Massimo Monteduro è professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università del Salento e avvocato. Originario del Capo di Leuca, vive a Lecce.
Appassionato di poesia sin da bambino, ha vinto nel 1992 il Certamen Horatianum e il Premio di Poesia “Luigi De Donno”.
Ha pubblicato con RPlibri:
– il Libro del Fuoco (2024), la sua raccolta poetica di esordio, che ha ricevuto vari premi e riconoscimenti (Premio Mario Luzi, Finalista; Biennale di Sondrio, Vincitore ex aequo; Premio Milano International, Targa Speciale; Premio Vitulivaria, Premio Speciale; Premio Antica Pyrgos, Menzione Speciale; Premio Europa in Versi e in Prosa, Segnalazione della Giuria; Premio Michelangelo Buonarroti, Menzione di Encomio; Premio Graziella Di Giorgio, Menzione d’Onore; Premio Castrovillari, Premio Speciale; Premio Quasimodo, Menzione di Merito; Premio Vitruvio-Le Muse, Menzione d’Onore; Premio Camaiore-Francesco Belluomini, Menzione Speciale);
– il Libro del Cielo (2025).
Il Libro del Fuoco e il Libro del Cielo costituiscono, rispettivamente, la seconda e la terza parte di un più vasto poema in corso di composizione intitolato:
E S
S E
“Tu devi”. La severa voce dentro impera
raminga sotto il cielo stellato. Inquieta
interroga e sentenzia, addebita e scagiona:
rispetto a chi o che cosa può dirsi giusto
sottrarre libertà per libertà protrarre,
decidere di vivere o di morire?
Da legge di natura regola di torme,
costume per divieti e comandi in norme,
l’azione si ripete nella convinzione
del necessario o del conveniente gesto
e come l’acqua percolando si fa pura
così la convenzione dall’opinione
perdura. La felicità virtù civile
affranca sé da grazia, salvezza, fede,
il vizio senza più peccato è digressione
e l’albero del bene e del male è storia.
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Se cercherai i doveri nelle conseguenze
il giusto sarà l’utile in maggior grado,
dolore da ridurre o gioia da produrre
per il più grande numero di creature
nel tempo e nello spazio prossime o venture,
bilancio impersonale di aggregazioni.
Chi crede ciò potrà immolare un’esistenza
per rendere probabili più esistenze,
usare la violenza, il dolo o la menzogna
giustificando mezzo con risultato.
Il poco cede al molto, il singolo allo stuolo,
l’anomalo al normale, il malato al sano,
le sorti dell’ebreo alle coorti dell’ariano
e le impotenti genti alle prepotenti:
ammira l’imparziale umana indifferenza
che il calcolo morale fa generale.
Godere più, patire meno, in questo è tutto?
Il seme vale solo per il suo frutto?
Ripudia l’abile ricatto dello scopo
e radica il dovere nell’intenzione.
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Lo spirito sovrano dentro il corpo servo
con un movente autonomo sé governa.
Intransigente sopra questa dura riva
colui che abiura ipotesi e condizioni
levando retto l’implacabile lucerna
domanda: “Se la massima del tuo agire
l’intera umanità rendesse collettiva,
allora tu agiresti in uguale modo?
Ed è l’umanità degli altri e di te stesso
il fine o lo strumento della tua azione?”
Se ascolti questa voce mai potrai mentire.
Persino all’assassino che lo domandi
dovrai la verità più atroce rivelare,
l’amico che nascondi nella tua casa:
così morale è la coerenza per la quale
il sommo bene genera il sommo male.
Qui giace antico ed inguaribile un inganno
che civiltà avvelena e generazioni:
impercettibili detriti interstellari
negli angoli più infimi derelitti
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favoleggiando fanno sé matrice e centro
del tutto a cui invisibili resteranno.
Se il filo nell’ordito immemore del panno
si illude che quest’ultimo gli appartenga
presumerà al tessuto estese, innate, eterne
le proprie qualità. Confondiamo l’aria
con un respiro, la natura con un parto,
un atomo fugace crediamo cosmo
ed infinita luce appena una scintilla.
Mi assale il riso, poi la pietà prevale
udendo ancora risuonare la parola
proterva che ci estasïa:“Universale”.
Ma l’etica è particolare irradiazione
domestica, pragmatica, relativa
che scaturisce da ogni società imperfetta
in regolare pratica di censura,
mutando la misura nel diverso grado
e nesso di affezione e di relazione
di terra, età, famiglia, affinità, cultura,
legante l’uno all’uno per patto o gruppo:
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non già un astratto Uomo a un ideale Tutto.
Perciò non è lo stesso dovunque e sempre
cattivo e buono, redentore e tentatore,
iniquo ed equo, vertice ed abominio.
Alcuni aggioga unicamente il desiderio
di premi e la paura di punizioni
ed è il dovere per costoro nel baratto
meccanico criterio individuale.
V’è chi imitando il gregge ignavo si conforma
per evitare biasimo e proscrizione,
nel mormorio della vergogna più decente
dal superiore io sottomesso in schiavo.
Per altri l’ordine sociale del contratto
mantiene nei princìpi la convivenza
concatenando ad inviolabili diritti
doveri inderogabili e solidali.
Ti innalzerai nella morale dei signori?
O al prossimo servendo ti inchinerai?
Attento quando il tuo cammino si biforca.
Vedrai una via più lunga e una via più breve.
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Discesa lieve al paradiso la seconda,
impervia erta arida sporca e greve
la prima. Qui entrerai lasciando ogni speranza
perchè all’ingresso è inciso per te: “Si deve”.
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