Pallante è figlio di Evandro, re di Arcadi che decide di aiutare Enea nella sua lotta contro i Latini, viene presentato già nell'ottavo libro come figlio del re e gioca un ruolo fondamentale come giovane eroe che viene posto sotto la protezione di Enea con cui stringe un forte legame. Nel X libro dell'Eneide però è dove lui ha un ruolo fondamentale e in cui la sua giovane vita finirà per mano di Turno. Pallante è un'eroe forte, che si immischia nella guerra e fa strage di soldati, impavido anche se molto giovane; La decisione di attaccare Turno, un eroe molto più forte di lui, viene da un desiderio di onore e coraggio, ma anche da una certa forma di ambizione e di emulazione. Pallante è ancora giovane e vuole dimostrare il suo valore come guerriero. Inoltre, Pallante sta combattendo per difendere la causa di Enea, che è visto come il leader degli alleati e il portatore del destino di Roma, ed è anche influenzato dal sentimento di fedeltà verso il suo compagno e alleato. Ma questo atto per dimostrare quanto vale finirà in tragedia quando Turno dopo un tentativo di Pallante di attaccare ma che non ha successo, il capo dei rutuli infliggerà il colpo decisivo. A questo punto bisogna osservare che Pallante, speranza del padre Evandro, affronta per dovere un compito più grande rispetto alle proprie forze. Fondamentale anche la reazione di Ercole e di Giove: alla preghiera di Pallante Ercole reprime un sospiro d’angoscia, perchè sa che per il giovane è giunta l’ora segnata dal destino. A sua volta Giove conforta il figlio Ercole, rammentandogli che per ogni uomo è decretato il giorno della fine: solo il valore può prolungarne la fama oltre la morte.
La morte di Pallante è fondamentale perchè causerà una furia omicida in Enea, il loro rapporto e lo svolgimento della vicenda può essere paragonato ad Achille e Patroclo: entrambe le coppie di eroi hanno un legame stretto, quello di compagni che era un rapporto speciale al di là della mera amicizia, per questo la morte di Pallante e Patroclo, nell'Iliade, spingerà i due eroi al desiderio di vendetta.
Versi 486-505: la morte di Pallante
Ille rapit calidum frustra de vulnere telum:
una eademque via sanguis animusque sequuntur.
Corruit in vulnus, sonitum super arma dedere,
et terram hostilem moriens petit ore cruento.
Quem Turnus super adsistens [sic ore profatur]: 490
«Arcades, haec» inquit «memores mea dicta referte
Evandro: qualem meruit, Pallanta remitto.
Quisquis honos tumuli, quidquid solamen humandi est,
largior. Haut illi stabunt Aeneia parvo
hospitia». Et laevo pressit pede talia fatus 495
exanimem rapiens immania pondera baltei
impressumque nefas: una sub nocte iugali
caesa manus iuvenum foede thalamique cruenti,
quae Clonus Eurytides multo caelaverat auro;
quo nunc Turnus ovat spolio gaudetque potitus. 500
Nescia mens hominum fati sortisque futurae
et servare modum rebus sublata secundis!
Turno tempus erit magno cum optaverit emptum
intactum Pallanta, et cum spolia ista diemque
oderit. 505
Traduzione
Lui strappa invano l'asta dalla ferita:
e per una stessa via l'anima e il sangue fuoriescono.
Crolla sulla ferita, emette un suono su si lui l'armatura,
e alla terra nemica, morendo, supplica la bocca cruenta.
E Turno standogli sopra [ inizia a parlare così]: 490
"Memori, o Arcadi, riferite le mie parole
ad Evandro: come merita, rimando Pallante;
concedo qualcuno l'onore del tumulo, qualcosa è il conforto di seppellirlo.
Non poco a loro costerà concedere ospitalità
ad Enea. E con il piede sinistro schiacciò questo discorso 495
sull'esanime strappando l'enorme peso della cintura
e dove è impresso il delitto: in una sola notte nuziale
strage orrenda di giovani e il letto nuziale insanguinato,
che Clono, figlio di Eurito, incise in molto oro;
su cui ora Turno esulta e si compiace di poter prendere. 500
Mente umana ignara del fato e delle sorti future
e di mantenere la misura quando sono innalzati in circostanze fortunate!
Per Turno arriverà il tempo, quando avrà desiderato ardentemente
di aver conquistato Pallante, e quando odierà questo giorno
e le spoglie. 505
Nel Libro X dell'Eneide, Pallante, il giovane (iuvenis) alleato di Enea, assume un ruolo fondamentale nello sviluppo del poema. La sua morte rappresenta un punto di svolta nella narrazione: l'uccisione per mano di Turno accende l'ira di Enea, che alla fine del libro non si dimostrerà più pius, ma sarà dominato dal furore della vendetta, culminando nell'uccisione di Turno nonostante la sua supplica di pietà. Questo episodio segna un profondo cambiamento nell'eroe troiano, evidenziando la tensione tra pietas e furor. Attraverso l’analisi di alcune parole chiave, si può comprendere meglio la sua figura e il suo significato all’interno del poema.
Prima di essere ucciso, Pallante si lancia in battaglia con determinazione, cercando di onorare la sua alleanza con Enea e di dimostrare il suo valore.
Verg. Aen. 10, 368
“Nunc prece, nunc dictis virtutem accendit amaris.”
"Egli accende il loro valore ora con suppliche, ora con parole amare."
In questo passo, l'impeto e l'ardore giovanile di Pallante emergono chiaramente. Egli incita i suoi compagni Arcadi, non abituati “ad attaccare schiere di fanti”. Questo comportamento ricorda l'episodio dell'Iliade in cui Patroclo, nel libro XVI, viene colto da un’improvvisa e misteriosa energia psicofisica, una sorta di trance guerriera che i Greci chiamavano μένος (ménos). Tale stato d’animo spinge l'eroe a compiere imprese straordinarie, ma lo conduce alla rovina, esattamente come accade a Pallante. La frase "virtutem accendit" suggerisce che la virtus non è solo una qualità innata, ma può essere stimolata e accesa come un fuoco. Inoltre la virtus di Enea è più ponderata e legata alla pietas, cioè al dovere e al rispetto del volere degli dèi. Enea combatte con strategia e autocontrollo (fino all’ultima scena del poema), mentre Pallante combatte con ardore e passione, non riuscendo a controllarsi. Mentre in confronto, Turno incarna una virtus aggressiva e spavalda, simile a quella di Pallante, ma c’è una differenza tra i due (come nei versi riportato ora): la virtus di Pallante è priva della crudeltà che caratterizza Turno.
Virgilio nei seguenti versi sottolinea l’ineluttabilità del fatum e l’onore di morire in guerra:
Verg. Aen. 10, 449-450
"aut spoliis ego iam raptis laudabor opimis
aut leto insigni: sorti pater aequus utrique est.”
"O io ormai sarò lodato per le ricche spoglie strappate
oppure per una morte gloriosa”
La vita di Pallante è breve, ma il suo valore in battaglia gli garantisce un posto nella memoria eterna. Avere una memoria eterna è fondamentale per la società omerica, l’importanza di questo concetto è stata definita da Eric Dodds una “cultura della vergogna” (shame-culture). Le spolia opima erano un’onorificenza rarissima, nella tradizione romana riservata solo a chi uccideva personalmente il comandante avversario in un duello. Nella storia di Roma, si riteneva che solo tre generali le avessero mai conquistate, tra cui Romolo. Pallante, giovane e inesperto, aspira dunque a un’impresa straordinaria, ma il suo desiderio si scontra con la dura realtà della guerra e del destino, difatti la morte di Pallante rientra nel più ampio disegno del destino, che governa le vicende degli eroi dell’Eneide, come sottolinea anche suo padre:
Verg. Aen. 10, 466-469
"tum genitor natum dictis adfatur amicis:
'stat sua cuique dies, breve et inreparabile tempus
omnibus est vitae; sed famam extendere factis,
hoc virtutis opus.”
"Per ognuno è fisso il suo giorno, per tutti il tempo della vita
è breve ed irreparabile; ma estendere la fama coi fatti,
questo il compito del valore.”
Anche nel passo del XVI dell’Iliade, dove è descritta la morte di patroclo (Om., Il., XVI, vv. 765-863) si parla di destino, lui stesso dice:
Om. Il. 16, 849
“με μοῖρ' ὀλοὴ ... ἔκτανεν”
“me uccise destino fatale”
L’oggetto chiave nella narrazione per parlare di Pallante è il balteus, una cintura decorata dove solitamente si appendeva la spada.
Verg. Aen. 10, 495-497
“Et laevo pressit pede talia fatus
exanimem rapiens immania pondera baltei
impressumque nefas”
“E, dicendo così, col piede sinistro calpestò
l´esanime afferrandoi gli enormi pesi del balteo
ed il sacrilego impresso”
Così Virgilio descrive Turno che se ne impossessa con arroganza, trasformandolo in un trofeo di guerra. Tuttavia, questo gesto sancisce la sua rovina. Nel poema, il termine balteus appare solo in questo passaggio, il che lo rende ancora più significativo. La sua unicità lo carica di un forte valore simbolico: non è solo un ornamento militare, ma un oggetto che lega Pallante e Turno in un ciclo di vendetta che culminerà con la morte di quest'ultimo. Simbolicamente, il balteus ricorda altri oggetti epici che segnano il destino degli eroi, come l’armatura di Patroclo nell’Iliade, che Ettore ruba prima di essere ucciso da Achille. Questo parallelismo rafforza l’idea che Turno, come Ettore, è destinato a una fine tragica proprio per la sua ὕβρις . Con il verbo pressit (“et laevo pressit pede”), Virgilio descrive Turno che calpesta il cadavere di Pallante con il piede sinistro prima di strappargli il balteus. Il verbo pressit (calpesta, schiaccia) può avere diverse sfumature di significato: può essere considerato un gesto di superiorità e vittoria, per esempio nell’iconografia il vincitore spesso appoggia il piede sul corpo del nemico sconfitto per mostrare il dominio su di lui. Ma può essere anche analizzato come un gesto di disprezzo, come un gesto di arroganza, mostrando spregio per l’avversario; questo comportamento è sottolineato dal sostantivo nefas (sacrilegio, empietà, delitto), che ha 18 occorrenze in tutta l’Eneide, tra cui due nel X libro, si avvicina alla ὕβρις greca, che porta inevitabilmente alla punizione da parte del destino. Nel resto dell’Eneide, il verbo premo e i suoi derivati compaiono spesso con un significato di dominio violento. In questo caso, pressit anticipa la caduta di Turno: l’atto di calpestare Pallante lo condanna a essere a sua volta abbattuto da Enea.
L’analisi delle parole chiave legate a Pallante aiuta a delineare il suo ruolo nel Libro X dell’Eneide e a comprenderne il significato più profondo. La sua virtus, caratterizzata da un coraggio impetuoso e puro, lo spinge verso un destino ineluttabile, in contrasto con la prudenza di Enea. Il termine opimis mostra l’aspirazione eroica del giovane, mentre il balteus, da simbolo di gloria, si trasforma in catalizzatore della vendetta. Il verbo pressit, infine, sottolinea l’ὕβρις di Turno, anticipandone la caduta. Attraverso questi elementi, Virgilio mette in luce il conflitto tra pietas e furor, esaltando la tragicità del destino degli eroi e il peso inesorabile del fatum.
Di seguito si riportano alcuni commenti di Servio Mario Onorato ad alcuni versi in cui compare Pallante.
10.374 HAC VOS ET PALLANTA DUCEM PATRIA ALTA REPOSCIT hoc vult patria, ut per caedes hostium revertamur.
10.374 LÀ L’ALTA PATRIA RECLAMA VOI E IL CAPO PALLANTE a tal punto vuole la patria, affinchè noi ritorniamo con le uccisioni dei nemici.
10.385 NAM PALLAS ANTE RVENTEM DUM FURIT ordo est: nam eundem Pallas ante excipit, id est dolo interimit; ille enim incautus fuerat, furens propter crudelem mortem sodalis, unde et incautus fuerat.
10.385 PALLANTE, PRIMA CHE ATTACCHI, LO COGLIE MENTRE S’INFURIA è la norma/linea: infatti lo stesso Pallante prima tira fuori, ciò è il pugnale lo uccide; lui dunque era stato incauto, furente per la spietata morte del compagno, da dove ed era stato incauto.
10.409 ILLE SEDENS non quasi Pallas, pugnantibus suis, nihil agat, sed comparatur illius securitati huius voluntas. VICTOR cui vota processerunt, voti compos, epitukhon. OVANTES abusio est, non proprietas
10.409 LUI SEDENDO non come Pallante, mentre i suoi combattevano, nulla muove , ma si confronta la tranquillità di lui con la volontà di questi. VITTORIOSO colui a cui hanno avuto successo i desideri, proprietario dei desideri, fortunato. ESULTANTE è un’ abuso, non è un diritto di proprietà.
10.458 IRE PRIOR PALLAS subaudis 'voluit'. alii 'ire' pro 'it' legunt, ut sit infinitivus pro indicativo. SI QUA si quo modo. FORS fortuna. et dictum est propter illud "audentes fortuna iuvat". AVSUM num pro 'audentem'?
10.458 PALLANTE MOSSE PER PRIMO sottintendi ‘volle’. Alcuni leggono ‘ire’ al posto di ‘it’, affinchè l’infinito sia al posto dell’indicativo. SE MAI se in qualche modo. SORTE fortuna. Ed è detto a cause di questo “la fortuna aiuta gli audaci”. Se IMPRESA AUDITA al posto di ‘audaci?
10.503 MAGNO CUM OPTAVERIT EMPTUM 'magno emptum', scilicet pretio: sci et alibi "et magno mercentur Atridae". et est sensus talis: erit tempus quo Turnus optabit quovis pretio redimere, ne ipse Pallantem occidisse videatur.
10.503 QUANDO AVRA’ DESIDERATO COMPRARE GRAN PREZZO ‘gran prezzo’, è evidente prezzo: si sa anche altrove “e gli Atridei sono comprati con tanto”. E il senso è questo: ci sarà un tempo in cui Turno desidererà riscattare con qualunque prezzo, per non sembrare lui stesso aver ucciso Pallante.
10.510 MALI TANTI de morte Pallantis scilicet, ut postea inferantur quae praeterea addit. CERTIOR AUCTOR id est nuntius verus.
10.510 MALE COSI’ GRANDE è evidente sulla morte di Pallante, che dopo siano riportati quelli che aggiunge dopo. IL MESSAGGIO PIU’ CERTO ciò è il messaggio più vero.
10.515 PALLAS EVANDER IN IPSIS OMNIA SUNT OCULIS erat rectum: Pallas, Euander, mensae quas advena primas tunc adiit, dextraeque datae, in ipsis omnia sunt oculis. sed perite scissa est narratio, per quam animus Aeneae perturbatus exprimitur.
10.515 PALLANTE ED EVANDRO, TUTTO HA NEGLI OCCHI era giusto: Pallante, Evandro, le mense cui prime straniero una volta giunse, e le destre scambiate, tutto era visibile davanti agli occhi. Ma la narrazione è abilmente interrotta, attraverso la quale viene espresso il turbamento dell’animo di Enea.
10.533 IAM TUM PALLANTE PEREMPTO pro 'iam tum cum Pallantem peremit'.
10.535 GIA QUANDO UCCISO PALLANTE al posto di ‘ gia allora quando aveva ucciso Pallante’
10.668 OMNIPOTENS GENITOR duo antonomasiva pro uno proprio, ut "Tritonia Pallas". TANTON pro 'tantone'. et constat mutilatas partes orationis accentum in eodem loco habere, in quo etiam integrae habuerunt: nam moria, id est minores particulae, ut 'que, ne, ve, ce', quotiens iunguntur aliis partibus, ante se accentum faciunt, qualislibet sit syllaba quae praecedit, sive brevis sive longa, ut 'musaque, huiusve, illucce, tantone', adduce, deduce: et haec mutilata similiter proferuntur, scilicet sub eodem accentu.
10.668 GENITORE ONNIPOTENTE due antonomasie al posto di uno proprio, come “Tritonia Pallante”. TANTON per ‘tantone’. E si stabilisce che le parti mutilate dei discorsi abbiano l’accento nello stesso luogo, in cui anche le parole intere lo avevano: infatti ciò che è una piccola particella, come ‘que, ne, ve,ce’ ogni volta che si uniscono ad altre parti della frase, fanno l’accento prima su se stesse, indipendentemente da quale sia la sillaba che la precede, sia breve sia lunga, in ‘musaque, huiusve, illucce, tantone’ conduce, accompagna: e queste mutilazioni vengono pronunciate allo stesso modo, cioè sotto lo stesso accento.
10.828 SI QUA EST EA CURA REMITTO aut more illo dixit quo solet sepultura ad ipsa cadavera non pertinere — licet umbris, sicut in sexto legimus, prosit — ut "si qua est ea gloria signant", item de Pallante "vano maesti comitamur honore": aut certe, si qua est ea cura Mezentio, id est patri sacrilego, qui superos inferosque contemnit. an de tota hac re dubitat?
10.828 SE SE CIO’ CURI ANCORA TI RITORNO o secondo quella tradizione che dice che la sepoltura è solita non riguarda i corpi stessi – sebbene per le ombre, come leggiamo nel sesto libro- come 'se c'è qualche gloria, è segnata', e anche su Pallante 'lo seguiamo con un onore vuoto e triste': o certamente, se c'è questa preoccupazione su Mezenzio, cio è per il padre sacrilegio che disprezza sia gli dèi superiori che gli dèi infernali, oppure è incerto riguardo a tutta questa questione?"
All’interno del libro X dell’Eneide sono presenti, in riferimento al giovane Pallante, alcune scene analoghe ad altri testi epici.
Eneide, X, 420-423
“Quem sic Pallas petit ante precatus:
Da nunc, Thybri pater, ferro, quod missile libro,
Fortunam atque viam duri per pectus Halaesi.
Haec arma exuviasque viri tua quercus habebit.”
Pallante l’assale, e prima prega così:
“Da’, ora, Tevere padre, al ferro che libro e che scaglio
fortuna e via nel petto d’Aleso gagliardo.
E l’armi, spoglie d’un forte, avrà la qua quercia”.
Rivolgendosi al dio Tevere, Pallante formula una promessa votiva riguardante una quercia, che tuttavia non risulta pienamente chiara. È improbabile che qui l'eroe pensi a una specifica quercia consacrata al Tevere, già esistente lungo il corso del fiume del dio (come a XII 766 l'oleaster sacro a Fauno). È meglio intendere che lui stesso, in caso di vittoria, consacrerà una quercia a cui assicurerà le spoglie del nemico. Anche in questa direzione, però, non è agevole comprendere precisamente cosa Virgilio intendesse: se cioè Pallante progetti di appoggiare o appendere a una quercia consacrata le spoglie del nemico, o se invece si riservi di fabbricare un trofeo, consacrato poi al Tevere, con un tronco di quercia. Nel primo caso seguirebbe il modello di Romolo che consacra a Giove le prime «spoglie opime» della storia, appoggiandole a una quercia (Livio I 10, 5). La seconda interpretazione sembrerebbe raccomandata dall'analogia con il trofeo di quercia preparato da Enea con le spoglie di Mezenzio.
Livio I 10, 5
“Inde exercitu victore reducto, ipse cum factis vir magnificus tum factorum ostentator haud minor, spolia ducis hostium caesi suspensa fabricato ad id apte ferculo gerens in Capitolium escendit; ibique ea cum ad quercum pastoribus sacram deposuisset, simul cum dono designavit templo Iovis fines cognomenque addidit deo.”
“Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio.”
Eneide, X, 390-96
“Voi pure, gemelli, cadeste nei campi dei Rutuli,
Somigliantissimi figli di Dauco, Laride e Timbro,
Non discernibili ai vostri, e l’errore ai genitori era caro.
Ma ora Pallante vi diè differenze crudeli.”
L’uccisione dei due gemelli, Timbro e Laride, figli di un Dauco non altrimenti noto, introduce nell’aristia di Pallante un elemento di variatio, più di una volta sfruttato anche da Omero (Il. V 548-553 e VI 21 sgg.), insieme all’espediente dell’apostrofe.
Il, V, 548-553
“E da Diocle nacquero due figli gemelli,
Cretone e Orsiloco, esperti nel combattimento.
Costoro, non appena giovinetti, seguivano gli Argivi
sulle nere navi, alla volta di Ilio ricca di cavalli,
per compiere la vendetta degli Atridi, Agamennone e Menelao:
ma la morte li avvolse nella pianura.”
Pallante non viene citato numerose volte nei testi letterari antichi, ma di seguito sono riportati due esempi in cui vengono nominati il suo personaggio e la sua storia.
Marco Girolamo Vida, De arte poetica, 1, 118
Multa super Lauso super et Pallante perempto
Multa rogat, lacrimas inter quoque singula fundit
Carmina crudeli quam raptum morte parenti
Ah misere legit Euryalum pulchrosque per artus
Purpureum leto dum volvitur ire cruorem.
Anthologia Latina 46
De Turno et Pallante
Turnus honore ruit fusi Pallantis in hostem;
Pallantis fusi Turnus honore ruit.
INTRODUZIONE
A partire dall’episodio con cui si avvia la narrazione del libro e cioè sin dal concilio degli dèi, è possibile notare la presenza di un termine dall’importanza notevole, simbolo di una tematica che accompagnerà l’intero svolgimento della sezione, pater. In questo momento specifico, Virgilio sfrutta la formula coniata da Ennio sulla base di vari casi omerici precedenti, divum pater atque hominum rex, con la quale designa Giove. Altrettanto degna di nota è l’apostrofe O pater, per mezzo della quale la figlia Venere prende parola rivolgendosi proprio a lui. Già dai primi versi si desume dunque un Leitmotiv cruciale del libro X, esattamente quello della relazione che intercorre tra padri e figli, tema tramite il quale Virgilio intende caricare di tensione patetica e di commossa partecipazione un libro di matrice prevalentemente bellica. I due casi dominanti sono senza dubbio quelli delle coppie di Mezènzio insieme con Làuso e di Evandro con il figlio Pallante.
PADRE E FIGLIO NEL MONDO ANTICO
Nel decimo libro dell’Eneide possiamo notare come il rapporto tra padre e figlio possa essere e sia effettivamente molto simile a quello che viene concepito oggi giorno. Ispirandosi profondamente ai testi di Omero, Virgilio riprende il tema del rapporto tra padre e figlio attraverso personaggi come Evandro e Pallante, Mezenzio e Lauso (oltre a quello di Enea, Anchise e Ascanio). Nell' Odissea l'argomento viene ben trattato grazie al rapporto che Ulisse ha con Telemaco e Laerte. Il primo cresce senza la presenza di suo padre, che è lontano a causa della guerra e delle sue lunghe peregrinazioni, e ciò crea un vuoto dal punto di vista emotivo e una lotta interiore per denire quella che è la sua identità e la sua crescita come uomo (e futuro re di Itaca). Il secondo (di cui si parla meno) ha invece educato il figlio e dovuto lasciarlo andare via per la guerra, e giunto ad Itaca dopo vent'anni di assenza lo accoglie nuovamente tra le sue braccia. In entrambi i casi i rapporti con Ulisse sono caratterizzati anche dall'assenza e dalla mancanza di notizie riguardo quest'ultimo, che portano Telemaco e Laerte a sperare in un suo ritorno. Con un po’ di fantasia si può anche trovare nel legame sviluppatosi fra Ulisse ed il padre, una certa somiglianza con quello tra Pallante ed Evandro, il quale lo affida alla protezione di Enea, allontanandolo da sé. C'è però da dire che anche nell'Iliade il tema viene sollevato in due momenti cruciali e piuttosto toccanti: uno è quello di Ettore che saluta il figlio Astianatte, pur sapendo di rischiare di non poter tornare dalla battaglia, evidenziando e rispettando così il suo dovere di figlio, marito e padre, anche se ciò può significare morire. L'altro è quello in cui Priamo, padre sopraffatto dal dolore per la morte del figlio, si presenta in ginocchio davanti ad Achille e lo implora e richiama alla sua mente l'immagine di Peleo, affinché lui possa restituirgli il martoriato corpo del figlio. In ambedue le scene Omero esplora l'aspetto umano della paternità, evidenziando l'inevitabilità della morte e la sofferenza che essa provoca nei genitori, che talvolta non possono evitarla ai propri gli. In particolare la scena nell'accampamento può ricordare l'istante seguente all'uccisione di Lauso da parte di Enea, il quale mi è parso essere al contempo Achille e Priamo, poiché uccide e si pente di ciò immedesimandosi nel padre Mezenzio e ripensando ad Anchise e Ascanio. Per concludere, nell’Eneide, tra le inevitabili differenze scandite dal passare del tempo, Virgilio è riuscito, con l'aiuto e l'ispirazione dei testi omerici e con l'esempio di diversi altri della cultura classica, a fissare ed individuare tipi di connessioni e legami (tra cui si contano appunto quello tra padre e figlio) che nel corso della storia si possono definire come quasi immutati ed universali, grazie alle quali l'opera riesce ad emozionarci, come un quadro di Raffaello, ancora oggi.
MEZENZIO E LAUSO
Proprio nel X libro dell'Eneide infatti, Virgilio dipinge uno dei momenti più drammatici e profondi della sua opera, in cui si intrecciano le vicende eroiche e personali di Mezenzio e suo figlio Lauso. Questi due personaggi, purtroppo non protagonisti di una lunga narrazione, sono però emblematici di uno degli aspetti più significativi dell’epica virgiliana: il legame tra padre e figlio, il sacrificio e l’onore. Il loro rapporto, che viene enucleato ed analizzato soprattutto a partire dal tragico gesto di Lauso, si carica di significati che vanno ben oltre la semplice dimensione guerriera e orono una riflessione sull’amore filiale, sul coraggio e sul destino. La vicenda si apre direttamente sul campo di battaglia, con una scena che vede Mezènzio, atteggiandosi in maniera aggressiva e sfrontata, ingaggiare un feroce scontro con coloro che un tempo, quando ancora ricopriva il ruolo di tiranno, rappresentavano per lui degli oppositori interni, gli Etruschi. Enea lo scorge immediatamente e, vistolo infierire contro i suoi, gli si precipita incontro. Misurata la distanza che prende spazio tra i loro corpi, scaglia in aria una lancia, che finisce per trafiggere le sue molteplici vesti fino ad arrestarsi in profondità nella carne, all’altezza dell’inguine. Alla vista dell’avversario ferito non esita a raggiungerlo, pronto ad uno scontro ravvicinato, ma nell’istante in cui sfodera la spada coglie un gemito soerto provenire da Làuso, straziato per l’imminente infausto destino che sarebbe toccato al padre. Mezènzio è quindi costretto ad indietreggiare ed è questo il frangente in cui gli subentra prontamente il figlio, che non esita a prendere le sue difese confrontandosi con Enea, totalmente inebriato da una sorta di follia, tanto da venire definito demens. Si tratta però del primo combattimento vero e proprio del giovane, l’evento spartiacque che segna il passaggio dall’essere un infans ancora legato al nucleo familiare primario, al divenire un vir.
Nonostante la giovane età e la consapevolezza dei pericoli rappresentati dalla guerra, il suo è un gesto mosso dalla spinta di un amore filiale che lo porta a mettere in gioco la propria vita senza esitazione. La sua uccisione, che avviene poco dopo per mano di Enea, segna il culmine tragico di questa scelta, ma nonostante ciò non viene dipinta come un semplice sacrificio eroico, quanto come un momento di profondo significato emotivo e morale.
Tutte le guerre raccontate figurano nella maggior parte dei casi una mera lotta per la sopravvivenza del proprio popolo e per l’onore, ma in questo contesto, il legame familiare assume una valenza decisamente più profonda. Virgilio infatti attraverso la figura di Mezenzio dipinge un padre che vive intensamente il suo ruolo, preoccupato per la sorte del figlio, ma consapevole anche della necessità di combattere per difendere la propria patria e di essere leale dal punto di vista politico e militare. Lauso, dal canto suo, si trova di fronte alla figura paterna non solo come esempio di forza e coraggio, di autorità, ma soprattutto come simbolo di un destino che egli stesso si sente in dovere di seguire.
Da un punto di vista emotivo, la morte inferta tocca anche lo stesso uccisore, che non è un semplice avversario in battaglia, ma un uomo che esprime il suo dispiacere per l’atto di cui è responsabile, in quanto riconosce nel giovane la stessa nobiltà e lo stesso ardore che erano propri del sé del passato. Non lo spoglia delle armi, mostrandosi pius nell’ennesima occasione, e lo piange lasciando trapelare nei suoi confronti un aetto quasi paterno.
Mezenzio, giunti a questo punto, non ha più ragioni per vivere e aronta una morte dignitosa, per mano dell’eroe che, come con un fiore reciso troppo presto, gli aveva strappato la vita del figlio dalle mani proprio nel culmine della sua fioritura. Ordina quindi che gli si porti il suo cavallo, animale che, in seguito alle numerose aste scagliate dal padrone che malauguratamente si incuneano nello scudo divino di Enea, viene da questo colpito fatalmente. Ritrovandosi così disarcionato, l’uomo perde ogni speranza, tanto che il suo comportamento nel momento finale, quando ore il collo perché sia reciso, ricorda l’atteggiamento di una vittima predestinata al sacrificio. Infine, con l’ultimo respiro rimastogli, pronuncia ancora parole fiere e prega l’eroe di garantire la sepoltura per sé e per il figlio, nello stesso luogo, così che i due si possano finalmente riconciliare.
Perché come scrisse Freud nell’ “Interpretazione dei sogni” : «la morte del padre è la perdita più decisiva nella vita di un uomo». Secondo lui infatti, il padre rappresenta un'autorità e un oggetto di desiderio ambivalente per il bambino: da un lato è simbolo di controllo e di legge, dall’altro una figura che stimola il desiderio di indipendenza e di affermazione del sé. Trovare un padre e perderlo sono però due facce della stessa medaglia, un padre ha sempre da esserci e il figlio lo cercherà sempre.
PALLANTE ED EVANDRO
Il rapporto padre-figlio tra Pallante e Evandro, come descritto nell'Eneide di Virgilio, è intriso di un forte senso di pietas, un valore centrale nell'epica latina. In questo contesto, la pietas è non solo il rispetto verso gli dèi, ma anche l'obbligo di onorare i legami familiari, e dunque il rapporto tra Pallante ed Evandro è fondato su un legame profondo di amore, rispetto e dovere verso la famiglia e la patria.
Il Ruolo di Evandro
Evandro è il re degli Arcadi e padre di Pallante. Il suo rapporto con il figlio è rappresentato dalla figura del paterfamilias, che non è solo una figura di autorità, ma anche di guida e protezione. In Eneide 8, Evandro accoglie Enea e lo aiuta a formare alleanze per la guerra contro i Latini. Tuttavia, Evandro è anche un padre che si preoccupa per la sicurezza e il futuro del figlio. Un esempio della pietas di Evandro si trova nel suo discorso con Enea: "Tu, giovane, mio figlio, risplendi della mia stessa luce e porti il nome di colui che mi ha preceduto" (Aeneis, 8.517-518). Evandro, pur nel suo ruolo di re e guerriero, mostra una grande umanità nel voler trasmettere al figlio il senso di continuità e responsabilità.
Pallante e il Sacrificio
Pallante, dal canto suo, rappresenta il giovane che si sta preparando a entrare nel mondo degli adulti e dei guerrieri. La sua morte nella battaglia è uno dei momenti più strazianti dell' Eneide, ed è una scena che evidenzia la tragica tensione tra il dovere verso la patria e il legame familiare. Quando Pallante muore, Evandro reagisce con grande dolore, ma allo stesso tempo, la sua morte è anche vista come una parte integrante del cammino di Enea verso il compimento del suo destino. La morte di Pallante è simbolica del sacrificio necessario per la realizzazione del destino della stirpe troiana.
Il dolore di Evandro per la morte del figlio è espresso in modo struggente nei seguenti versi: "Oh, quanto fiero è il dolore che il mio cuore ha provato per la morte di Pallante! Un figlio che io amavo più di ogni altra cosa" (Aeneis, 10.733-735). Qui, la sofferenza di Evandro non è solo quella di un padre che perde un figlio, ma anche quella di un uomo che vede la propria speranza e il proprio futuro spezzati in modo prematuro.
La Pietas e il Dovere
Il sacrificio di Pallante per la causa di Enea e la sua morte eroica mettono in risalto il concetto di pietas non solo come rispetto verso gli dèi, ma anche come lealtà verso la famiglia, la patria e il dovere. L’amore paterno di Evandro per Pallante non gli impedisce di vedere il valore del sacrificio che il figlio fa per il futuro di Roma. La morte di Pallante, pur essendo un lutto profondo, non indebolisce il suo impegno, ma lo rafforza. La sua pietas, dunque, è anche quella di un uomo che accetta il destino con una forza che va oltre il dolore personale.
Possiamo quindi affermare che il rapporto tra Pallante e Evandro nell' Eneide è un esempio di come i legami familiari si intrecciano con i temi della guerra, del sacrificio e del destino. Evandro è un padre che ama il figlio e, pur nel dolore per la sua morte, riconosce il significato di quel sacrificio per la grandezza di Roma, un tema che rimanda alla centralità del concetto di pietas nella cultura romana.