Dall'inizio del Settecento, quando gli Accademici palermitani del Buon Gusto adottarono l'impresa dell'ape, forse non pienamente consapevoli dello spessore concettuale di tale tradizione, ma certamente indotti a conciliare l'utile della scienza al dulce delle lettere e del recupero storico, la simbologia in questione evolse il suo significato, anticipando il generale mutamento dei valori della società: il futuro non si orientò più né in direzione della libertà né in direzione di una “morale dei doveri”, ma di una società industriale popolata di “api laboriose”, schiave volontarie al servizio di uno Stato tutto teso a incrementare il proprio benessere materiale. Le api furono quindi catturate dai Moderni, da un moderno per eccellenza, Napoleone, l'imperatore dei Francesi, che le pose sul suo manto purpureo. Questo manto, di un ricco color porpora, simbolo della sua regalità e del suo potere imperiale, fu adornato con decine di piccole api ricamate in filo d'oro, un richiamo alle api trovate nel 1653 nella tomba di Childerico, fondatore della dinastia merovingia, sepolto nel 481 d.C. Queste api, simbolo di laboriosità e ordine, vennero così reintrodotte nel contesto di un nuovo impero, un emblema della Francia napoleonica, in cui l'obbedienza e il lavoro al servizio dello Stato venivano celebrati come valori centrali. Il manto purpureo con le api non solo richiamava la storia, ma incarnava anche la visione napoleonica di un impero forte e produttivo, unendo il passato dinastico al presente imperiale. Le api, nell'immaginario di Napoleone, divennero l'emblema dell'obbedienza dovuta al nuovo Augusto, per finire poi a rappresentare, alla conclusione di una vera e propria “battaglia delle api”, simboli cinici della società borghese e mercantile, agenti modello dell'economia politica e liberale.