Nell'Eneide Virgiliana, Enea incarna l'eroe del destino, costretto a compiere atti di guerra e sacrificio per portare avanti la sua missione: fondare una nuova città. Tuttavia, la sua figura non è quella di un eroe privo di dubbi e conflitti interiori; egli è spesso tormentato dal dovere verso gli dei e il suo popolo, che lo porta a compiere azioni dolorose e, talvolta, sanguinose.
Nel Libro X, la lotta contro i suoi nemici, come Mezenzio e Lauso, e la morte di quest'ultimo, lo pongono di fronte alla realtà del destino che è chiamato a seguire, nonostante il dolore e le sofferenze che comporta. La morte di Lauso, in particolare, lo costringe a confrontarsi con la giovinezza sacrificata nella guerra e con il peso delle sue azioni, che sono spesso necessarie ma terribili. Il sacrificio dei giovani eroi, come Lauso, rispecchia il sacrificio che Enea stesso è costretto a fare per la salvezza dei suoi compagni.
Virgilio gioca anche sull'astuzia della figura dell'eroe e in questo caso sotto diversi aspetti: non solo il protagonista è rappresentato come la figura di verosimiglianza di Odisseo, intelligente e scaltro, ma è anche rappresentato come fantasma, il fantasma ingannevole che reca danno all'onore di Turno in battaglia in quanto costretto ad allontanarsi dallo scontro vero e proprio. L'autore ci riporta l'ennesima dimostrazione della versatilità di Enea, anche quando non è lui stesso in prima persona ad applicarsi.
Versi 636-646: il fantasma di Enea
Tum dea nube cava tenuem sine viribus umbram
in faciem Aeneae (visu mirabile monstrum)
Dardaniis ornat telis, clipeumque iubasque
divini adsimulat capitis, dat inania verba,
dat sine mente sonum gressusque effingit euntis, 640
morte obita qualis fama est volitare figuras
aut quae sopitos deludunt somnia sensus.
At primas laeta ante acies exsultat imago
inritatque virum telis et voce lacessit.
instat cui Turnus stridentemque eminus hastam 645
conicit; illa dato vertit vestigia tergo.
Traduzione
Poi la dea, da nube cava, invia un’ombra sottile senza forze
sul volto di Enea (un mostro straordinario da vedere),
lo adorna con le armi dei Dardani, e simula con scudo e corona
l’aspetto di una testa divina, dà parole vuote,
dà suono senza mente e modella i passi di chi cammina, 640
come si dice che, dopo la morte, l’anima vaga in figure
o che inganna i sensi addormentati con sogni.
Ma avanti le prime schiere salta felice l’immagine
e incita l’uomo con le armi e lo provoca con voce.
A lui Turno si avvicina e da lontano lancia una lancia 645
che fischia; essa, colpita, gira e lascia traccia sul dorso.
Nel Libro X dell'Eneide, Virgilio grazie alla sua sensibilità umana, dipinge un Enea molto più complesso e sfaccettato rispetto ai libri precedenti, con un’accelerazione della sua evoluzione da eroe pio e giusto a figura tragica, costretta a confrontarsi con il dolore e la violenza della guerra. In questo libro, Enea è descritto come un condottiero che, pur essendo consapevole della sua missione divina e del destino che lo guida, deve affrontare la brutalità del conflitto e la morte dei suoi compagni e alleati. Il Libro X inizia con il consiglio degli dèi convocato da Giove. Il dio supremo, di fronte alla brutalità della guerra e alle richieste di Venere di proteggere il figlio Enea, decide di non intervenire direttamente nel conflitto, lasciando che gli eventi seguano il proprio corso. La sua decisione riflette un tema centrale nell’opera: il destino. Gli dèi non sono più i protagonisti attivi che determinano il risultato delle battaglie, ma piuttosto spettatori che vedono il piano divino realizzarsi attraverso la determinazione e la sofferenza degli esseri umani. Enea, quindi, è ancora una volta l'eroe del destino che deve compiere la sua missione nonostante le difficoltà.
Inizialmente, infatti, Enea viene definito all’inizio “ignaro”.
VERG. Aen. 10, 25: Aeneas ignarus abest. numquamne leuari
VERG. Aen. 10, 85: Aeneas ignarus abest": ignarus et absit
Il ritorno di Enea in battaglia con le armi di Vulcano, e insieme a Pallante, corrisponde al ritorno di Achille con le armi di Efesto in battaglia alla fine di Iliade XIX, ma il punto cruciale è che Achille torna in battaglia perché ha perso Patroclo; Enea, invece, torna in battaglia insieme a quello che presto si rivelerà essere il suo Patroclo, Pallante.
Il breve catalogo degli alleati etruschi di Enea in X 163-214 corrisponde da un lato al più breve catalogo delle forze terrestri troiane che segue al lungo catalogo delle navi greche in Iliade II (riprodotto nel lungo catalogo degli alleati italici alla fine di Aen. VII), ma dall'altro lato corrisponde al breve catalogo dei Mirmidoni in Iliade XVI 168-197, che, come quello degli Etruschi, descrive i rinforzi che giungono alla parte che risulterà poi vincitrice in un momento più tardo della battaglia e in un momento cruciale.
Questo sottolinea il fatto che l'arrivo di Enea e Pallante replica non solo il ritorno di Achille in battaglia in Iliade XIX-XX, ma anche, al tempo stesso, l'arrivo in battaglia di Patroclo, con le armi di Achille, e accompagnato dai Mirmidoni, in Iliade XVI.
La morte di Pallante, giovane alleato di Enea e figlio di Evandro, è l’evento che segna la trasformazione di Enea in una figura molto più violenta e meno riflessiva. Quando Pallante viene ucciso da Turno, Enea, pur distrutto dal dolore, sente il peso della vendetta, come la morte di Patroclo aveva scatenato il furore di Achille. La sua reazione alla morte di Pallante è uno degli episodi più drammatici e significativi del poema, poiché segna il passaggio da un eroe più misurato e compassionevole a uno che, pur mosso dalla pietas, non esita a scatenare tutta la sua ira sul campo di battaglia. Dopo la morte di Pallante, Enea affronta i suoi nemici con una furia cieca, quasi come un'entità distruttiva. Dopo l’uccisione di Pallante vi è il dovere di vendicarlo, una pietas che nasce dalla fides (10, 517 dextraeque datae) e scatena il suo furor. Per decifrarla non si può prescindere dall’ethos di Turno come lo costruisce Virgilio su una gamma di connotazioni psichiche, la superbia, l’audacia, la violentia che convergono nel “comportamento di chi pone in se stesso la misura del valore”, in antitesi alla pietas di Enea. Soprattutto non si può prescindere dal diverso comportamento dei due eroi verso le loro giovani vittime, Lauso e Pallante in quel simmetrico duello del libro X. Mentre Enea fa di tutto per evitare l’impari scontro con Lauso in cui vede un riflesso della sua pietas in patrem e una volta abbattutolo lo solleva da terra con un gesto paterno, Turno cerca Pallante e ne calca il cadavere.
Si scoprono così all’interno del testo similitudini e parole ricorrenti.
Sono significative a tal riguardo due similitudini:
Aegaeon qualis centum cui bracchia dicunt
centenasque manus, quinquaginta oribus ignem
pectoribusque arsisse, (565 -569)
alia per campos edebat funera ductor
Dardanius torrentis aquae vel turbinis atri chiasmo
more furens (602 – 604)
Enea viene così paragonato a Egeone, gigante Briareo a cui si attribuiscono cento braccia e cento mani, che arse fuoco dal petto attraverso cinquanta bocche e a un torrente d’acqua o a un vortice nero.
Ricorrono anche i termini "ardente", "victor", "furit", "magni".
VERG. Aen. 10, 552
Obuius ardenti sese obtulit. ille reducta
VERG. Aen. 10, 409
Ille sedens uictor flammas despectat ouantis:
VERG. Aen. 10, 569
Sic toto Aeneas desaeuit in aequore uictor
VERG. Aen. 10, 602
Talia per campos edebat funera ductor
VERG. Aen. 10, 740
Victor, nec longum laetabere; te quoque fata
VERG. Aen. 10, 859
Hoc solamen erat, bellis hoc uictor abibat
VERG. Aen. 10, 862
Viximus. aut hodie uictor spolia illa cruenti
VERG. Aen. 10, 545
Dardanides contra furit. Anxuris ense sinistram
VERG. Aen. 10, 802
Missilibus. furit Aeneas tectusque tenet se.
VERG. Aen. 10, 437
Haud tamen inter se magni regnator Olympi;
Si osserva come ricorre il termine “sangue” in diverse forme. Il termine sanguine ricorre ai v. 24-487-520-617-787-819-832. Il termine cruor ricorre ai versi 349,728,909. Cruor indica propriamente il sangue sparso, che sgorga da una ferita. Tale termine ha una forte iconicità visiva e uditiva dovuta anche alla presenza della rotata in sillaba radicale e ricorre in contesti altamente drammatici.
VERG. Aen. 10, 787
Aeneas uiso Tyrrheni sanguine laetus
VERG. Aen. 10, 832
Sanguine turpantem comptos de more capillos.
Una delle caratteristiche che distingue Enea dagli altri eroi epici, e che Virgilio continua a sottolineare in modo evidente, è la sua pietà (pietas): un sentimento che lo lega alla sua missione, alla sua famiglia e agli dèi. Come suggerito dall’Enciclopedia Virgiliana, con il termine “pietas” si fa riferimento al senso del dovere, all’affettività, ai destinatari che sono sia dei che uomini e alla reciprocità. Tuttavia, nel Libro X, la pietas viene messa alla prova dalla brutalità del conflitto. Quando Enea uccide Mesenzio, un altro condottiero nemico, il suo gesto non è privo di crudeltà, ma quando Lauso, il figlio di Mesenzio, affronta Enea in battaglia, il nostro eroe mostra un lato più umano: si ferma un attimo per rattristarsi alla vista della morte di un giovane combattente che, pur essendo nemico, combatte con onore e coraggio. Nonostante ciò, Enea non esita a uccidere anche Lauso, senza poter fermare il corso della guerra che, purtroppo, lo rende una figura tragica.
VERG. Aen. 10, 591
Quem pius Aeneas dictis affatur amaris:
VERG. Aen. 10, 783
Tum pius Aeneas hastam iacit; illa per orbem
In questo caso Enea viene definito “pius” anche in contrapposizione alla figura di Mesenzio che riveste Lauso con le armi di Enea, rivendicando di riconoscere per unico dio la sua lancia. L’empietà ben si riconosce infatti nelle blasfeme parole "Dextra mihi deus et telum".
VERG. Aen. 10, 826
Quid pius Aeneas tanta dabit indole dignum?
In quest’ultimo caso l’epiteto è contestualmente motivato sia dalla compassione (v. 825 miserande puer, un vocativo che sigla tante morti di giovani), sia dalla giustizia di chi sa rendere onore al morto, in contrasto a distanza col “superbo” comportamento di Turno (vv. 490 ss.) che aveva calcato e spogliato il corpo di Pallante.
Si noti inoltre che il verso "et mentem patriae subiit pietatis imago" è parzialmente identico a IX 294, dove lulo pensa a Enea lontano: «e dell'amore paterno gli strinse il cuore l'immagine» ("atque animum patriae strinxit pietatis imago"); sembra tuttavia nel giusto Traina secondo cui qui, in primo luogo, ci si riferisce a Enea, preso da un soprassalto di amore paterno. Contemporaneamente, il poeta lascia che il lettore pensi alla proverbiale pietas (filiale) di Enea verso Anchise, perché un altro segmento del v. 824 si sovrappone a II 560, dove a Enea torna in mente il padre in pericolo ("obstipui: subit cari genitoris imago"):
«mi sgomentai, mi affiorò del caro mio padre l'immagine»; non a caso al v. 822 Enea è chiamato in causa come Anchisiades.
È ineliminabile dalla rosa delle evocazioni anche la pietas che, in quanto padre, Enea prova nei riguardi di Ascanio, la cui giovanile figura egli può intravedere dietro quella di Làuso appena morto; tanto piú che egli proviene dal violento impatto emotivo con l'analoga morte di Pallante. Anche la restituzione del corpo di Làuso avviene con una espressione che evoca l'ambito familiare e i riti di pietas verso i cari defunti: Làuso è reso ai Manes dei suoi «padri» perché possa essere sepolto con loro e il ricorrere dell'identico verbo remitto sottolinea la radicale opposizione fra questo atteggiamento di Enea e la tracotanza di Turno verso il corpo di Pallante al v. 492.
Gli antagonisti di Enea possiedono infatti solo una pietas parziale; solo in Enea la pietas si realizza nella totalità dei suoi aspetti, in "propinquos", in "socios", in "patriam", in "deos". La pietas di Enea risulta essere dunque l’esito vittorioso di un conflitto interiore tra le varie dimensioni della pietas stessa.
Servio Mario Onorato fu uno studioso latino del IV-V secolo d.C. noto per la sua opera, oggi pervenuta per la maggior parte, dedicata allo studio e al commento dell'Eneide. Gli spunti che offre sono assai interessanti in quanto forniscono un aiuto per la maggiore comprensione e interpretazione di passi o versi degli scritti virgiliani.
Vengono sotto riportati i passi più significativi che riguardano la figura di Enea.
[25] AENEAS IGNARUS ABEST ne merito videatur pati: neque enim potest videri fecisse bellum qui factum esse ignorat: aut hoc ipso miserabilis, quia ignarus †excessus.
[25] È LONTANO E IGNARO ENEA affinché non sembri soffrire immeritatamente: e infatti non può sembrare aver fatto guerra chi non sa che sia stata fatta; oppure è miserabile proprio per questo motivo, perché ignaro del †trapasso.
[48] AENEAS SANE quidam 'sane' pro valde accipiunt, ut Cicero pro Quinctio "sane ceterarum rerum pater familias et prudens et attentus".
[48] QUANTO AENEA alcuni interpretano 'sane' come 'molto', come Cicerone in Pro Quinctio: 'Certamente, per quanto riguarda le altre questioni, il padre di famiglia era molto prudente e attento'.
[65] AENEAN HOMINUM QUISQUAM DIVUMQUE S. ad illud "quae superi manesque dabant". et celans quae facta sunt ea quae non sunt facta, commemorat: nam non Aeneas, sed Turnus Iunonis instinctu bella commovit. utitur autem replicatione rerum obiectarum; post enim sequitur resolutio.
[65] FORSE CHE ENEA QUALCUNO FRA UOMINI E DEI HA MAI COSTRETTO Riguardo a quel 'ciò che gli dèi superiori e i Mani concedevano'. e nascondendo la verità menziona ciò che è e non è stato compiuto: infatti, non fu Enea, ma Turno, sotto l'istigazione di Giunone, a scatenare le guerre. Tuttavia, utilizza una ripetizione delle questioni sollevate; dopo, segue infatti una risoluzione.
[147] MEDIA AENEAS FRETA NOCTE SECABAT aut 'media nocte', aut 'freta media'.
[147] A METÀ DELLA NOTTE ENEA I FLUTTI FENDEVA o 'a metà della notte' o 'i mari centrali
[228] VIGILASNE DEUM GENS AENEA VIGILA verba sunt sacrorum; nam virgines Vestae certa die ibant ad regem sacrorum et dicebant 'vigilasne rex? vigila'. quod Vergilius iure dat Aeneae, quasi et regi et quem ubique et pontificem et sacrorum inducit peritum. et bene primo interrogat, deinde quod vigilat, approbat. 'deum' autem 'gens' propter "dis genite" et "geniture deos".
[228] VEGLI TU, STIRPE DEI NUMI? O ENEA, CONTINUA A VEGLIARE Sono parole sacre; infatti, le vergini Vestali in un giorno stabilito si recavano dal re dei riti sacri e dicevano: 'Vegli, o re? Veglia!'. Questo Virgilio lo attribuisce giustamente ad Enea, quasi fosse sia un re sia colui che, ovunque, appare come pontefice ed esperto di sacri riti. E bene prima chiede, poi approva che egli vegli. 'La stirpe dei dèi', invece, si riferisce a 'nato dagli dèi' e 'destinato a generare dèi’
[661] ILLUM AUTEM AENEAS ABSENTEM IN PROELIA POSCIT sic melius, quam sicut non nulli volunt — Urbanus namque sic legit — 'ille autem Aenean absentem in proelia poscit', ut 'obvia multa virum dat corpora morti' de nautis in navi inventis intellegamus. quod non procedit; nam absens dicitur qui recedit: quod nunc Turno congruit, non Aeneae qui interest proeliis. 'ille autem Aenean' legunt, †quo si ita est quia Aeneas 'multa virum demittit corpora morti'.
[661] E, DAL SUO CANTO, ENEA INVOCA A BATTAGLIA LUI, ASSENTE È preferibile (interpretare il testo) così, piuttosto che come vogliono alcuni — infatti Urbanus legge così — 'ma quello richiede Aenea assente nei combattimenti', come interpretiamo 'offre molti corpi di uomini alla morte' riguardo ai marinai trovati sulla nave. Questa spiegazione però non regge; infatti, si dice assente colui che si allontana: cosa che ora si adatta a Turno, non ad Enea, che è presente nei combattimenti. Alcuni leggono 'ma quello Aenea', †se è così, poiché Enea 'manda molti corpi di uomini alla morte'.
[802] FURIT AENEAS dolore scilicet, quod sibi Mezentius esset ereptus. et est integrum: quamquam furit, tenet se tamen.
[802] ENEA FURENTE SI TIENE COPERTO per il dolore certamente, dato che Mesenzio gli era stato strappato via. E mantiene il controllo: nonostante sia furioso, si trattiene comunque.
[826] PIUS AENEAS TANTA DABIT INDOLE DIGNUM propter vitandam adrogantiam tertia persona usus est, ut "et quisquam numen Iunonis adoret?". 'indoles' autem est proprie imago quaedam virtutis futurae.
[826] COSA PUÒ DARTI IL PIO ENEA, DI ADEGUATO A UNA TALE GRANDEZZA proprio per evitare l’arroganza viene usata la terza persona, come in “e qualcuno adora forse la divinità di Giunone?”. 'Indole', inoltre, è propriamente l’immagine di una certa virtù futura.
RIFERIMENTI ALLA FIGURA DI ENEA A SCENI A LUI ATTINENTI
Alla notizia della morte di Pallante, che all’interno dell’opera ricopre lo stesso ruolo l'uccisione di Patroclo nell'Iliade, Enea si lancia in una strage furibonda e fa prigionieri otto giovani da sacrificare sul rogo di Pallante. Questa scena è tratta dall’Iliade, quando Achille cattura e massacra dodici nobili giovani sulla pira di Patroclo.
Iliade XXI v. 26-33
ὃ δ' ἐπεὶ κάμε χεῖρας ἐναίρων, 26
ζωοὺς ἐκ ποταμοῖο δυώδεκα λέξατο κούρους
ποινὴν Πατρόκλοιο Μενοιτιάδαο θανόντος·
τοὺς ἐξῆγε θύραζε τεθηπότας ἠΰτε νεβρούς,
δῆσε δ' ὀπίσσω χεῖρας ἐϋτμήτοισιν ἱμᾶσι, 30
τοὺς αὐτοὶ φορέεσκον ἐπὶ στρεπτοῖσι χιτῶσι,
δῶκε δ' ἑταίροισιν κατάγειν κοίλας ἐπὶ νῆας.
αὐτὰρ ὃ ἂψ ἐπόρουσε δαϊζέμεναι μενεαίνων.
Or, poi ch’egli le mani
ebbe di strage stanche, dai vortici dodici trasse
giovani vivi, che il fio pagasser di Pàtroclo spento.
Fuori dall’acqua, come cerbiatti sgomenti, li trasse,
e dietro il dorso a tutti le mani avvinghiò con le cinghie
ch’essi portavan, polite, sovresse le tuniche molli:
quindi li diede ai compagni, che sopra le navi ricurve
li conducessero. Ed egli proruppe di nuovo alla strage.
trad. Ettore Romagnoli
L’aristia di Enea inizia con l’uccisione di Meone, uno dei sette figli di Forco: il combattimento fianco a fianco da parte di uno stuolo numeroso di fratelli realizza un motivo epico presente anche nel XII libro dell’Eneide.
Eneide XII, v. 270-275
Hasta volans, ut forte novem pulcherrima fratrum 270
corpora constiterant contra, quos fida crearat
una tot Arcadio coniunx Tyrrhena Gylippo,
horum unum ad medium, teritur qua subtilis alvo
balteus et laterum iuncturas fibula mordet,
egregium forma iuvenem et fulgentibus armis 275
transadigit costas fulvaque effundit arena.
At fratres animosa phalanx accensaque luctu
pars gladios stringunt manibus, pars missile ferrum
corripiunt caecique ruunt.
L’ asta volò: di nove fratelli gli splendidi corpi
stavano saldi per caso di fronte, che tutti una sola
sposa tirrena, fedele, a Gilippo l’àrcade diede;
uno di loro alla vita, là dove del bàlteo strofinano
le fibre il ventre, e una fibbia morde e congiunge i due capi,
un giovinetto splendente in bellezza e per fulgide armi,
nel costato trafigge, e alla fulva rena lo rende.
E i fratelli, falange animosa e accesa dal lutto,
in parte impugnano il gladio, in parte ferro da lancio
e alla cieca rovinano.
trad. Alessandro Fo
Nella sofferenza di Rebo, il cavallo di Mezenzio, che partecipa al dolore per la morte di Lauso, i commentatori, a partire da Servio, scorgono un riferimento a Omero, in cui sono frequenti i cenni alla sofferenza degli animali e addirittura i discorsi fra gli uomini e i loro animali.
Odissea IX v. v.446-455
τὸν δ' ἐπιμασσάμενος προσέφη κρατερὸς Πολύφημος·
- 'κριὲ πέπον, τί μοι ὧδε διὰ σπέος ἔσσυο μήλων
ὕστατος; οὔ τι πάρος γε λελειμμένος ἔρχεαι οἰῶν,
ἀλλὰ πολὺ πρῶτος νέμεαι τέρεν' ἄνθεα ποίης
μακρὰ βιβάς, πρῶτος δὲ ῥοὰς ποταμῶν ἀφικάνεις, 450
πρῶτος δὲ σταθμόνδε λιλαίεαι ἀπονέεσθαι
ἑσπέριος, νῦν αὖτε πανύστατος. ἦ σύ γ' ἄνακτος
ὀφθαλμὸν ποθέεις; τὸν ἀνὴρ κακὸς ἐξαλάωσε
σὺν λυγροῖσ' ἑτάροισι, δαμασσάμενος φρένας οἴνῳ,
Οὖτις 455
E Polifemo possente, cosí, palpandolo, disse:
«Pigro montone, com’è che ti lanci per ultimo fuori
della caverna? Sinora tu indietro restar non solevi,
anzi tu, primo primo di tutti, il fior molle de l’erba
a pascolare, a gran salti, correvi, tu primo giungevi
alle correnti dei fiumi, tu a vespero primo bramavi
fare alle stalle ritorno. Ed ora sei l’ultimo. Piangi
l’occhio del tuo signore? Ridotto m’ha cieco un infame,
coi suoi compagni tristi, che il senno mi tolse col vino:
Nessuno
trad. Ettore Romagnoli
Iliade XVII . v. 433-440
ἀλλ᾽ ὥς τε στήλη μένει ἔμπεδον, ἥ τ᾽ ἐπὶ τύμβῳ
ἀνέρος ἑστήκῃ τεθνηότος ἠὲ γυναικός,
ὣς μένον ἀσφαλέως περικαλλέα δίφρον ἔχοντες 435
οὔδει ἐνισκίμψαντε καρήατα: δάκρυα δέ σφι
θερμὰ κατὰ βλεφάρων χαμάδις ῥέε μυρομένοισιν
ἡνιόχοιο πόθῳ: θαλερὴ δ᾽ ἐμιαίνετο χαίτη
ζεύγλης ἐξεριποῦσα παρὰ ζυγὸν ἀμφοτέρωθεν. 440
Ma, come ferma sta colonna, che sopra una tomba
sorge diritta, d’un uomo defunto, di donna defunta,
saldi essi stavano, immoto reggendo il bellissimo carro,
figgendo al suol recline le teste; e scorrevano a terra
lagrime calde, dai cigli: per brama del loro signore
piangeano; e s’imbrattava al suolo la folta criniera,
giú dal collare effusa, da un lato e dall’altro del giogo.
trad. Ettore Romagnoli
Riguardo a questo popolo abbiamo diverse informazioni ma molte altre rimangono oscure , a causa della difficoltà a tradurre la loro scrittura. Una fonte riguardante essa da considerare è una stele rinvenuta a Perugia chiamata “Cippo Perugino”, la quale illustra la spartizione dei confini effettuata da delle famiglie. Gli etruschi sono contemplati anche per il trattamento che riservavano alle donne. Per analizzate meglio questo aspetto abbiamo a nostra disposizione un’antica leggenda. Una principessa etrusca si innamorò di un bellissimo giovane solo vedendolo passare per strada, questo ci fa capire quanto esse potessero combattere per ottenere ciò che desideravano. Molto spesso sapevano anche leggere e scrivere. Anche gli schiavi venivano trattati in modo molto più umano, ad esempio possedevano in abitazione dignitosa e molto spesso nei dipinti venivano rappresentati in abiti raffinati. Gli etruschi hanno preso anche parte alla storia di Roma poiché gli ultimi re sono stati Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il superbo. Ma non finisce qui, gli etruschi erano anche un popolo guerriero, la loro vittoria principale è avvenuta nel 540 a.C. ad Aleria contro i focesi nell’attuale Francia.
La presenza degli Etruschi nell’Eneide è molto importante, soprattutto nel momento della loro alleanza con Enea, il quale aveva bisogno di un esercito. In sogno gli apparirà infatti il dio Tiberio che gli ordinerà di allearsi con il principe Evandro. Dopo essersi recato dal principe, verrà inviato da Tarconte, principe degli Etruschi, già pronto all’attacco contro Turno e il Rutuli.
La nascita di questo popolo è incerta e abbiamo diverse teorie sulla loro origine. Nell’Eneide gli Etruschi rappresentano la “Gens Lidia”: secondo Erodoto, il luogo di provenienza di questa popolazione era la Lidia (attuale Turchia) collocata nell’est dell’Asia minore e Virgilio, autore dell’Eneide, sembra voler sposare questa idea e decide quindi di inserirla nel suo Poema. Dionigi di Alicarnasso, storico greco, ritiene che siano invece originari dall’Italia, dato che hanno lingua e cultura diversa da tutti gli altri popoli: ad esempio le donne sono ammesse ai banchetti, cosa che non avviene nelle altre popolazioni. I romani hanno ereditato molte tradizioni degli Etruschi, come la divinazione e le tecniche aruspicine.
Gli Etruschi sono eredi continuatori della civiltà Villanoviana. Il nome degli Etruschi deriva da diversi termini già utilizzati da altre civiltà antiche per designare questo popolo. Erodoto riporta la forma Tyrsenoi, un termine greco che deriverebbe dal nome del loro capo Tirreno che, secondo la tradizione, avrebbe guidato il popolo dalla Lidia verso l’Italia. Secondo Dionigi il nome degli Etruschi è preso dalla città di Ravenna, in etrusco Rasena, da cui deriva Rasenna.
Gli etruschi sono stati un popolo innovatore sotto molti aspetti, infatti da questa popolazione nascono gli astragali, un gioco simile al lancio dei dadi fatto con il calcagno degli animali. La forma degli astragali presenta due facce piatte, una faccia concava ed una convessa. Ad ogni faccia veniva attribuito un valore numerico specifico.
Grazie alle ossa degli Etruschi, è stato possibile ricostruire il loro genoma, simile a quello delle popolazioni italiche. Questi dati suggeriscono che siano autoctoni dell’Italia ma che abbiano attraversato un’evoluzione insolita.
Le iscrizioni etrusche sono molto difficili da comprendere, alcuni esempi sono: il manoscritto di Zagabria, la Tabula Cortonensis, la Stele di Lemnos e la Stele di Cartagine in cui gli Etruschi si definivano Tarsensis (dardani secondo molte interpretazioni) ed in ogni iscrizione la tematica principale è la religione.
Gli etruschi erano ottimi agricoltori capaci di bonificare zone paludose, usare le dighe per impedire lo straripare dei fiumi e costruire cisterne per il rafforzamento d’acqua. Sono anche gli inventori dell’arco, considerato tipico dei romani ma originariamente degli Etruschi. Infine gli Etruschi sono considerati i “Signori dei Metalli”.
Il primo aggettivo che Virgilio usa riferito agli Etruschi è “fortis”. Egli cita spesso il fiume Tevere ma il nome che usa è “Tibris”, che ha origine etrusca.