Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia rappresenta il primo esempio di denuncia sociale dell’esistenza della mafia in un clima politico, quello dell’inizio degli anni ’60, che preferiva glissare sulla questione piuttosto che ammetterne apertamente l’esistenza.
La storia narra dell’omicidio di Salvatore Colasberna, capo di una cooperativa edilizia, ucciso dalla mafia nel 1947 a Sciacca, ispirato all'omicidio realmente accaduto di un sindacalista da parte, appunto, della mafia. L’imprenditore viene assassinato poco prima di salire sull’autobus per Palermo, un autobus pieno di gente che, poco prima dell’arrivo della polizia, scompare per non essere costretta a testimoniare sul fatto. A occuparsi delle indagini sarà il capitano Bellodi.
Il titolo Il giorno della civetta richiama il tema dell’omertà e trae spunto da Shakespeare, dal passo in cui la regina Margherita incoraggia i suoi uomini a combattere: “E chi non vuole combattere per una tale speranza vada a casa e a letto e se si alza, sia oggetto di scherno e di meraviglia come la civetta quando di giorno compare”. I codardi rappresentano gli omertosi che vedono ciò che accade davanti ai loro occhi ma decidono di volgere lo sguardo altrove.
Con uno stile secco, privo del benché minimo compiacimento letterario o retorico, Sciascia racconta il sangue e la corruzione della sua Sicilia.
Il tutto è di grande attualità e risulta profetico se si pensa alla successiva storia dell'Italia. In questo breve romanzo Sciascia, oltre alla rappresentazione della difficile realtà siciliana, ci mostra l’espansione della mafia in tutta l’Italia, da Sud a Nord e la diffusione di questo cancro anche ai piani alti dello stato. A riguardo alcune parole de “il giorno della civetta” manifestano la grande intuitività di Sciascia:
“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”
Riportiamo, anche, parte dell'interrogatorio di Bellodi a don Mariano Arena, presunto mandante degli omicidi:
“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i ruffiani e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, gli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi. E ancora più giù: i ruffiani, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”
Il romanzo si conclude tristemente con Bellodi che ricorda il suo periodo in Sicilia, promettendo a sé stesso di tornarci.
Questo romanzo giallo tratta il tema della mafia sottolineando soprattutto il tema dell’omertà e del legame fra mafia e potere, che insieme insabbiano crimini come quello di Colasberna. Sciascia sollecita la coscienza di tutti noi, costringendoci a convivere con i personaggi, ad annusare il pericolo a ogni svolta, immerso nell’atmosfera rarefatta della realtà di un Paese soffocato dalla mafia.