Breve riassunto del libro
Nel X libro si assisterà agli sviluppi della guerra e della relativa battaglia tra latini e troiani.
Il libro si apre con un concilio degli dèi convocato da Giove, che, essendo la divinità più importante, prende subito la parola e si rivolge a tutti gli altri dèi. Giove ricorda di aver espressamente proibito di ostacolare i Troiani nel loro cammino. Solo in un futuro, quando Cartagine minaccerà le mura di Roma, ci sarà spazio per la guerra e le battaglie tra gli dèi. Fino a quel momento, ordina che regni la pace tra le due fazioni in conflitto. Venere, madre di Enea, interviene e si stupisce del fatto che, nonostante gli ordini di Giove, la situazione stia prendendo una piega diversa. Infatti, Turno continua a infliggere danni sul campo di battaglia, Enea è lontano e Ascanio è rimasto solo a difendere la posizione. Perciò Venere, preoccupata, prega Giove di intervenire e salvare almeno il giovane Ascanio da tutto quel caos che si sta scatenando.
Giunone prende parola sostenendo il fatto che nessuno abbia costretto Enea a dichiarare guerra ai Latini, né a depredarli delle loro terre. A nessuno è stato imposto di abbandonare il campo e lasciare suo figlio Ascanio a difendere la posizione. Inoltre, rinfaccia a Venere di essere stata lei stessa la causa di tutto, proteggendo Paride quando rapì Elena a Sparta, provocando così la guerra di Troia e tutte le sue terribili conseguenze. Giove, concludendo la riunione tra gli dèi, afferma che non favorirà né i Troiani né i Rutuli: la vittoria o la sconfitta dipenderanno solo dal valore delle armi, e chiudendo così il concilio degli dèi.
Nel frattempo, i Rutuli stanno massacrando i Troiani sul campo di battaglia, che si difendono come possono, lanciando frecce, lance, massi e pietre. Enea, intanto, arriva dal re etrusco Tarconte, dal quale, secondo la tradizione, discenderanno poi i Tarquini. Racconta al re della situazione e della forza di Turno, e i due stringono un'alleanza.
Ora che Enea ha trovato finalmente un condottiero, come era stato previsto dall'oracolo, l'esercito etrusco è pronto a partire per combattere contro il tiranno Mezenzio. Tarconte parte con mille soldati, ai quali si aggiungono altri guerrieri provenienti da Populonia, Chiusi e l'Elba. Riusciti a formare un esercito abbastanza numeroso, si preparano a contrastare i Rutuli e i Latini salpando su 30 navi per andare in aiuto dei Troiani.
A metà percorso, mentre Enea naviga, appaiono in mare le ninfe che Cibele aveva trasformato da navi in dee marine. Una di esse, danzando attorno alla sua nave, si avvicina e rivela la loro identità: un tempo erano infatti i pini del Monte Ida, quelli dai quali lui aveva tratto le navi per fuggire da Troia. Cibele, per salvarle, le aveva trasformate in queste divinità marine. La ninfa avvisa il capitano che deve affrettarsi a tornare, poiché il giovane Ascanio è rimasto da solo a combattere contro i Rutuli. Dopo aver ricevuto questo avviso e assistito al prodigio, Enea si sente rinvigorito e ordina di accelerare il viaggio.
La notte passa, e al mattino seguente Enea prepara i suoi uomini al combattimento. Quando giungono in vista dell'accampamento assediato, i Troiani vedono le navi in loro soccorso e lanciano un potente grido di esultanza. I nemici, sentendo il grido, si domandano cosa stia accadendo. Vedendo anche loro le navi arrivare, il loro comandante decide immediatamente di affrontare i nuovi arrivati prima che possano sbarcare. Inizia a pianificare chi portare con sé per l’attacco e chi lasciare a presidiare l'accampamento.
Nel frattempo, Enea sbarca, ma la nave di un suo alleato si incaglia su uno scoglio e l'intero equipaggio finisce in mare. Il condottiero nemico, vedendo questo, lancia subito l'attacco contro i nuovi arrivati. Enea, intanto, si getta nella mischia e, per cominciare, uccide un gigantesco avversario. Un altro alleato, vedendo la ritirata dei suoi compagni, li rincuora dicendo che gli avversari non sono immortali, ma uomini come loro, e li sprona a combattere. Si getta anche lui nel combattimento, abbattendo numerosi nemici. Tuttavia, molti soldati di entrambe le fazioni cadono durante il combattimento.
A un certo punto, un giovane avversario, figlio di un tiranno, si trova di fronte all'alleato di Enea. Ma Giove, conoscendo il destino di entrambi, impedisce che tra loro avvenga un duello, poiché è già scritto che entrambi moriranno per mano di guerrieri più forti. Una ninfa va ad avvertire il comandante nemico, che cambia subito direzione e si getta alla ricerca dell'eroe alleato.
Quest'ultimo, vedendo l'arrivo del suo avversario, si preoccupa della sua forza, ma si consola pensando che, sia che riesca a ucciderlo, sia che muoia per mano sua, quella morte sarà comunque onorevole. Prima di affrontare il nemico, invoca l'aiuto di un altro eroe, sperando che possa aiutarlo a prevalere. Ma l'eroe invocato, invece di rispondere, piange, consapevole del destino che lo attende. Giove, vedendo il dolore dell’altro dio, lo rincuora, dicendogli che ormai è giunto l’ultimo giorno di vita per entrambi: il loro destino è ormai segnato.
Inizia il duello fra Pallante e Turno, Pallante scaglia per primo la sua lancia, riuscendo a traforare lo scudo di Turno e a colpirlo superficialmente alla spalla. Tuttavia, la ferita non è grave perciò l'avversario risponde lanciando la propria lancia lancia più potente la quale trapassa lo scudo di Pallante perforando la corazza e ferendolo mortalmente al petto. Pallante, pur riuscendo a liberarsi dalla lancia, soccombe poco dopo.
Turno, una volta abbattuto l’avversario, si avvicina al corpo di Pallante e concede ai Troiani di seppellirlo, ma non prima di aver strappato dal cadavere la preziosa cintura, adornata con oro massiccio, che Pallante indossava. Questo balteo diventerà un simbolo della sua vittoria, ma anche la causa della sua fine.
Nel frattempo, i guerrieri portano il corpo di Pallante sullo scudo e si dirigono ad informare Enea. Furioso per la morte del giovane, si lancia alla ricerca di Turno, abbattendo chiunque gli si ponga davanti mentre i Troiani, assediati, tentano una sortita guidati da Ascanio e da altri giovani.
Giunone, preoccupata per il destino di Turno, invia sul campo di battaglia un fantasma che assume le sembianze e la voce di Enea. Il fantasma provoca Turno e lo sfida, ma subito dopo fugge, attirando l’inseguimento del rutulo. Il fantasma si rifugia su una nave ancorata alla riva, ma Giunone, tagliando la corda della nave, la fa prendere dal vento e allontanare, mentre il fantasma svanisce nel cielo. Turno, frustrato, si sente disonorato per aver lasciato il campo di battaglia, ma la dea riesce a calmarlo, impedendogli di farsi del male.
Nel frattempo, la nave sospinta dai venti approda nella terra di Dauno, il padre di Turno. Sul campo di battaglia, Mezenzio, istigato da Giove, scende in guerra contro i Troiani, tradendo la promessa di non intervenire. Con la sua forza e abilità, uccide molti nemici, ma gli Etruschi, riconoscendolo, accorrono per vendicarlo. Mezenzio, pur gravemente ferito, si prepara a combattere Enea, scagliando una lancia contro di lui. Tuttavia, Enea riesce a deviarla, facendola colpire un altro guerriero, Antore. Scaglia poi Enea la sua lancia che trapassa lo scudo e lo ferisce all'inguine. Dopodiché si avvicina con la spada in pugno per finirlo ma interviene il figlio di Mezenzio, Lauso, il quale protegge con suo scudo il padre affinché riesca a ritirarsi, protetto da altri guerrieri che scagliano frecce contro Enea. Enea però con la sua spada uccide Lauso.
Mezenzio, che si stava lavando le ferite, vede arrivare suo figlio Lauso trasportato dai soldati, adagiato sullo scudo e, benché molto indebolito e sofferente per la ferita ricevuta, Mezenzio ordina che gli venga portato il suo cavallo. Dopo essergli montato in groppa si dirige contro Enea. Girando l'intorno scaglia contro l'eroe troiano tre lance, il quale riesce a pararle tutte. In seguito Enea, spazientito dalla zuffa presente intorno a lui, si avvicina al cavallo di Mezenzio e con un colpo della sua lancia lo colpisce alla tempia.
Il cavallo ferito si impenna, disarcionando Mezenzio. Enea allora si avvicina al suo avversario con la spada in pugno per finirlo, ma Mezenzio, con l'ultimo fiato che gli restava in gola, chiede a Enea di sottrarlo almeno al furore degli etruschi anche se non gli avrebbe risparmiato la vita e di fare in modo che venga sepolto nella stessa tomba di suo figlio Lauso. Enea, ascoltata questa richiesta, fa cadere inesorabilmente la sua spada sul collo di Mezenzio.