Sharenting sì o sharenting no?
Approfondimento Agosto 2026
L’estate è il periodo per antonomasia delle vacanze e della socialità: piscine, lago, montagna e soprattutto mare sono il luoghi dove tutti noi prediligiamo andare per rilassarci e passare del tempo di qualità con i nostri figli, amici e parenti. E cosa c’è di più bello che fare fotografie per bloccare il momento e poter riportare nella nostra mente questi attimi quando vogliamo? La tentazione di condividere la nostra felicità online sui propri social è tanta, ma prima di farlo è opportuno riflettere su quali siano i possibili rischi.
Di sharenting, termine con cui si indica la condivisione online costante di immagini riguardanti i propri figli, se ne parla da diverso tempo.
I rischi sono ormai noti e comprovati: violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali (e spesso sensibili), mancata tutela dell’immagine del bambino/a, ripercussioni psicologiche sul benessere dei più piccoli, rischio di diffusione di contenuti utili ad alimentare materiali pedopornografici.
Proviamo ad approfondire i diversi punti, in modo da decidere in modo più consapevole cosa e come pubblicare.
Violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali e mancata tutela dell’immagine del minore.
Le fotografie che si pubblicano creano una prima identità digitale del bambino/a, che può avere effetti concreti e reali sul futuro degli stessi, in virtù del fatto che i contenuti permangono online e possono essere utilizzati da chiunque. Immagini buffe agli occhi dei genitori, come l’utilizzo del vasino, mentre si fa il bagno o durante una crisi di pianto, possono risultare umilianti per protagonisti una volta cresciuti.
Ha creato un grosso dibattito la notizia della causa intentata nel 2016 da una 18enne in Austria contro la diffusione massiccia di sue immagini online da parte dei genitori. Anche se successivamente si è rivelata una fake news, ha permesso all’opinione pubblica, ma anche ai governi di fare una profonda riflessione rispetto al tema dei diritti della propria identità online da parte dei minori, ma anche sullo sfruttamento delle immagini dei minori nei casi di baby influencer.
La Francia è il Paese europeo più avanzato a livello legislativo, in quanto, oltre ad una legge specifica per regolamentare le attività dei baby influencer, dal 2024 ha rafforzato la tutela dei diritti di immagine dei minori richiamando i genitori al dovere di proteggere la privacy dei figli nell'esercizio della responsabilità genitoriale e consentendo al giudice di intervenire quando la diffusione delle immagini è contraria all'interesse dello stesso.
E in Italia? L’Italia non ha una vera e propria legge ad hoc che regoli lo sharenting, ma il fenomeno è indirettamente disciplinato da numerose norme, che pongono le proprie radici nella Costituzione, nella Convenzione dell’ONU dei Diritti del fanciullo, ma anche nel Codice Civile, nel GDPR e nel Codice della Privacy. Negli ultimi anni sono state diverse le cause legali che hanno come oggetto la diffusione online di fotografie di minori e hanno riguardato soprattutto:
situazioni conflittuali tra genitori separati o divorziati
ragazzi over 14 che volevano far valere i propri diritti di immagine
genitori che hanno intimato la rimozione dei contenuti pubblicati da parte dei parenti.
La giurisprudenza si è espressa chiaramente a favore dei convenuti, obbligando la rimozione dei contenuti pubblicati, intimando l’astensione futura di altre condivisioni e, in alcuni casi, ordinando sanzioni pecuniarie. La pubblicazione delle immagini dei figli online costituisce un atto di straordinaria amministrazione che richiede obbligatoriamente il consenso esplicito e preventivo di entrambi i genitori. Se un genitore si oppone, l'altro non può pubblicare nulla e deve rimuovere i contenuti già online. Questo vale per i minori di 14 anni, mentre chi ha un’età maggiore di 14 anni, può decidere autonomamente sulla propria identità digitale. Lo stesso principio vale anche per i parenti, che devono avere il consenso di chi detiene la tutela dei diritti di immagine.
Rischio di diffusione delle immagini
Non ci sono solo conseguenze legali connesse allo sharenting. Le immagini pubblicate possono essere usate per atti di cyberbullismo o per alimentare il mercato di immagini pedopornografiche.
Seppur non ci siano dati chiari rispetto alla portata del fenomeno,le forze dell’ordine e le associazioni di tutela minori sottolineano come il materiale imbarazzante pubblicato dai genitori diventi fonte di scherno da parte di cyberbulli.
Ma forse l’aspetto più preoccupante riguarda i reati connessi alla pedopornografia. Anche in questo caso è difficile avere dati statistici certi, ma è ormai comprovato che le immagini pubblicate inconsapevolmente dai genitori finiscono in questo tipo di canale. Ma non solo. Con l’avvento dell’AI si sta affacciando un fenomeno ancora più inquietante: la “nudification”, che consiste nella trasformazione di immagini innocenti in sessualizzate. Nuove evidenze confermano la portata di questa minaccia in rapida crescita: in uno studio condotto da UNICEF, ECPAT e INTERPOL in 11 paesi, almeno 1,2 milioni di bambini hanno rivelato che le loro immagini sono state manipolate in deepfake sessualmente espliciti nell'ultimo anno.
Anche senza una vittima “in carne ed ossa”, il materiale relativo ad abusi sessuali su minorenni generato dall'IA normalizza lo sfruttamento sessuale dei bambini, alimenta la domanda di contenuti abusivi e presenta sfide significative per le forze dell'ordine nell'identificare e proteggere i bambini che hanno bisogno di aiuto. Attualmente non tutte La agenzie di progettazione di AI hanno sistemi di protezione integrati e i contenuti generati vengono rimossi solo una volta scoperti. Questo però non è sufficiente per tutelare veramente le vittime.
Cosa ne pensano i nostri figli dello sharenting?
Diversi studi sottolineano come i minori vogliano avere il controllo sulla propria identità digitale, portando a conflitti nei casi (frequenti) nei quali non viene richiesta il loro permesso prima di una pubblicazione. Lo sharenting è comunque accettato nei casi in cui si voglia condividere un momento positivo o in cui si sia fieri del proprio figlio/a, così come un ricordo. In questi casi la motivazione è chiara e maggiormente accettata, cosa che non accade quando la condivisione viene letta solo come modalità per impressionare gli altri, per collezionare like o per migliorare la prima immagini.
Una decisione consapevole
Abbiamo visto alcuni dei principali rischi connessi allo sharenting e cosa ne pensano i protagonisti, cioè i bambini. A fronte di tutte queste informazioni è necessario come genitori porsi delle domande su come le proprie azioni, anche se mosse dalle migliori delle intenzioni, possano avere delle ricadute sulla vita dei propri figli. Quando scattiamo una fotografia e abbiamo la tentazione di pubblicarla, proviamo a chiederci se indosseremmo senza problemi una t-shirt con stampata la medesima immagine. Se la risposta è no, probabilmente quella istantanea deve rimanere privata.
Il termine dark social, da non confondere con dark web, è stato coniato nel 2021 da Alexis C. Madrigal, editore senior al The Atlantic. Richiama alla mente qualcosa di oscuro, poco noto, addirittura illegale, ma in realtà indica semplicemente la condivisione di contenuti tramite canali privati, come WhatsApp, Telegram, Messenger, ecc.. ma anche semplici email o sms, quindi lontano dalle piattaforme social.
Negli ultimi anni si è vista una sempre maggiore tendenza da parte delle generazioni più giovani, in particolare la generazione Z, a prediligere la condivisione privata di informazioni e notizie. Nemmeno le discussioni inerenti le opinioni politiche o questioni personali avvengono più su canali pubblici. Le chat private, qualsiasi sia le applicazioni su cui poggiano, così come i profili fake condivisi con pochi intimi, sono le modalità predilette per utilizzare le piattaforme e mostrano un cambiamento netto rispetto a qualche anno fa. Sembrano essere terminati i tempi nei quali si condivideva la propria vita con centinaia di conoscenti, quando si pubblicava costantemente pensieri, immagini o video alla ricerca di like. Per questo molto del traffico di informazioni avviene su canali come quelli di Whatsapp e Telegram o tramite DMs (direct messages).
Cosa ha portato a questo cambiamento di rotta? La ragione più quotata è connessa alla profonda stanchezza degli utenti nei confronti di contenuti proposti dagli algoritmi, contenuti spesso sponsorizzati o ideati per stimolare un coinvolgimento emotivo solo per attrarre like o visualizzazioni. Articoli con un titolo ad effetto, spesso del tutto fuorviante, immagini strappalacrime, video montati ad hoc ci incuriosiscono e fanno stoppare lo scroll, salvo poi deluderci per l'inconsistenza delle notizie o per l’artificiosità delle storie raccontate. I social non sono più un luogo digitale nel quale poter visualizzare i contenuti pubblicati da amici e conoscenti, ma una giungla di influencer, pubblicità e messaggi brandizzati, che spesso neanche ci interessano più. A questo si aggiunge la tossicità dei commenti che si possono ricevere quando ci si espone su qualcosa di personale, come i propri pensieri o le proprie opinioni politiche. Il declino è stato accelerato dall’avvento dei contenuti generati da AI, che hanno invaso in modo massiccio i social con immagini e testi costruiti a tavolino per ottenere un riscontro, o come si dice in gergo engagement, diminuendo ulteriormente la fiducia rispetto ai contenuti che le timeline pubbliche mostrano.
La generazione Z è diventata l’esponente principale di questa controtendenza. Hanno una maggiore consapevolezza della privacy e di come i contenuti che si postano creino un’impronta di sè che può essere scrutata da chiunque, influenzando anche un possibile impiego lavorativo futuro. Prediligono ambienti privati e selezionati per evitare di essere alla mercè di troll e leoni da tastiera, ma soprattutto sono stanchi di profili patinati, in cui si mostra solo un sè idealizzato e perfetto, perchè crea un senso di inadeguatezza e mina la propria autostima. Non son più disposti a sottostare alla pressione di dover aderire a standard sempre più elevati ed irraggiungibili e per questo hanno fatto la scelta probabilmente più sensata: condividere la parte di sè più autentica solo con chi ritengono sia degno di fiducia. Per questa ragione una buona parte della generazione z ha un account fake che accompagna quello ufficiale, ma che è visibile solo a un pubblico selezionato.
Quello diventa il vero luogo dove poter esprimere sè stessi in piena libertà.
Anche la generazione Alpha sembra seguire questo trend, prediligendo social come YouTube si pongono più come soggetti passivi che attivi e utilizzando prevalentemente (ma non solo) WhatsApp per le comunicazioni dimostrano di prediligere passaggi di informazioni tra pari piuttosto che su canali pubblici.
Se apparentemente una maggiore tutela della propria privacy può apparire come una buona notizia, non bisogna sottovalutarne anche i rischi. Ambienti chiusi e poco controllati possono portare alla proliferazione di fake news, sia perchè chi condivide l’informazione è una persona di fiducia, sia perchè non ci sono persone deputate al fact checking come nei social pubblici. Lo stesso vale per i contenuti illeciti o problematici, che possono circolare a lungo per l’assenza di moderazione. Spazi chiusi al confronto possono, inoltre, diventare luoghi di radicalizzazione delle proprie idee per la mancanza di opinioni divergenti dalla propria.
Un maggiore senso di privacy e fiducia può portare ad una crescente predisposizione alla condivisione di contenuti personali, che possono comunque diffondersi facilmente tra le persone e i diversi gruppi. Il cyberbullismo è un altro aspetto da tenere in considerazione e può manifestarsi non solo tramite le modalità tipiche dei social pubblici (come la propagazione di immagini o conversazioni con il solo fine di deridere il malcapitato), ma anche tramite l’esclusione da gruppi. L'adescamento, soprattutto tramite le chat di giochi popolari tra i più giovani (per esempio Roblox, Fortnite, Minecraft, Brawl Stars) è un’altra realtà ormai tristemente conosciuta. In ultima istanza, se la socialità si esprime in buona parte nelle chat private, può aumentare il senso di pressione sociale. Non solo sarà percepito come necessario rispondere in tempi brevissimi alle continue sollecitazione che le notifiche ci ricordano, ma aumenterà anche la FOMO (fear of missing out), cioè la paura di perdersi qualcosa, portando ad un costante controllo dello smartphone.
A fronte di questo cambiamento nei comportamenti online, è necessario mantenere sempre più alta l’attenzione sull’utilizzo che, soprattutto i più giovani, fanno del loro smartphone per la tutela di tutti coloro che ne usufruiscono. Si ricorda, infatti, che in Italia la responsabilità legale degli atti dei figli fino ai 14 anni è dei genitori o di chi ne fa le veci, ma anche successivamente permane la responsabilità civile per danni economici e morali causati dal figlio/a.
Rispetto alla condivisione di fotografie, ma anche informazioni, sembra che le generazioni più giovani si pongano in modo più prudente rispetto al passato. I genitori che comunque vogliono continuare a pubblicare contenuti sui figli devono obbligatoriamente porsi delle domande su come farlo in modo da tutelarli.
Save the children ci dà delle indicazioni per farlo in modo sicuro:
Conoscere le politiche sulla privacy degli ambienti digitali in cui si condividono immagini e contenuti; verificare (e aggiornare spesso) le impostazioni di privacy dei propri profili social e scegliere con chi condividere le immagini; impostare notifiche per essere avvisati quando il nome dei propri figli/e appare nei motori di ricerca (ad esempio, con Google Alert);
Tutelare il più possibile l’immagine online dei propri figli/e, distinguendo tra immagini private e immagini rese pubbliche, cercando ad esempio di condividere online foto che non ritraggano direttamente il volto o che lo oscurino ed evitare di pubblicare online le immagini intime, come ad esempio quelle del bagnetto, che possono essere destinate invece ad un uso privato.
Non condividere minuziosamente passioni, abitudini quotidiane e informazioni personali dei propri figli/e.
Parlarne costantemente con genitori, amici e parenti: concordare insieme che uso si può fare delle immagini che ritraggono bambini e bambine, sia quando vengono condivise, sia quando vengono realizzate in momenti di convivialità (ad es. Feste di compleanno).
Se sono più grandi chiedere sempre il consenso ai propri figli/e, facendo occasione di comunicazione, relazione e educazione digitale.
A questo si aggiunge la necessità di far riflettere i minori che utilizzano uno smartphone privato sui rischi che comunque incorrono nello scambio di informazioni in ambienti percepiti come privati e “ sicuri”. Se nei più piccoli è necessario monitorare frequentemente le attività online leggendo attivamente chat e guardando cosa pubblicano, con i più grandi si può aprire un dialogo per stimolare un maggiore pensiero critico.
A titolo esemplificativo le domande stimolo potrebbero vertere sia sul senso di privacy:
- È davvero tutelata la mia privacy?
- Se invio qualcosa di compromettente, cosa succederebbe se facessero uno screenshot?
Sulla possibilità di ricevere fake news:
- Come verifichi una notizia quando la ricevi?
- Come sai che si tratta di qualcosa si vero?
Ma anche come si comportano nei confronti di account di persone che non conoscono e come le chat influenzano il proprio benessere emotivo:
- Senti la pressione a dover rispondere immediatamente agli amici quando scrivono?
- Ti crea ansia non ricevere una risposta immediata?
- Cosa significa essere sempre reperibile?
Al di là del punto di vista che si intende adottare per affrontare l’argomento, è importante mantenere l’attenzione sulla vita online dei propri figli, perchè ricopre un’importanza sempre maggiore.