Franco Mannella: una vita tra palchi e sale di doppiaggio
«Non ho mai avuto un piano B, avevo solo il piano A. Non ho mai avuto il pensiero che nella vita mi sarei dedicato a qualcosa di diverso rispetto a quello che faccio».
Lo scorso 19 marzo abbiamo incontrato il doppiatore, attore, regista e formatore abruzzese Franco Mannella, che ci ha parlato della sua vita artistica e ha soddisfatto le nostre curiosità.
Come ti sei appassionato al mondo del doppiaggio?
Dobbiamo andare indietro nel tempo. Alla vostra età avevo già deciso di fare l’attore. Il doppiaggio è arrivato molto dopo. Quando ero in terza media misi su una recita con i miei compagni di classe: era una satira sul preside. Si indignarono tutti e a metà spettacolo se ne andarono, fu un mezzo disastro, ma a noi divertì moltissimo. Lì capii che avrei fatto l’attore. Mio padre, però, mi disse che avrei dovuto prendere prima un diploma. Scelsi, anche su consiglio del preside, l’Istituto tecnico agrario di Alanno, ma la prospettiva di andare avanti dopo le medie non mi entusiasmava. Ho sempre amato fare le cose pratiche, manuali. L’idea di poter fare pratica crollò nei primi giorni di scuola, il pensiero di fare tanta teoria un po’ mi scoraggiò. Quando frequentavo il secondo anno avevo deciso di arrivare al diploma e, poi, di trovare una scuola di recitazione. Caso volle che venne ad Alanno Danilo Volponi, poi diventato il mio primo maestro, a fare dei pomeriggi di teatro gratuiti. Io mi iscrissi subito e, nel momento in cui misi piede su quel palcoscenico, capii che quella sarebbe stata la mia strada. Presi il diploma con un voto minimo, feci il militare e cominciai a frequentare un corso di teatro: mi iscrissi al laboratorio di Volponi e dopo due anni andai a studiare a Roma. Da studente mediocre qual ero, divento il più bravo di tutti, perché avevo trovato quello che mi piaceva. Mi sono diplomato alla Scaletta e ho cominciato a fare l’attore. Uscendo dall’accademia, ho fatto cose molto diverse: cabaret, commedie, tragedie, anche la televisione, per un periodo.
Come sei arrivato al doppiaggio?
La scelta del doppiaggio è stata dettata da una disperazione economica. Con il teatro, in quegli anni, la sopravvivenza era difficile, non avevo una costanza nei contratti di lavoro, le paghe non erano adeguate. Un amico mi consigliò di provare con il doppiaggio, cosa che un po’ mi spaventava: stare chiusi in una sala buia per me non era il massimo, abituato a stare in teatro, ad avere spazi grandi, a un confronto con il pubblico. L’istinto mi disse di provare questa strada. Ho cominciato a entrare nelle sale, a vedere lavorare i grandi doppiatori. Piano piano, hanno iniziato a chiamarmi per fare piccolissime cose, i brusii. Ho fatto gavetta e nel frattempo continuavo a fare teatro, che è sempre stata una palestra e il mio rifugio. Stare sul palcoscenico significa fare allenamento.
Perché hai deciso di fondare un’accademia teatrale in Abruzzo e perché l’hai chiamata Arotron?
Arotron in greco antico vuol dire “aratro”, parola chiave che mi riporta alle mie radici contadine. Scelsi questo nome perché, passeggiando per il terreno che avevo acquistato a Pianella, mi venne in mente un aratro. È un bel simbolo, formato da tre elementi: il vomere solleva la zolla e il versoio la capovolge, la rivolta. L’aratro fa tre azioni importanti, che sono diventate una sorta di manifesto del nostro percorso: incide, solleva e rivolta. L’obiettivo mio e dei miei allievi, attori, collaboratori, è incidere, sollevare e rivoltare il terreno dell’arte. Un obiettivo ambiziosissimo. La professione di doppiatore mi ha dato anche la possibilità di investire nella formazione, in questo polo che ho creato nel 2014 a Pianella, e di produrre spettacoli.
Ci sono tanti motivi per cui ho aperto una scuola di teatro. Un lutto importante ha fatto sì che io cambiassi direzione in qualche modo. Prima di questo evento drammatico, mi bastava fare l’attore, essere scritturato. Non pensavo di fare il regista, non più; facevo anche doppiaggio, mi aspettavo una vita tranquilla. Questo evento ha scatenato l’esplosione di una vena creativa che era in me. Ho scelto di creare la scuola che avrei voluto frequentare io, con dei docenti di un certo tipo, un indirizzo di un certo tipo e uno spirito di un certo tipo. Ci sono riuscito, con grandi sacrifici, scegliendo Pianella, un piccolo centro in cui sono stato accolto dalle istituzioni: mi hanno ospitato in uno spazio in cui siamo ancora oggi, l’ex asilo Sabucchi. Lì ho trovato la dimensione giusta. Il mio primo pensiero era stato quello di aprire una scuola a Pescara, ma non c’erano le condizioni e l’istinto mi ha portato ad allontanarmi dalla città. Avevo bisogno di uscire dalla confusione e di trovare un’oasi. Era giusto, dopo un periodo di esperienza, cominciare a insegnare, a non tenere le informazioni tutte per me e ciò che avevo scoperto del mestiere dell’attore.
Arotron è una sorta di fucina. Ci sono allievi, diventati attori, che collaborano ancora con me e portano avanti questo progetto.
Di cosa sei più fiero?
Oggi posso essere fiero del percorso che ho fatto. Di aver superato delle crisi serie, dei passaggi di vita faticosi, dolorosi. Di essere ancora “vivo” artisticamente e di aver raggiunto uno stato di serenità nella mia professione, di accettarmi per quello che sono. Questo vuol dire che ho la consapevolezza di quello che ho fatto fino ad oggi e, allo stesso tempo, continuo a voler ricercare e chiedere a me stesso il massimo, ad avere ancora fame di studiare e migliorare nella mia professione. Sono fiero di aver fatto un percorso che è stato mio. Lavorando con gli allievi, con i ragazzi un po’ più grandi di voi, rivedo le mie difficoltà, la mia timidezza, le mie incertezze, le mie ansie, l’esigenza di dover dimostrare… tutte queste cose non mi hanno impedito di maturare sia come uomo che come artista. Quando le vivevo da ragazzino, pensavo fossero insormontabili, dei freni, delle cose che mi avrebbero ostacolato. Invece, poi, soprattutto grazie al teatro, ho imparato a gestire tante mie criticità e a farle diventare dei valori aggiunti. Sono fiero anche di non essermi fatto condizionare dai “vizi” di questo mestiere, dalle tante cose in cui si può rischiare di cadere e restare imprigionati.
Cosa ti sarebbe piaciuto doppiare che non hai doppiato?
Mi sarebbe piaciuto doppiare Michael C. Hall in “Dexter”. È una delle prime serie, della HBO, la storia di una famiglia che aveva un’impresa di pompe funebri in America.
Come funziona una giornata tipo in sala di doppiaggio?
Innanzitutto, c’è una regia, con il direttore di doppiaggio e il fonico che si occupa di tutta la parte tecnica. Il direttore di doppiaggio è proprio una sorta di regista: deve far risuonare tutte le voci, capire chi si “incolla” meglio a quel personaggio, dà indicazioni sulla recitazione. Poi c’è la sala in cui lavora il doppiatore: c’è il leggìo, con il microfono e il video, c’è l’assistente del doppiaggio, che aiuta la sincronizzazione dell’italiano con la lingua originale (ad esempio, ti dice se la battuta è corta o lunga). Sul leggìo c’è il copione, non dobbiamo far altro che leggerlo e seguire l’attore, cosa non facile per niente: questo è un aspetto della tecnica delicatissimo, devi acquisire un automatismo tra l’occhio che va sul foglio e seguire contemporaneamente l’attore. Il paragone è con il pianista che conosce tutti i tasti del pianoforte e ha una tale tecnica che ti guarda e suona: le mani vanno da sole e lui può anche non guardare la tastiera. Ci metti anni perché questo meccanismo diventi automatico. Ci sono il microfono e la cuffia, in cui si sente l’originale (come primo giro di prova, l’audio si sente amplificato nella sala, in un secondo momento si chiede di mandarlo in cuffia). Sentirlo amplificato ti dà un’idea più precisa della recitazione originale, la cuffia diventa una guida. Poi si chiede di incidere: a quel punto, l’audio si sente solo nella cuffia e si registra.
Qual è il personaggio che hai doppiato a cui sei rimasto più legato?
Sono molto legato ai personaggi dei cartoni animati. Quando si comincia a fare questo mestiere, è l’aspetto del doppiaggio più divertente, che ti rende più libero di creare. Con i cartoni animati, essendo creazioni non umane, c’è più libertà. Ho avuto il privilegio di doppiarne di divertenti, di cui i bambini e i ragazzi si ricordano: Roger l’alieno in “American Dad”, il Soldato in “I pinguini di Madagascar”, Otto ne “I Simpson” sono quelli a cui sono più legato. Roger l’alieno è il personaggio più divertente che ho doppiato: un personaggio paradossale, caratterizzatissimo -vocalmente richiede esercizi importanti-, molto stimolante e divertente. Poi ce ne sono altri, gli umani, che sono più di uno: Paul Giamatti, Eddie Marsan, Stanley Tucci.
Hai mai doppiato dei videogiochi?
Mimir in “God of war” e in “God of war: Ragnarok”, Otto nel videogioco dei Simpson e “Splinter Cell”.