Breve storia

della Congregazione

dei

Pii Operai Catechisti Rurali

(Missionari Ardorini)


 
 


   
                              
1. Il Servo di Dio Don Gaetano Mauro

 Don Gaetano Mauro era nato a Rogliano (Cosenza) il 13 aprile 1888 da famiglia profondamente religiosa[1]. Appena adolescente era entrato nel seminario Arcivescovile Diocesano di Cosenza alla conclusione del ginnasio inferiore, ed il 14 luglio 1912, a 24 anni, sempre a Cosenza, con altri undici, era stato ordinato sacerdote, essendo vacante la sede episcopale di Cosenza, da Mons. Scanu, Vescovo di S. Marco e Bisignano[2].

Di li a poco, in quello stesso 1912, era giunto a Cosenza il nuovo Vescovo, S. Ecc.za Mons. Tommaso Trussoni, che gli aveva affidato incarichi ogni volta brevi per via di invidiuzze locali ma colte al volo dalla Provvidenza, finché il 28 giugno 1914 lo aveva assegnato come parroco-can­tore a Montalto Uffugo (CS): un paese dove tutti i sacerdoti si rifiutavano di andare essendoci in atto gli strascici di due sacerdoti apostati e di una chiesa interdetta. Vi si era presentato con semplicità ed umiltà dichiarando di volersi prendere cura dei piccoli, e tanto era bastato per far cadere i preparativi dell’ennesimo rifiuto di un nuovo parroco.

Aveva iniziato il lavoro pastorale con fervore e zelo, specialmente tra i giovani, riscuotendo stima da tutti. Soprattutto il suo Vescovo, Mons. Trussoni, si era ben presto reso conto che quel giovane prete era accompagnato dalla mano di Dio, tanto che ben presto lo aveva nominato Parroco Decano della Collegiata di S. Maria della Serra. E si riprometteva di farne un cardine del suo impegno a rinnovare la diocesi cosentina, tanto don Mauro gli appariva come il Sacerdote che la sua sollecitudine di pastore sognava. Dal canto suo Don Mauro rispose con una obbedienza convinta e sincera, vedendo nel Vescovo il padre della sua anima, il consigliere sicuro, la roccia da cui non allontanarsi mai per mantenersi stabile nella volontà e nei disegni di Dio.

La prima grande guerra era venuta ad interrompere un apostolato nato tra mille difficoltà ma che si andava annunciando fecondo. E fecondo fu anche il periodo della guerra e del conseguente internamento come prigioniero in Austria, per le esperienze, per le conoscenze, per le sofferenze, e per la maturazione del suo spirito innamorato di Don Bosco. E fu al fronte che don Mauro conobbe e convertì alla fede cattolica l’allora tenente Giuseppe Bottai, futuro Ministro e membro del Gran Consiglio[3]: amicizia costante e viva pur nella diversità dei giudizi e delle scelte e delle strade intraprese, punto fermo nelle alterne fortune di Bottai, provvidenziale canale a cui il Card. Schuster, Tardini, Casaroli, Padre Gemelli ed altri ricorsero per risolvere particolari casi critici.

Dalla guerra era ritornato minato nella salute per una lesione polmonare emorragica. Pregò la Madonna della Serra e la lesione guarì. E per lui fu il motivo della consacrazione della sua vita all’apostolato intrapreso e alle opere sperate, primo fra tutti (e poi per sempre motivo dominante della sua vita) il Ricreatorio don Bosco (1921)[4], fucina di anime eucaristiche e mariane, grembo generante di tutte le iniziative che portarono alla nascita dei Missionari Ardorini.

Avvenne, difatti, che i giovani esploratori (che con l’Azione Cattolica, la Congregazione Mariana  e le Figlie di Maria rappresentavano il nerbo del Ricreatorio) effettuando le uscite domenicali, erano rimasti colpiti dallo stato di abbandono dei contadini e avevano riscontrato la necessità di una catechesi per i piccoli campagnoli. Animati dalla generosità e dallo spirito di apostolato che don Mauro andava loro infondendo, i giovani esploratori si dissero disponibili a fare catechismo ai campagnoli recandosi nelle loro contrade.

Fu la prima ispirazione del carisma: evangelizzazione e promozione del mondo rurale; e fu il primo nucleo della missione futura: preparare dei giovani catechisti rurali, valorizzare gli Oratori rurali dove esistevano, costruirne di nuovi dove non esistevano per raccogliervi la gente dei campi che viveva lontano dai centri parrocchiali.

 

2.     Nascita della Congregazione

 Il fervore dei propositi condusse Don Mauro e i suoi giovani a costituire (Agosto 1925) l’A.R.D.O.R.  (Associazione Religiosa Degli Oratori Rurali), che risultava composta da: Sacerdoti con voto annuale di povertà, castità e ubbidienza; Laici coi detti voti annuali; Sacerdoti e laici che pur vivendo nel secolo, non potendo consacrarsi a vita comune, offriranno i loro servigi e la loro attività all’ARDOR in qualità di cooperatori e di associati alla Congregazione Mariana del Ricreatorio don Bosco di Montalto Uffugo[5].

Il 27 Giugno 1928 Don Mauro ed alcuni giovani iniziano la vita comune nell’antico convento di San Francesco di Paola, e l’8 Dicembre successivo si sarebbe voluto dare ufficialmente vita alla Congregazione dei Catechisti Rurali (Missionari Ardorini), ardorini perché nati dall’ARDOR. Si dovette però rinviare la cosa di giorni perché S. Ecc.za Mons. Cesarano non potè essere presente a causa di una febbre. Ci fu invece il 18 Dicembre, e don  Gaetano Mauro, parroco Decano della Collegiata Santa Maria della Serra in Montalto Uffugo, Diocesi di Cosenza, emetteva nelle mani del suo Direttore Spirituale S. Ecc.za Mons. Carmine Cesarano, Vescovo di Campagna, i voti di povertà, castità, obbedienza e di dedizione all’apostolato giovanile, promettendo di osservare esattamente le costituzioni e gli ordinamenti dell’ARDOR.

          Fu un avvenimento che tutto il popolo di Montalto andò a vedere con i propri occhi sia per l’eccezionalità di una cosa mai vista, sia perché ormai gli avvenimenti della vita di quell’eccezionale Parroco coinvolgevano tutti, ed ognuno se li sentiva come propri di famiglia.

          Questo avvenimento era un punto di arrivo della vicenda sacerdotale di Don Gaetano Mauro, ma anche la maturazione di un progetto divino che la grazia di Dio andava delineando man mano e che presto la Chiesa avrebbe riconosciuto come autenticamente ispirato dall’alto, confermando quanto don Mauro profondamente sentiva, e cioè che niente era stato da lui fatto, e che tutto era Opera di Dio.

Man mano che l’idea dell’Ardor si precisa e acquista consistenza, don Mauro è portato a pensare anche al ramo femminile. La sua indole di formatore ha già generato a Montalto anche nel campo femminile figlie spirituali che vedono nell’ARDOR un ideale approdo di vita. Incontra poi delle giovani di Azione Cattolica che fanno capo ad Elisa Miceli di Longobardi (CS), e quando nelle sue conferenze presenta l’ARDOR, constata che più d’una sarebbe pronta a impegnarsi nel programma dell’Ardor.

La più entusiasta è proprio la Miceli (oggi Serva di Dio in attesa di beatificazione)[6] che però la Provvidenza avvia per la strada di una sua propria fondazione, anche se con lo stesso identico carisma. Anche il Direttore Spirituale Mons. Cesarano consiglia di non affrettarsi su quella strada.

Intanto la Miceli matura le sue scelte e la sua maturazione, e s’avvìa su strada propria. Nei disegni della Provvidenza, don Mauro doveva essere solo la scintilla che doveva scoccare nel cuore della Miceli.

La grande stagione di fervore apostolico dell’ARDOR attorno agli Oratori Rurali, però, era cominciata: alcuni Oratori già esistenti e fatiscenti furono restaurati, altri costruiti ex novo. Don Mauro anzi giunge a progettarne uno come forma tipica di ogni altro Oratorio futuro[7].

E ben presto giunsero le Missioni Rurali, apostolato specifico degli ardorini, evangelizzazione di penetrazione fin nei casolari più dispersi della campagna d’allora. Fu il 1° Novembre 1930 che si diede inizio alla prima Missione rurale ardorina, a Mavigliano, contrada di Montalto Uffugo, e la scelta del luogo non era senza ragione, perché proprio a Mavigliano vi aveva la casina di campagna la Marchesa donna Amalia Spada. Donna Amalia aveva finanziato i primi lavori del Ricreatorio, aveva sostenuto altre opere dell’intraprendente Sacerdote, e su suggerimento di don Mauro aveva costruito a Mavigliano, ultimandolo nel 1924, l’oratorio rurale ancora esistente.

Intanto nel precedente mese di Giugno, il 26 Giugno 1930, era giunta da Roma la Lode per l’ottimo fine, ed il giorno successivo il vescovo di Cosenza, S. Ecc.za Mons. Tommaso Trussoni, aveva eretto la piccola opera ad Istituto Diocesano.

Don Mauro, confortato da tanti segnali di grazia, nel gennaio del 1931 si ritira a Campagna, sede Vescovile del suo Direttore Spirituale Mons. Carmine Cesarano, per scrivere le Costituzioni della nascente Opera, fatica che porta a compimento tra la memoria di san Paolo primo eremita (15 Gennaio) e la festa della Conversione di San Paolo (25 Gennaio), il grande apostolo delle genti.

Sicché, con l’approvazione del Vescovo suo Padre Spirituale Mons. Cesarano e con quella del suo Vescovo Diocesano Mons. Trussoni, nella festa dell’Immacolata di Lourdes (11 febbraio 1931) le consegna ai primi congregati in una solenne e commossa celebrazione durante la quale lui stesso fa la professione perpetua e i suoi primi giovani seguaci (un sarto, un fabbro, un falegname, come chierici, ai quali si univa un intagliatore come fratello coadiutore) fanno la prima professione religiosa proprio nelle mani di S. E. Mons. Cesarano, delegato da S. E. Mons. Trussoni Arcivescovo di Cosenza. Inoltre i tre chierici ricevono la tonsura dallo stesso Ecc.mo Arcivescovo Cesarano.

Il 1931 si era aperto proprio bene, e apportò altre ispirazioni benedette.

Don Mauro aveva solo 43 anni, ma era già esperto del soffrire umano. La guerra, la prigionia e gli stenti, erano stati pure per lui una prova dura. Anche l’impegno della formazione spirituale dei giovani comportava sofferenze e pene. E altre ne provenivano dal cumulo di tante imprese fondate solo sulla fiducia nella Provvidenza oltre a tutte le altre che don Mauro incontrava nel suo apostolato parrocchiale. Da tutto ciò non solo aveva tratto un insegnamento ascetico (“le vere gioie dovranno essere spremute al torchio dei più grandi dolori”), ma ne aveva ricavato l’intuizione che la sofferenza vissuta in unione al Cristo sofferente fosse sorgente di beni immensi e fosse l’unico lievito capace di far maturare le Opere di Dio. Considerava quindi urgente lanciare una crociata per la valorizzazione del dolore umano, e pertanto istituì la Pia Unione della Via Crucis per i Tribolati con lo scopo di valorizzare spiritualmente il dolore attraverso la meditazione e la preghiera della Via Crucis.

Il Vescovo Mons. Trussoni  l‘approvò: era il 4 Marzo 1931.

 

3.     Difficoltà iniziali

 In capo a poco più di un anno da questi ultimi avvenimenti, il 28 Ottobre del 1932, i tre chierici che avevano professato con il Fondatore vengono ordinati sacerdoti.         

Altre vocazioni giungono anche da fuori dell’orizzonte calabrese; segno che la congregazione, lievitata dalla grazia, generava entusiasmo e contagiava i giovani. Ma l’intensa attività apostolica di don Mauro subì un arresto improvviso il 9 maggio 1934, quando colpito da ictus stette tutto il giorno tra la vita e la morte. Sei medici a consulto si dimostrarono impotenti a tutto; ma un fiume di preghiera sgorgò per tutto il giorno dal cuore e dalla fede dei suoi figli spirituali e di tutta Montalto che si raccolsero fiduciosi intorno alla SS.ma Eucarestia. Alla sera dello  stesso giorno don Mauro si riprese: “La Madonna della Serra – scriverà nel suo Diario - operò il miracolo:  dopo appena due giorni potetti alzarmi… Non so descrivere la gioia che senti appena mi svegliai dalla paralisi…”[8]

La prova, però, fu dolorosa quanto mai perché seguirono quattro anni di “lenta agonia”, tanto che le opere avviate ed i progetti che si avevano in animo dovettero essere abbandonati. E proprio perché non morissero del tutto, don Mauro pensò di passarli ad altri. Perciò scrisse a responsabili di Congregazioni affermate e solide dichiarando di esser pronto cedere a loro ogni sua cosa, ma tutti rifiutarono di prendere un posto che la Provvidenza aveva assegnato ad altri; anzi lo spronarono a  continuare l’Opera di cui lo riconoscevano unico padre.

Don Mauro aveva bisogno di conforto e di certezze, ma sembrava che il Signore gliele facesse mancare proprio quando ne aveva più bisogno.

L’ictus, per la forza delle preghiere, non era riuscito a togliergli la vita, ma lo lasciò senza forze fisiche. E anche soltanto ciò sarebbe bastato a mettere tutto in discussione per la mancanza della più necessaria di tutte le garanzie e di tutte le certezze: la salute. Ma nell’ictus in realtà culminavano altri colpi avversi: un mese prima gli era venuto meno il suo Vescovo, la certezza di tutte le sue certezze. Mons. Trussoni[9], difatti, era per don Mauro voce e mano di Dio, padre e guida sicura che aveva sempre alitato il soffio della vita su ogni sua iniziativa.

Il 1° aprile 1934, difatti, poco più di un mese prima dell’ictus, il Vescovo di Cosenza, Mons. Tommaso Trussoni, incompreso e mortificato, si era dovuto dimettere, e l’8 aprile era dovuto partire lontano, a Chiavenna in provincia di Como, a vita privata. Quanto don Mauro ne soffrisse e quanto ne rimanesse prostrato, si può solo immaginare: rimaneva privo come di un nocchiero che lo aveva fatto fino ad allora navigare sicuro in mezzo a tanti frangenti .

La sede vacante portò a Don Mauro ulteriori complicazioni: l’Amministratore Apostolico lo avrebbe voluto suo Vicario e forse più. E ciò comportò almeno due ordini di sofferenze: le invidie di sacerdoti che non lo degnavano più neanche di uno sguardo e l’apprensione che una eventuale promozione l’avrebbe potuto portare via all’Opera appena nata.

Ed infine: come si sarebbe potuto far fronte ai debiti contratti e che incombevano, per varie ragioni, inesorabili e spietati ?

Il mondo che si era annunciato pieno di benedizioni e di promesse appariva invece votato a una dissoluzione completa. L’ictus voleva porre il suggello alla fine; e non era il solo.

Il nuovo Vescovo di Cosenza, (5 Gennaio 1935), S. Ecc.za Mons. Roberto Nogara[10], trovò Don Mauro e la sua Opera in questa fase che per tutti i motivi detti,  umanamente, non poteva promettere nulla, e fu convinto della sua fine. Perciò inviò a Montalto un Visitatore Apostolico, P. Nicola da Cesena che con occhio più sereno può però rendersi conto che “tutti, per primo il rev.mo Mons. Mauro, agiscono con retta intenzione e buona volontà…; che la Congregazione pare avviata bene e che quindi dà garanzia  di migliore avvenire…E conclude la relazione asserendo: “ e quindi  mi sembra che “tutta coscienza,” si possa  favorire, appoggiare e raccomandare…”[11].

Ciononostante, il Vescovo vuole che don Mauro ceda la sua Opera alla Curia, in modo che diventi un Istituto diocesano, sulla base degli Oblati diocesani esistenti in altre diocesi.

Conosciuto questo disegno, don Mauro, il 28 febbraio 1937, fa presente al Vescovo che lo stesso Visitatore lo aveva incoraggiato a continuare l’Opera, per cui: ”mi ero sentito rivivere e mi sentivo meglio in salute.” E lo pregava di soprassedere: “… prima di prendere delle decisioni che a mio modesto parere, invece di dare vitalità alla Congregazione, potrebbero distruggerla.” E continuando spiegava: “… Io sono convinto… che bisogna resistere fino all’agonia, anche se si  resta con un solo soggetto… Sono malato?  Ma la malattia non credo che sia  un  delitto… Ho dei soggetti che promettono tanto bene… cominci a guardarci con occhio più benevolo…Questo mi sono sentito di scriverle davanti al Crocifisso.”[12]

A don Mauro, sofferente, umile, obbediente, si chiedeva come ad Abramo di sacrificare l’Opera a cui aveva dato la vita. Ma il Vescovo aveva parlato e al Vescovo bisognava ubbidire. Un Vescovo aveva dato la benedizione, un Vescovo la toglieva. La morsa della sofferenza era stretta e faceva male.

Giunto, però, al sommo di quel Calvario, ebbe vicino chi potè chiarirgli a norma del Diritto Canonico che non al Vescovo, ma alla Santa Sede era riservata ogni competenza.

E la Santa Sede per bocca di Mons. Pasetto rispose: “E’ un sacerdote buono e zelante… E’ malato: lasciatelo vivere  in pace.”[13]  

 

 4.     La ripresa

 La Congregazione fu salva. Pur tuttavia quel tempo fu di tenebre fittissime, e  fu vissuto e letto da don Mauro come il tempo “durante il quale il piccolo seme marcì nel terreno”[14]. Fu anche il tempo in cui all’agonia fisica si unì quella ben più straziante dello spirito, ma don Mauro restò fedele alle ispirazioni del Signore. Proprio durante quel martirio, don Mauro, nel 1937, celebrò il suo 25° d’ordinazione sacerdotale tra mille pene; pur ritrovandosi difatti insieme agli antichi compagni di messa nel santuario di San Francesco a Paola, celebrò la Messa giubilare come in un orto degli ulivi chiedendo un segno al Signore.

Il segno giunse; anzi don Mauro, di ritorno da Paola, lo trovò che già aspettava. Trovò di fatti una lettera dell’Arciprete di Petilia Policastro (CZ) in Diocesi di Santa Severina, che lo invitava ad aprire una casa in quel centro dove sarebbe stato sostenuto dalla donazione di due nobili sorelle.

Era la voce del Signore che chiamava ancora don Mauro alla vita, e don Mauro rispose prontamente: a distanza di poco meno di un anno già gli Ardorini erano a Petilia e cominciavano con una missione il loro apostolato.

La Provvidenza non si fermò lì; il Signore continuò a trarre don Mauro fuori dalle secche ed a spianargli nuove strade fino a permettergli di lì a poco di aprire una Casa a Roma per gli studi teologici dei suoi chierici (25 Gennaio 1939).

Poco più dopo (1940), il Vescovo di Oria, in Puglia, prega don Mauro di prendersi cura della Comunità delle Suore dell’Istituto San Gioacchino in San Vito dei Normanni, composta da poche Suore per lo più anziane; comunità fondata dal Canonico Pietro Lerna (1859 – 1931) e da Sr. Rosa Pastore, invece allora ancora vivente[15]. Dal momento che il carisma di don Lerna e quello di don Mauro sono proprio gli stessi, il Vescovo di Oria pensa che sarebbe l’ideale vederli uniti.

 

5.     Nascita del ramo femminile

 La voce di un Vescovo è per don Mauro sempre la voce di Dio; e perciò accetta, ma con ponderate riflessioni. Poi la disponibilità promettente di qualche buona ragazza Montaltese appare a don Mauro come un segno che invita a tentare nuovamente il ramo femminile e nascono le Suore Catechiste Rurali (1941).

 

 6.     Riconoscimento pontificio

 Che le tenebre conseguenti all’ictus del 1934 fossero veramente diradate, don Mauro, ebbe modo di constatarlo qualche anno più dopo quando nel 1943 (28 Giugno), col mondo ancora nello sconvolgimento della guerra, con Decreto di Pio XII, la Congregazione dei Catechisti Rurali (di diritto diocesano) fu unita a quella degli antichi Pii Operai (di diritto pontificio) fondata a Napoli dal Venerabile Carlo Carafa il 28 aprile 1602, e poi approvata da Gregorio XV il 1 Aprile 1621, e di cui rimaneva un solo sacerdote[16].

Le due Istituzioni, affini per carisma, cercavano l’una una continuità e l’altra un saldo ancoraggio nel cuore della Chiesa, e l’ottennero; e la Chiesa si arricchì di un nuovo Istituto derivante dalla fusione dei due tronconi e nacque la Congregazione dei Pii Operai Catechisti Rurali.

Da quella data non solo ebbe inizio una svolta provvidenziale che garantiva la vita alle due famiglie religiose, ma si posero le premesse per la presenza a Napoli (fine del 1950) dei figli di don Mauro nella piccola parrocchia di San Nicola alla Carità, unica eredità tra le tante dei Pii Operai che la Curia di Napoli lasciò affidata al nuovo Istituto[17].

Nel fervore di ricostruzione che seguì alla guerra, subito a molti Vescovi sembrò che la Congregazione dei Pii Operai Catechisti Rurali fosse lo strumento ideale per ricostruire o impiantare la fede e la religiosità in lande desolate: la Sabina in Lazio (1949-53), Schiavonea, la Marina di Corigliano Calabro (1953-62), le propaggini dell’Aspromonte in Diocesi di Reggio Calabria (1962-97), e a Milano il Centro Diocesano Migranti (1963-65) furono i teatri nei quali via via i Missionari ardorini, sia con le stazioni missionarie, sia con vere e proprie case, sia con l’animazione delle strutture locali, testimoniarono il loro carisma rurale di evangelizzazione e promozione umana[18].

 

7.     Il 1° Capitolo Generale

 Nel pieno di questo sviluppo, nel 1956, si celebrò il I° Capitolo Generale e don Mauro, fino a quel momento Vicario ad nutum Sanctae Saedis dopo la fusione, fu eletto Superiore Generale[19].

Da allora con cadenza regolare di sessennio, i Capitoli Generali sono stati sempre regolarmente celebrati, oltre a quelli regolarmente celebrati per l’aggiornamento delle Costituzioni al Concilio Vaticano II (1968), e al nuovo Codice di diritto canonico (1986)[20].

 

8.     Crescita del ramo femminile

 Nel 1960 il ramo femminile entra in una nuova fase: Mons. Calcara il 4 luglio approva ad triennium la “Pia Associazione delle Catechiste Ausiliatrici dei Sofferenti”. Sotto la spinta di avvenimenti nuovi, si fa largo un nuovo nome e matura una nuova visione dell’Istituto. L’anno prima, il 24 marzo 1959, don Mauro ne aveva completato le Costituzioni, ed il Vescovo le aveva approvate ad triennium.

 

9.     Morte del Fondatore

 Poi, nel 1969 (31 Dicembre), nella casa Madre della Congregazione (l’Istituto don Bosco nato dal Ricreatorio Don Bosco),  dopo alterne fasi di sofferenza fisica e di prove nello spirito, don Gaetano Mauro rende la sua anima a Dio circondato dai suoi figli spirituali. I funerali vengono celebrati da S. Ecc.za Mons. Domenico Picchinenna Arcivescovo di Cosenza, nel pomeriggio del 3 Gennaio successivo nel Santuario della Madonna della Serra, e la sua salma viene tumulata nella Chiesa di san Francesco di Paola[21], chiesa dell’antico convento tra i ruderi del quale ebbe vita il Ricreatorio e la Congregazione dei Missionari Ardorini, e che rimane la meta di pellegrinaggio dell’anima di ogni Ardorino ed anche la meta di sempre più numerose persone che vengono a rendere omaggio alla memoria di Don Mauro per segnalate grazie e favori ricevuti nel suo nome.


10. La Congregazione maschile dopo la morte

       del Fondatore

 Nel Capitolo Generale successivo alla morte di don Gaetano Mauro (1970) viene eletto 1° Successore il P. Carmine Furgiuele, che il Fondatore aveva voluto presso di sé negli ultimi due anni di vita e che era stato la presenza costante, orante e curante accanto al Padre di tutti con una dedizione assoluta. Il P. Furgiuele viene rieletto per altre due volte[22] e sotto la sua guida viene portata a compimento la costituzione della Casa di Villaricca, nell’entroterra di Napoli, nel 1975; quindi viene aperta la casa nell’America del nord, stabilizzando nel 1978, e ufficializzandola,  la presenza degli Ardorini a Toronto in Canada[23]; infine apre la Casa in Cosenza, nel 1983, coronando in altra cornice l’antico sogno del Fondatore di avere una sede d’apostolato giovanile proprio in questa città[24].

E’ di questo periodo l’arrivo delle prime vocazioni non italiane. Il 1° Agosto due fratelli colombiani emettono la prima professione e saranno sacerdoti l’uno il 1989 e l’altro il 1990[25].

P. Carvelli Giuseppe, dopo essere stato dal 1951, vice parroco del Fondatore e suo braccio destro nel restauro del Santuario della Madonna della Serra, faro della devozione mariana di don Mauro, ne diviene 2° Successore nel Capitolo del 1986[26].

Sviluppa l’interesse del Fondatore per la promozione umana dei giovani bisognosi di rieducazione e per quelli che il lavoro della campagna non assorbe più, con l’avvio di Centri per la Qualificazione e la Formazione Professionale; raccoglie e anima i lavoratori cristiani, e nel 1988 fonda la 2^ casa all’estero, in Colombia nella regione dell’Huila, a Garzòn, inaugurando successivamente il Centro Vocazionale Ardorino in Toronto (Canada)[27].

Per la sua cura, il 14 Maggio 1989 vengono approvate le costituzioni dalla Santa Sede con il Decreto n° 56/87, e, sempre per sua cura si incomincia a lavorare per la preparazione della Causa di canonizzazione di don Gaetano Mauro fino ai primi passi ufficiali con il Vescovo Mons. Dino Trabalzini[28].

Nel 1988 organizza e celebra il primo centenario della nascita di don Mauro con un convegno culturale e con diverse tappe che culminano in una concelebrazione eucaristica con Giovanni Paolo II nella sua cappella privata in Vaticano alla quale partecipano quasi tutti i Congregati; all’udienza anche l’unica sorella viva del Fondatore: donna Erminia Mauro[29].

Nel pieno del mandato di P. Carvelli si affacciano le prime vocazioni africane: due giovani Nigeriani emettono la prima Professione il 22 Agosto 1995. Ad essi seguiranno giovani Ugandesi[30].

P. Antonio De Rose, dal Capitolo del 1998 è il 3° successore di don Mauro[31]. Celebra il Grande Giubileo del 2000 ripercorrendo i luoghi del Fondatore, i luoghi del Ricreatorio, degli Oratori Rurali, quelli del P. Spirituale di don Mauro, e quelli dei Pii Operai approdando infine a Roma sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo[32].

Raccogliendo, poi, l’eredità di P. Carvelli, con il nuovo Vescovo di Cosenza, S. Ecc.za Mons. Giuseppe Agostino, si introduce il processo diocesano informativo su don Gaetano Mauro[33].

Mons. Agostino, il 9 maggio 2002, apre il processo nella Cattedrale di Cosenza alla presenza di foltissimo popolo di Dio convenuto da ogni dove[34].

In questo stesso mese il primo novizio proveniente dalle Filippine fa la sua prima Professione. E l’anno dopo un’altra vocazione significativa si affaccia: il 30 Agosto 2003, il primo novizio canadese fa la sua prima professione[35].

La voce del Fondatore si va spandendo ormai lungo tutto l’orizzonte della Chiesa, e la famiglia ardorina è toccata da un nuovo avvenimento di grazia: il Papa Giovanni Paolo II elegge un sacerdote ardorino a Vescovo. L’avvenimento, inaspettato, fonte di stupore e di tripudio, è il primo nella breve storia della Congregazione, ma ne lievita il respiro e la conferma nel suo cammino. Il Sacerdote ardorino P. Gianfranco Todisco, 11 anni in Canada, 10 in Colombia, in quel momento in Italia perché consigliere generale della Congregazione, il 13 Dicembre 2002 viene eletto Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, ed l’8  Febbraio 2003 viene consacrato Vescovo nella Cattedrale di Melfi[36].


 11. La Congregazione oggi

 Al presente la Congregazione è impegnata su tanti fronti costituiti da centri parrocchiali in origine tutti rurali. A Napoli si continua a mantenere viva la memoria dei Pii Operai e la venerazione verso don Carlo Carafa che ne fu Fondatore.

A Roma continuano a giungere i Chierici per la formazione teologica e per le specializzazioni, e le vocazioni giungono anche dall’estero dove il nome della Congregazione si va affacciando a nazioni e Continenti nuovi, dalla Colombia alle Filippine passando per l’Africa.

Le Missioni rurali, pur avendo conosciuto periodi segnati a volta a volta da maggiore o minore frequenza, sono continuate ininterrottamente, e dal quel 1 Novembre 1930 connotano non solo l’apostolato ardorino in Italia, ma sempre più l’apostolato ardorino in Colombia.

Tra l’altro, animando territorialmente le organizzazioni cristiane contadine, i Missionari Ardorini hanno collaborato e collaborano con la Coldiretti, fino al punto che oggi il Consigliere Ecclesiastico Nazionale della Coldiretti è un Missionario Ardorino. E lo stesso Missionario Ardorino svolge corsi sia di Catechetica che di Sociologia rurale all’interno della Università Urbaniana di Roma.

Nella cura delle nuove vocazioni, una parte precipua è riservata all’impegno di dare a loro la migliore conoscenza possibile del Fondatore, perché esse costituiscono le prime generazioni che non lo hanno fisicamente incontrato.

                                                                      P. Antonio De Rose

                                                                            


[1] F. Martino, Quando parli tu, o Signore, ed. Paoline 1976

[2] F. Russo, Storia della Diocesi di Cosenza, Rinascita Artistica, Napoli 1957, pagg. 545-550

[3] G. B. Guerri, Giuseppe Bottai, Fascista, Mondatori (Oscar Storia) 1977

[4] Sempre più in alto, Bollettino del Ricreatorio, Agosto 1929, AGA, C

[5] Sempre più in Alto, Bollettino del Ricreatorio, Giugno 1928, AGA, C

[6] F. Miceli, Donna Lisetta, Ed. O.R. Milano 1979, pag. 110 e ss.

[7] Regolamento e Rituale dei Catechisti Rurali, pro manuscripto pag 117, AGA, C; Sempre più in Alto, Bollettino del Ricreatorio, 6 Gennaio 1931. AGA, C

[8] DGMauro, I miei Ricordi, pro manuscripto, pag. 69, AGA

[9] F. Russo, o.c. pagg. 550-556

[10]AA. VV. L’Episcopato di Mons. Roberto Nogara (1935-1940) Marra Editore, Cosenza, 1958, pag. 99 ss

[11] P. Nicola da Cesena, Relazione, AGA

[12] Lettere di don G. Mauro a Mons. Nogara, Archivio Diocesano Cosentino,

[13] F. Martino, o.c. pag. 245

[14] DGM, I miei Ricordi, pro manuscripto, pag. 70, AGA

[15] DGM,  Corrispondenza Suore, AGA

[16] DGM, Corrispondenza con i Vescovi di Cosenza, Con Mons. Calcara, Archivio della Diocesi di Cosenza.

[17] G. Esposito, Per la Storia di un Carisma apostolico, dai Pii Operai ai Catechisti Rurali, Ed. Ardor, Reggio   Calabria, 1977.

 [18] DGM, Corrispondenza con i Vescovi, a Vari.

[19] Atti dei Capitoli Generali, AGA

[20] Atti dei Capitoli Generali, AGA, 1956, 1962, 1968, 1970, 1974, 1980, 1986, 1992, 1998, 2004.

[21] L’Osservatore Romano, 2-3 Gennaio 1970; Il Tempo, 6 Gennaio 1970; La Cronaca di Calabria, 11. 1. 1970; Nuova Stagione, 15. 1. 1970; Parola di Vita, 17.1.1970; La Gazzetta del Sud, 7.1.1970; Ardor , Bollettino della Congregazione, XXIV, 1.

[22] Atti dei Capitoli Generali, AGA

[23] ARDOR, Bollettino della Congregazione, VII, 1 – 3, 1976; VIII, 1, 1978

[24] Ibidem, XXXVII, 6

[25] Ibidem, XLIV, 7

[26] Ibidem, XL, 4

[27] Ibidem, XLIII, 1 ss

[28] Ibidem, XLIII, 3

[29] Ibidem, XLII, 3

[30] Ibidem, XLIX, 3

[31] Ibidem, LI, 1

[32] Ibidem, LII, 1

[33] Ibidem, LV, 1

[34] Ibidem, LV, 2

[35] AGA, E,

[36] ARDOR, Bollettino della Congregazione, LVI, 1

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