Due conti, una conclusione
Si crede comunemente che il fallimento delle due banche venete nel 2015 sia stata una tragedia sociale ed economica per molti investitori. C'hanno fatto perfino un film, "Cento domeniche".
In effetti sono andati in fumo 15,25 miliardi, 8.750 milioni per BPV e 6.500 per VB.
Poi il 40% ce l'hanno messo i cittadini italiani sotto forma di ristoro, ma questa è un’altra storia.
Non voglio sminuire la portata di questi due fallimenti, vorrei solo sottolineare il fatto che comunque è stato un evento una tantum di 15,25 miliardi di €, praticamente una finanziaria.
Quello che vorrei far capire è che c'è ben di peggio.
Ogni anno. Non una volta ogni tanto.
Secondo le ultime rilevazioni di BI ci sono 1,572 miliardi fermi in conti correnti infruttiferi.
Con l'inflazione auspicata dalla BCE, il 2%, il costo per coloro che non investono è circa 31 miliardi. Ogni anno.
L'importo investito nei fondi comuni di investimento è pari a 675 miliardi.
Il costo medio dei fondi (che deprime esponenzialmente i relativi rendimenti) è almeno il 2%, fanno oltre 13 miliardi. Ogni anno.
L'importo investito nelle polizze vita è pari a 1.037 miliardi.
Il costo medio delle polizze è il 3,3%, fanno oltre 34 miliardi. Ogni anno.
Totale annuo: arrotondo per difetto a 79 miliardi. Ogni anno.
Riepilogo: 15.25 miliardi una tantum contro 79 miliardi ogni anno.
Praticamente, nel più assoluto silenzio, è come se ogni anno un fallimento simile a quello delle due banche venete avvenisse ogni due mesi e mezzo.
Tutti costi evitabili, detto inter nos. Tutti.
Gestione fiscale efficiente e recupero minus delle banche fallite.
In finanza il problema non è pagare meno tasse possibili, anzi, se ne paghi tante vuol dire che hai guadagnato molto.
Il problema è pagarle male, o peggio ancora pagarle prima del necessario, per una vendita fatta senza logica, per una minusvalenza dimenticata o per una gestione troppo disordinata del portafoglio.
Il prelievo fiscale scatta quando il guadagno viene realizzato: finché non vendi, in molti casi non stai ancora pagando nulla.
Molti investitori ragionano in modo istintivo: vedono una posizione in guadagno, vendono, incassano e passano oltre. Solo che una vendita non è mai solo una vendita. È anche un evento fiscale, è capitale che smette immediatamente di lavorare.
Inoltre, quanto venduto dovrebbe essere investito a sua volta, se non si è raggiunto un obiettivo finanziario prestabilito.
Poi ci sono le minusvalenze, valgono ma solo se sai usarle.
Il punto più utile da ricordare è questo: il “trucco” non è evitare le tasse, ma controllare quando le realizzi e come compensi ciò che puoi compensare.
Significa che una perdita non è sempre e solo una cattiva notizia: se la gestisci bene, può ridurre il peso fiscale di una plusvalenza futura.
Attenzione però, la compensazione è possibile solo tra strumenti che generano cosiddetti "redditi diversi".
Il problema è che molti investitori queste minusvalenze non le usano, o non in tempo.
Due investitori possono ottenere lo stesso rendimento lordo e chiudere l’anno con un netto molto diverso. Non perché uno abbia scelto prodotti miracolosi, ma perché uno ha gestito meglio il lato fiscale: ha evitato realizzi inutili, ha usato le minus prima che scadessero, ha capito quando aveva senso vendere e quando invece stava solo anticipando imposte.
Ed è questa la parte che fa davvero la differenza nel lungo periodo.
Perché ogni euro che non consegni oggi al fisco, se resta investito, continua a lavorare per te. È pura matematica del rendimento composto.
Quindi le tasse si pagano. Ma tra pagarle correttamente e pagarle male c’è di mezzo una fetta non banale del tuo rendimento finale. E spesso la differenza non sta in una formula complicata, ma in una gestione più lucida, più ordinata e meno improvvisata del portafoglio.
Inoltre, non è solo quanto ricevuto dal FIR a ristoro di quanto perso dagli azionisti delle banche fallite che può permettere di recuperare quanto perso.
Contattatemi per capire come recuperare le minusvalenze di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.
Le raccomandazioni pubbliche degli analisti mostrano una capacità molto limitata di anticipare le performance future dei titoli.
È possibile considerare più raccomandazioni su un'unica azione nel loro insieme?
Si, attraverso un indicatore sintetico chiamato rating ratio, calcolato nel modo seguente:
Rating ratio=Numero di rating positivi−Numero di rating negativi/Numero totale dei rating.
L’indice assume valori compresi tra −1 e +1: il valore −1 corrisponde a una situazione in cui tutte le raccomandazioni risultano negative, mentre +1 indica che tutti gli analisti esprimono un giudizio positivo. Un valore pari a zero segnala invece un equilibrio.
Ovviamente, un indicatore aggregato non implica che tutte le raccomandazioni abbiano la stessa qualità informativa: alcuni analisti potrebbero disporre di competenze superiori, di un accesso più approfondito alle informazioni aziendali o di modelli di valutazione più accurati.
In linea teorica, quindi, alcune raccomandazioni potrebbero essere più affidabili di altre.
Purtroppo, è impossibile identificare con certezza, in anticipo, quali analisti forniranno le previsioni più accurate.
Un analista può registrare una lunga sequenza di raccomandazioni corrette nel corso del tempo: una simile serie di risultati potrebbe riflettere competenza analitica, accesso privilegiato alle informazioni oppure semplicemente una combinazione favorevole di circostanze.
Per stabilire quale di queste spiegazioni sia corretta sarebbe necessario analizzare in dettaglio il processo decisionale di ciascun analista, valutando metodologie di stima, modelli di valutazione e qualità delle informazioni utilizzate.
Un simile approccio trasformerebbe l’analisi delle raccomandazioni in uno studio sistematico degli analisti stessi, ciò richiederebbe la presenza di un “analista degli analisti”.
Un approccio alternativo consiste nel basarsi esclusivamente sulla serie storica dei risultati ottenuti da un determinato analista.
Anche questa soluzione, però, ha un problema ben noto agli investitori: la performance passata non è indicativa della performance futura, assomiglia alla decisione di investire in un fondo o in un titolo azionario che ha registrato i migliori rendimenti negli anni precedenti.
L’esperienza dei mercati finanziari mostra che strategie di questo tipo non offrono alcuna garanzia di replicare in futuro gli stessi risultati.
Un ulteriore elemento riguarda la distribuzione delle raccomandazioni emesse dagli analisti. Lo studio citato in precedenza evidenzia una forte prevalenza di giudizi positivi rispetto a quelli negativi: su milioni di raccomandazioni relative ai titoli dell’indice MSCI World, circa il 49% delle raccomandazioni è positivo, il 39% neutrale e soltanto il 12% negativo.
Una simile distribuzione delle raccomandazioni può essere spiegata da diversi fattori:
I mercati azionari tendono a crescere nel lungo periodo e le valutazioni degli analisti si basano spesso su prezzi obiettivo proiettati a diversi mesi nel futuro, il che favorisce la formulazione di giudizi positivi.
Gli analisti che lavorano presso banche d’investimento operano in un contesto nel quale relazioni con le società analizzate e attività di investment banking possono incentivare valutazioni favorevoli.
L’accesso al management delle imprese rappresenta anch'esso un importante elemento: analisi troppo negative possono ridurre le opportunità di dialogo con il management aziendale e limitare l’accesso a informazioni utili.
Tutti questi fattori contribuiscono a spiegare la presenza di un diffuso bias ottimistico nelle raccomandazioni degli analisti e perché il livello assoluto delle raccomandazioni abbia una capacità predittiva limitata.
È anche vero, però, che ridurre il lavoro degli analisti al semplice rating finale rappresenterebbe una semplificazione eccessiva. Le raccomandazioni più articolate sono accompagnate da un insieme ampio di informazioni aggiuntive, tra cui:
Analisi dei risultati finanziari recenti della società.
Previsioni sui ricavi e sugli utili futuri.
Stime sui dividendi attesi.
Valutazioni sul posizionamento competitivo dell’impresa.
Questi elementi costituiscono spesso la parte più informativa e utile dell’analisi.
Alcuni studi suggeriscono che le revisioni delle raccomandazioni, più del livello assoluto del rating, possano contenere informazione utile per il mercato nel breve periodo.
Il valore informativo delle raccomandazioni risulta quindi maggiore quando vengono analizzate in modo dinamico, osservando come le opinioni degli analisti cambiano nel tempo.
In ogni caso, non esistono scorciatoie semplici o strategie infallibili per ottenere guadagni rapidi attraverso lo stock picking, neppure quando le decisioni di investimento si basano sulle raccomandazioni degli analisti.
Il funzionamento dei mercati finanziari rende estremamente difficile individuare con continuità titoli sottovalutati nel breve periodo, soprattutto quando le informazioni disponibili sono già ampiamente diffuse tra gli operatori, situazione tipica dei mercati evoluti ed efficienti.
In fin dei conti, se gli analisti possedessero una capacità costante di identificare con precisione i futuri vincitori del mercato, la conseguenza più naturale sarebbe il loro passaggio diretto alla gestione di fondi o all'investimento con capitali propri.
La realtà dei mercati finanziari mostra invece un quadro molto più complesso, nel quale l’analisi fondamentale rappresenta una tecnica molto utilizzata ma di dubbia efficacia.
Le raccomandazioni degli analisti possono quindi essere considerate una fonte di informazione utile, purché vengano interpretate con prudenza e integrate in un processo di analisi più ampio e strutturato.
Il più grande fondo sovrano, il Government Pension Fund Global, un investitore da emulare
Un fondo sovrano è un veicolo d’investimento pubblico di appartenenza diretta di un Governo del Paese che lo ha istituito. Tale veicolo viene utilizzato per investire surplus fiscali e/o riserve valutarie dello Stato in strumenti finanziari con lo scopo di rivalutare nel tempo il risparmio. Il Fondo non è soltanto il primo per patrimonialità ma anche per la qualità della gestione e rappresenta una guida molto chiara per tutti.
Nato nel 1990 come fondo per gestire i ricavi dell'attività petrolifera con l'obiettivo di limare le oscillazione del prezzo del greggio e dirottare nel fondo i proventi derivanti dall'attività petrolifera norvegese per investirli in varie attività finanziarie.
- stabilito che gli introiti del fondo andavano investiti in azioni in una quota compresa tra il 30% e il 50%
- Nel 2009 la quota azionaria saliva al 60% e che almeno il 5% del portafoglio doveva essere investito in immobili
- Nel 2014 veniva innalzata al 70% la quota d'investimento in azioni,
- Nel 2017 ha superato la somma di 1.000 miliardi di dollari di capitale gestito (nel 2002 valeva poco più di 70 miliardi)
- Il rendimento del fondo negli anni ha avuto picchi in alcuni periodi (2009 25,5%)
- Poche le battute d'arresto negli ultimi dieci anni (2011 -2,6% ; 2018 -6,2%; 2020 -3,4%)
- gli investimenti effettuati si concentrano soprattutto nell'area nordamericana con circa il 43% del capitale impiegato, poi Europa con il 34% e da Asia e Oceania insieme fanno il 19% (l'esposizione verso l'Italia è di circa l'1,4% in 127 società)
- è ad oggi il più grande al mondo (prima di Qatar e Cina, 47° il Fondo Sovrano Italiano, CDP Equity 6,7 mld), contando asset in gestione superiori ai 1300 miliardi di dollari e partecipazioni in più di 9000 società di tutto il mondo (azioni 69,8%; obbligazioni 27,5%; immobili 2,7%).
- La quota di azioni è stata preponderante, rappresentando quasi sempre almeno il 50% del portafoglio.
- Dividendo gli asset in gestione al 31/12/2022 per i 5,47 milioni di norvegesi ogni cittadino ha “dalla nascita” circa 240.000 $. (in Italia il debito pubblico ammonta a circa 2700 miliardi per 59 milioni: ogni cittadino “dalla nascita” ha l’equivalente di 46.000 € di debito.
- Così come la Norvegia ha deciso di investire le eccedenze di bilancio per un futuro dove le entrate potrebbero non essere sufficienti a coprire le spese, anche un risparmiatore deve risparmiare ed investire in età lavorativa per avere il capitale necessario per la propria vita una volta raggiunta l’età pensionabile.
- Sebbene i proventi della produzione di petrolio e gas siano trasferiti al fondo, questi depositi rappresentano meno della metà dell’attuale valore del fondo. La maggior parte è stata guadagnata investendo in azioni, reddito fisso e immobili.
- “Diversificando ampiamente i nostri investimenti, riduciamo il rischio che il fondo perda denaro”, spiegano dalla gestione. Per questo gli investimenti sono distribuiti nella maggior parte dei mercati, dei paesi e delle valute: per ottenere un’ampia esposizione alla crescita globale e alla creazione di valore.
- “Il fondo ha un orizzonte di investimento a lungo termine e esigenze di liquidità limitate”. La strategia di investimento mira a sfruttare l’orizzonte a lungo termine del fondo e le dimensioni considerevoli per generare rendimenti elevati e salvaguardare la ricchezza per le generazioni future.
“Il ruolo del fondo è garantire che la nostra ricchezza nazionale duri il più a lungo possibile. I suoi investimenti hanno una prospettiva estremamente a lungo termine “, che gli consente di far fronte a grandi oscillazioni di valore a breve termine.
- C’è dentro tutto: diversificazione, investimento nel lungo periodo, esposizione azionaria, sostenibilità, progetti da realizzare. Sono questi gli elementi essenziali che ogni investitore grande o piccolo che sia, dovrebbe seguire. Poche regole, risultati assicurati. Soprattutto la chiarezza d’intenti. Sapere quali obiettivi s’intendono realizzare con il proprio denaro, senza inutili e pericolose scommesse.
- Questa modalità di gestione ha permesso di ottenere un rendimento annuo del 6,1% tra il 1° gennaio del 1998 e la fine del 2019 (22 anni)
Le regole di base della finanza personale e degli investimenti si possono riassumere in poche frasi chiare e comprensibili anche a chi non ha una formazione economica: risparmia con regolarità, investi con prudenza, diversifica il portafoglio e mantienilo con coerenza nel lungo termine.
Se 100 € mensili fossero investiti con un rendimento medio annuo del 6%, dopo 20 anni il capitale accumulato supererebbe i 45.000 € a fronte dei 24.000 € versati.
La gestione del denaro, però, si rivela per gli esseri umani molto più complessa di quanto si possa immaginare a causa della sua natura contro intuitiva.
La difficoltà nasce soprattutto dalle emozioni, più che dalla complessità tecnica dei concetti.
Molte decisioni finanziarie richiedono disciplina, pazienza e coerenza, qualità che si scontrano con le reazioni istintive. Il nostro istinto infatti, forgiato da millenni di evoluzione per affrontare sfide molto diverse da quelle dei mercati finanziari, ci spinge spesso nella direzione sbagliata.
Mentre per beni come automobili, abbigliamento o tecnologia un prezzo più elevato riflette di solito materiali migliori, maggiore durata o prestazioni superiori, nel settore finanziario commissioni più alte riducono direttamente il rendimento netto per l’investitore, perché rappresentano un costo certo che si sottrae ai risultati ottenuti.
Decenni di studi accademici e statistiche ci dicono infatti che i fondi comuni d'investimento a gestione attiva, che comportano commissioni maggiori per remunerare analisti e gestori professionisti, generalmente producono rendimenti inferiori rispetto ai più economici fondi passivi: su orizzonti di medio/lungo periodo, una larghissima maggioranza dei fondi attivi non riesce a battere il proprio benchmark al netto dei costi.
La loro qualità, dunque, è peggiore.
Come ha efficacemente sintetizzato Jack Bogle, fondatore di Vanguard: "In investing, you get what you don't pay for". Ogni punto percentuale risparmiato in commissioni rimane investito e continua a generare rendimento nel tempo.
Per comprendere l'impatto devastante delle commissioni, consideriamo un semplice esempio:
ipotizzando un rendimento lordo annuo composto (CAGR) del 7%, su un investimento di 100.000 € una differenza di costi dell'1,4% (ad esempio, tra un fondo attivo all'1,5% e un ETF allo 0,1%) erode oltre 88.000 € di capitale nell'arco di 20 anni.
Questa differenza cresce esponenzialmente su differenze di costi maggiori e orizzonti temporali più lunghi, a causa dell'effetto della capitalizzazione composta.
Nel mondo degli investimenti, quindi, contenere i costi rappresenta una delle poche decisioni sotto il pieno controllo dell’investitore e produce un impatto diretto, misurabile e cumulativo nel tempo.
Può sembrare paradossale, ma nel mondo degli investimenti l'iperattività penalizza le performance invece di migliorarle.
Molti investitori associano l’azione continua al controllo e alla competenza, mentre nei mercati finanziari la disciplina e la stabilità producono risultati molto migliori.
Questa idea si scontra con ciò che la società ci ha insegnato sul valore dell'impegno e del lavoro: in ambito professionale l’attività costante genera spesso avanzamenti e risultati tangibili; nei mercati, invece, ogni intervento introduce costi, rischi operativi e possibili errori di valutazione.
I cosiddetti Lazy portfolios, portafogli costruiti sulla base di una diversificazione essenziale tra poche asset class replicate da strumenti finanziari a basso costo e gestiti con interventi minimi, hanno storicamente performato meglio di numerose strategie più sofisticate e gestite attivamente.
Le ragioni:
Ogni operazione comporta dei costi di transazione.
Gli alti costi di gestione hanno un enorme impatto sul rendimento di lungo termine.
Le movimentazioni frequenti in acquisto e in vendita aumentano la probabilità di errori.
Il market timing è notoriamente difficile anche per i professionisti.
Le plusvalenze, una volta realizzate, subiscono un'immediata tassazione che riduce il capitale destinato a crescere grazie alla capitalizzazione composta.
Quando i mercati crollano, il nostro primo impulso è quello di agire per proteggere il capitale.
L’istinto suggerisce di vendere per evitare ulteriori perdite.
Questo riflesso, prezioso per l'imprenditore che deve reagire prontamente ai cambiamenti del mercato per adattare le proprie strategie di vendita, si trasforma paradossalmente in un pericoloso nemico quando si tratta di investimenti finanziari.
Nei mercati azionari, le oscillazioni di prezzo fanno parte del normale ciclo economico e rappresentano una componente strutturale dell’investimento azionario.
Il crollo legato al COVID-19 del marzo 2020 ne è un esempio perfetto: tra febbraio e marzo 2020 i principali indici azionari globali persero oltre il 30% in poche settimane.
Chi ha mantenuto il sangue freddo ha recuperato l'intero capitale in pochi mesi, mentre chi ha ceduto al panico ha consolidato le perdite, rinunciando alla straordinaria ripresa successiva.
Durante lo scoppio della bolla delle dotcom, Amazon perse quasi il 95% del suo valore. Gli investitori che non si fecero sopraffare dal panico videro il loro capitale crescere centinaia di volte nei vent'anni seguenti.
Restare investiti nel tempo è una componente essenziale della strategia.
Consideriamo un PAC da 100 euro mensili con 3 euro di commissioni per rata versata: quel 3% potrebbe sembrare eccessivo, rappresenta un onere molto gravoso se applicato ogni anno al patrimonio complessivo, mentre assume un peso molto più contenuto se si tratta di un costo fisso pagato una sola volta su ciascun versamento. Optare per versamenti trimestrali o semestrali per contenere i costi di transazione può risultare inefficiente, significa lasciare una parte del capitale ferma per settimane, rinunciando al potenziale rendimento di quel periodo.
Le differenze tra PAC con e senza commissioni non sono così marcate come si potrebbe pensare.
Un calcolo dettagliato mostra che, su un PAC ventennale da 100 euro mensili, l’impatto delle commissioni di 3 euro per operazione sul rendimento annualizzato (CAGR) diminuisce progressivamente con l’estendersi dell’orizzonte temporale.
L’impatto complessivo delle commissioni coincide con la loro somma aritmetica, senza generare effetti moltiplicativi rilevanti sul rendimento.
Mentre per le banche un PAC è un modo come altri per tenere legato il cliente, è comunque utile soprattutto in fasi di mercato negative o laterali, mentre perde la battaglia verso un PIC quasi sempre perché i mercati oscillano ma verso l’alto. Aiuta ad essere coerenti con la strategia impostata, educa e costringe al risparmio e quindi all’investimento, introduce quell’automaticità che impedisce mancati ingressi in fasi di elevata emotività.
Specialmente su un orizzonte temporale di lungo termine, la regolarità e l’automatismo del PAC rappresentano un valore economico da prendere in considerazione, perché favoriscono continuità, riducono le interferenze emotive e sostengono la disciplina.
La copertura del rischio di cambio viene quasi sempre interpretata come un costo aggiuntivo rispetto al TER degli strumenti finanziari utilizzati.
Questa visione, sebbene in parte corretta, è riduttiva. Il costo o il beneficio dell’hedging valutario dipende in larga misura dal differenziale tra i tassi di interesse a breve termine delle due aree valutarie coinvolte.
Negli ultimi anni, i tassi statunitensi sono stati superiori a quelli dell'area euro e, per questo motivo, coprire il rischio di cambio USD/EUR ha implicato la rinuncia al rendimento più elevato offerto dai tassi americani, generando un differenziale negativo per l’investitore dell'area euro.
Le condizioni monetarie, però, evolvono nel tempo. Un’inversione del differenziale dei tassi può trasformare il costo in beneficio.
Esistono valute per le quali l’hedging può produrre un rendimento aggiuntivo per un investitore dell’area euro, come nel caso dello yen giapponese, storicamente caratterizzato da tassi di interesse molto bassi rispetto a quelli europei. In tali circostanze, la copertura genera un differenziale positivo.
La decisione di coprire una valuta dovrebbe comunque basarsi principalmente sulla gestione del rischio: l’hedging riduce l’impatto delle oscillazioni del cambio sul valore dell’investimento e può contenere la volatilità complessiva del portafoglio.
L’hedging rappresenta perciò uno strumento di gestione del rischio con un costo o beneficio variabile nel tempo; la sua utilità dipende dagli obiettivi dell’investitore, dall’orizzonte temporale e dalla propensione al rischio.
L’intuito, prezioso in numerosi ambiti della vita, può trasformarsi in un pericoloso nemico quando si parla di investimenti.
Nei mercati finanziari, le decisioni richiedono disciplina, metodo e coerenza più che reazioni rapide basate su sensazioni momentanee.
Il nostro cervello, evolutosi per identificare schemi e reagire velocemente in situazioni rischiose, ci trae spesso in inganno nel contesto dei mercati finanziari.
Le oscillazioni di breve periodo generano segnali che sembrano importanti, mentre riflettono semplicemente la normale volatilità dei prezzi.
Tra i bias cognitivi più dannosi troviamo:
L'overconfidence bias: riponiamo una fiducia eccessiva nelle nostre conoscenze, intuizioni e capacità.
Il bias di conferma: ricerchiamo selettivamente dati che avvalorano le nostre opinioni.
L’ancoraggio: attribuiamo eccessiva importanza a cifre o prezzi di riferimento arbitrari.
L’avversione alle perdite: reagiamo con maggiore intensità alle perdite rispetto alla soddisfazione generata da guadagni equivalenti. Questa asimmetria emotiva può indurre a vendere troppo presto gli investimenti in guadagno e a mantenere troppo a lungo quelli in perdita.
Il bias di disponibilità: attribuiamo una maggiore probabilità agli eventi recenti: dopo un forte ribasso dei mercati, molti investitori stimano un'alta probabilità di ulteriori cali, anche in assenza di nuovi dati oggettivi.
Per tali ragioni, gli approcci metodici e fondati su piani prestabiliti tendono a ottenere risultati superiori rispetto alle strategie guidate dall’istinto o dalla percezione soggettiva dell’andamento del mercato.
Una strategia definita in anticipo con regole di asset allocation, ribilanciamento periodico e orizzonte temporale prestabilito, riduce l’impatto delle emozioni e rende il processo decisionale più lineare.
Uno dei timori più comuni tra gli investitori è quello di entrare nel mercato “troppo tardi”, quando i prezzi hanno già raggiunto livelli record. Questa preoccupazione, comprensibile sul piano emotivo, si basa su un’interpretazione errata delle dinamiche dei mercati finanziari.
In un’economia tendenzialmente in espansione, è naturale che i mercati crescano nel lungo termine, stabilendo nuovi record in continuazione.
Attendere una correzione o una crisi per entrare nel mercato può significare rimanere ai margini per anni, con la conseguente rinuncia a importanti opportunità di crescita.
Inoltre, l’idea che sia più facile investire durante una fase ribassista è spesso illusoria: quando i mercati crollano, la paura e l’incertezza prendono il sopravvento, rendendo paradossalmente più difficile investire, anche quando i prezzi sono notevolmente più bassi.
Il ragionamento può apparire contro intuitivo, ma per un investitore con un orizzonte di lungo periodo e una strategia coerente, il momento di ingresso tende ad assumere un’importanza secondaria rispetto al tempo trascorso nel mercato.
Il momento migliore per investire è oggi. Non domani, non dopo la prossima correzione, non quando le condizioni sembreranno più favorevoli: oggi.
Curioso come il comportamento cambi radicalmente tra i saldi nei negozi e quelli in borsa.
Quando i vestiti sono scontati del 50%, molti si affrettano ad acquistare; durante una crisi di mercato, invece, pochi investitori incrementano l’esposizione azionaria anche a fronte di ribassi consistenti.
Questa differenza si spiega con la natura sociale degli investimenti e con l’effetto gregge: quando tutti vogliono vendere, l’individuo tende ad allinearsi al comportamento collettivo, anche se un’analisi razionale suggerirebbe che prezzi più bassi implicano valutazioni più convenienti.
Il paradosso riflette una dinamica psicologica profonda. In un centro commerciale, uno sconto viene interpretato come un’opportunità: il valore percepito aumenta in modo immediato e tangibile.
Nel mercato azionario, una riduzione del 30% o del 40% del prezzo di un indice genera invece preoccupazione: un investitore può interpretare il calo come un segnale di rischio crescente, attribuendo al ribasso un significato negativo anziché leggerlo come una variazione di prezzo.
Il fattore emotivo gioca un ruolo determinante. L’acquisto di un bene scontato produce una soddisfazione immediata; l’investimento effettuato durante una fase di turbolenza richiede la capacità di tollerare l’incertezza e di attendere mesi o anni prima di osservare risultati positivi.
Inoltre, i mercati finanziari sono costantemente accompagnati da notizie e commenti che amplificano l’ansia collettiva, rafforzando la percezione del rischio.
Investire nei momenti di ribasso richiede pazienza, disciplina e fiducia nella propria strategia: qualità rare.
Uno dei paradossi più sottovalutati negli investimenti:
È fondamentale iniziare a investire il prima possibile per sfruttare la capitalizzazione composta.
È necessario comprendere bene ciò che si sta facendo prima di investire.
La tensione fra questi due principi rappresenta una delle sfide più complesse per chi si avvicina al mondo degli investimenti.
La capitalizzazione composta sprigiona il suo pieno potenziale su orizzonti temporali lunghi e ogni anno “perso” in attesa di sentirsi pronti a investire comporta un costo opportunità che le competenze acquisite in seguito difficilmente riusciranno a compensare.
Allo stesso tempo, lanciarsi nel mercato senza una comprensione adeguata espone a errori costosi e potenzialmente traumatici, con il rischio di scoraggiare dall’investire in futuro.
È importante prendersi tutto il tempo necessario per capire, non sarà mai tempo sprecato: è parte integrante dell’investimento stesso.
Una maggiore consapevolezza riduce la probabilità di decisioni impulsive e rafforza la capacità di portare l’investimento fino al suo naturale orizzonte temporale.
Una possibile soluzione consiste nell’adottare un approccio graduale:
- Iniziare con investimenti semplici e ben diversificati, come un PAC.
- Studiare e approfondire mentre si accumula esperienza.
La componente emotiva gioca un ruolo decisivo negli investimenti.
La finanza comportamentale studia proprio questi aspetti.
La presenza di un consulente può offrire un ottimo supporto, ma potrebbe non bastare. Una solida consapevolezza personale rafforza la capacità di portare a termine con successo un investimento finanziario.
Molti risparmiatori si rivolgono alla propria banca per ricevere consulenza finanziaria, convinti che sia la soluzione migliore per ottenere indicazioni imparziali.
Questa convinzione, per quanto possa sembrare logica, si scontra con una realtà molto diversa.
Le banche sono aziende con l’obiettivo di generare utili. Questa struttura le orienta verso la promozione di prodotti finanziari che producono commissioni ricorrenti elevate, anche in presenza di alternative molto più efficienti per il cliente.
Il conflitto d’interessi è intrinseco al loro modello di business.
L’esempio classico è quello dei fondi comuni d’investimento: da decenni il sistema bancario colloca fondi a gestione attiva con commissioni medie annue del 2,5% (solo a Taiwan si trovano commissioni maggiori), mentre dal 2002 sono disponibili anche in Italia ETF con caratteristiche simili e costi medi dello 0,2% costruiti dalle stesse case di gestione dei fondi comuni.
Su un investimento di lungo periodo, questa differenza può costare al risparmiatore migliaia di euro.
Quando affrontiamo decisioni finanziarie importanti, la mente tende a orientarsi verso ciò che appare familiare: la banca rappresenta un’istituzione autorevole e rassicurante, poiché custodisce già i risparmi e gestisce i servizi.
Purtroppo, questa percezione si accompagna a una scarsa conoscenza dei meccanismi di incentivazione che guidano le politiche commerciali degli intermediari.
Il problema principale è l’asimmetria informativa tra cliente e consulente bancario.
Il risparmiatore medio non possiede le competenze necessarie per valutare con spirito critico i prodotti proposti (è oggettivamente possibile valutare ogni fondo comune e capire se è efficiente, se riesce anche solo sporadicamente a battere il mercato, quanto sta rischiando, ecc.), né per comprendere il reale impatto delle commissioni di gestione sul rendimento a lungo termine, anche quando questi costi vengono comunicati.
L'asimmetria informativa favorisce pratiche commerciali che privilegiano la redditività dell’istituto e del “consulente” (agente di commercio che vive di provvigioni pagate spesso inconsapevolmente dal cliente) rispetto all’efficienza del portafoglio.
La possibile soluzione?
Rivolgersi a consulenti finanziari indipendenti, remunerati direttamente dal cliente attraverso una parcella esplicita e separata dai prodotti consigliati.
Questo modello favorisce un maggiore allineamento di interessi tra professionista e investitore, poiché il compenso è trasparente e non dipende dagli strumenti finanziari selezionati.
Il consulente viene pagato per la qualità del servizio e per la pianificazione strategica, non per la distribuzione di specifici prodotti.
I paradossi e le contro intuitività della finanza rappresentano un ostacolo che molti investitori faticano a superare: la loro comprensione è il primo passo verso l'ottenimento di risultati solidi nel tempo.
La chiave sta nel riconoscere che i nostri istinti, preziosissimi in altri ambiti della vita, possono essere fuorvianti quando vengono seguiti nelle decisioni d’investimento.
Questa dinamica affonda le sue radici nella nostra evoluzione biologica: il cervello umano si è formato per millenni in risposta a minacce concrete e immediate, molto diverse dai rischi probabilistici che caratterizzano i mercati finanziari moderni. Siamo inadatti a valutare scenari basati su probabilità, volatilità e orizzonti temporali di lungo termine.
L’educazione finanziaria, unita a un approccio disciplinato e sistematico, permette di adottare strategie fondate su evidenze empiriche e principi consolidati, anziché su impulsi momentanei.
Si tratta di un percorso che implica una trasformazione del modo di pensare, capace di riconoscere e gestire le reazioni automatiche nelle fasi di mercato più difficili.
Riconoscere l’impulso alla fuga durante un crollo di mercato o le tentazioni euforiche nei periodi di crescita è il primo passo per mantenere il controllo delle decisioni.
Breve storia della professione e il nuovo albo
Il riconoscimento della figura del consulente Finanziario Indipendente doveva essere introdotta nel 2007 con l'avvento della Mifid I, normativa europea per la tutela degli investitori.
Dopo un limbo durato 10 anni, durante il quale è stata negato ogni riconoscimento o passo in avanti alla professione, si è giunti al decreto del dicembre 2015 dove è stata prevista l'introduzione del nuovo albo OCF dove confluiscono gli ex promotori finanziari (ora definiti "consulenti finanziari abilitati all'offerta fuori sede", di fatto agenti di commercio che percepiscono commissioni sugli strumenti finanziari che vendono) e gli ex consulenti finanziari indipendenti (ora definiti "autonomi", evidentemente l'aggettivo indipendente, che da sempre ha contraddistinto questa professione, risulta scomodo ai poteri forti).
I primi lavorano per banche o SIM e, anche se definiti consulenti, in realtà vendono.
I secondi invece erogano vera consulenza e non ricevono alcuna commissione per gli strumenti che raccomandano, si limitano a consigliare i propri clienti ad investire i risparmi o a finanziarsi nel modo migliore, sono completamente imparziali ed obbiettivi, il fine e il benessere del cliente sono l'unica priorità.
Nessun conflitto di interesse, quindi.
Viene pagato a parcella, come qualsiasi altro professionista, e non tocca il denaro del cliente che continua a operare autonomamente con la propria banca.
Mifid II e nuovo albo dicembre 2018
La consulenza finanziaria indipendente è praticamente sconosciuta in Italia ma è da sempre molto osteggiata dalle lobbies bancarie a cui fa molta paura perché porterà via una fetta sempre più consistente dei loro guadagni … a beneficio dei clienti.
L'istituzione del nuovo albo (OCF, operativo dal 3 dicembre 2018) in cui confluiscono anche gli ex promotori in realtà ha di fatto ucciso la nostra categoria sul nascere imponendo inizialmente una denominazione diversa ma soprattutto una serie di adempimenti e una struttura organizzativa economicamente e praticamente non sostenibile, soprattutto a singoli professionisti.
Il tutto a danno di chi invece cerca un supporto competente, disinteressato e realmente votato al servizio del risparmiatore il quale si trova quindi naturalmente portato a rivolgersi agli stessi intermediari finanziari di prima, con il pericoloso ed ineliminabile conflitto di interesse di sempre.
"Cambiare tutto affinché nulla cambi". Ci sono riusciti molto bene.
Banche e reti di vendita (gli ex promotori) hanno vinto ancora e su tutta la linea.
Un esempio banale ma significativo dell’orientamento del neonato albo: l'iscrizione annua per gli ex promotori ammonta a 180 €, per i consulenti finanziari autonomi a 500 € ! Perché?.
L'Italia con la MIFID II, normativa europea che tra l’altro ha introdotto ed ufficializzato la consulenza indipendente, ha perso una grande occasione per allinearsi alle nazioni finanziariamente più evolute.
Chi ci perde è ovviamente la nostra categoria, ma soprattutto i risparmiatori.
Dio solo sa quanto questi ultimi ne avrebbero bisogno e non mi riferisco solo alle tristi vicende delle Popolari o alla patetica vendita di diamanti in banca, queste sono solo le punte dell’iceberg.
D'altra parte il boccone era, e rimane, troppo grande per vederselo portare via, anche solo da una manciata di consulenti.
Una conseguenza importante derivante dall’applicazione della Mifid II, molto utile e potenzialmente dirompente per i delicati e provati equilibri tra banche ed investitori, è l'introduzione dell'obbligo di maggior trasparenza nella comunicazione di tutti i costi di ogni strumento finanziario venduto.
Sono ormai due anni che si conosce questa norma che è entrata in vigore il 3/1/18 ma solo entro marzo 2019 si potrà apprezzarne pienamente la portata in quanto i clienti riceveranno tutta la documentazione relativa al 2018.
Non è difficile prevedere che questa documentazione, obbligatoriamente più trasparente ed interessante, sarà anche molto più voluminosa del solito ma non per la maggior quantità di informazioni da comunicare.
Non credo di sbagliare se sospetto che queste informazioni scottanti e sempre tenute ben nascoste saranno annegate e mimetizzate ancor di più in una pletora inutile di fogli, grafici, parole e dati.
Gli intermediari odiano rivelare i costi degli strumenti che vendono.
Sono oltre due anni che sanno che lo devono fare.
Sono oltre due anni che sono al lavoro per capire come se la possono cavare, anche questa volta.
Probabilmente non ancora pronti (…), a febbraio 2019 hanno chiesto numi alla Consob per poter studiare meglio l’arduo compito di comunicare quanto realmente costano e possibilmente posticipare i termini.
Strano che non siano pronti a svelare quanto costano, vorrebbe dire che non sanno quanto guadagnano.
Strano anche che non abbiano ben compreso cosa devono fare: la normativa è chiarissima e non interpretabile.
Ma più che strano lo trovo scandaloso e vergognoso.
E irrispettoso verso chi ha predisposto la normativa e si aspetta che venga ottemperata.
Irrispettoso anche e soprattutto verso i loro stessi clienti che da tempo immemorabile pagano loro commissioni oggettivamente molto, troppo alte.
In Italia si tende sempre a far rispettare le leggi ai deboli, mai, difficilmente o non completamente ai forti.
E le banche rappresentano sicuramente i poteri forti in Italia.
Per questo e altri motivi ho deciso di non sottostare a questa pagliacciata del nuovo albo, non mi iscriverò.
Continuerò con orgoglio a definirmi consulente finanziario indipendente (autonomo non vuol dire nulla, anzi, ringrazio per aver lasciato libera questa denominazione) e continuerò a rendere noto tutto il marcio di questa parte di mondo. E non è poco.
Esercitare la consulenza finanziaria generica è ancora possibile e lecito, almeno finché esisterà la libertà di pensiero in un paese per molti versi tremendamente arretrato, ingiusto e corrotto.
Ad alcuni evidentemente non piacciamo
- Ci hanno imposto di cambiare nome (evidentemente ’’indipendenti’’ per loro era scomodo).
- Nemmeno ’’promotore finanziario’’ andava più bene, meglio una definizione simile alla nostra, tanto per chiarezza …
- Hanno procrastinato di 10 anni il riconoscimento della nostra professione.
- Hanno tentato di impedirci di operare fuori dai nostri uffici.
- Nel nuovo albo (dicembre 2018) confluiscono sia i veri consulenti (ora autonomi), sia i finti (ex promotori = agenti di commercio che guadagnano su commissioni occultate nei prodotti che vendono) arrivando ad un risultato pessimo, ridicolo ed iniquo.
- Con la Mifid II banche e promotori potevano scegliere di erogare consulenza indipendente: tutti hanno scelto invece la vendita, questione di introiti?
- Gli ex promotori sono circa 56.000, gli autonomi qualche centinaio.
- Ci obbligano a dotarci di una struttura (non ancora definita) e di sobbarcarci di costi ed adempimenti non sostenibili da singoli professionisti.
- Non possiamo nemmeno essere iscritti alle newletters degli intermediari finanziari …
- Noi versiamo 500 € all’ anno all’albo, gli ex promotori solo 185 …
- Dovremmo sospendere l’assistenza ai nostri attuali clienti fino all’avvenuta iscrizione all’albo, in aperto conflitto con quanto stabilisce l’art. 47 Cost.: ’’La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme …’’
Dipenderai meno dal futuro se avrai in pugno il presente
Seneca