Letture critiche e antologia di poesie di Elsa Buiese, a cura di DARS, 2001
La poesia di Elsa è una poesia aspra e dolorosa, parla della fine dell'idillio. della perdita, che si annunciano in qualcosa di smorzato, una semivoce, un gesto vuoto di senso, una luce che si abbuia. E' un tunnel dipinto di nero, una progressiva azione di memoria e di parallelo svuotamento del linguaggio. Passato e presente dialogano ma nasce la percezione dell' incomunicabile, dell'impossibilità di dire.
PAROLE, PERAULIS
La sua prima raccolta di poesie pubblicata in italiano nel 1974 si intitola "Incerte sono le parole": nel titolo essa contiene già un'implicita dichiarazione di poetica. Seguiranno poi le raccolte " Tasint peraulis smenteadis", 1978 e "Lapsus" nel 1983. Già a partire dalla citazione in francese contenuta nella racconta del 1978, la prima in friulano, si capisce il taglio che la poetessa voleva dare ai suoi versi:
"Parole proche de moi
que chercher sinon ton silence"
( Yves Bonnefoy)
I tre titoli forniscono precise coordinate preliminari, cioè l'insistenza sulla precarietà della parola: una comunicazione che si aggancia a elementi friabili, che rischia l'afasia, che si risolve nell'errore involontario, un lapsus, quindi. Spesso è un dialogo che si fa difficile, sono le parole che diventano sale in bocca, un linguaggio che diventa babele e perde rapporto di significato con le cose viste e provate.
Due termini compaiono insistentemente nelle raccolte poetiche di Elsa Buiese, sia italiane che friulane: "parola" e "amore". La parola è presentata come deficitaria, uno statuto manchevole: si trova scritto infatti " resti di parole", "parole spezzate", "esiguo segno", " vocali in dissolvenza". La tentazione è quella del silenzio. Gli interlocutori sono due: l'Io poetico e il suo Tu, che non corrisponde al desiderio di continua, reciproca narrazione, che è peculiare dell'amore. Chi ama non riamato è come un mortale di fronte a un dio. Ciò genera solitudine che non può farsi parola, diviene un "eco incosistente", "un incompiuto segno", un "tasè par simpri".
Nelle sue liriche in friulano, Elsa introduce strutture e modelli colti e raffinati. La poesia si collega alla tradizione simbolista francese: è essenzialmente legata alla funzione emotiva, orientata verso la prima persona, è unificata dalla presenza del tema della crisi, personale che però coincide con quella della società, ma anche e soprattutto dalla frequenza significativa del termine "parola" e del suo opposto: "silenzio". Le parole servono da mezzo di comunicazione e da possibilità di presa di coscenza del tormento interiore.
" I miei momentti di poesia hanno sempre coinciso con momenti di crisi che ogni volta hanno rimesso in discussione un mondo, un modo di essere" ( intervista " Nota a due voci", con Andreina Ciceri, in "Tasint peraulis smenteadis")
MARILENGHE E TARAMOT
Nella prima raccolta in friulano, l'elementi unificante dei drammi individuali è il Terremoto del 1976, " coincidenza, quasi simbolo di una frattura".
Un'occasione per recuperare il Friulano, lingua materna. lingua del profondo, lingua della comunità originaria. Allora si è trattato di una scelta "coraggiosa" perchè si trattava di lasciare lessico e strutture raffinate per una lingua di cui si diceva che andava bene per la stalla e l'osteria, o al massimo per villotte "zoruttiane". Si è trattato di un esempio perfetto di uso colto di una lingua minore. Il friulano non le serve ad "ambientare" situazioni o personaggi in maniera popolare o pittoresca, a dipingere più efficacemente usi e costuni locali. Il friulano per lei è uno strumento raffinato di esercizio linguistico, con dignità pari a quella dell'italiano. La particolare costruzione sintattica e la disposizione dei vocaboli rendono nuova questa lingua antica. Così la presenza di metafore, di quasi rime ( vivude-incjantade), di rime interne ( stradis siaradis, cjane gargane), di sinestesie (sfueis riâz di pinsîrs çonzâz), di metonimie ( albe incjantade), di allitterazioni ( rose di rosade tal mês des rosis)
"La lenghe furlane e je un vistît che o podês doprà di fieste e di dîs de vore a cjase come intal forest"
Gino Marco Pascolini
Riflessioni leggendo le poesie
classe 2A
Esse hanno invano ( dibant) cercato di farsi fiori. E la poetessa si accorge di non avere messo radici (no ve metût lidrîs)
"a tasê par simpri
l'ultin riscjo des peraulis"