APRILE 2025
1. Qual è il tuo nome completo?
Per il documento e il passaporto è Carlo d'Imporzano, mentre il mio nome di battesimo completo è Carlo Angelo Maria d'Imporzano. Un tempo si usava mettere tre nomi al battesimo, adesso non più.
2. Qual è la tua data di nascita?
E' un segreto.
3. Da chi è composta la tua famiglia? Che tipo di infanzia hai avuto?
Beh, era composta da mio padre e da mia madre; e ho due fratelli maggiori e una sorella minore. Io sono il terzo figlio, un grande vantaggio essere terzi!
La mia infanzia non me la ricordo - ride - però mi ricordo una cosa: sono andato a scuola direttamente a 6 anni, non ho fatto la scuola dell'infanzia e quando avevo 5 anni non volevo assolutamente andarci perché vedevo i miei fratelli maggiori studiare sempre a casa, mentre io invece giocavo.
4. Quanti Paesi hai visitato?
Boh, molti. Praticamente tutta l'Europa e quasi tutta l'America eccetto Messico e Cile. Anche la parte di Israele e la Giordania. Poi anche molti Paesi dell'Asia, la Cina, la Thailandia, Le Filippine...Ma non sono mai andato in Giappone perché non ne ho mai avuto il tempo nonostante Pechino sia a due ore di volo da Tokyo.
5. In quanti Paesi hai vissuto?
All'estero in Colombia e in Cina.
6. Dove sei nato?
A Milano.
7. Che cosa hai studiato?
All'università ho studiato ingegneria, matematica e teologia.
8. Qual è stato il tuo primo lavoro?
Beh, ho sempre fatto il prete nella mia parrocchia e nel frattempo insegnavo teologia al liceo, all'università e nel seminario.
9. Quando, come e perché sei diventato un sacerdote?
Mi ricordo che ero all'università e andando a lezione una mattina a Milano - Milano il cielo spesso ha questa caratteristica di pioggia fine e leggera - sceso dal tram, mi è venuto chiaro che non era quella la mia strada, che quello che stavo vivendo, nonostante mi piacesse molto - avevo una ragazza molto bella intelligente e ricca - ride - non era il mio destino. E che sarei diventato missionario come avevo desiderato per la prima volta alla vostra età.
Quella mattina lì di cui vi sto raccontando ho capito che la mia vita non sarebbe stata "normale" come la gente che si sposa e fa figli. Non era questo il mio.
10. Dove hai fatto il seminario?
A Milano.
11. Quante lingue parli?
Beh parlare solo l'italiano, poi mi arrangio un po' con lo spagnolo, il francese, l'inglese e il cinese. Parlare una lingua è una cosa seria, un'altra cosa è farsi capire. Voi lo sapete bene, guardate quanti anni dovete studiare l'italiano!
12. Sappiamo che hai vissuto in Cina, quanto tempo ci sei stato e perché?
Sono stato in Cina 17 anni per aiutare ad aprire un rapporto tra Santa Sede e la Cina. In Cina ci sono circa 12/15 milioni di cattolici, però su 1400 milioni di persone. Allora c'erano pessimi rapporti, la Cina non voleva i cattolici per tutta una serie di problemi grandi, c'è stata a quel punto la possibilità di andare in Cina: in Italia ho incontrato il console generale della Cina ed è stato lui a inviarmi. Parlai con Parolin che era sottosegretario di Stato della Santa Sede e mi ha detto “sì, vai, può essere utile per la Chiesa.” [...] In Cina ho organizzato la prima intervista al Papa che è uscita su un giornale cinese.
Una cosa bellissima fu vedere la Cappella Sistina da solo insieme al direttore generale della scuola del partito comunista cinese, ovviamente ateo. Abbiamo aspettato che se ne andassero via tutti e l'abbiamo vista da soli. Che regalo. [...] In Cina ho fondato una scuola di italiano.
13. Abbiamo scoperto da un articolo online che sei stato in Cina come invitato e membro della Federazione Internazionale Univos, che cos'è?
Univels, non Univos. E' la traslitterazione che hanno fatto i cinesi. La Univels è la società commerciale che abbiamo creato per poter far pagare una retta agli studenti cinesi.
14. Che cos'è Comunione e Liberazione? Di cosa si occupa? Qual è stato il tuo primo incontro con Comunione e Liberazione?
Comunione e Liberazione è un movimento nella Chiesa Cattolica. Quando è iniziata non si chiamava così, si chiamava Gioventù Studentesca, perché è iniziata nei licei, nel 1954. Io l'ho incontrato dopo, nel 60. E' nata dalla diocesi del Monsignor Giussani, adesso Servo di Dio: è iniziato il suo processo per farlo Santo. Io ho iniziato a vivere questa esperienza perché a me il Cristianesimo non piaceva. Io sono nato in un momento in cui in Italia erano tutti cattolici, ma era tutto un dover fare, tutto un devi, devi, devi, devi fare le cose buone, devi fare questo, devi fare quest'altro, a me non piaceva, non era il mio temperamento, quindi io dicevo "a me la Chiesa non piace" soprattutto perché mi sembrava che si dovessero fare le cose che a me non piacevano, e invece io volevo farle! Questo lo pensavo fin quando ho incontrato degli amici che mi hanno fatto vedere che la vita cristiana non era quella che io avevo incontrato da piccolo e a scuola. [...]
L'esperienza di Comunione e Liberazione mi ha convinto perché era meglio di quello che vivevo, era di più. Io stavo molto bene, ero contento e mi piaceva la vita che facevo: andavo in barca a vela e quando sciavo scendevo sempre tra i primi 15 - ride - ho trovato però poi una vita ancora più bella. Mi son detto "ne vale la pena".
15. Sappiamo che hai fondato due scuole a Bogotà: perché hai scelto questa città?
Non l'ho scelta. Era arrivata una domanda da Medellin per insegnare nella Pontificia Università Bolivariana, poi però per caso ho incontrato il nunzio apostolico, il rappresentante del Papa qui in Colombia che mi ha detto di venire assolutamente a Bogotà perché era importante che stessi qui che è la Capitale.
16. Come riesci a bilanciare la vita religiosa con quella accademica?
Beh, in realtà è uguale: io sono io che vivo tutte le cose. Dallo studio, al lavoro, agli amici, alla città, tutto. Sono io che vivo, non c'è una vita religiosa, una vita civile o una vita sociale. In tutti i posti sei tu, sei sempre tu.
MAGGIO 2025
Nell'ultima settimana di aprile abbiamo intervistato Gabriela Roa, studentessa di III liceo del Gimnasio Volta che ha trascorso sei mesi in viaggio d’immersione in Italia.
Buongiorno Gabriela, come stai?
Molto bene. Quest’ultimo è stato un periodo molto intenso, ma ne è valsa la pena.
Ce lo immaginiamo. Siamo molto curiosi di ascoltare la tua esperienza. Allora, cominciamo dall’inizio: cosa hai dovuto fare per andare in Italia?
Per andare in Italia ho fatto richiesta qui a scuola per il progetto di internazionalizzazione. Ho dovuto prima di tutto parlare con i miei genitori e padre Carlo, poi ho iniziato a fare alcune ricerche sulla nuova cittá, la nuova scuola e la famiglia che mi avrebbe accolto in Italia.
Puoi descriverci un po’ la famiglia che ti ha ospitata?
Cero! Sono stata fortunata: la mia famiglia era attenta e affettuosa. Avevano una figlia di 18 anni che è diventata come una sorella e mi dava consigli.
Grazie Gabriela. Ora passiamo alla nuova scuola.
Con piacere. La scuola si chiama Liceo Grossman, si trova a Milano. Come il nostro, è un liceo scientifico.
Quindi hai potuto continuare regolarmente il tuo percorso di studi. Ma ora raccontaci: hai fatto molti amici in Italia? Cosa facevate?
Certo! Ho stretto molte amicizie con gente di tutte le etá. Sono state conoscenze che hanno ampliato il mio gruppo sociale. Eravamo un bel gruppo per viaggiare e divertirsi, ma anche per riunirsi a studiare.
Durante questo lungo soggiorno hai fatto qualche sport o attività speciale?
Ho fatto pallavolo due volte a settimana in una vera e propria squadra.
Quali differenze tra italiani e colombiani hai notato durante questi mesi?
Le differenze erano: le riunioni, imparare a memoria nella scuola, compagni che fumavano, cultura libera e matura.
Ora veniamo alla parte piú interessante: come erano la cucina e la cultura?
Quando si parla d’Italia il pensiero va sempre alla cucina e alla cultura. Certo, molto buona la cucina, interessantissima la cultura, ma quello che piú mi ha colpito é stato il popolo italiano. Le persone erano molto gentili e amichevoli. Alla fine, ad esempio, quando dovevo tornare in Italia, mi hanno fatto molti regali.
Ci avviamo verso la conclusione di questa intervista… Ripensando a tutto il viaggio, qual è stato il miglior momento che hai vissuto?
Molti momenti… difficile scegliere. Sicuramente mi è piaciuto moltissimo il viaggio di 4 giorni a Firenze che ho fatto con mia sorella.
É stato difficile ritornare alla vita quotidiana qui in Colombia?
Non è stato difficile, anche se dovevo riprendere tutti gli argomenti dell’anno scolastico. Questo sí che è stato difficile.
Che giudizio daresti, complessivamente, alla tua esperienza?
Sì, mi è piaciuta molto questa esperienza. Ho conosciuto molti nuovi amici e nuove culture. Soprattutto, sento di essere diventata piú indipendente.
Vivir en otro país no es algo fácil. Hay que adaptarse a nuevas costumbres, a otros ritmos de vida, y a veces hasta a un idioma diferente. Cada persona que se anima a hacerlo tiene mucho para contar. Por eso, esta vez, quisimos conversar con alguien muy especial en nuestro colegio para que nos compartiera su historia y sus aprendizajes.
Tuvimos el placer de entrevistar a la profesora Annamaria Cavallo, docente de historia y coordinadora didáctica en el liceo, quien amablemente compartió con nosotros su experiencia de vivir y trabajar en Colombia. A lo largo de una charla muy interesante, abordamos cinco aspectos principales de su vida en el extranjero que queremos transmitirles para que conozcan un poco más de su historia personal.
Uno de los temas que surgió mientras hablábamos, fue lo que más extraña de su país natal. La profe Annamaria nos contó que extraña profundamente el mar de su ciudad en Italia. También echa de menos a su familia, sus amigos y, sobre todo, la gastronomía italiana. Aunque ha encontrado maneras de recrear los platos típicos de su tierra cocinando en casa, el olor del mar y ciertos matices culturales siguen siendo algo que lleva en el corazón y que no es fácil de reemplazar.
Mientras conversábamos, nació la pregunta de si recomendaría a otras personas vivir una experiencia en el extranjero. La profe nos dijo que sí. Eso sí, aconseja tener una mente abierta, no buscar una Italia en el extranjero y aprender el idioma local lo antes posible para poder conectar mejor con las personas y la cultura. Para ella, mudarse a otro país había sido una buena oportunidad y no una decisión complicada, ya que, en la época de la pandemia, en Italia no había trabajo y ver la oportunidad en Colombia, le dio un gran impulso para seguir adelante. Subrayando que es importante lanzarse a la aventura y estar dispuesto a aprender.
Destacó que es fundamental no esperar encontrar una “Italia fuera de Italia” y subrayó la importancia de dejarse enriquecer por las diferencias culturales, manteniendo al mismo tiempo firmes las propias raíces. Según ella, mudarse a otro país implica abrirse a nuevas costumbres y formas de vida que al principio pueden resultar sorprendentes o hasta extrañas, pero que con el tiempo se convierten en fuentes de aprendizaje. Nos contó por ejemplo, que antes en Italia no le gustaba el mango, sin embargo, al llegar a Colombia, terminó disfrutándolo.
Sobre su experiencia en Colombia, la profesora Annamaria nos relató que, aunque al principio enfrentó ciertas dificultades, como el idioma y algunas diferencias culturales que le resultaban difíciles de comprender, hoy en día se siente agradecida por la oportunidad que ha tenido. Destacó que le encanta la amabilidad de la gente colombiana, la calidez con la que la recibieron desde el primer momento y la diversidad natural del país, que cambia de una región a otra. Disfruta especialmente de la música en las calles, de las celebraciones locales, y de la gran variedad de frutas tropicales, que todavía sigue descubriendo. También mencionó que vivir en Colombia la ha ayudado a adoptar un ritmo de vida más tranquilo y paciente, aprendiendo a disfrutar de cada momento sin la necesidad de planificarlo todo con tanta rigidez como estaba acostumbrada.
Finalmente, hablamos sobre cómo ha cambiado su manera de ver el mundo desde que vive en Colombia. Para la profe Annamaria, esta experiencia ha significado un verdadero cambio. Le enseñó el valor de la adaptabilidad sin perderse a uno mismo, ya que en Italia tenía una idea muy rígida de la “manera correcta” de trabajar, vivir y organizarse. Aquí aprendió que hay infinitas formas válidas de abordar la vida, que el tiempo tiene un ritmo más humano y que las soluciones a veces surgen en el diálogo, no en una planificación perfecta.
Sin duda, su historia nos invita a mirar el mundo con otros ojos, con más apertura, curiosidad y respeto.