nel 1702, a vent'anni, era "lavorante presso la bottega di statue" di Angelo Marinali, a Vicenza, in piazza dell'Isola. Iscrittosi alla fraglia dei muratori e tagliapietra, dopo la morte di Angelo Marinali nel 1702 passò al servizio di Orazio, fratello maggiore di Angelo che ne rilevò la bottega; di Orazio divenne il più fedele collaboratore e nel 1706 ne sposò la figlia.
Risale al 1706 circa la prima opera documentata di Cassetti, il presepio nella chiesetta degli Zanchi a Perarolo di Arcugnano. Assieme alla bottega di Orazio Marinali, Giacomo lavorò intorno al 1715 alle statue del parco della Villa Trissino Marzotto a Trissino.
Il notevole gruppo di statue collocate sul timpano della chiesa di Santo Stefano a Vicenza - che Arslan attribuisce a Cassetti assieme ai portali e alle statue del transetto - è del 1740.
L'altare maggiore in marmo (1742) della chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire a Castel Tesino, in provincia di Trento, è opera di Cassetti. Presenta al centro un gruppo equestre raffigurante San Giorgio con la lancia che trafigge il drago e salva la principessa, firmato IACOBUS CASSETI / MARINALI VICENT. F. e riporta la data MDCCXLII.
Numerose delle sue opere rimangono di difficile datazione.
Giacomo Cassetti morì nel 1757 e venne tumulato nell'oratorio del Rosario (demolito nell'Ottocento), allora situato a fianco della Chiesa di Santa Corona a Vicenza.
Pala della Cappella Ceschi. Dalla voce Treccani:
Nacque a Brescia presumibilmente all’inizio del XVII secolo – le indicazioni delle fonti sono contraddittorie – ma l’origine della famiglia, non ancora specificamente individuabile, risale verosimilmente al vastissimo ceppo dei Pozzi di Valsolda, come prova la successiva qualifica di «pictor mediolanensis».
Oscuri sono gli esordi dell’artista che, «fatto disegnatore da special dono di natura», svolse anche la professione di mercante di panni (Orlandi, 1719; Fenaroli, 1877). Giunse nel 1632 a Trento, dove sposò la tedesca Maddalena Grasserin, stabilendosi nella parrocchia di S. Maria Maggiore (Weber, 1933).
Benché l’attività artistica di Carlo Pozzi sia nota a partire dal suo trasferimento a Trento, il portato stilistico delle sue prove ha consentito di scorgere l’adesione a esperienze figurative lombarde fondate su una solida base cinquecentesca veneta di entroterra, contaminata nondimeno da influenze del Chiaveghino e di Giampaolo Cavagna. Ulteriori spunti potrebbero scaturire dal legame con la diramata schiatta dei Pozzo o Pozzi di Valsolda, sia per meglio comprendere il suo percorso formativo, sia per dirimere casi di omonimia.
Decorazioni della Cappella Ceschi. Dalla voce di Wikipedia:
(Pieve di Cento, 27 maggio 1870 – Bologna, 29 maggio 1951) è stato un pittore italiano figurativo, attivo nella fine del 1800 e nella prima metà del 1900. Artista completo, si cimentò sia nell'affresco, come decoratore d'interni, sia nella pittura a olio, dove nei diversi generi del ritratto, del paesaggio e della natura morta, conseguì ottimi risultati molto apprezzati sia in ambito regionale che nazionale.
Nato a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, da Giovanni Battista e da Maria Luigia Parmeggiani, entrambi di umili origini. Era gemello di Pietro (27 maggio 1870 - 22 gennaio 1952) che divenne poi un apprezzato imprenditore costruttore di botti per gli stabilimenti enologici. Aveva una sorella maggiore, Ernesta (7 febbraio 1867 - 20 novembre 1942), sposata dal 1891 con Luigi Zamboni, e un fratello minore, Gaetano Evaristo, che morì all'età di tre anni (26 aprile 1876 - 11 febbraio 1880).
La zia paterna Carolina Mosca (1848-1931) fu a servizio per 48 anni in casa Donzelli di Bologna.
Il 10 luglio 1901 sposò Amedea Amalia Maria Stanzani (1878-1957), maestra elementare, figlia di Raffaele (1846-1901) e di Leonilde Pavignani (1845-1912), da cui ebbe tre figli: Arrigo (1903-1994), Ornella (1909-1988) e Alberto (1918-1998). Amedea prima del matrimonio abitava insieme alla madre Leonilde presso Villa Bonci fuori Porta Sant'Isaia al numero 42 dove la madre probabilmente prestava servizio. Dopo il matrimonio la coppia andò ad abitare al numero 241 sempre fuori Porta Sant'Isaia a Bologna per spostarsi dopo circa due anni fuori Porta Aurelio Saffi al numero 641 quinto.
Antonio frequentò la scuola dell'obbligo e le Scuole Industriali di Cento. Studiò alla Scuola di Disegno e Ornato di Cento sotto la guida di Marcello Basilio Mallarini formandosi sui testi del francese Jean-Pierre Thénot come da lui stesso affermato nella sua lettera di presentazione a Parigi del 1913 del Trattato di prospettiva teorico pratico da lui scritto. Fra i testi che contribuirono alla sua formazione si trova il "Cours de Mathematiques a l'usage de l'Ingenieur Civil par J. Adhémar - applications de Geometrie descriptive - Ombres - Paris 1838".
Il 5 maggio 1890, Antonio Mosca, già qualificato come "pittore", fu arruolato nell'82º Reggimento fanteria "Torino", dove adempì gli obblighi di Leva essendo congedato il 14 ottobre 1893.
Una volta congedato usufruì per circa un anno e mezzo di un sussidio del Consiglio Comunale di Pieve di Cento, proveniente dal Pio Legato Melloni, già destinato a Giuseppe Zacchini (1872-1944), di cui era in relazione di amicizia - che in quel periodo si trovava sotto le armi - questo gli permise di frequentare l'Accademia di Belle Arti di Bologna negli anni 1894-1896. La breve esperienza accademica gli servì per affinare l'arte del ritratto che già padroneggiava. Per l'alto profitto del primo anno accademico (1894-1895) gli fu conferita la "Medaglia nella figura"[5]. In questi anni e fino alla data del suo matrimonio visse in una camera in affitto a Bologna.
Il 23 aprile 1899 gli viene rilasciato il lasciapassare per la Romania. Resta ignoto il motivo di quel viaggio e anche resta il dubbio che sia stato mai fatto.
A questa data Antonio risulta già residente a Bologna, in camera d'affitto, dove il 10 luglio 1901 sposa Amedea Amalia Maria Stanzani (1878-1957), maestra elementare, figlia di Raffaele, deceduto il 9 gennaio dello stesso anno, e di Leonilde Pavignani. Uno dei due testimoni di nozze fu Francesco Fabbri decoratore, suo collaboratore nella coeva decorazione del catino della cupola della Chiesa di San Pietro di Castello d'Argile, paese natale della suocera Leonilde Maria Pavignani, insieme al più anziano e già affermato Cesare Mauro Trebbi (1847-1931).
A Bologna, per sua stessa ammissione in una nota autografa, "fu assunto per pratica in decorazione dal celebre decoratore Leonardo Luigi Banzi con cui divise per due anni circa le peripezie, premesso il carattere strano del Banzi". Nel 1900 stringe un sodalizio di lavoro con Francesco Fabbri e Francesco Querzoli di cui si ha notizia da una annotazione su un taccuino per "spese per cartoline reclame Fabbri, Querzoli e Mosca". Nel 1905 dipinge il catino della cupola e l'abside della Chiesa di Santa Maria Maddalena in via Zamboni, 49 a Bologna in collaborazione con il figurista Domenico Ferri (1857-1940). La sua attività si espletò anche in diverse chiese dell'Emilia-Romagna, Umbria, Marche e Trentino-Alto Adige (parrocchiale di Tuenno, parrocchia di Novaledo il cui parroco Don Antonio Molinari rimase entusiasta dei lavori eseguiti). Il critico d'arte professor Vittorio Fabris segnala lavori di decorazione del pittore Antonio Mosca a Borgo Valsugana, Trento, nella cappella della Immacolata ivi esistente, riferibili all'anno 1905. Sempre in Borgo Valsugana l'architetto Michele Anderle, incaricato del restauro interno della chiesa arcipretale, segnala la collaborazione di Antonio Mosca con il pittore Sigismondo Nardi. Antonio Mosca effettuerà il restauro dei dipinti del Nardi nel 1922-1924 in parte anche rifacendoli ex novo. I rapporti intercorsi col Nardi trovano conferma in una lettera e quattro cartoline postali datate 1923 inviate a Antonio Mosca dal Nardi stesso. Non solo ma una cartolina postale inviata dal Nardi al Mosca documenta i rapporti di collaborazione nella decorazione della parrocchiale di Tuenno nel 1914 così come una nota scritta di pugno di Antonio Mosca su una fotografia del monumento al Redentore di Montagnaga di Pinè ci informa della collaborazione dei due pittori nella decorazione interna della Scala Santa di quell'insigne monumento progettato dall'Ing. Panz.
Fu autore di un Trattato di prospettiva teorico-pratico-dimostrativo premiato alla Esposizione di Milano del 1912 che a Parigi nel 1913 vinse anche il Gran Prix e ottenne la Medaglia d'oro come ci informa L'Illustrazione di Bologna del 30 giugno del 1913 e come amava fregiarsi nell'intestazione della sua corrispondenza.
Nel 1912-1913 dipinse il ritratto di re Nicola I del Montenegro per il Comitato pro-feriti montenegrini delle Guerre balcaniche. Ritratto recensito sempre da L'Illustrazione di Bologna del 30 giugno 1913 e definito bellissimo ma di cui si sono perse le tracce.
Nel 1914 è chiamato a Tuenno, nell'allora Tirolo austriaco, da Sigismondo Nardi, per eseguire lavori di decorazione della locale Parrocchia di Sant'Orsola.
Il 1919 lo vede impegnato nelle Marche intento alla decorazione dell'interno del Teatro di Grottazzolina in provincia di Fermo.
Nel 1922 viene colpito da una forma di poliartrite reumatica cronica che nel 1928 lo induce a sottoscrivere una polizza assicurativa da cui risulta lo stile di vita del pittore.
Il Comune di Pieve di Cento nel 1924 lo incarica della decorazione dell'Orologio Pubblico posto sulla fronte del Palazzo Comunale.
Nel 1928 eseguì dei lavori non meglio specificati a Villa Altura di Bologna per la contessa Clara Cavalieri Archivolti, personaggio di spicco nella Bologna dell'epoca, con cui intratteneva buoni rapporti epistolari.
Nel 1933 esegue dei lavori di decorazione a Villa Gandino che Adolfo Gandino aveva ereditato dal padre a Ozzano dell'Emilia.
Il Comune di Bologna negli anni 1936-1937 gli affida i lavori di restauro e decorazione del salone del Teatro Comunale e della Sala degli stemmi nel Palazzo Comunale.
Esegue lavori di restauro e decorazione del cinema-teatro Regina in via Mascarella n.1 a Bologna.
Dopo la seconda guerra mondiale abitò fino alla morte in via Savenella al n. 21.
Era collezionista, amante della pittura del Seicento, in relazione con Giovanni Piancastelli (1845-1926).
Dipinto della Beata Bonomo nella Cappella Ceschi. Da Galleria Recta:
Telve 1866 - Trento 1942
Pittrice. Nacque il 29 settembre 1866 in Telve (Valsugana), baronessa. Fu allieva di Eugenio Prati in Villagnedo, di Francesco Danieli in Verona, di Niccolò Cannicci in Firenze, e di altri pittori. Dipinse ritratti e paesaggi ed esegui numerosi disegni.
Testo tratto da
"La bottega dei Fiorentini", un secolo di pittura nella Valsugana del '600, a cura di Vittorio Fabris
La famiglia Fiorentini ha rappresentato nel passato una importante realtà nel contesto culturale e artistico della Valsugana contribuendo in modo sensibile a creare quella specificità di ponte tra la cultura alpina e veneta che si riconosce in particolare al centro vallivo di Borgo Valsugana. E soprattutto nel secolo XVII, quello preso in considerazione dal presente saggio, che a Borgo si svilupperà una vera e propria scuola pittorica, allargata in seguito anche ai modi del costruire, con la erezione del santuario di Onea e di altri edifici religiosi come la Cappella di San Gerolamo nell'orto dei frati, il campanile del convento e altre opere minori. Il personaggio di spicco di questo particolare momento della vita artistica di Borgo Valsugana é Lorenzo Fiorentini il quale, partendo dagli epigoni di quella grande "officina di arte e di vita" che fu la bottega dei Dal Ponte a Bassano, contribuirà a creare quel carattere specifico del centro valsuganotto evidenziato all'inizio. Si può dire che il crogiolo o l'officina di questa piccola ma significativa scuola locale sia stata l'impresa di Onea, protrattasi per oltre vent'anni, per la quale il pittore, oltre a fornire i disegni dell'edificio e curarne la costruzione, realizzerű anche il complesso progetto iconografico, inizialmente da solo, e in seguito con la collaborazione dei figli Giacomo e Francesco e altri aiuti. I vari studiosi che si sono occupati dell'argomento hanno privilegiato la figura di Lorenzo Fiorentini, confondendola però in qualche caso con quella dell'omonimo nipote; di altri esponenti della famiglia si parla poco o nulla, ragione per cui si è sentito il bisogno di fare un po' di luce allargando e puntualizzando le conoscenze anche su altri componenti della famiglia. Va segnalato a questo proposito il recente studio (2003) della Cagnoni sul santuario mariano di Onea che, oltre ad aver dato un valido contributo alla conoscenza della principale e più complessa opera di Lorenzo Fiorentini, è stato di stimolo ad ulteriori studi sull'argomento".
Secondo P. Maurizio Morizzo l'antica famiglia Fiorentini di Borgo Valsugana - che va tenuta distinta da quella con lo stesso nome proveniente da Tione e della quale si parlerà più avanti - sarebbe proveniente da Prato Vetere in Toscana e si sarebbe trasferita nel centro valsuganotto già nel secolo XIV in una casa comperata da Siccone di Caldonazzo in via dell'Ospedale
La famiglia Fiorentini acquisterà un ruolo sociale sempre più importante e determinante nella vita della comunità di Borgo a cominciare dalla seconda metà del XVI secolo; prima di tale periodo le notizie sui Fiorentini sono scarse per non dire assenti. Sempre dal Morizzo apprendiamo che Stefano Fiorentini, padre del pittore Lorenzo e capostipite della famiglia, viene nominato per la prima volta nel 1576, quando viene eletto "console" della Magnifica Comunità di Borgo Valsugana assieme a Gianmaria della Scala, Mattio di Rodolfo, Girolamo Bertondello e altri ancora. Tra i consoli dell'anno successivo, il 1577, figura un certo Pietro, forse fratello di Stefano, che verrà rieletto alla stessa carica nel 1583. Questo Pietro, inoltre, compare nell'elenco dei confratelli della Scuola dei SS. Rocco e Giorgio redatto nel 1572, dove viene detto figlio di Bartolomeo. Sempre dallo stesso elenco apprendiamo il nome di un Antonio Fiorentini, Una Francesca, figlia di Pietro Fiorentini, figura come commadre nel battesimo di Maurizio, figlio di Francesco detto Morizzo, avvenuto a Borgo Valsugana il 24 agosto 1593". Nel 1580 Stefano Fiorentini è eletto alla carica di Sindaco assieme a Paolo di Gelmo e, nel 1581, di nuovo console.
A partire dal 1586, anno in cui i parroci in ottemperanza alle disposizioni del Concilio Tridentino cominciano anche a Borgo Valsugana a registrare battesimi, matrimoni, morti, "Stati delle Anime" e altri atti religiosi e civili, le notizie sulla vita della comunità del Borgo, e in particolare sulla famiglia Fiorentini, diventano via via sempre più abbondanti e precise. Da una lettura attenta degli atti di battesimo, di matrimonio e di morte riguardanti la famiglia Fiorentini emerge in modo abbastanza inequivocabile la sun ascesa sociale nella vita comunitaria di Borgo Valsugana del XVII secolo, dimostrata dal fatto che essa va ad occupare posti e ruoli sociali sempre più importanti, che poi verranno tramandati di padre in figlio non solo nel campo della professione di pittore. ma anche in quella di "Maestro di Posta" e di notaio e cancelliere, le tre principali professioni esercitate da molti componenti della famiglia Fiorentini, Questo fenomeno è rilevabile, per esempio, nella presenza dei padrini e delle madrine al battesimo dei numerosi figli dei Fiorentini, scelti da questi ultimi con molta oculatezza tra le classi più alte della Comunită. Ritroviamo gli stessi personaggi nobili e altolocati nel ruolo di testimoni nei matrimoni dei Fiorentini e viceversa i Fiorentini nei ruoli di padrini. madrine o testimoni matrimoniali nelle citate cerimonie delle persone più in vista del paese.
Dai carteggi notarili di Leonardo Fiorentini" e dai registri dell'Archivio Parrocchiale di Borgo Valsugana risulta che Leonardo e Lorenzo abitavano con le loro famiglie in un'unica casa nei pressi del ponte sul Brenta.
Il prestigio sociale della famiglia Fiorentini, raggiunto nel Seicento, viene confermato dal diploma di nobiltà concesso a Lorenzo", ai fratelli e cugini dall'Arciduca d'Austria (l'Arciduchessa Claudia de Medici nello specifico) il 24 luglio 1641. Non è chiaro se il titolo di nobiltà sia stato concesso al pittore Lorenzo per i suoi meriti artistici e civili o all'omonimo nipote, figlio del defunto Leonardo, vicecancelliere di Telvana nel 1637, notaio e cancelliere criminale della stessa giurisdizione nel 1648. Nell'un caso o nell'altro, con questa acquisizione i Fiorentini dimostrano di aver raggiunto nei rispettivi campi d'azione un grande prestigio professionale e sociale.
Verso il quarto decennio del Seicento arriva a Borgo Valsugana, proveniente da Tione, un altro ceppo di Fiorentini, apparentemente senza nessun grado di parentela con il nucleo antico di Borgo Valsugana, che eserciterà la professione di "speziari" e quella più prestigiosa di magistrati. Fiorentino e Giovanni sono i nomi dei rispettivi capifamiglia dei Fiorentini di Tione: Fiorentino è anche il nome del figlio maggiore di Stefano, fratello di Lorenzo e Leonardo, che negli anni 1611, 1622 e 1633 ricoprirà la carica di Sindaco della Magnifica Comunità del Borgo, scambiato da alcuni cronisti locali con l'omonimo Fiorentini di Tione. Sappiamo dallo studio di Tabarelli de Fatis e Borrelli che Giovanni Giacomo, figlio di Fiorentino Fiorentini, speziaro, e di Felicita, intraprese la carriera. giuridica di magistrato diventando nel 1667 consigliere della Nazione Genovese, il suo stemma", scolpito e dipinto, figura in Palazzo del Bo a Padova tra quelli dei laureati illustri dell'Università di Padova. Questo significa che il titolo di nobiltà, di cui sopra. venne esteso anche ai componenti della famiglia Fiorentini proveniente da Tione.
Secondo un manoscritto conservato nell'Archivio Parrocchiale di Borgo Valsugana, i Fiorentini di Tione ottennero nel 1590 la cittadinanza di Borgo promettendo "ogni buona assistenza comunale, ed il fatto fu anche nei discendenti". Queste affermazioni però contrastano con i dati anagrafici dei due fratelli, reperiti nello stesso archivio, dove nei rispettivi atti di morte vedi appendice Fiorentino risulterebbe nato verso il 1607 e Giovanni all'incirca nel 1612.
Sempre nel citato archivio non esistono tracce di Fiorentini provenienti da Tione prima del quarto decennio del Seicento. L'omonimia diventerà complicata e inestricabile nel prosieguo degli anni, quando molti discendenti dei due rami si troveranno ad avere gli stessi nomi.
Testo tratto da
"La bottega dei Fiorentini", un secolo di pittura nella Valsugana del '600, a cura di Vittorio Fabris
Nella famiglia dei Fiorentini nel secolo XVII sono comprese con relativa sicurezza tre generazioni di pittori con almeno sei esponenti. Capostipite di questa vera e propria dinastia di pittori e Lorenzo che sarà chiamato senior per distinguerlo dall'omonimo nipote figlio del figlio Francesco-il rappresentante più significativo e la personalită più complessa e poliedrica. L'arte pittorica, e non solo, sarà continuata dai figli Giacomo e Francesco e dai nipoti Lorenzo, Gaspare e Giuseppe Antonio, tutti figli di Francesco. Sulla formazione artistica di Lorenzo senior rimangono da dire ancora molte cose. Si è sostenuto che non ebbe particolari maestri e che rimase sempre a Borgo Valsugana, formandosi sull'imitazione dei modi di pittori locali come Paolo Naurizio o delle opere dei pittori veneti del secondo Cinquecento presenti nel Trentino e in particolare delle tele "bassanesche" di Civezzano. Nella sua prima opera certa, le ante d'organo della Pieve di Pergine realizzate tra il 1598 e il 1600-il contratto del 1597 è firmato dal padre poiché a quella data il pittore era ancora minorenne emergono dei modi di dipingere e delle conoscenze iconografiche che non possono essere frutto di un'autoformazione. L'Angelo dell'Annunciazione, per esempio, nel disegno della figura e in quella sua irruzione improvvisa nella stanzetta di Nazareth, ricorda molto da vicino l'arcangelo Michele della pala di Bonifacio de Pitati, della cappella del Rosario nella basilica veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, ma forse ancor di più il medesimo angelo dell'Annunciazione, dipinto dallo Schiavone per le ante d'organo della chiesa di San Pietro di Belluno (1550 ca.). La Madonna poi, per posa, fisionomia e tratto pittorico, sembrerebbe direttamente uscita dalla bottega dei Dal Ponte. La stessa architettura sullo sfondo si richiama in un certo modo alle architetture che compaiono sugli affreschi dell'antico presbiterio della parrocchiale di Cartigliano presso Bassano, firmati da Jacopo e Francesco dal Ponte. Le citazioni di opere e i modi dei pittori veneti, soprattutto dei dal Ponte, riscontrabili nei dipinti del Fiorentini, continuano anche nelle opere della maturità come per esempio nella pala di San Rocco o in quella di Santa Brigida, dove la figura della Santa sembra un'eco di quella di Santa Marta della pala con San Lazzaro, San Valentino e altri santi, del Duomo di Rosa (Vicenza), firmata da Gian Battista Dal Ponte e da Luca Martinelli nel 1593. Queste osservazioni, nel dimostrare l'infondatezza della ipotesi di una formazione in ambito puramente locale del pittore, pur in assenza di documenti, lasciano supporre da parte di Lorenzo Fiorentini un alunnato di qualche anno presumibilmente dal 1594 al 1597- nella bottega bassanese dei Dal Ponte inizialmente sotto la direzione di Gerolamo e, dopo la partenza per Venezia di Gerolamo avvenuta nel 1595, sotto quella del fratello Giambattista e dei suoi aiutanti e collaboratori Luca e Giulio Martinelli sulle cui personalità si rimanda al saggio di Gastone Favero del presente catalogo.
E sicuramente in questa multiforme officina, ricca di materiale iconografico, stampe, sagome, ricalchi di opere, disegni, dipinti, modelli e bozzetti, sculture e quant'altro si possa immaginare, che il Fiorentini si è formato pittoricamente e artisticamente. Si spiegano in questo modo le citazioni di opere di Bonifacio de Pitati, dello Schiavone, di Paris Bordon, del Veronese, del Tintoretto e di altri pittori veneti, oltre a quelle dei Dal Ponte, naturalmente, presenti in modo più o meno esplicito e continuato nei dipinti del nostro.
L'eclettica bottega dei Dal Ponte a Bassano era strutturata come una vera e propria scuola dove si insegnava un po' di tutto, dalla grammatica ai conti, dal disegno alla scultura. Sappiamo per esempio che nel 1549 Jacopo Bassano aveva preso come garzone di bottega al fine di insegnargli la grammatica (e certamente anche le arti pittoriche), un ragazzo di Borgo Valsugana, Piero, figlio di un certo Misier Ludovico. Bertelli, garantendo all'apprendista vitto, alloggio e pulizia, naturalmente dietro. pagamento di una vera e propria retta mensile". Pensando a questo precedente, un garzonato del giovane Lorenzo Fiorentini nella bottega-scuola dei Dal Ponte non è poi tanto fantasioso e lontano dalla realtà soprattutto se si tiene presente che i Fiorentini facevano parte delle famiglie benestanti del Borgo. I Dal Ponte poi avevano un rapporto con il centro valsuganotto che risaliva al lontano 1528; in quell'anno un tal Jeronimo notaro, abitante a Bassano, aveva commissionato alla loro bottega un gonfalone per Borgo con la Madonna e il Bambino affiancati da due armi tedesche.
A Bassano, oltre ad apprendere le tecniche pittoriche dell'olio e dell'affresco, Lorenzo si perfezionò nel disegno imparando a costruire solidamente e in modo equilibrato le sue composizioni, come risulta dalle opere del suo periodo migliore, quelle realizzate in Valsugana nel secondo-terzo decennio del Seicento. L'apprendimento di una buona tecnica nella pittura a fresco verrà messa in evidenza dal pittore verso il 1621, nei dipinti a monocromo dello studiolo di palazzo Ceschi di Santa Croce e, soprattutto tra il 1636-39, nel cielo mariano del santuario della Madonna di Onea progettato dallo stesso Lorenzo Fiorentini".
La professionalità artistica di Lorenzo viene ufficialmente evidenziata una prima volta nel 1607 nell'atto di battesimo del figlio Giacomo dove, accanto al nome del padre, viene aggiunto l'attributo di pittore" e ancora nel 1609 quando figura come compadre nel battesimo di Lucia, figlia di Giacomo Bazzanella e nel 1614 in occasione del battesimo del figlio Francesco.
Di Giacomo, il figlio maggiore di Lorenzo, sappiamo che oltre ad esercitare il mestiere di pittore, era anche vicecancelliere di Telvana negli anni compresi tra il 1635 e il 1639", accanto allo zio Leonardo, prima, e al cugino Lorenzo, dopo la morte dello zio, Come artista Giacomo si formò nella bottega paterna senza però tralasciare di osservare quello che accadeva fuori della Valsugana. L'unica sua opera certa, firmata e datata 1642, è la pala della Madonna con lo Scapolare e i Santi Francesco e Apollonia della vecchia parrocchiale di Calceranica.
La sua firma compare, accanto a quella del fratello Francesco, sul cartiglio della. meridiana dipinta, assieme alle armi della casa d'Austria e della Comunità del Borge, sulla facciata dell'antico Palazzo della Comunită.
II Morizzo nella Cronaca II di Borgo della Valsugana, un manoscritto conservato nella Biblioteca di San Bernardino a Trento, attribuisce a Giacomo anche gli affreschi delle due edicole innalzate al centro del ponte veneziano di Borgo Valsugana, ampliato nel 1659. L'affresco con San Rocco, staccato dell'edicola orientale, restaurato ed ora conservato nel locale Municipio, confrontato con la pala di Calceranica, appare abbastanza diverso. molto più vicino allo stile paterno che non alle figure e ai modi pittorici dell'opera autografa, caratterizzata da contorni netti, pennellate meno sciolte e figure un tantino rigide.
Dipinti con queste caratteristiche sono presenti in valle un po' ovunque; si cita per esempio la pala con Sant Antonio di Padova col Bambino, datata 1645, sull'omonimo altare della chiesa dei Francescani a Borgo Valsugana; la tela con San Francesco conservata nel monastero di San Damiano a Borgo Valsugana, molto vicina iconograficamente all'omonima figura del santo della pala di Calceranica, e la bella Annunciazione della Parrocchiale di Roncegno, catalogata dal Servizio beni culturali della P. A. T. come opera di anonimo del XVII secolo.
Partendo da un'indicazione del Rasmo, potrebbero essere attribuiti ai fratelli Fiorentini - Giacomo e Francesco - gli interessanti affreschi neo-medievali della chiesa di Loreto di Strigno, attualmente inglobata nel cimitero. L'insolito edificio, costruito nel 1645, volle essere nell'intenzione del committente, il pievano don Gaspare de Castelrotto, una perfetta riproduzione, all'esterno come all'interno, della Santa Casa di Loreto, tanto da far pensare che gli sconosciuti artefici siano andati di proposito a Loreto a copiare nei minimi particolari il monumento da riprodurre. Di questa singolare costruzione si può trovare un altro esempio in Trentino nella Santa Casa costruita a Madruzzo nel 16453 quando era principe vescovo di Trento Carlo Emanuele Madruzzo.
Il nome di Francesco figura accanto a quello del fratello sul cartiglio del citato affresco dell'antico Palazzo Comunale datato 1653. A parte questi affreschi, che non permettono, se non in minima parte, di definire la personalità artistica e lo stile del pittore, non esistono a tutt'oggi opere pittoriche autografe di Francesco. Sappiamo però che questo esponente dei Fiorentini aveva continuato con successo l'attività paterna, prima in collaborazione col fratello Giacomo e, dopo la morte di quest'ultimo avvenuta nel 1660, in proprio con l'aiuto dei figli, infatti egli aveva indirizzato all'arte della pittura tre dei quattro figli maschi. Della produzione artistica della bottega dei Fiorentini si conosceva fino a qualche tempo fa solo una minima parte, e cioè la pala con la Madonna e Santi della chiesa di Santa Apollonia di Spera, firmata da Lorenzo Fiorentini e datata 1679, oltre alle notizie su altre opere di questo pittore riportate dal Weber.
La famiglia di Francesco era conosciuta nel Borgo e in Valsugana non solo per l'attività. pittorica ma anche per la musica; molti suoi componenti non solo s'interessavano di musica, ma suonavano più strumenti, il particolare lo si apprende da una deposizione fatta da Francesco Fiorentini ai giudici che indagavano per episodi di calunnia verso. il potere locale e in particolare contro il nuovo vicario di Telvana, avvenuti all'inizio dell'ottavo decennio del Seicento. Gli scritti, veri e propri libelli al vetriolo, erano diffusi spediti per lettera, lasciati nelle botteghe o affissi nottetempo sulle case di Borgo Valsugana. Il fatto è narrato dal francescano P. Maurizio Morizzo nella citata Cronaca di Borgo con dovizia di particolari estremamente importanti per la conoscenza della famiglia del pittore. Ecco il testo riguardante la deposizione del pittore Francesco Fiorentini riportato alla carta 254 v. del manoscritto": "Li 19 nov: [1673] furono ascoltati altri testimoni che deposero come gli altri, Anche li 23 nox, fra diversi fu citato Francesco Fiorentini che rispondendo disse Ho quattro figli maschi e due femmine. Il più vecchio si chiama Lorenzo, il 2º Giovanni Rodolfo, il terzo Gasparo, il quarto Gioseffo Antonio, e le mie figliole la più vecchia Giovanna, e l'altra Anna Marta [errore di trascrizione perché in realtà si chiamava Anna Maria, (n. d. r.)] Il Lorenzo fa il pittore di lineatura d'olio e d'affresco, Rodolfo tende all'economia di casa e suona il hasso, di violin e di cittera; il terzo di pittura ad olio e d'affresco e suona il basso; il quarto di pittura ad oli e affresco e suona di violin e cittera per suo diporto. Lorenzo e Antonio lavorano di pittore a casa, l'altro non so dove lavora. Chi è solito venire in casa a veder esercitar l'arte pittorica? Vengono quei del Borgo et anco foresti". La dichiarazione, verificata nell'Archivio Parrocchiale di Borgo Valsugana, permette di allargare notevolmente il panorama delle conoscenze, non solo sulla famiglia Fiorentini e sulla produzione artistica locale ma anche, come ha fatto Antonio Carlini nel suo recente volume sull'Archivio Buffa, sulla vita musicale e culturale del tempo. Di Lorenzo junior è stata trovata ultimamente un'inedita ricevuta per un pagamento riguardante il rifacimento e la doratura di un gonfalone per la scuola di San Rocco, datata 15 marzo 1687. La dichiarazione del pittore, confermata dalla relativa nota sul libro dei conti della medesima confraternita", oltre ad informarci sulla sua presenza a Borgo Valsugana nel 1687 è anche un importante tassello che va ad aggiungersi alle magre notizie circa l'ultimo decennio della sua vita e della sua attività artistica.
Le ultime acquisizioni sulla famiglia Fiorentini consentono di vedere in una nuova luce e con criteri diversi la serie di otto grandi tele, sei delle quali firmate da Giuseppe Antonio Fiorentini, presenti nel convento francescano di Campo Lomaso e mai messe in collegamento con i pittori Fiorentini di Borgo Valsugana.
Su Gasparo (Gaspare) Fiorentini, terzo figlio vivente nel 1673 di Francesco, le notizie in Valsugana dopo tale data sono pressoché inesistenti. Il pittore, assente da Borgo Valsugana già nel 1673, è stato identificato in quel Gaspare Fiorentini del quale si traccia uno scarno profilo biografico a p. 827 del 2º volume Pittura veneta del 600, curato da Mauro Lucco. Nel testo il pittore risulta presente a Conegliano dal 1677 al 1696, e si cita come sua unica opera certa la firmata Adorazione dei Magi della chiesa di San Giovanni Battista di Serravalle, presso Vittorio Veneto. "[.]. Dipinto che, commissionato dal padre priore dei francescani conventuali Pietro Antonio Galletti e collocabile intorno al 1688-1690, mostra un pittore dalla pennellata libera, legata ad un moderato gioco chiaroscurale memore di un certo naturalismo di matrice tenebrosa. Sempre riguardo. a Gaspare Fiorentini si è occupato, forse per primo, Giorgio Fossaluzza nel suo volume Cassamarca, opere restaurate nella Marca Trivigiana. 1987-1995, ascrivendo al nostro una grande Annunciazione (un olio su tela di cm 370 x 195), appesa alla parete destra della cappella del Sacro Cuore nel Duomo di Motta di Livenza. L'attribuzione è motivata dal confronto con altre opere ascritte al Fiorentini come la bella pala d'altare con San Martino che divide il mantello col povero fra i Santi Antonio da Padova e Floriano della parrocchiale di San Martino di Colle Umberto, documentata al 1678, l'Ultima Cena della chiesa di San Rocco a Conegliano, firmata e datata 1696, la citata Adorazione dei Magi di Serravalle e altre opere ancora. Parlando dell' Annunciazione di Motta di Livenza il Fossaluzza afferma tra l'altro: "L'autore del dipinto in questione sembra guardare a quei pittori che del barocchetto veneziano impersonano lo sviluppo più classicistico, soprattutto a Nicolo Bambini (Venezia 16511739)". La pittura di Gaspare Fiorentini denota una formazione eclettica fusa in modo personale anche se un po' discontinuo, con punte qualitative molto alte come appare nella pala di San Martino, senz'altro uno dei suoi capolavori. Motivi mutuati dal Cinquecento veneziano si possono ravvisare nell' Annunciazione di Motta di Livenza nella quale sembrano fare capolino anche parecchie reminiscenze della pittura di Lorenzo Fiorentini come ad esempio le testine dei cherubini che aleggiano tra le nuvole, il profilo della Vergine o la posa dell'Angelo. Allo stesso modo elementi iconografici e stilemi bassaneschi fusi con modi espressivi mutuati dai tenebrosi veneziani si possono trovare nella grande Adorazione dei Magi della Chiesa di San Giovanni Battista a Serravalle.
Un importante riconoscimento va allo studioso Giorgio Mies di Fregona (Vittorio Veneto), che da anni sta studiando con competenza e passione la figura e l'attività nel medio e alto Veneto, vale a dire la zona che da Conegliano si spinge fin dentro il Cadore, del "Gasparo Coneglianese", il pittore "trentino di nascita" e coneglianense di adozione. Un importante contributo del Mies su Gaspare Fiorentini è presente in questo catalogo. Nel catalogo delle opere riportato più avanti è abbastanza chiaro che la maggior parte dei dipinti prodotti in Valsugana nel XVII secolo riflette lo stile e i modi dei pittori Fiorentini. Esiste tuttavia, all'interno di istituzioni religiose come chiese, conventi, oratori, canoniche e altro, un cospicuo numero di dipinti non firmati e senza attribuzione. Alcune di queste opere pittoriche sono visibili, mentre un buon numero si trova in luoghi di non agevole accesso o addirittura inaccessibili al pubblico (monastero di clausura di San Damiano, Borgo Valsugana), riposte in magazzini, sottoscala, soffitte e scantinati, luoghi non sempre adatti a conservarle in buono stato. Molte di esse potrebbero rientrare nella. produzione dei Fiorentini, sia di quelli meno noti come Giacomo, Francesco e Gaspare, sia in quella dei più conosciuti Lorenzo senior, Lorenzo junior e Giuseppe Antonio che, da quanto risulta, ebbero un'attività più intensa e continuata nel tempo. Andrebbe inoltre considerata la produzione di altri pittori, di levatura minore e al momento ignoti, che sicuramente hanno prestato la loro opera o si sono formati nei cantieri (Palazzo Ceschi di Santa Croce e Madonna di Onea) e nella bottega dei Fiorentini. Come si vede il panorama pittorico della Valsugana del Seicento si presenta complesso e foriero di interessanti novità e scoperte.
A proposito di Leonardo Fiorentini, considerato da taluni studiosi come pittore dilettante, nel 1933 il Weber scriveva: "Fiorentini Leonardo, pittore da Borgo. Nel 1615 per un quadro d'un gonfalone di S. Rocco a Borgo ebbe tr. (troni) 46. Era il padre di Fiorentini Lorenzo. Da una lettura più attenta dei documenti relativi alla confraternita dei Santi Rocco e Giorgio, conservati nell'Archivio parrocchiale di Borgo, risulta che Lunardo (Leonardo) Fiorentini negli anni 1612-1613 era massaro della detta confraternita, "Schola", e che il pagamento era probabilmente riferito al fratello Lorenzo, non essendoci ulteriori riferimenti ad una attività pittorica del notaio Leonardo Fiorentini. Anche la seconda affermazione, "Leonardo padre di Lorenzo", sembra sia frutto di un'errata lettura della abbreviazione fr lo (fratello e non figliolo).
(Bologna, 6 settembre 1475 circa – Fontainebleau, 1554 circa) è stato un architetto e teorico dell'architettura italiano.
Deve la sua fama al trattato I Sette libri dell'architettura, che ebbe una larghissima diffusione, contribuendo a diffondere il linguaggio classicista e le nuove tendenze manieriste in tutta Europa.
Sul piano teorico abbracciò la convinzione, propria della cultura architettonica a Roma di inizio XVI secolo, che lo studio di Vitruvio andava confrontato con l'esame degli edifici antichi ancora esistenti, ma che poi occorresse anche sperimentare senza lasciarsi condizionare da regole stringenti. Questo fece di lui il maggior mediatore culturale in tutta Europa dell'esperienza artistica di Donato Bramante, Raffaello Sanzio e Baldassarre Peruzzi.
pseudonimo di Andrea di Pietro della Gondola (Padova, 30 novembre 1508 – Maser, 19 agosto 1580), è stato un architetto, teorico dell'architettura e scenografo italiano del Rinascimento, cittadino della Repubblica di Venezia. Influenzato dall'architettura greco-romana, anzitutto da Vitruvio, è considerato una delle personalità più influenti nella storia dell'architettura occidentale, nonché il più famoso e alto rappresentante dell'architettura manierista.
Fu l'architetto più importante della Repubblica Veneta, nel cui territorio progettò numerose ville che lo resero famoso, oltre a chiese e palazzi, questi ultimi prevalentemente a Vicenza, dove si formò e visse. Pubblicò il trattato I quattro libri dell'architettura (1570) attraverso il quale i suoi modelli hanno avuto una profonda influenza sull'architettura occidentale; l'imitazione del suo stile diede origine a un movimento destinato a durare per tre secoli, il palladianesimo, che si richiama ai principi dell'antichità classica. Gran parte dei suoi edifici sono tutelati come un sito patrimoni dell'umanità UNESCO, denominato Città di Vicenza e le ville palladiane del Veneto.
Di lui, durante la sua permanenza a Vicenza, Goethe disse:
«C'è davvero alcunché di divino nei suoi progetti, né meno della forza del grande poeta, che dalla verità e dalla finzione trae una terza realtà, affascinante nella sua fittizia esistenza.»
(Goethe nel suo diario di viaggio in Italia[6])
Autore della versione originale della Chiamata di Pietro e Andrea
detto il Fiori[1] (Urbino, 1528/1535 – Urbino, 30 settembre 1612) è stato un pittore italiano.
Il suo stile elegante lo fa ritenere un importante esponente del Manierismo italiano e dell'arte della Controriforma. È considerato uno dei precursori del Barocco. [...]
Barocci fuggì da Roma sostenendo di essere stato avvelenato per gelosia, rimanendo poi menomato per tutta la vita da una condizione di salute delicata. Ritornò alla sua natia Urbino nel 1565 in una sorta di volontario ritiro, interrotto solo dai contatti con i numerosi committenti sparsi per tutt'Italia. Entrò sotto la protezione di Francesco Maria II della Rovere, duca di Urbino. Il Palazzo Ducale si vede nello sfondo dei suoi dipinti, resi in una prospettiva forzata che sembra un'anticipazione della futura pittura Barocca. Barocci era anche un ritrattista sensibile e immortalò il duca in una tela oggi agli Uffizi.
Anche se lontano da Roma, dove poteva scambiare esperienze artistiche e trovare fama, a Urbino, ormai in decadenza e prossima a essere annessa allo Stato Pontificio, ma animata, grazie agli studi scientifici, da una notevole vivacità culturale, Barocci riuscì a ottenere importanti commissioni per le sue pale d'altare, avvicinandosi alle correnti più innovative dei Francescani e dei Cappuccini. [...]
Malgrado questo processo scrupoloso, il genio del Barocci ha mantenuto pennellate appassionati e libere. Dovrebbe essere scritto di più sulla singolare luminosità della tecnica di pittura del maestro, in cui una luce spirituale sembra tremolare come un gioiello attraverso facce, mani, drappeggi e cielo. La pennellata emotiva di Barocci non è stata dimenticata da Peter Paul Rubens. Rubens è noto per aver fatto uno schizzo del suo drammatico Martirio di san Vitale, in cui la carne ondeggiante del martire è l'occhio di un altro turbine di figure, gesti e dramma. Il Martirio di san Livino, di Rubens per esempio, sembra dovere molto a Barocci, dal putto che punta la fronda della palma, alla presenza dei cani nell'angolo in basso a destra.
La composizione avvolgente di Barocci e la messa a fuoco sull'impressionabile e sullo spirituale sono elementi che precorrono il barocco di Rubens. Ma anche nella proto-barocca Beata Michelina di Federico si possono vedere i preparativi di un alto capolavoro barocco: l'Estasi di santa Teresa d'Avila di Bernini. L'espressione estatica, il drappeggio animato, l'unità della figura con la sorgente luminosa divina, le mani che ricevono: Barocci sembra introdurre il dramma palpabile del barocco più di qualunque altro artista del suo tempo.