H.P. Lovecraft (di Nicola Genzianella, Dampyr 246)
Howard Phillips Lovecraft (Providence, 1890 – Providence, 1937) è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, tra le figure più influenti della letteratura horror del XX secolo. Insieme a Edgar Allan Poe, è considerato uno dei principali precursori della moderna fantascienza e un maestro nell’arte di evocare l’ignoto e l’inquietante.
Figlio unico di Winfield Scott Lovecraft e Sarah Susan Phillips, perse il padre in tenera età in seguito al suo ricovero in una clinica psichiatrica e alla successiva morte causata da paralisi sifilitica. Lovecraft fu cresciuto dalla madre e dalle zie, ma soprattutto sotto la guida del nonno materno, Whipple Van Buren Phillips, figura centrale nella sua formazione culturale. Fu proprio quest’ultimo a introdurlo alla letteratura gotica e fantastica, alimentando in lui il desiderio di diventare scrittore.
Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, Lovecraft sviluppò anche un profondo interesse per la chimica e l’astrologia, discipline che influenzarono l’immaginario delle sue opere. Il vero punto di svolta arrivò nel 1923, quando iniziò a collaborare con la storica rivista Weird Tales. Fu in quel contesto che pubblicò alcuni dei racconti più importanti della sua carriera, entrando in contatto con altri grandi autori dell’epoca come Clark Ashton Smith e Robert E. Howard, con cui instaurò un intenso scambio epistolare.
Le citazioni di H. P. Lovecraft nella serie Dampyr sono numerose, soprattutto in relazione al ciclo dei Grandi Antichi, di cui lo scrittore di Providence è l’indiscusso ideatore. Nelle storie ambientate nell’universo dampyriano, viene più volte sottolineato come Cthulhu, Nyarlathotep e le altre entità cosmiche non siano solo frutto della fantasia, ma esistano realmente. Lovecraft — così come Robert E. Howard e pochi altri autori — avrebbe posseduto una particolare sensibilità, una connessione psichica con le dimensioni più oscure del multiverso, da cui trasse l’ispirazione per i suoi racconti. Per questo, nelle storie di Dampyr legate ai Grandi Antichi, è del tutto naturale che Harlan e i suoi compagni vogliano indagare più a fondo nella vita personale dello scrittore, trattando i suoi scritti non come finzione letteraria, ma come testimonianze frammentarie di un orrore reale. I suoi racconti diventano così tracce preziose per decifrare la natura e gli obiettivi di queste entità.
In realtà, la vita di Lovecraft era già sotto osservazione nel 1925, durante il periodo buio segnato da una profonda depressione — storicamente accertata — causata anche dai continui rifiuti editoriali di Farnsworth Wright, il severo redattore di Weird Tales. Fu in quel contesto che l’Amesha americano Anyel Zant si espose in prima persona, assumendo l’identità fittizia dello psicanalista russo John Angel. Conquistata la fiducia dello scrittore, Anyel riuscì ad avviare con lui una serie di colloqui e sedute ipnotiche, raccogliendo dettagli degni di interesse sulle sue visioni. Fu proprio da quegli incontri che Anyel ottenne informazioni cruciali sulla Confraternita Kuen-Yuin, un culto oscuro legato al Marchio Giallo e ai Grandi Antichi, che avrebbe poi rappresentato una minaccia concreta per Harlan e i suoi compagni quasi un secolo dopo (Dampyr 225).
Chiare citazioni a opere di Lovecraft come “I gatti di Ulthar” e “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath” (Dampyr 231).
Lovecraft si incontrò con Anyel Zant a New York nel 1925. L’Amesha, ottenuta la sua fiducia, lo sottopose a sedute ipnotiche per esplorare il suo legame con i Grandi Antichi. Durante una di queste, lo scrittore ricordò un episodio dell’infanzia: nella biblioteca del nonno Whipple Van Buren Phillips avrebbe visto strani cilindri metallici con cervelli umani collegati a fili. Che si trattasse di immaginazione o di realtà, l’influenza del nonno fu determinante per la sua futura carriera letteraria. Attraverso le indagini su Phillips, emersero infatti storie inquietanti di miniere, villaggi spettrali e figure misteriose legate ai Mi-Go, i sussurratori. Così, le visioni e le paure di Lovecraft si rivelano intrecciate non solo alla sua fantasia, ma anche a radici più oscure e concrete (Dampyr 246).
Nel Dampyr Color 1, nella storia breve "Tsathoggua" vengono raccontati gli ultimi istanti di vita di Lovecraft, intenzionato a salvare la vita al pastore Abram Coulson dall'orribile essere chiamato Tsathoggua.