Introduzione senegalese della vita in società, il cibo come metafora della vita: il rispetto verso l’altro ma soprattutto la condivisione che antepone il noi all'io.
Tutti insieme attorno allo stesso piatto
Bok bèn ndap
Di Dia M. Lamine
Lo stesso piatto, la stessa via.
Chi non condivide, non ha famiglia.
Chi non ha famiglia, non ha riconoscenza.
Chi non condivide, non avrà da condividere.
Chi non sa dove andare, tornerà da dove viene.
Chi è cresciuto da un saggio, riga dritto.
L’introduzione senegalese alla vita in società, il rispetto verso l’altro, ma soprattutto l’imparare a condividere. Questo nostro modo di essere, di vivere in comunità, di ragionare come “noi” anziché anteponendo l’io. Tutto ciò passa attraverso il ritrovarsi seduti fianco a fianco su un tappeto, mangiando da un unico, grande piatto. Tutta la famiglia, uomini, donne, bambini, tutti insieme intorno allo stesso piatto, a condividere lo stesso cibo.
Potrebbe sembrare banale, ma è il momento in cui la persona più importante della mia vita, nonché la figura più importante della famiglia, ossia mia nonna, ci ha insegnato la vita e ha fatto di me quello che sono adesso. L’ha fatto attorno a questo piattone, riempito di riso, di pesce, di verdura, ma anche di regole e di insegnamenti.
Alla prima chiamata alla preghiera che si sentiva ovunque nel quartiere si ritornava a casa. Dopo aver lavato le mani, la prima lezione è imparare ad aspettare: finché tutta la famiglia non si riunisce, non si mangia. Intorno a questo piatto i bambini devono mangiare in silenzio; ma anche i grandi parlavano poco e davano tanti pizzicotti. Per ogni mossa sbagliata, ti viene ricordato come si mangia. Al secondo sbaglio ecco arrivare un pizzicotto. Al terzo, un pizzicottone. Si mangia rigorosamente con la mano destra: questo non solo per il discorso religioso, ma anche per una questione di igiene, perché la mano sinistra si usa per pulirsi in bagno. Così come non si parla per non sputare nel piatto. I bambini non hanno accesso al centro del piatto, dove vengono messi pesce e verdure, sono i grandi che servono queste pietanze. Così a tutti vengono assicurate le giuste quantità. Intorno a questo piatto si impara anche a rispettare gli spazi degli altri, perché nonostante ci possano essere 10 o 15 persone, come nella casa con 4 stanze ci fossero 22 persone, ognuno aveva il suo spazio. Intorno a questo piatto, ognuno seguirà la riga iniziale che si è fatta col primo pugnetto di riso e tutti arriveranno, insieme, al centro del piatto. Tutte quelle volte che il cibo non era abbondante, i piccoli avevano la precedenza. I grandi, anche se non erano sazi, avevano il dovere morale di lasciare il cibo ai più piccoli.
I miei amici a Bordeaux all’inizio non capivano soprattutto il mio silenzio a tavola, come io non capivo come mai loro non percepissero la sacralità di questo dono che è il cibo, e mi chiedevano quando avremmo trovato il tempo per confrontarci tutti insieme. Ma non sapevano che questo momento lo trovavamo sempre dopo i pasti: “Ataya”, il tè senegalese, diventa il momento per spiegare i silenzi durante il pasto, ma anche per motivare i pizzicotti. Ma al tè ritorno più tardi…
Questa condivisione di cibo, valori e regole porta con sé anche il significato di un detto molto importante per la nostra cultura: “in Africa un anziano che muore è una biblioteca che brucia”. In questo detto si spiega tutta l’importanza delle persone anziane, in questo caso mia nonna, che oltre ad essere educatrice era anche mediatrice per i problemi familiari o del quartiere.
Mia nonna mi ha insegnato che come trovi il tuo spazio in questo piatto, trovi il tuo spazio nel mondo. Ma mi ha anche lasciato in dono il primo consiglio per vivere meglio lontano da casa: rispetta e tratta tutte le persone che incontri nel tuo cammino come se fossero la tua famiglia e verrai trattato da tutte le persone come se fossi la loro famiglia. Di questo consiglio, che la nonna mi diede quando mi stavo preparando per il primo viaggio in Francia, ho sperimentato la veridicità sulla mia pelle negli anni in Europa. Rispetta e verrai rispettato. Tratta bene tutti e verrai trattato bene da tutti. Il mio percorso in Europa sarebbe stato diverso senza questi suoi insegnamenti.
Certo, nascere in un posto dove il “mio” non è contemplato e trovarsi in un’altra realtà dove il “nostro” sta scomparendo sempre di più richiede di trovare un equilibrio che non è scontato. Con questo, ritorno al momento dell’ataya, che è un momento fondamentale per l’educazione e l’introduzione alla società. È un momento che dura almeno un paio d’ore, qualche volta anche di più. Il tempo necessario per spiegare ed inculcare i valori cardine: rispetto, condivisione, ma soprattutto solidarietà, che è l’essenza della cultura senegalese. Questi valori spesso si scontrano con una società molto individualista come quella europea e non è facile trovare il proprio equilibrio. Come si fa a trovare un equilibrio tra una vita fatta di condivisione, di mettersi al posto dell’altro, di anteporre il noi, in una società governata dall’io? La risposta credo che sia da andare a cercare intorno al piatto e negli insegnamenti della nonna.