Tradizioni religiose e popolari di Adrano
19 marzo festa di San Giuseppe: intervista ai nonni.
Tra le tradizioni popolari di Adrano, non può essere trascurata quella legata a San Giuseppe.
I preparativi dei festeggiamenti iniziano sette giorni prima del 19 marzo con il rito delle "verginelle".
Sebbene non abbia più il valore di una volta, esso viene preparato ancora oggi. Un tempo le signore che avevano ricevuto una grazia dal santi invitavano delle ragazze (le verginelle appunto) povere. In numero massimo delle ragazze che una signora poteva "adottare" era diciannove. Esse venivano portate per prima cosa nella chiesa di San Giuseppe, poi veniva fatto consumare loro un lento pranzo. Negli antichi pranzi delle verginelle il piatto forte erano i cavati che sono forme di pasta fatte ruotare nel retro di una grattugia per ricavarne una delicata decorazione. Oltre ai cavati, nel menù delle verginelle comparivano anche lenticchie, ceci, piselli, carciofi, broccoli e baccalà e tanto pane casareccio.
Nel pomeriggio le verginelle trascorrevano il tempo giocando. Alla sera la signora, prima dei saluti, consegnava alle ospiti un dono che poteva essere: del pane col cioccolato o, più raramente, una manciata di denaro.
Un tempo il 18 marzo ogni famiglia preparava una grossa pentola con un composto formato da fave secche e finocchio che veniva distribuito ai poveri del vicinato.
" La Diavolata" o "U diri 'i Pasqua"
Dramma sacro della "Resurrezione" .
La Diavolata si rappresenta ogni anno, a mezzogiorno, la Domenica di Pasqua davanti il sagrato della chiesa Madre, in piazza Umberto ad Adrano. Gli attori dilettanti si tramandano di padre in figlio i modi, i gesti e la declamazione dei versi.
Ci è stato raccontato dagli attori che la "Diavolata", detta volgarmente "U diri 'i Pasqua", conserva il fascino delle rappresentazioni sacre popolari. Il testo è stato scritto nel 1752 in uno stile pomposo proprio del tempo. Essa viene rappresentata da 270 anni circa e viene gelosamente tramandata di generazione in generazione. Gli attori infatti, dilettanti locali - così come vuole la tradizione - si tramandano di padre in figlio i modi, i gesti e la declamazione dei versi. Era il periodo in cui la chiesa, per combattere la grande polarità che avevano gli spettacoli delle compagnie dei girovaghi diede un nuovo impulso a questo tipo di rappresentazione. I vescovi facevano scrivere a eruditi storie di santi che, rappresentate all'interno dei templi da chierici, destavano nella gente un fervore ben più grande delle immagini scolpite e dipinte. Poi vista la gran folla che questi spettacoli richiamavano furono costretti a spostarli nelle piazze che venivano però consacrate da una processione e a farle recitare alla gente del popolo.
Così ad Adrano.
Altre tradizioni in Sicilia, che diventa durante la Settimana Santa un grande palcoscenico commovente e partecipato di dolore e di gioia, ripercorrono il ciclo commemorativo della passione. Morte e Resurrezione di Gesù , ma il dramma adranita è unico nel suo genere.
Sei i personaggi: Lucifero, protagonista principale che nel suo monologo (scena I) esprime tutta la sua disperazione, la sua rabbia e il suo dolore ("...stelle spietate, di tormentarmi più quando cessate"?) nell'apprendere che Cristo "il suo nemico" è risorto. Ma - e questi sono alcuni dei versi più belli e profondi per la teologia e il dogma della Trinità - "nel Cielo per potervi salire esser dovea non uom, ma solo Dio..." e ancora inaccettabile è capire per il disperato Lucifero come Dio non "...ha disdegnato di farsi Uomo, e morire con morte vergognosa..." proprio per salvare l'essere umano, peccatore e "composto di vil polvere". Sarà nella scena terza, l'Umanità (il personaggio interpretato da una bambina) (per indicare la speranza), a spiegare che Dio "...ipostaticamente assumer volle entrambe le nature Umana e Divina al solo oggetto di morir colla prima e di salvarci coll'altra, onde qual Dio ci ricomprò, e qual Uom per noi morì...". Molto ben costruita la scena II, dialogo tra i demoni Asterot e Belzebù increduli ma già consapevoli che Cristo è veramente risorto. E che il loro poter maligno sugli esseri umani non può più niente, poiché "...se la croce abbracciano ove fu appeso il loro dio, con questo scudo troppo possente le nostre frodi gioveranno in niente. Nella IV scena,' l'Umanità viene salvata dall'Arcangelo Michele (avversario di Lucifero). Quest'ultimo verrà sconfitto definitivamente nelle V scena , dove l'Umanità liberata dalla presenza del male può accogliere Cristo.
Molto pittoreschi i costumi che sono stati rifatti fedelmente nei colori e nelle fogge tradizionali di un tempo. I diavoli sono vestiti di nero, hanno le corna (che un tempo venivano tagliate nella scena V realmente dall 'Arcangelo Michele), una maschera orrenda con denti aguzzi, sui loro abiti sono raffigurati i loro volti, Lucifero ha tre corna, mentre i due demoni solo due; l' Arcangelo Michele ha una spade ed uno scudo che usa per scacciare i demoni; la Morte ha l'aspetto di uno scheletro e porta con sé un arco per ferire l'Umanità e che alla fine spezza e getta verso il pubblico, il quale fa di tutto per accaparrarsene i pezzi, poiché si dice che sono dei potenti portafortuna.
Il ciclo liturgico e folklorico delle feste pasquali si apre la Domenica delle Palme, detta anche “Pasqua fiorita”, secondo un copione dove il “Bene” trionfa sul “Male”, l’Angelo sconfigge il “Diavolo” e la “Morte” è sconfitta dalla “Vita”.
Ogni paese, città, quartiere ha le sue tradizioni, le sue forme di teatralizzazione e drammatizzazione che presentano, come in una narrazione la Settimana Santa o Hebdomada Maior” (settimana maggiore), così la indicava la chiesa quando ancora usava il latino.
Commemorazione religiosa cristiana dunque, ma anche richiamo ad una ritualità simbolica precristiana dove la parola “Pasqua” è sintesi di rinnovamento, di vita e di risveglio: una festa simbolo della natura che rifiorisce dopo il gelo.
classe 3E